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  1. #51
    Hanno assassinato Calipari
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    Originally posted by Claude74
    Difficile sapere cosa sarebbe successo se il csx fosse andato al governo. Si possono solo esprimere opinioni. Io credo che proprio quella valenza simbolica che ha assunto il 18 l'avrebbe preservato da qualsiasi ipotesi di modifica.

    O Cofferati non avrebbe detto nulla. In qual caso, avresti visto la nascita di un'altro sindacato.

  2. #52
    Roderigo
    Ospite

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    Originally posted by Claude74
    Difficile sapere cosa sarebbe successo se il csx fosse andato al governo. Si possono solo esprimere opinioni. Io credo che proprio quella valenza simbolica che ha assunto il 18 l'avrebbe preservato da qualsiasi ipotesi di modifica.
    Proprio perchè, persino sull'articolo 18, è difficile sapere cosa avrebbe fatto un governo di centrosinistra, è anche difficile stabilire che accodarsi al governo con il centrosinistra sarebbe stato comunque meglio, "per non lasciare il campo all'avversario".
    Quello che sappiamo, è che D'Alema da presidente del consiglio, propose la sospensione per tre anni dello statuto dei lavoratori nelle aziende con più di 15 dipendenti e che sostenne essere i referendum radicali sbagliati, non tanto nel merito, quanto nel metodo; che Fassino, in campagna elettorale, al Sole 24 Ore, dichiarò che l'articolo 18 non era un tabù; che oggi, D'Alema e Fassino sono contrari ad andare al referendum qualora si perda lo scontro con Berlusconi; che esiste una proposta di legge dei Ds, che proponendo l'introduzione del'arbitrato, di fatto, aggira l'articolo 18.
    La questione simbolica si attenua nel modo di condurre e realizzare la modifica, senza scontri frontali e con il consenso del sindacato, come si fece con la scala mobile, con le pensioni e con l'introduzione delle mille forme di precarizzazione del lavoro.

    R.

  3. #53
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito Bertinotti intervistato da Radio Radicale - La nostra opposizione

    Il punto di Fausto Bertinotti sull'autunno di Rifondazione comunista
    La nostra opposizione



    «Noi proponiamo a tutti una priorità: quella del modello sociale, per un nuovo modello di sviluppo, per la trasformazione dei rapporti economici e sociali, per i diritti sociali. Queste sono le caratteristiche fondamentali della nostra opposizione, che mettiamo al centro della nostra manifestazione del 28 settembre. Questo è il contributo che vogliamo dare all'unificazione dei movimenti». Così Fausto Bertinotti, intervenendo ieri mattina a un "Filo diretto" di Radio radicale, ha delineato le proposte di Rifondazione comunista per la fase che si va aprendo. Una fase di intensa ripresa del conflitto sociale e della mobilitazione di massa, all'interno della quale si misurerà la capacità delle diverse sinistre di costruire un'idea ed una pratica forte di opposizione.

    Contro Berlusconi

    Che cosa pensa Bertinotti delle scelte di politica economica del governo, dalla messa in discussione del Patto di stabilità all'attuale, paventato condono fiscale? «Che siamo di fronte al disastro delle politiche neoliberiste, in Italia ma non solo, certo, in Italia: due terzi dell'Europa, in questo momento, sono fuori dai vincoli del Patto. Questo accade perchè torna la crisi, che i neoliberisti negavano potesse tornare: la locomotiva Usa si è fermata, e questo blocco si ripercuote, a catena, sul resto del mondo e produce disastri drammatici come quello dell'Argentina. L'Europa non riesce a invertire la rotta». E l'Italia? «L'Italia ha una sua crisi specifica: bastino le cifre. Il fabbisogno pubblico è cresciuto, in un anno, del 60 per cento, la produzione è diminuita tra il 6 e il 9. Di fronte a questi dati, il governo, semplicemente, non sa che cosa fare. Anche perchè contestualmente torna a galoppare l'inflazione - la gente normale se n'era già accorta da un pezzo, a dufferenza degli istituti di statistica. Prova di questa difficoltà è un provvedimento risicato come il blocco delle tariffe, che all'inizio era stato annunciato in pompa magna. La reazione del centrtosinistra ha del grottesco: prima, una difesa strenua del Patto di stabilità, poi un attacco da destra ai provvedimenti del Governo, accusato di "dirigismo" (accusa, oltre a tutto, infondata, data la scarsa entità del blocco)...». Che cosa bisognerebbe fare, invece? Bertinotti delinea una vera paittaforma di fase, in cinque punti: primo, la ripresa di un'espansione qualificata, attraverso un intervento pubblico socialmente mirato. Si tratta quindi di rompere i vincoli e le rigidità del Patto di stabilità, non certo per aprire, genericamente, i cordoni della borsa o, peggio, per finanziare grandi opere dannose e costose tipo il Ponte di Messina: ma di varare progetti significativi sull'ambiente, il Mezzogiorno, la cultura, i servizi. Secondo: bloccare seriamente prezzi e tariffe almeno per un anno. Bloccarli tutti: tra le ragioni di questa crisi c'è anche un aumento patologico dei profitti (la bolla speculativa) che ha ridotto dasticamente salari e stipendi, e determinato una gigantesca redistribuzione del reddito verso l'alto. Terzo: è essenziale superare l'inflazione programmata e ripristinare indicatori legati all'inflazione reale. Quarto: è urgente favorire, anche per questa via, un aumento generalizzato delle retribuzioni (anche per stimolare una ripresa della domanda interna). Quinto: realizzare una svolta nella politica fiscale attraverso la tassazione dei grandi patrimoni.

    Centralità dei diritti

    Ma quali sono le priorità concrete di lotta di Rifondazione comunista? La stagione sociale e politica, come si diceva, è ad altissima intensità - i campi di intervento, le contraddizioni esplose o in via di esplosione, sono varie, e di varia natura. Il filo rosso del ragionamento di Bertinotti ricomincia dal referendum sull'estensione dell'articolo 18, con la straordinaria raccolta di firme realizzata in estate. Un tema centrale, almeno per una doppia ragione: perché parla dei rapporti di classe e del recupero di quella «potestà contrattuale» dei lavoratori senza la quale non ci potrà essere vera opposizione e vera alternativa al dominio delle destre; e perché avrà un effetto scardinante sull'insieme del quadro politico, sociale, di movimento. Questo tema, del resto, sarà al centro dello sciopero generale d'autunno, promosso dalla Cgil. «Noi certo ci saremo» dice Bertinotti, con la consapevolezza che si tratta a sua volta di un punto di partenza per lo sviluppo e la crescita dell'opposizione. «Questo governo, al di là delle sue apparenti contraddizioni, segue nella sua azione due linee-guida molto precise: verso l'alto, liberare da ogni inceppo, da ogni vincolo possibile, il profitto, la rendita, la ricchezza. Si possono leggere in questa chiave i provvedimenti legislativi che hanno caratterizzato i primi dodici mesi del centro destra, l'eliminazione delle tasse di successione, il rientro dei capitali, le rogatorie, lo stesso disegno di legge Cirami, che offre una nicchia di privilegio al ceto politico e a quello affaristico al confine tra legalità e illegalità. L'altra linea, verso il basso, è quella opposta: la drastica compressione dei diritti sociali, a cominciare da quelli di organizzarsi e aggregarsi. In questo senso, la modifica dell'articolo 18 e la legge Bossi-Fini sull'immigrazione sono due facce della stessa medaglia: il fine comune è la precarizzazione "assoluta" dele condizioni di lavoro. Questo significa, in generale e per tutti, la massima libertà di licenziamento. E per i lavoratori stranieri è una negazione ulteriore, e specifica, del diritto di agire la cittadinanza»

    I movimenti

    Qual è la posizione del Prc sulla manifestazione dei "girotondini" del 14 settembre? «Noi aderiamo, e io stesso andrò in piazza. Per una ragione evidente: la giustizia è sotto tiro, così come sotto tiro è il valore irrinunciabile dell'autonomia della magistratura. Così come è seriamente minacciato il pluralismo dell'informazione: il caso di "Sciuscià" parla da solo. A questa giornata, tuttavia, parteciperemo con le nostre parole d'ordine sulla giustizia: perché non ci sfugge la natura di classe del sistema attuale - le carceri sono affollate di poveri e di immigrati. Perché vogliamo sentirci liberi di criticare la magistratura tutte le volte - è il caso della scandalosa sentenza Montedison - che essa si pone al servizio degli interessi antioperai. E perché riteniamo importante, tra le altre cose, la chiusura di una stagione - quella degli "anni di piombo" - attraverso un provvedimento necessario di indulto, se non di amnistia». Una questione assai più specifica: come si colloca Rifondazione sulla questione dell'articolo 41 bis? «E' uno strumento che ci pare indispensabile, nonostante le obiezioni e nel rispetto del dettato costituzionale, per pareggiare lo svantaggio dello Stato sulla criminalità organizzata. Senza questo articolo, insomma, la lotta alla mafia diventerebbe impossibile».

    Le priorità internazionali

    In un'ampia parte del filo diretto, si è parlato di questioni internazionali. Che cosa pensa Bertinotti della manifestazione indetta dai radicali per il 21 settembre contro il governo del Vietnam? Un governo, dice l'intervistatore, che, al pari di quello della Cina, sta tentando di coniugare comunismo e logica del mercato? Così risponde Bertinotti: «Coniugare comunismo e mercato è impossibile, per la contraddizion che nol consente. Quanto alla Cina, l'integrazione nel mercato mondiale e il suo sorprendente sviluppo economico stanno producendo, mi pare, squilibri sociali e territoriali drammatici, alti tassi di disoccupazione, zone franche di sfruttamento selvaggio: una situazione che non può non preoccuparci. Non siamo certo indisponibili, quindi, alla critica di questi percorsi e di questi modelli di sviluppo. Tuttavia, in ogni fase ci sono delle priorità: e le nostre sono altre. Innanzi tutto, la mobilitazione per impedire l'attacco Usa all'Iraq. Poi, la ripresa delle tematiche di Johannesburg, e di un summit drammaticamente fallito nei suoi obiettivi cruciali. IInfine, il fronte del Mediterraneo, contro la gigantesca aggressione del governo di Sharon ai territori palestinesi».


    Liberazione 6 settembre 2002
    http://www.liberazione.it

  4. #54
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito Bertinotti intervistato da Radio Radicale - La nostra opposizione

    Il punto di Fausto Bertinotti sull'autunno di Rifondazione comunista
    La nostra opposizione



    «Noi proponiamo a tutti una priorità: quella del modello sociale, per un nuovo modello di sviluppo, per la trasformazione dei rapporti economici e sociali, per i diritti sociali. Queste sono le caratteristiche fondamentali della nostra opposizione, che mettiamo al centro della nostra manifestazione del 28 settembre. Questo è il contributo che vogliamo dare all'unificazione dei movimenti». Così Fausto Bertinotti, intervenendo ieri mattina a un "Filo diretto" di Radio radicale, ha delineato le proposte di Rifondazione comunista per la fase che si va aprendo. Una fase di intensa ripresa del conflitto sociale e della mobilitazione di massa, all'interno della quale si misurerà la capacità delle diverse sinistre di costruire un'idea ed una pratica forte di opposizione.

    Contro Berlusconi

    Che cosa pensa Bertinotti delle scelte di politica economica del governo, dalla messa in discussione del Patto di stabilità all'attuale, paventato condono fiscale? «Che siamo di fronte al disastro delle politiche neoliberiste, in Italia ma non solo, certo, in Italia: due terzi dell'Europa, in questo momento, sono fuori dai vincoli del Patto. Questo accade perchè torna la crisi, che i neoliberisti negavano potesse tornare: la locomotiva Usa si è fermata, e questo blocco si ripercuote, a catena, sul resto del mondo e produce disastri drammatici come quello dell'Argentina. L'Europa non riesce a invertire la rotta». E l'Italia? «L'Italia ha una sua crisi specifica: bastino le cifre. Il fabbisogno pubblico è cresciuto, in un anno, del 60 per cento, la produzione è diminuita tra il 6 e il 9. Di fronte a questi dati, il governo, semplicemente, non sa che cosa fare. Anche perchè contestualmente torna a galoppare l'inflazione - la gente normale se n'era già accorta da un pezzo, a dufferenza degli istituti di statistica. Prova di questa difficoltà è un provvedimento risicato come il blocco delle tariffe, che all'inizio era stato annunciato in pompa magna. La reazione del centrtosinistra ha del grottesco: prima, una difesa strenua del Patto di stabilità, poi un attacco da destra ai provvedimenti del Governo, accusato di "dirigismo" (accusa, oltre a tutto, infondata, data la scarsa entità del blocco)...». Che cosa bisognerebbe fare, invece? Bertinotti delinea una vera paittaforma di fase, in cinque punti: primo, la ripresa di un'espansione qualificata, attraverso un intervento pubblico socialmente mirato. Si tratta quindi di rompere i vincoli e le rigidità del Patto di stabilità, non certo per aprire, genericamente, i cordoni della borsa o, peggio, per finanziare grandi opere dannose e costose tipo il Ponte di Messina: ma di varare progetti significativi sull'ambiente, il Mezzogiorno, la cultura, i servizi. Secondo: bloccare seriamente prezzi e tariffe almeno per un anno. Bloccarli tutti: tra le ragioni di questa crisi c'è anche un aumento patologico dei profitti (la bolla speculativa) che ha ridotto dasticamente salari e stipendi, e determinato una gigantesca redistribuzione del reddito verso l'alto. Terzo: è essenziale superare l'inflazione programmata e ripristinare indicatori legati all'inflazione reale. Quarto: è urgente favorire, anche per questa via, un aumento generalizzato delle retribuzioni (anche per stimolare una ripresa della domanda interna). Quinto: realizzare una svolta nella politica fiscale attraverso la tassazione dei grandi patrimoni.

    Centralità dei diritti

    Ma quali sono le priorità concrete di lotta di Rifondazione comunista? La stagione sociale e politica, come si diceva, è ad altissima intensità - i campi di intervento, le contraddizioni esplose o in via di esplosione, sono varie, e di varia natura. Il filo rosso del ragionamento di Bertinotti ricomincia dal referendum sull'estensione dell'articolo 18, con la straordinaria raccolta di firme realizzata in estate. Un tema centrale, almeno per una doppia ragione: perché parla dei rapporti di classe e del recupero di quella «potestà contrattuale» dei lavoratori senza la quale non ci potrà essere vera opposizione e vera alternativa al dominio delle destre; e perché avrà un effetto scardinante sull'insieme del quadro politico, sociale, di movimento. Questo tema, del resto, sarà al centro dello sciopero generale d'autunno, promosso dalla Cgil. «Noi certo ci saremo» dice Bertinotti, con la consapevolezza che si tratta a sua volta di un punto di partenza per lo sviluppo e la crescita dell'opposizione. «Questo governo, al di là delle sue apparenti contraddizioni, segue nella sua azione due linee-guida molto precise: verso l'alto, liberare da ogni inceppo, da ogni vincolo possibile, il profitto, la rendita, la ricchezza. Si possono leggere in questa chiave i provvedimenti legislativi che hanno caratterizzato i primi dodici mesi del centro destra, l'eliminazione delle tasse di successione, il rientro dei capitali, le rogatorie, lo stesso disegno di legge Cirami, che offre una nicchia di privilegio al ceto politico e a quello affaristico al confine tra legalità e illegalità. L'altra linea, verso il basso, è quella opposta: la drastica compressione dei diritti sociali, a cominciare da quelli di organizzarsi e aggregarsi. In questo senso, la modifica dell'articolo 18 e la legge Bossi-Fini sull'immigrazione sono due facce della stessa medaglia: il fine comune è la precarizzazione "assoluta" dele condizioni di lavoro. Questo significa, in generale e per tutti, la massima libertà di licenziamento. E per i lavoratori stranieri è una negazione ulteriore, e specifica, del diritto di agire la cittadinanza»

    I movimenti

    Qual è la posizione del Prc sulla manifestazione dei "girotondini" del 14 settembre? «Noi aderiamo, e io stesso andrò in piazza. Per una ragione evidente: la giustizia è sotto tiro, così come sotto tiro è il valore irrinunciabile dell'autonomia della magistratura. Così come è seriamente minacciato il pluralismo dell'informazione: il caso di "Sciuscià" parla da solo. A questa giornata, tuttavia, parteciperemo con le nostre parole d'ordine sulla giustizia: perché non ci sfugge la natura di classe del sistema attuale - le carceri sono affollate di poveri e di immigrati. Perché vogliamo sentirci liberi di criticare la magistratura tutte le volte - è il caso della scandalosa sentenza Montedison - che essa si pone al servizio degli interessi antioperai. E perché riteniamo importante, tra le altre cose, la chiusura di una stagione - quella degli "anni di piombo" - attraverso un provvedimento necessario di indulto, se non di amnistia». Una questione assai più specifica: come si colloca Rifondazione sulla questione dell'articolo 41 bis? «E' uno strumento che ci pare indispensabile, nonostante le obiezioni e nel rispetto del dettato costituzionale, per pareggiare lo svantaggio dello Stato sulla criminalità organizzata. Senza questo articolo, insomma, la lotta alla mafia diventerebbe impossibile».

    Le priorità internazionali

    In un'ampia parte del filo diretto, si è parlato di questioni internazionali. Che cosa pensa Bertinotti della manifestazione indetta dai radicali per il 21 settembre contro il governo del Vietnam? Un governo, dice l'intervistatore, che, al pari di quello della Cina, sta tentando di coniugare comunismo e logica del mercato? Così risponde Bertinotti: «Coniugare comunismo e mercato è impossibile, per la contraddizion che nol consente. Quanto alla Cina, l'integrazione nel mercato mondiale e il suo sorprendente sviluppo economico stanno producendo, mi pare, squilibri sociali e territoriali drammatici, alti tassi di disoccupazione, zone franche di sfruttamento selvaggio: una situazione che non può non preoccuparci. Non siamo certo indisponibili, quindi, alla critica di questi percorsi e di questi modelli di sviluppo. Tuttavia, in ogni fase ci sono delle priorità: e le nostre sono altre. Innanzi tutto, la mobilitazione per impedire l'attacco Usa all'Iraq. Poi, la ripresa delle tematiche di Johannesburg, e di un summit drammaticamente fallito nei suoi obiettivi cruciali. IInfine, il fronte del Mediterraneo, contro la gigantesca aggressione del governo di Sharon ai territori palestinesi».


    Liberazione 6 settembre 2002
    http://www.liberazione.it

  5. #55
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito Bertinotti - Ora, è l'autonomia politica dei movimenti

    Bertinotti: lo spostamento dell'Ulivo a destra chiude una fase, e cancella molte illusioni
    «Ora, è l'autonomia politica dei movimenti»


    Rina Gagliardi

    In questo quadro, si colloca però la resistenza della sinistra ds. Che arriva fino all'appello contro la guerra sottoscritto da oltre 130 parlamentari...
    La sinistra ds - così come del resto la sinistra dell'Ulivo - è sotto schiaffo. All'interno, può solo opporre a sua volta dei No, può solo resistere, ma ha difficoltà ad esprimere una strategia alternativa. Con l'appello contro la guerra, invece, si è determinato un salto di qualità, un'operazione politica importante: frutto, non a caso, di una concreta convergenza con la sinistra di alternativa. Sottolineo questo dato, per ribadire che, dentro il quadro del centrosinistra, non c'è salvezza.

    Che cosa significa, in concreto, questa chiusura degli spazi? E' un invito ad abbandonare l'Ulivo, per coloro che si collocano nella sua sinistra?
    Nessun invito e nessuna indebita pressione: non è solo una questione di rispetto per gli altri e per le loro scelte, è una questione sia di analisi sia di prospettiva politica. Intanto, bisogna prender atto del fallimento di un'ipotesi: quella che aveva puntato tutto, o quasi, sullo spostamento dell'insieme del centrosinistra. O per via di crescita dei movimenti, o per via di iniziative incalzanti da sinistra, questa strada si è rivelata impraticabile. Il pendolo del centrosinistra va a destra,

    Ma c'era anche, contestualmente, un'altra idea, sul tappeto: quella di una "rigenerazione" interna dell'Ulivo, di una sua rifondazione programmatica e di leadership. La strada indicata da Cofferati, intendo, nell'intervista di agosto al Corriere...
    Anche questa ipotesi, francamente, mi sembra ormai fuori corso. L'idea di un diverso rapporto tra centrosinistra e movimenti, bypassando i partiti, definendo un nuovo principe e, magari, affidando a un gruppo di "saggi" la costruzione di un nuovo profilo programmatico dell'alleanza, non è più neppure in campo. E' stata schiacciata dal peso di fatti concreti - da quel vero e proprio banco di prova che è la crisi della Fiat, per esempio. Dalla vicenda della guerra. Dall'inasprirsi delle difficoltà del governo di centrodestra.

    Torniamo a noi, e al che fare. Il quadro che descrivi è ricco di potenzialità, ma anche di difficoltà. O no?
    Certo che sì. Il nostro primo problema è evitare che il processo di "impermeabilizzazione" del centrosinistra dai movimenti si rifletta negativamente su di. loro, produca un risucchio in qualche modo moderato. Diventa quindi vitale il tema dell'autonomia degli stessi movimenti: intesa come costruzione di una struttura di autogoverno, di una trama di obiettivi efficaci, di una capacità, insomma, di fare politica in proprio. Senza deleghe tradizionali, o deleghe di nuovo tipo, ai partiti. Senza frenesie massimaliste, ma con la determinazione che porti il movimento alla massa critica e ai risultati necessari.

    Puoi fare, anche qui, qualche esempio concreto?
    Se gli Stati uniti confermano l'intenzione di aggredire l'Iraq, il movimento per la pace si deve dare l'obiettivo - concreto - di fermarla, con una lotta a tutto campo, senza delegare a potenze superiori questo compito. Se la crisi della Fiat non si risolve, come non può risolversi, il movimento operaio deve rompere ogni indugio, aggredire il nodo dell'intervento pubblico nell'economia, presentare una proposta, costruire una grande vertenza nazionale - che potrebbe arrivare fino ad uno sciopero generale per salvare il lavoro e riconvertire la Fiat in un polo pubblico della mobilità. Se a Firenze il Forum Sociale Europeo registrerà un successo rilevante di partecipazione e presenza internazionale, e non c'è dubbio che così sarà, è essenziale che esso ponga al centro dei suoi lavori la crescita del movimento europeo come soggetto durevole, autonomo, capace di svolgere in quanto tale un ruolo sull'intera scena pubblica: la manifestazione del 9 novembre è di grande importanza, anche da questo punto di vista. Spero che questi esempi siano chiari. Si potrebbe dire così: si tratta di alzare il tiro, non in modo generico o astratto. Si tratta di andare - per usare una terminologia antica - ad una politcizzazione integrale dei movimenti: non come supplenza rispetto alla politica, ma come armatura forte degli stessi, in proprio. Ci sono questioni programmatiche che diventano centrali: l'idea del rilancio dell'intervento pubblico in economia non può non connettersi oggi a quella di un diverso modello di sviluppo. E ci sono questioni politiche che non possono più essere rinviate a un lontano futuro: come la costruzione della sinistra di alternativa.

    Questi temi riguardano direttamente anche noi stessi, il nostro Partito. Destinato, mi pare, ad esercitare un ruolo crescente, dal punto di vista dell'influenza politica e del rapporto con i movimenti. Ma anche dotato dei suoi noti limiti, e della sua stessa dichiarata non autosufficienza...
    Io credo che proprio il processo di involuzione del centrosinistra ci debba anzitutto spingere alla denuncia di quella vera e propria "prigione" che è l'Ulivo: proprio perché non possiamo non vedere questa gabbia, e il fatto che rischia di rendere inoperanti forze preziose, dobbiamo oggi, appunto, accelerare la nascita della sinistra di alternativa. E proprio perché sappiamo bene che da soli non bastiamo, mettiamo questo obiettivo, questa relazione politica privilegiata, al centro della nostra iniziativa,

    Se non sollecitiamo né scissioni né precipitazioni organizzative, per esempio nei confronti della sinistra ds, qual è allora, nei loro confronti, la nostra proposta?
    Stando ciascuno dove sta, ed evitando fughe di tipo organizzativistico, sarebbe però molto importante aprire un nuovo capitolo dei rapporti a sinistra: un confronto strategico sui grandi temi oggi sul tappeto, di cui sopra dicevamo. Guerra, politica economica, rottura dei tabu liberisti: ecco le cose su cui potremmo utilmente ragionare, intervenire, produrre iniziative e lotte comuni.

    Sull'orizzonte, che cosa ci potrebbe essere?
    Ci potrebbe essere una nuova dislocazione delle sinistre - delle forze, almeno, che si richiamano all'esperienza storicamente definita delle sinistre. Da un lato, un polo neocentrista, a identità neoliberista, occidentale, moderata: una "sinistra", insomma, di tipo blairiano, che ha reciso ogni legame organico con il movimento operaio, ma anche con i movimenti radicali della società civile, e che esprime opzioni liberaldemocratiche, antiautoritarie, civili. Dall'altro lato, una sinistra riformista, senza virgolette, disponibile a rivedere criticamente l'orizzonte neoliberista e il primato assoluto della governabilità, capace di un rapporto con i movimenti, sensibile alle istanze tradizionali delle "alleanze" politiche e anche sociali: insomma, una sinistra "permeata" dall'anticapitalismo, e anche dalle culture critiche, che non pone però al centro della sua identità e delle sue battaglie il tema del superamento del capitalismo, la costruzione di un'altra società. Infine, e non da ultimo, la sinistra di alternativa, della quale i comunisti sono tanta e organica parte....

    In sintesi: le sinistre possono diventare - in gran parte sono già diventate - tre.
    Non sono un "disegnatore" di geopolitica. Mi pare che questo processo sia in gran parte sotto i nostri occhi: ci interessa sottolinearne gli aspetti dinamici. Uno dei quali, mi pare evidente, è che esso presuppone la fine della cultura dell'alternanza e il mutamento del sistema elettorale. Ci torneremo presto: ma tra i tanti fallimenti del centrosinistra c'è anche quello della legge elettorale. Il maggioritario non regge più, è l'ora del rilancio della proporzionale.


    Liberazione 19 ottobre 2002
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  6. #56
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    Predefinito Bertinotti sul movimento: «E' il fenomeno politico più importante del nostro tempo»

    Un primo bilancio delle giornate fiorentine e del corteo. Intervista a Fausto Bertinotti

    «E' il fenomeno politico più importante del nostro tempo»
    Rina Gagliardi

    Fausto Bertinotti è stato di gran lunga il politico più applaudito, riconosciuto, amato, nelle giornate del Social Forum. Un dato politico nient'affatto scontato: non era scontato, cioè, che un'assemblea di cinquemila giovani tributasse un'ovazione al segretario di Rifondazione comunista, applaudisse freneticamente i passaggi più radicali del suo discorso, si concludesse col canto corale di "Bella ciao" e "Bandiera rossa". E non si era forse ancora prodotta una connessione sentimentale così intensa, gramscianamente parlando, tra un Partito comunista - che certo fa della rifondazione uno dei propri tratti peculiari - e un movimento così "postnovecentesco", così geloso della propria autonomia, e diffidente per vocazione e natura del sistema partitico e istituzionale. Ecco un tema di riflessione, per le prossime settimane. Intanto, a Bertinotti abbiamo chiesto alcune impressioni a caldo.

    Un primo bilancio di questa straordinaria giornata.

    E' davvero un bilancio straordinario, e non parlo soltanto di questo corteo bellissimo, sterminato, pacifico. Il fatto è che il Social Forum ha vissuto nella combinazione di due fattori diversi: il laboratorio politico, da un lato, e la mobilitazione, dall'altro lato, l'agorà densa di dibattito e ricerca, e la manifestazione. Due gambe dello stesso processo costituente, la costituente di un nuovo popolo, che è poi il fenomeno politico più significativo e importante del nostro tempo.


    Neanche questo risultato era scontato. Il movimento era stato dichiarato in crisi, non soltanto dai suoi avversari...

    Qui emerge quella che possiamo definire l'"onda lunga" del movimento, che oggi ha ragione dei suoi avversari come dei suoi critici malevoli. Hanno provato in molti modi a distruggerlo: a Genova con la repressione aperta, dopo Genova con un tentativo dichiarato di intimidirlo e indebolirlo, quasi di "dirottarlo". Il movimento ha retto a tutto questo, anche perché, dopo Genova è riuscito a sfuggire alla spirale repressione\lotta\ repressione. E lo ha fatto dispiegando se stesso, con una partecipazione superiore ad ogni previsione. La tesi della crisi è stata cancellata come da una gomma. Attenzione, qui c'è il rischio di un malentendu, come dicono i francesi: il movimento è stato spesso letto con occhiali non adeguati, come se si trattasse di un Partito o di un sindacato, o come se fosse tenuto ad una continuità rettilinea. Questo movimento, in realtà, è "autocentrato", nel senso che ha la propria crescita come obiettivo primario. Non gli si può chiedere una identità programmatica di tipo classico: piuttosto, esso è portatore di un metaprogramma, di un punto di vista sul mondo, come per esempio la critica dell'economia, della politica, del potere, della scienza. La sua soggettività, perciò, si declina o per grandi obiettivi o per esperienze specifiche. E' soprattutto una cultura politica che avanza, si riconosce, si irrobustisce, contagia altri movimenti, rimette in moto il conflitto sociale....


    Questo potrebbe far pensare a un'identità politica forte, ma generica. O no?

    No, la politicità del movimento, così come lo abbiamo visto qui a Firenze, non è affatto generica. Un esempio? Durante la guerra in Afghanistan, i no global hanno molto contribuito alla costruzione del movimento per la pace: in quella fase, prevaleva la dimensione etica, dietro la quale c'era una notevole diversità di posizioni.. Oggi il rifiuto della guerra all'Iraq si coniuga al rigetto della dottrina Bush: è senza se e senza ma, è con o senza l'Onu. Insomma, è un punto politico netto e acquisito.


    Il movimento non ama i partiti, ma con Rifondazione comunista ha un rapporto diverso - e arriva a tributargli un riconoscimento particolare. Perché?

    C'è una risposta quasi ovvia: perché noi di Rifondazione siamo parte integrante di questo movimento, abbiamo puntato da tempo su un' internità autentica, non egemonica. Sai qual è stato uno dei passaggi più applauditi del mio intervento? Quando ho detto che ho un solo vero orgoglio: che sono in un Partito comunista che ha scelto di stare nel movimento come parte tra le parti. Così come mi pare che abbiano avuto un consenso pressoché unanime tutti i riferimenti di contenuto più radicali e più alternativi. Ti accorgi, invece, che nello stesso dibattito, la polemica con il centrosinistra viene certo condivisa, ma non da tutti, e non con la stessa convinzione...


    Come se questo riconducesse il movimento ad una logica di schieramento al quale esso, o una sua parte importante, non vuole comunque piegarsi?

    Forse è questo, forse è ancora un'altra cosa. Forse, nel momento in cui Rifondazione dispiega se stessa, se così posso dire, con i suoi contenuti e la sua radicalità, il movimento la percepisce fino in fondo come una parte di sè. Quando invece il Prc esprime il suo lato di partito - per esempio, appunto nella polemica con i "riformisti" - viene percepita, di nuovo, come una forza "parziale" - e il suo stesso segretario come un uomo di parte. E' un problema che ci rinvia, certo, alla questione più generale del rapporto tra movimento e politica, che non può essere riproposto come nel passato. In realtà tocca a noi, non a loro, saper rispondere all'interrogazione complessa di questa nuova straordinaria soggettività.

    www.liberazione.it
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





  7. #57
    Roderigo
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    Ciao Paddy, su SF posta un tal "Carvalho" con il "tuo" avatar.
    Mi hanno chiesto se eri tu, ma da come scrive, spero di no.

    R.

  8. #58
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    Diaffti non lo sono.
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

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  9. #59
    Quin igitur expergiscimini?
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    Come contributo alla discussione, invio una sintesi dell' ultimo scritto di Gianfranco La Grassa:


    1. Ho voluto abbandonare, come già faccio da qualche anno, quella che mi sembra ancora l’ossessione di molti pensatori critici: i processi di lavoro e le nuove tecnologie oppure considerazioni eminentemente politicistiche e/o culturalistiche, fatte in nome di un mal inteso antieconomicismo. Ho però dato per scontata la sconfitta della prospettiva del vecchio comunismo con il suo soggetto rivoluzionario, la classe operaia o il lavoratore collettivo cooperativo. Non ho tuttavia affatto accettato scorciatoie con il fiorire di tutti i più svariati, ed eclettici, compositi, soggetti rivoluzionari atti a sostituire il precedente: dai popoli del terzo mondo alle donne, dai giovani agli ecologisti, dagli emarginati di vario tipo a coloro che “lavorano” le informazioni, i segni, il mondo detto immateriale e simbolico. Tutta questa farragine la ritengo transitoria, un sobbollimento di sempre ulteriori “novità” che durano alcuni anni – l’espace d’un matin in termini storici – e poi lasciano sempre nuove macerie da rimuovere.
    Mi sono dunque dedicato ad un’analisi, sia pure per grandi linee, dei gruppi, o blocchi, dominanti nel capitalismo. Ho rimosso, per il momento, l’esperienza del “socialismo reale”, a mio avviso esauritasi con la sostanziale rimondializzazione del capitalismo, nel suo senso più tradizionale, anche se entrato o in via di entrata in una nuova epoca della sua storia.

    2. Studiando i blocchi dominanti tipici del capitalismo, mi sono concentrato sul campo detto capitalistico, su quello che un tempo era il primo mondo: USA, Europa occidentale e Giappone. In linea generale ho considerato i blocchi dominanti capitalistici come costituiti essenzialmente: a) da agenti economico-imprenditoriali, cioè dalle dirigenze strategiche (non quelle meramente tecnico-direzionali) delle imprese, senza maniacale riguardo al fatto se esse siano o no proprietarie delle imprese stesse, se cioè queste ultime siano strategicamente dirette dai gruppi di controllo azionario o da manager senza proprietà (public company); b) da agenti politici, posti ai vertici degli apparati di Stato e che decidono, in particolare, delle direzioni di quella che viene definita spesa pubblica (oltre che, evidentemente, dell’entità delle entrate e dei gruppi sociali che debbono alimentarle). A questi sarebbe possibile aggiungere gli agenti ideologico-culturali, che in genere lascio però sullo sfondo, senza che questo significhi una mia scarsa considerazione dell’importanza della loro fun-zione (anzi, ritengo quest’ultima di grande rilevanza).
    Nell’ambito del “primo mondo”, si è senz’altro ammesso – e vorrei ben vedere! – che gli USA erano il paese più potente, ma non si è mai andati oltre la considerazione del fatto in sé; né si è mai evidenziata una reale differenza tra la direzione della spesa in tale paese e quella della spesa negli altri paesi avanzati del campo capitalistico. Si è solo messo in luce che la rilevanza e i motivi della spesa pubblica erano di derivazione in qualche modo keynesiana. Per quanto mi riguarda, ho invece voluto far risalire le diverse direzioni di spesa all’esistenza di due differenti tipi di paesi capitalistici avanzati con blocchi dominanti diversi. Da una parte, il paese che dirigeva il campo capitalistico, indicato come centrale; dall’altra, gli altri paesi pur capitalisticamente sviluppati, detti non centrali (quindi non semiperiferici o periferici, termini che significano un’altra cosa).
    Ho voluto distinguere i blocchi dominanti nei due tipi di paesi, segnalando in particolare la dif-ferenza esistente tra gli agenti economico-imprenditoriali e politico-statali dominanti nel paese cen-trale e quelli al vertice nei paesi non centrali. A questa differenza ho fatto risalire, in special modo, proprio la centralità o meno dei due tipi di paesi capitalistici in questione, nonché la diversa dire-zione della loro spesa pubblica. Negli USA tale direzione è stata, almeno principalmente: incre-mento continuo e accelerato della potenza militare (in senso lato, cioè in riferimento a tutto quanto occorra all’espansione della propria influenza in sempre più ampie aree mondiali) e della ricerca scientifico-tecnica, indirizzata molto più che a innovazioni di processo a quelle di prodotto, con particolare riguardo a nuovi beni, mentre non sembra, al momento, specialmente avanzata la ricerca di nuove fonti di energia (potremmo però avere qualche sorpresa in proposito) quanto invece il ten-tativo di controllo sempre più pervasivo di quelle già ampiamente in uso. Nei paesi non centrali si è invece effettuata soprattutto la spesa detta “sociale” – ma ancor più indirizzata a mantenere un ca-pitalismo basato su settori tradizionali, o comunque della passata epoca capitalistica – e tesa ad am-pliare il mercato di consumo mediante crescita della massa salariale, in particolare indiretta e diffe-rita non legata ad aumenti della produttività del lavoro (in definitiva, dell’efficienza del sistema economico nel suo complesso).

    3. Quando il socialismo reale è crollato, il campo capitalistico (primo mondo) ha riconquistato il sostanziale dominio mondiale, e tutti i paesi – sempre più anche paesi come la Cina (destinata a di-venire potenza di prima grandezza), o il Vietnam e altri paesi della semiperiferia, ecc. – sono entrati in quello che è stato definito mondo globale. In realtà, il vero dominio mondiale è spettato in misura crescente agli USA, al paese già centrale nel campo capitalistico, nel vecchio primo mondo. La ri-mondializzazione capitalistica non ha alterato, anzi quasi nemmeno scalfito, i vecchi rapporti di for-za interni a questo mondo; ma per il semplice motivo che non sono stati alterati a fondo i differenti blocchi dominanti – agenti economico-imprenditoriali e politico-statali – all’interno dell’area del capitalismo avanzato.
    Gli USA hanno continuato non a caso a privilegiare la solita direzione della spesa pubblica, accelerando il distacco dagli altri paesi quanto a potenza militare, innovazioni di prodotto (sviluppo di settori produttivi di nuovi beni) e controllo delle fonti di energia. Negli altri paesi, blocchi domi-nanti (sempre costituiti da agenti politici ed economici), non drasticamente ristrutturati al loro inter-no, hanno ridotto l’area dell’imprenditorialità detta pubblica, hanno diminuito – non sempre e non dappertutto in modo che possa indicarsi come radicale – la spesa sociale (sanità, pensioni, ecc.), ma hanno continuato a foraggiare ampiamente i settori produttivi della passata epoca capitalistica, o ancor più tradizionali, hanno “razionalizzato” i processi produttivi (innovazioni appunto di processo) e hanno al massimo introdotto alcune innovazioni di prodotto nel senso di nuovi tipi di vecchi pro-dotti. I settori veramente nuovi evidentemente non mancano, ma sono abbastanza deboli e ristretti, e rappresentano una quota della produzione complessiva decisamente inferiore, rispetto al paese centrale.
    In una situazione del genere, l’allargamento del mercato mondiale, dovuto al crollo del “socialismo” e alla ricolonizzazione (attraverso nuove forme di dipendenza) di molti paesi semiperi-ferici e periferici, non ha creato le condizioni per una rapida entrata in una nuova epoca di grande competizione intercapitalistica – a tutti i livelli, economici e politici – ma ha mantenuto, e accentuato, la differenza di potenza tra i diversi paesi avanzati; è evidente, fra l’altro, che chi ha una quota elevata del prodotto nazionale, costituita da settori produttivi tradizionali o dell’epoca passata, è più esposto alla crescita degli stessi settori (con mano d’opera a più basso prezzo) nei paesi in via di sviluppo. La rimondializzazione del capitalismo si è dunque tradotta in una configurazione mon-diale non imperialistica, ma di tipo, al presente, imperiale; non certo l’Impero di cui parla un re-cente libro, bensì un impero statunitense, un impero con un ben preciso centro in un sistema eco-nomico-imprenditoriale e politico che coincide con uno Stato, con un paese, con una nazione.

    6. La situazione odierna [è] una situazione con gli Usa quale centro del capitalismo rimondializzatosi nel 1989-91, e una serie di paesi non centrali invischiati in una politica di non adeguata opposizione e antagonismo (imperialistico, cioè infradominanti) al suddetto centro imperiale; una politica di inadeguata opposizione in quanto espressione diretta della vischiosità, e tuttora inessenziale ristrutturazione, dei blocchi dominanti esistenti nei pae-si non centrali in questione fin da quasi subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, con l’entrata del capitalismo (tradizionale) in una nuova epoca monocentrica – dopo quella ottocentesca dominata dall’Inghilterra – e la formazione dei due campi: capitalistico e (sedicente) socialistico.
    Questi blocchi dominanti dei paesi non centrali – in cui, a partire da un certo momento, diverso nei diversi paesi, furono cooptate le oligarchie partitico-sindacali dei ceti lavoratori subordinati (o almeno di una buona parte di questi) – hanno attuato a lungo, praticamente per tutto il periodo di sussistenza dei “due campi”, una politica detta keynesiana, di spesa “sociale”. “Ufficialmente”, si è sostenuto che tale politica aveva come fini sia quello di favorire un certo “compromesso tra classi” e togliere forza all’influenza rivoluzionaria che poteva provenire dal campo “socialista”, sia quello di alimentare la domanda (di consumo) atta a prevenire crisi di grave portata in capitalismi opulenti, e perciò stretti nella contraddizione tra grandi capacità produttive di reddito e difficoltà di assorbi-mento dei prodotti da parte del mercato, se non alimentato anche dalla suddetta spesa “sociale” da parte dello Stato.
    Ci si è dimenticati di un “piccolo” particolare; o, per la verità, non si è sempre dimenticato (perché molti marxisti avveduti ne hanno tenuto conto), ma non se ne sono tratte, almeno non me ne so-no accorto, le debite conseguenze e conclusioni. In un modo o nell’altro, la spesa statale – sociale o meno che fosse (nel paese centrale, essa lo è stata assai meno che altrove) – ha soprattutto finan-ziato e rafforzato i blocchi dominanti dei vari paesi; quei blocchi dominanti che ho considerato co-stituiti in specie da agenti strategico-imprenditoriali e politico-statali. Nei paesi (capitalistici avan-zati) non centrali, la spesa, “più sociale” che negli USA, ha alimentato in particolare: a) un raggruppamento di agenti politici (“pubblici”) tutto teso alla formazione, mantenimento e controllo di un’alleanza tra ceti dominanti e le suddette oligarchie postesi al vertice dei ceti dominati; b) i gruppi strategico-imprenditoriali (in specie delle grandi imprese oligopolistiche) di branche produttive tra-dizionali e di settori dell’epoca fordista, che conducevano una competizione accentuata nei con-fronti della corrispondente (e di più “antica data”) industria del paese centrale – si pensi ai successi, che alcuni consideravano definitivi, dell’industria automobilistica giapponese – nel mentre in quest’ultimo paese si manifestavano già ampiamente i segni della nuova “rivoluzione industriale” (informatica e non solo).
    Infatti, nel paese centrale, la spesa detta keynesiana non fu certo indirizzata a fini sociali – mal-grado la mitizzazione “di sinistra” del New Deal, che in realtà non tolse gli USA dal pantano della crisi fino a quando non scoppiò, “felicemente”, la seconda guerra mondiale – ma servì mirabilmen-te, dopo la guerra vittoriosa, ad accentuare il predominio di quel paese sull’intero campo capitalisti-co mediante il grandioso potenziamento dell’apparato militare e della connessa spesa scientifico-tecnica in tutti i settori di punta; politica della spesa ideologicamente giustificata dalla “guerra fred-da” con l’altro campo e accettata dai subordinati del campo capitalistico, che pensavano di far svol-gere agli USA la funzione di contenimento militare del “socialismo”, mentre loro si sarebbero dedi-cati più specificamente allo sviluppo economico-industriale. Altra mistificazione ideologica poiché, in realtà, nei paesi non centrali, attraverso la spesa pubblica (di carattere latamente sociale), si formò, e andò rafforzandosi, un blocco dominante strutturato attorno ad industria e finanza assistite (mungitrici dello Stato), cui furono associati, a partire da un certo momento storico, i rappresentanti delle classi che dovevano essere tenute “strategicamente” sottomesse, con il “permesso” di agitarsi di tanto in tanto per qualche “conquista sociale”, a patto però di non mai disturbare veramente “il manovratore”.
    Ad un certo punto – con una “provincia” del paese centrale, l’Inghilterra, a far da battistrada – si ebbe la reazione neoliberista che, soprattutto dopo la caduta del “socialismo”, si diffuse in tutta l’area capitalistica avanzata, conquistando ampie posizioni perfino in forze politiche di centro e di sinistra. Anche questo liberismo però, esattamente come il keynesismo, non significò per nulla la stessa cosa nei diversi paesi capitalisticamente avanzati. Nel paese centrale, proprio sotto la presi-denza Reagan, vi fu una notevole impennata della spesa bellica, nonché di quella indirizzata alla ri-cerca scientifica con ricadute militari, e si misero in cantiere i vari progetti che hanno dato agli Stati Uniti in tali settori un vantaggio da colmare in chissà quanti decenni. Negli altri paesi, il liberismo assolse quel compito che non era mai riuscito veramente a svolgere, nella prima epoca monocentrica, la teoria del commercio internazionale di ricardiana memoria.
    Con la scusa della globalizzazione, e delle necessità delle imprese ai fini della “libera” competizione nel mercato mondiale, si continuano di fatto a favorire non esattamente (in un certo senso, potrei dire non nominativamente) i soliti gruppi dominanti dei paesi non centrali, ma la loro usuale configurazione di base; con non radicali mutamenti, nell’ambito di quest’ultima, del peso e della forza degli agenti “pubblici” e di quelli “privati”. Mediante la finzione ideologica della mera com-petizione interimprenditoriale a base di costi e prezzi, di razionalizzazione organizzativa ed effi-cienza produttiva, si continuano a favorire comunque i dominanti, ad incrementare, nei limiti del possibile, i profitti degli agenti strategico-imprenditoriali, a rafforzare le posizioni di vertice di quelli politici, a corrompere in varia guisa, con diversi rivoli di finanziamenti, gli “oppositori” (interni al sistema, o talmente “esterni” che in definitiva sopravvivono decentemente nei suoi interstizi, nelle sue “larghe maglie”). Di tutto avviene, salvo una cosa: il riconoscimento aperto che la vera competizione interimprenditoriale si svolge entro una sfera protetta da quello scudo che è il con-flitto per le zone di influenza tra diversi paesi (o gruppi di paesi) capitalistici. Altrimenti, non di ef-fettiva competizione si tratta, bensì soprattutto di una spartizione del bottino tra i vari gruppi domi-nanti, nell’ambito della quale chi ne detta le regole e se ne avvantaggia massimamente è il paese centrale, i cui gruppi (economici e politici) dominanti sono più dominanti degli altri; e sono effetti-vamente molto competitivi perché sostenuti da una ricerca d’avanguardia in nuovi settori (con in-novazioni di prodotto) e, specialmente, da un potenziale bellico atto a rafforzare ed espandere la sfera d’influenza dell’intero sistema economico-sociale-politico (cioè di un paese, di una nazione, cui anche l’ideologia dell’appartenenza – ad una nazione appunto – conferisce ulteriore forza).

    7. Neokeynesismo e neoliberismo non rappresentano, come ho sostenuto, una vera alternativa l’uno rispetto all’altro. Innanzitutto, e non a caso, queste due politiche non coincidono con differenti e ben individuati schieramenti politici, ma corrono all’interno di “centro-destra” e “centrosinistra” pur se in proporzioni differenti. Si tratta di due politiche che certamente non sono “la stessa cosa” e, in parte, intenderebbero avere gruppi sociali di riferimento diversi fra loro, ma principalmente in quanto massa elettorale. Il keynesismo – in realtà una forma di statalismo ove la spesa sociale, e il gruppo di agenti politici che la controllano, ha il compito di rallentare, ma solo rallentare, sia il trasferimento di reddito dal salario al profitto che l’erosione delle conquiste “sociali” dei lavoratori – tenta di stringere intorno ai gruppi dominanti soprattutto una parte consistente delle classi lavoratri-ci salariate e subordinate. Il liberismo vorrebbe – il condizionale mi sembra d’obbligo, vista la scarsa determinazione, almeno in Francia e in Italia, delle forze politiche che lo propugnano a parole – portare a sostegno dei dominanti il vasto “popolo” dei lavoratori autonomi e delle piccole imprese, nonché una parte dei lavoratori dipendenti, quella impiegata appunto dai “padroncini” e che spesso con questi si identifica (solita ideologia secondo cui ognuno può diventare padroncino, può farsi da sé).
    Ovviamente, questa diversità di ceti sociali di riferimento – derivata da differenti opinioni in merito a quali di essi sarebbe più opportuno forgiare quale “scudo protettivo” per i gruppi domi-nanti – implica divisioni e ostilità (puramente tattiche) anche all’interno di questi ultimi, che finan-ziano perciò diversi e apparentemente contrapposti gruppi politici e intellettuali. Da qui l’accanimento con cui si combattono fra loro le lobbies, cui si è ridotto il ceto politico e culturale, accanimento che viene scambiato dai gonzi per grande diversità di opzioni strategiche, quando invece si litiga semplicemente su questioni di dettaglio, dove il moralismo d’accatto prevale, anzi occupa tutto lo spazio che dovrebbe occupare la lotta politica.
    Non vi è però, per l’appunto, nessuna reale diversità strategica, di grande momento. Intanto non nella politica estera, problema decisivo per misurare l’ampiezza del disegno politico di una classe dirigente. Tutti i paesi non centrali, da chiunque governati, si oppongono alla prospettiva di una reale ed efficace – non fatta di deboli distinguo, di non partecipazione a certe imprese belliche del paese centrale, del resto dovuta anche ad una situazione economica poco felice (vedi Germania ver-sus Irak) – lotta alla dominazione imperiale, ormai sempre più brutale e meno “egemonica”, degli Stati Uniti. Questo è, per me, il punto centrale di ogni politica. Non vi è alcuna, pur concessa per “umanitarismo”, spontanea simpatia o solidarietà verso i dominati, che difendono giustamente le posizioni conquistate (o forse più spesso cedute dai dominanti per conseguire ben precisi fini di raf-forzamento del loro blocco), che possa spingermi – in quanto ho un cervello pensante e non sempli-cemente un cuore traboccante di buonismo – ad appoggiare chi, con la sua azione politica, favorisca oggettivamente la dominazione del paese centrale (la buona o cattiva fede mi interessa solo per una limitata misura di tempo, atta a sondare se il mio interlocutore capisce o meno a quale aberrante po-litica filoimperiale stia di fatto portando sostegno).
    D’altra parte, anche se prescindessi dal necessario e imprescindibile atteggiamento antimperiale (non ancora, per impossibilità oggettiva, antimperialista), non potrei non comprendere la limitatezza strategica di neokeynesismo (statalismo) e neoliberismo (libertà all’intrapresa privata). In un modo oppure in un altro, entrambi favoriscono gruppi dominanti miopi e arretrati, tutti tesi a governare lo status quo e a protrarre il più possibile la resa dei conti definitiva. Bisogna sempre ricordare il di-scorso del Principe di Salina a Padre Pirrone nel Gattopardo: la Chiesa pensa ai secoli e millenni, ma per una classe dominante reazionaria, ormai condannata dalla storia, fare dei compromessi (in quel caso con i “piemontesi”, oggi con gli USA) e protrarre il suo definitivo declino per cent’anni (oggi anche cinquanta) equivale ad assicurarsi l’eternità.
    La disgustosa e meschina borghesia di Stato – di cui è ormai parte integrante l’oligarchia di quei partiti e sindacati, che si erigono a rappresentanti della parte dei dominati costituita da quote consistenti di lavoratori salariati (e pensionati), e che certo a questi, per ottenerne l’appoggio, fa qualche concessione – si oppone strenuamente ad una eccessiva restrizione della spesa pubblica, da cui essa trae alimento per rafforzare la sua posizione e la sua influenza (e capacità ricattatoria) su altri gruppi sociali, anche dominanti. Gli agenti strategico-imprenditoriali, in specie delle grandi concentrazioni oligopolistiche decotte, insistono nel mungere lo Stato per sopperire alle loro carenze di direzione economica e finanziaria, alle loro scarse attitudini competitive, alla loro arretratezza, non in termini di nuove tecnologie (che essi impiegano largamente, dando la stura a tutta l’immaginazione di tanta sinistra intorno al mondo divenuto immateriale, all’informazione come principale merce, alla lavorazione dei segni o simboli come principale processo produttivo, ecc.), bensì come minore capacità di innovazioni di prodotto, di scoperta di nuove fonti di energia o al-meno di controllo di quelle vecchie (ormai quasi totalmente in mano al paese imperiale, data anche la recente installazione di basi USA in cinque repubbliche centroasiatiche russe, a seguito della guerra all’Afghanistan condotta da tale paese per conto proprio e in nome della “Santa Alleanza an-titerrorismo”).
    La “piccola borghesia”, quel “ceto medio produttivo” di cui cantava già le lodi il PCI togliattia-no, lavora (anzi sgobba), produce, accumula ricchezza, sempre ricercando le “nicchie”, sempre li-mitandosi a settori del tutto tradizionali, a produzioni complementari a quelle di più grandi imprese (di montaggio complessivo di dati beni), ecc. E sempre sperando che la benevolenza dei dominanti imperiali la lasci espandere anche in altre aree mondiali, dove cerca di dare meno fastidio possibile a detti dominanti, ma è anche soggetta alle loro decisioni strategiche e alla possibilità che gli “aiuti” – che essi danno ai governanti dei paesi situati nella loro sempre più ampia zona d’influenza, onde ottenerne la subordinazione e l’acquiescenza – servano ad impostare lo sviluppo di una piccola e media imprenditorialità autoctona negli stessi settori tradizionali che il “ceto medio produttivo” di cui sopra crede di veder riservati a sé a tempo indeterminato.
    I lavoratori salariati (e i pensionati, quelli “non d’oro”), rappresentati dalle corrotte oligarchie partitico-sindacali già ricordate, non hanno al momento alcuna autonomia, né d’azione né tanto meno di pensiero. Sono una massa spaurita, vociante e pronta “alla piazza”, sempre eterodiretta, ma che certamente difende condizioni precedenti di vita non certo lussuose, bensì semplicemente dignitose, tenuto conto degli ormai raggiunti livelli di reddito, con conseguenti abitudini di consumo decisamente consolidatesi in alcuni decenni. Nessuno può ritenere scandaloso il loro rifiuto di fare le spese della crisi che si profila (non la crisi economica del ’29, non la miseria e la fame, ma co-munque condizioni di disagio assai varie che si faranno sentire e “morderanno”, come trend di medio-lungo periodo).

    8. Questa la situazione nei paesi non centrali del capitalismo detto renano; sia che governi il “centrodestra” o invece il “centrosinistra”, sia che ci si sbrigli nel più sfrenato liberismo o si torni invece a forme, certo contenute (perché “mancano i soldini”, detto prosaicamente), di keynesismo statalista. Il problema è proprio questo: si crede veramente di sfuggire alla crisi – crisi di un conti-nente, di un modo di vita, ecc. – che avanza? Il dibattito affannoso tra neokeynesiani e neoliberisti assomiglia ai disperati e disordinati tentativi di fuga dei polli in un recinto chiuso, in cui sia entrata la faina o la volpe. In questo bailamme si distinguono un po’ tutti, ma oserei dire di più i “sinistri” e, ancor più, i “sinistri dei sinistri”. E’ ora di finirla con la paura di rilevare certi fatti indiscutibili. Gli unici paesi che vanno appena un po’ meglio, o un po’ meno peggio, in Europa sono Spagna, Irlanda, Olanda, che sono i più “liberisti” in tale area. La situazione della “socialdemocratica” Germania è attualmente quasi la peggiore; subito dopo la Francia, governata fino a pochi mesi fa dai “socialdemocratici”; e subito dopo ancora l’Italia, dove un Governo che blatera di liberismo non ha ancora fatto alcunché in tale direzione. E a tutti questi paesi cosa suggerisce – anzi quasi intima – l’Unione Europea? A tutti: taglio delle spesa per pensioni, per sanità, liberalizzazione del mercato del lavoro.
    E cosa suggerisce la “sinistra estrema” (uso queste etichette orrende senza crederci), ad es., in Italia? Si pretenderebbe la nazionalizzazione della Fiat decotta (e già venduta; sembra che tutti fac-ciano finta di non saperlo). Sinceramente, ho l’impressione che la sinistra non sappia proprio più che cosa fare, sia in stato confusionale, ripercorra vecchie strade pur profetizzando “un nuovo mondo possibile”. Non ci si accorge nemmeno di essere, come già il PCI degli anni ’60 e ’70, un (oggi piccolo) insieme di mosche cocchiere, che danno consigli a chi sa già che cosa fare (certo per pro-curare danni); consigli che, se seguiti (ma solo per ipotesi puramente fantasiosa), provocherebbero danni ancor maggiori.
    Oggi, purtroppo, quella sinistra che è ancora statalista e neokeynesiana è completamente “fuori tempo”, non capisce di aggravare tutti i problemi già causati da blocchi dominanti capitalistici arroccati a difesa di vecchi equilibri; blocchi dominanti che – anche dopo il crollo del “socialismo reale” e la rimondializzazione del capitalismo e del “mercato” capitalistico, dopo cioè che gran parte dell’area un tempo occupata dall’altro “campo” (il secondo mondo) è diventata una possibile zona ove battersi per affermare la propria influenza – sono entrati certamente in crisi, ma non tale, anche per la presenza delle corrotte oligarchie dei ceti lavoratori che li sostengono, da provocare la loro radicale ristrutturazione nel senso di una più battagliera condotta, dell’attuazione di strategie adeguate a contrastare la dominanza imperiale che sta invece dilagando dappertutto senza sufficiente contrasto. Questa sinistra rappresenta il vero blocco conservatore; e il fatto che sia più accettabile nella “forma”, più colta (o meno incolta, siamo più precisi!), più “presentabile”, meno rozza, con più forti legami con il ceto intellettuale (peraltro il peggiore da secoli), non può impedire di capire che è essa l’ostacolo forse principale da abbattere per riprendere “un’altra via”.
    Nel contempo, certamente, quella “destra” che si presenta come liberista (e illiberale) – sia che poi il liberismo lo attui oppure no – non rappresenta comunque un’alternativa, poiché la sua ideolo-gia la porta alla subordinazione alle mire egemoniche del centro imperiale, ad essere puramente – e indecentemente, disgustosamente – supina e serva rispetto a tali mire. Si tratta quindi di uno schieramento che anch’esso, se se ne fosse capaci, andrebbe spazzato via, e non certo con le buone maniere (se se ne fosse capaci). Ma mai e poi mai si tratta del nemico principale, per battere il quale ci si debba rassegnare ad appoggiare l’altra parte, che in modo più “raffinato” ci porta dritti dritti alla subordinazione totale all’impero statunitense, magari trincerandosi dietro qualche ipocrita distinguo – che spesso significa poi: se le porcherie (magari l’aggressione alla Jugoslavia) le faccio io va bene, ma agli “altri” non deve essere permesso, perché il miglior servo sono io, io debbo governare per conto degli USA – e qualche mugugno, spesso ad uso elettorale.
    E’ per me del tutto incomprensibile come certi compagni discutano, con apparente serietà e impegno, qual è il miglior modo di suicidarsi: se impiccandosi o tagliandosi i c…. per morire dissanguati (quest’ultimo è l’appoggio alla sinistra). E se qualcuno mi sostiene che la “sinistra” è l’avversario mentre la “destra” è il nemico, rispondo senza perifrasi: la sinistra è nemica e rinnegata, la destra è nemica e fa il suo lavoro. Dal punto di vista politico, la loro pericolosità, e i danni che provocano, sono eguali; dal punto di vista morale, il rinnegato appartiene alla peggiore specie umana che io conosca, anche se è colto e raffinato e di buone maniere. E si stia attenti: si può essere rinnegati in tanti modi, anche urlando, ululando, il proprio amore per i diseredati ed emarginati; e, nel contempo, emarginando ed isolando tutti quelli che sollevano anche solo qualche perplessità in proposito. “Chi si fa pecora, ecc.”. A morte la destra, ma anche la sinistra e, naturalmente, “libertà ai popoli”; questa la parafrasi di una vecchia parola d’ordine.

    9. Oggi non si è ancora entrati, questo volevo segnalare nei miei due scritti precedenti, in una vera epoca policentrica neoimperialistica, fatta non di semplice concorrenza interoligopolistica tra le dirigenze strategiche d’impresa ma anche di conflitto interstatale, tra gli agenti politici dei bloc-chi dominanti in vari paesi capitalisticamente avanzati, per la conquista e redistribuzione di zone d’influenza. Perché questo è l’imperialismo; e questa è la situazione che consente anche una reale competizione interimprenditoriale tra giganti economici nei settori produttivi di punta di quella data epoca storica. In assenza della potenza politico-statale (e ideologico-culturale, ricordo che manca sempre qualcosa nella mia analisi), la concorrenza interimprenditoriale si fa monca. La ricerca scientifico-tecnica, e le innovazioni di prodotto (e di risorse energetiche) in special modo, sono in ritardo nei paesi non centrali. Le loro grandi imprese sono quelle di settori della precedente “rivoluzione industriale”, fioriscono le imprese di nicchia o di settori tradizionali (di rivoluzioni in-dustriali ancora precedenti), sia pur tecnologicamente (innovazioni di processo) più avanzati di un tempo; e fioriranno fin che potranno, finché non si scontreranno duramente con quelle che si svi-lupperanno nei paesi oggi semiperiferici, con costi salariali più bassi e tecnologie (lavorative) in forte progresso.
    Siamo dunque ancor oggi in un’epoca sostanzialmente monocentrica, imperiale e non imperiali-
    stica, dove il paese centrale controlla larga parte del mondo, vaste zone della semiperiferia e periferia, e può giocare su paesi meno avanzati posti sotto la sua influenza – in particolare sulle risorse energetiche situate in tali paesi – per condizionare gli sviluppi dei paesi non centrali, ritardando il disfacimento dei loro attuali blocchi dominanti e la formazione di nuovi blocchi, ben più adeguati ad intraprendere la via che potrebbe infine condurre al policentrismo imperialistico.
    Due sono le opzioni che abbiamo oggi di fronte (credo di più alla seconda ma non escludo la prima). Può essere che i paesi non centrali non si liberino in tempo di destra e sinistra (e non di-mentichiamo le vie di mezzo, centriste, che sono di nuovo oggi accarezzate), non fuoriescano dall’infinita diatriba e falsa alternativa tra liberismo e statalismo (con sempre meno Welfare, co-munque). La decadenza, pur relativa, di tali paesi, sarà assicurata nel corso di alcuni decenni (non credo molti; forse ne basteranno due). Ho già detto, sempre negli scritti citati, di questa decadenza relativa e non ci torno sopra. Sarà allora ineluttabile a mio avviso, anche questo l’ho già scritto, lo sviluppo di nuovi centri capitalistici, e dunque a quel punto imperialistici, in Asia. I paesi non centrali odierni si troveranno schiacciati tra due “giganti” e dovranno solo scegliere l’alleato “migliore”; saranno comunque “province” di altri imperi fra loro in lotta (l’imperialismo è in un certo senso il conflitto tra imperi; e, come ricordò Lenin contro Kautsky – ma si potrebbe dire anche contro la Luxemburg e, ante litteram, contro il terzomondismo del secondo dopoguerra – un impero non è costituito banalmente da un centro capitalistico e da domini coloniali o neocoloniali; ma su questo bisognerà tornare in altro contesto, disponendo di un migliore concetto di dominio capitali-stico in quanto articolazione, e simbiosi, degli agenti strategico-imprenditoriali e politico-statali nell’ambito dei gruppi dominanti).
    Il secondo quadro che potrebbe delinearsi nel corso di una ventina d’anni – e sono più convinto di questa prospettiva, per motivi almeno accennati negli scritti precedenti – è l’ascesa di una parte dell’Europa (ivi compresa, credo, la Russia) a nuovo centro imperiale in antagonismo con gli USA. Dubito assai che la Cina, nei prossimi vent’anni, continuerà a crescere con l’attuale ritmo. Per il momento, pur essendo già una potenza di tutto rispetto, essa ha uno sviluppo più quantitativo che qualitativo; in seguito dovrà andare incontro a ben altra differenziazione dei suoi settori produttivi, ad una moltiplicazione dei gruppi di agenti strategico-imprenditoriali in competizione fra loro, quindi poi anche dei gruppi di agenti politici (e delle lobbies varie) che si contenderanno “democraticamente” il governo del paese, con il superamento dell’odierna ancor forte unità diretta dal centro. Per tutti questi motivi, a livelli alti di sviluppo, i saggi di incremento del reddito tendono a diminuire e diviene decisiva la “qualità” dei blocchi dominanti, la loro strutturazione interna, le capacità strategiche sia di quelli politici che di quelli economici (imprenditoriali); è importante lo sviluppo tecnologico, ma ancor più il sempre sottovalutato aspetto delle più volte ricordate innova-zioni di prodotto e di controllo delle fonti di energia (quindi di espansione delle proprie sfere d’influenza).
    In definitiva, pur se la Cina diverrà senz’altro una delle potenze mondiali, ritengo probabile che una parte dell’Europa assurgerà comunque al ruolo di centro imperiale, in lotta imperialistica con il paese che al presente è l’unica potenza in grado di attuare una politica di dominazione mondiale. Se ciò, come penso, accadrà, non potranno rimanere in piedi certamente gli attuali blocchi dominanti nei paesi europei non centrali. Centro-destra e centrosinistra, liberismo e statalismo (“assistenziale”), possono solo assicurare la perpetuazione dell’asservimento agli Stati Uniti. Tale atteggiamento è da qualche forza politica tenuto consapevolmente, da altre magari involontaria-mente; ma il risultato non cambia. E non si creda che, quando dico involontariamente, io sostenga la possibilità di convincere questo “qualcuno” a cambiare posizione e ad assumere più coerenti posi-zioni antimperiali. Mi dispiace, ma chi questo credesse, peccherebbe di ingenuità. Anche chi si agita contro l’arroganza USA, chi fa sfoggio di un antiamericanismo a volte preconcetto, e troppo spesso non diretto soltanto contro la politica imperiale di tale paese, è invischiato in un complesso gioco di sopravvivenza della sua parte politica – finanziamenti, agevolazioni varie per stampa, editoria, mantenimento di un apparato politico e sindacale, ecc. – che lo rendono succube di una organizza-zione dei blocchi dominanti, liberisti o statalisti, nella loro configurazione attuale, del tutto impossi-bilitata a porre in atto politiche strategiche (di medio-lungo periodo) realmente, e non solo (qualche rara volta) tatticamente, antistatunitensi.
    Altre forze politiche verranno in evidenza, e non saranno né liberiste né statal-assistenzialiste. Saranno stataliste, ma nel senso dell’ascesa, entro i blocchi dominanti, di nuovi gruppi di agenti po-litici tutti tesi a contrastare gli USA sul loro terreno: innanzitutto la potenza militare (in senso lato) atta al conflitto – guerreggiato o no – per le sfere di influenza; e inoltre la ricerca scientifico-tecnica per innovazioni di prodotto, ecc. E’ assai probabile che tali nuovi gruppi di agenti politici anticipino ciò che non è ancora ben visibile nell’ambito delle dirigenze strategico-economiche (e dei media, e dunque degli agenti ideologico-culturali, da queste finanziati). Tuttavia, in ultima analisi, questi gruppi politici potranno aver successo solo quando saranno, sia pur sotterraneamente, messe in moto anche forze varie, e lobbies, di carattere economico-strategico, ben più che meramente em-brionali; dato che, nel modo di produzione capitalistico, credo si possa escludere la piena autonomia degli agenti politici, che debbono in definitiva dar buona prova di sé consentendo lo sviluppo e il potenziamento dei gruppi di agenti strategico-imprenditoriali nei nuovi blocchi dominanti dell’eventuale nuovo centro imperiale antagonista degli USA.

    10. Ci si chiederà: e coloro che pretenderebbero di rappresentare i dominati? Quale politica dovrebbero perseguire? Qualche indicazione “all’ingrosso” può essere formulata.
    Ho già escluso, in modo netto, la possibilità di appoggiare strategicamente il centrodestra come il centrosinistra, il liberismo come il keynesismo, cioè lo statal-assistenzialismo; che significa soprattutto, lo ricordo, assistenza agli agenti, politici e strategico-imprenditoriali, di blocchi dominanti attuanti politiche di – soggettivo od oggettivo, poco importa – asservimento al centro imperiale odierno. Si potrebbe osservare che il non appoggio strategico lascia aperta la possibilità di appoggi tattici. E questo è vero; con qualche avvertenza precisa e controcorrente.
    Innanzitutto, non è per nulla detto che si debba sempre, per partito preso, appoggiare tattica-mente i gruppi politico-sindacali di “centrosinistra”. Questo può essere fatto in certe occasioni, mentre in altre essi vanno smascherati e combattuti più ancora di certi gruppi – fra l’altro catalogati di “centrodestra” con troppa faciloneria e sudditanza verso coloro che infangano le bandiere della vecchia gloriosa, ma di altra epoca storica, Resistenza – che si ergono decisamente contro la politica imperiale statunitense. Tatticamente, bisogna dimostrare molta duttilità e versatilità, altrimenti non di tattica (leninista) si tratta, bensì di subordinazione alle strategie delle subdole e corrotte oligarchie partitico-sindacali che, pretendendo di difendere i dominati, i lavoratori (dipendenti, salariati), difendono se stesse e i blocchi dominanti (filo-impero statunitense) in cui sono state cooptate. Anche se si è infima minoranza – e non bisogna nutrire, illuministicamente, la pretesa di “egemonizzare” masse “popolari” (ambigue ed eterogenee), del tutto succubi delle corrotte oligar-chie di cui sopra (costituite inoltre da “rinnegati”), che hanno ben altre possibilità di usare i vari mezzi di “organizzazione del consenso”, lautamente finanziati dai vecchi agenti strategico-imprenditoriali – ci si deve in molti casi scontrare duramente e senza remissione alcuna con il cosiddetto centrosinistra (e con la “sinistra” che si ostina ad appoggiarlo, sempre con la finzione della “tattica”), onde comunque cominciare a costituire piccoli, ma essenziali, reticoli di nuovi militanti neoleninisti (se non ricordo male, Gramsci ricordò da qualche parte che, prima che le masse, è ne-cessario intanto preparare gli ufficiali e sottufficiali della truppa).
    Inoltre, anche quando, per la difesa delle condizioni di vita dei lavoratori, ci si possa tatticamente accordare con i pur loschi figuri del centrosinistra, non si devono concedere loro sconti di alcun genere; è necessario mantenere sempre la propria autonomia, denunciando comunque i limiti di certe tattiche di breve periodo, e insistendo nel mettere in luce i caratteri di sostanziale subordina-zione al paese imperiale degli attuali maggioritari gruppi di agenti politici, di destra e di sinistra, facenti parte dei blocchi dominanti nei paesi non centrali, ecc.
    Quindi, come avremmo preso le difese dei luddisti, è giusto assumerle oggi di fronte ad attacchi alle “conquiste sociali” dei lavoratori (facciamo pure finta che si tratti solo di conquiste e non anche di concessioni “graziosamente” elargite dai dominanti per i loro interessi, fra i quali vi è anche la corruzione e cooptazione delle oligarchie già più volte nominate). Non si deve però mai perdere la lucidità, per sé e per altri, in merito al fatto che, come la battaglia contro le macchine, anche quella in difesa dei lavoratori d’oggi non durerà all’infinito; la resistenza sarà comunque fiaccata, in tempi più o meno brevi o appena un po’ più lunghi. In ogni caso, le alternative sono, strategicamente, due: o questa lotta verrà sconfitta in tempi più brevi, ed emergeranno forze in grado di costituire in Eu-ropa un nuovo centro imperiale anti-impero USA; o avrà momentaneamente successo e allora la de-cadenza (aurea) dell’Europa sarà certo lenta e lunga, ma alla fine essa sarà solo una provincia dell’impero statunitense in lotta con un altro centro imperiale (probabilmente asiatico). E, anche in questo secondo caso e solo con tempi più lunghi, le conquiste dei lavoratori – come già le condizio-ni di vita e i mestieri degli artigiani e lavoratori manifatturieri dei primi dell’800 – saranno comunque erose.
    Evidentemente, non propongo, e l’ho già scritto, di operare in alleanza con gruppi politici che si battano per affrettare il sorgere di una nuova epoca policentrica, neoimperialistica, poiché, se così si facesse, saremmo poi intruppati tra coloro che inneggeranno al proprio centro imperiale contro gli altri (o l’altro). Dobbiamo però, nel mentre si difende la vecchia condizione sociale dei lavoratori – destinata comunque a decadere anche qualora l’Europa si rassegnasse a divenire provincia dell’impero statunitense, schiacciata nella lotta tra questo e un nuovo impero ad est – pensare in termini di possibilità di passaggio ad una nuova epoca, con l’eventualità, a mio avviso assai probabile nel giro di una ventina d’anni, di un’Europa (più credibilmente, di una parte d’essa) quale nuovo centro imperiale in conflitto neoimperialistico con gli USA.
    Se non ci si pone in quest’ottica, se non si seguono attentamente gli sviluppi – economici, politici, militari, ecc. – della situazione in fase di lenta evoluzione (malgrado l’apparenza di tumultuosi sobbollimenti), se non si prepara alcun nuovo militante a nuove prospettive, ma si galleggia sul “vecchio” e sulle glorie del passato o invece su generici “mondi nuovi” che avanzerebbero senza precisi connotati di fondo – chiaro frutto di una mentalità giovanilistica, ma anche di “gente” che coltiva “l’arte di arrangiarsi”, intrufolandosi negli interstizi di una società opulenta, e furbescamente vivacchia con i rivoli che il capitale non fa mai mancare a chi lo contrasta rumorosamente e senza cognizione di causa – allora veramente “siamo fritti” per oggi e per sempre.

  10. #60
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito Bertinotti: contro la guerra nasce la Sinistra alternativa

    IL LEADER DI RIFONDAZIONE COMUNISTA: PRC, CORRENTONE DS E MOVIMENTI INSIEME AVREBBERO IL 15-20%
    Bertinotti: contro la guerra nasce la Sinistra alternativa
    «Prodi è tra quelli che hanno fallito. Le politiche neoliberiste di cui decreta la fine, chi le ha fatte? Anche lui dovrebbe lasciare la scena»


    ROMA FAUSTO Bertinotti è rientrato la scorsa notte da un lungo viaggio in America Latina. Sta preparando la presentazione, domani a Roma, del suo nuovo libro, «Per una pace infinita» (Ponte alle Grazie). Il ragionamento del leader di Rifondazione lega il viaggio (che ha avuto nei tre incontri con Castro a Cuba un momento centrale), le recenti aperture ai no global da parte dei leader del centrosinistra, e la prospettiva della guerra. Che «sconvolgerebbe non solo l´agenda ma anche la geografia della politica italiana», aprirebbe «divisioni» all´interno dei partiti e una ferita definitiva tra le due sinistre: con la nascita di un´area di sinistra alternativa - il cui potenziale Bertinotti valuta attorno al 15-20% -, in cui Rifondazione e il correntone Ds sarebbero al fianco dei movimenti nati dalle lotte sindacali e pacifiste, e che potrebbe trattare alla pari con la sinistra riformista le condizioni di una nuova alleanza. Alla cui testa, nella visione di Bertinotti, ben difficilmente potrà esserci uno dei leader emersi negli ultimi anni, neppure Romano Prodi: «La sua denuncia della fine del pensiero unico è la constatazione di un fallimento, che riguarda anche lui; anche lui, come gli altri, dovrebbe quindi lasciare la scena».

    Onorevole Bertinotti, come ha trovato Cuba e Castro?
    «Aperti al vento che spira nelle vele del movimento; a conferma che si tratta di un movimento mondiale. In Europa si esprime nella società civile, in America Latina nella sfera della politica: come dimostrano le esperienze, pur diverse, di Lula, Gutierrez, Castro. Cuba sta cambiando molto. Il riferimento - e qui vedo un punto di contatto con l´evoluzione del mio partito - non è più il comunismo come l´abbiamo conosciuto nei paesi dell´Est, ma da un lato la tradizione indipendentista di José Martí e Simon Bolivar, dall´altro il contagio della cultura dei movimenti. Il frutto è il rilancio di un´ipotesi riformatrice: nella scuola, nella cultura, nell´informazione».

    Anche nei diritti umani e politici?
    «Bisognerà pur chiedersi perché al Forum di San Paolo ad Antigua, cui ho partecipato e dov´erano rappresentate tutte le sinistre latinoamericane, compreso il Pt di Lula, nessuno ha posto questa domanda. Cuba è in piena evoluzione, da una fase di resistenza, pur sempre necessaria a causa dell´aggressione nordamericana, a una fase nuova, segnata dallo spirito di indipendenza e dall´unità delle sinistre».

    D'Alema sostiene l´opposto, citando l´intervista a Newsweek in cui Lula distingue tra il fascino originario di Castro e il giudizio politico.
    «Io cito documenti ufficiali: quello che ha chiuso il Forum di San Paolo parla di convergenza tra tutte le forze della sinistra, compresa Cuba, nella battaglia per un´altra America Latina possibile. E´ sgradevole che parte della sinistra europea tenti di aprire una divisione che i latinoamericani rifiutano».

    Non occorre Castro per aprire il dialogo con i no global. Lo propone anche Prodi.
    «Denunciando la fine del pensiero unico, Prodi ha constatato un fatto: il fallimento delle politiche neoliberiste degli ultimi dieci anni, da Maastricht al patto di stabilità, travolte dall´avvento della crisi e di un movimento mondiale di dimensioni impreviste e durevoli».

    Tremonti ha parlato di New Deal, neocolbertismo, intervento dello Stato.
    «Le manifestazioni della crisi sono ormai evidenti a tutti. Drammaticamente, non si vede altra scelta politica e programmatica dei governi nazionali e del governo europeo. Prendiamo il caso Fiat e l´ipotesi dell´intervento pubblico. Nessuno offre ragioni consistenti per non farlo. Eppure non si fa. I leader della politica europea si dibattono sempre più affannosamente all´interno dello stesso quadro. La classe dirigente europea ha fallito, e dev´essere sostituita».

    Compreso Prodi?
    «Prodi è tra quelli che hanno fallito. Le politiche neoliberiste di cui decreta la fine, chi le ha fatte?».

    Impostato così, il dialogo con i no global si annuncia difficile; e a spezzarlo potrebbe venire la guerra in Iraq.
    «La guerra è già cominciata. L´idea della guerra infinita e indefinita è l´espressione organica di questa fase che viene definita la globalizzazione della crisi. La guerra non ha solo ragioni economiche; è fattore di disciplina imperiale; serve a strutturare il potere. Per questo il no alla guerra e al neoliberismo sono due discriminanti della nuova politica. La sinistra riformista europea ha contribuito alle guerre costituenti dell´Impero: Golfo, Balcani, Afghanistan. Che non si accodi ora alla guerra imperiale in Iraq».

    Prodi e D´Alema dicono: se non ci fosse l´Europa, la guerra ci sarebbe già.
    «Siccome l´Europa è così debole, è probabile che la guerra ci sarà».

    E cambierà anche la politica italiana?
    «Ne sconvolgerebbe l´agenda e la geografia così come le conosciamo. I partiti della sinistra sarebbero attraversati da profonde divisioni. A quel punto il compito prioritario per tutti gli uomini di buona volontà diventerebbe la costruzione di un grande movimento di massa per la pace».

    In quali forme? Che cosa accadrebbe la notte in cui l´Italia entrasse in guerra?
    «Oggi la violenza appartiene solo alla parte avversa al cambiamento. Penso a strumenti di lotta non violenta, ma concreta e calata nell´attualità, qui e ora; come la pratica della disobbedienza civile. E penso a uno sciopero generale europeo per la pace».

    Nell´opposizione alla guerra lei ritroverebbe un uomo con cui ha sempre avuto un rapporto critico, Cofferati.
    «Sì, su questa linea c´è l´incontro con Cofferati. I nuovi movimenti hanno contaminato il movimento sindacale. C´è una convergenza specifica».

    E ci sono i cattolici. I sacerdoti.
    «Figure simboliche di quanto siano interne al movimento le culture critiche. A cui si tenta di rispondere con il restringimento degli spazi di democrazia. Penso alla nuova legislazione americana. O agli arresti di Cosenza. Che sono il frutto avvelenato non di un ordine dall´alto, ma della cultura politica delle classi dirigenti».

    A questo punto lalleanza con la sinistra riformista sarebbe ardua. Già ora Amato dice: se gli interlocutori dei movimenti saremo noi, Bertinotti resterà solo con 4 no global.
    «I veri riformisti sono coloro che non hanno timore di confrontarsi con i radicali, con quelli che al congresso della Cgil del `64 Fernando Santi definiva "il sale della terra". Si può costruire una sinistra di alternativa. E si può costruire con i riformisti l´unità della sinistra in termini diversi da quelli sin qui conosciuti. Su un piano di parità».

    La Stampa 8 dicembre 2002

 

 
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