l'Unità intervista Bertinotti - Azzeriamo l'Ulivo, rifacciamo l'opposizione
Intervista a Fausto Bertinotti
Azzeriamo l'Ulivo, rifacciamo l'opposizione"
a cura di Piero Sansonetti
ROMA - «C’è una contraddizione nella linea politica di Cofferati», dice Bertinotti. «Cofferati indica uno schema di discussione politica che mi sembra molto corretto: prima discutiamo sul programma, poi discuteremo le regole, gli schieramenti, la scelta del leader eccetera. Benissimo, sono d’accordo. Però Cofferati propone di avviare questa discussione dentro i confini del centrosinistra, e successivamente di confrontarsi con Rifondazione. Ecco, qui non funziona più.
Perché? Vediamo qualche tema di programma: la guerra? Sulla guerra Cofferati è più vicino ai movimenti e alla sinistra di alternativa che ai riformisti del suo paritito; e così sul giudizio che dà del neo-liberismo, e così sulla Fiat, e così sull’articolo 18, e sulla chiusura dei centri di reclusione degli immigrati, eccetera eccetera. Io ricordo di avere sfilato un mese fa a Firenze con Cofferati, e con Rosy Bindi, e con Giovanni Berlinguer, e con Gino Strada. Su quali posizioni? Contro la guerra, contro tutte le guerre, a favore del pacifismo, contro il liberismo.
Diciamo su posizioni che non sono le stesse di Fassino e D’Alema e Rutelli. Non è così? L’Ulivo diffida di Rifondazione per le sue posizioni di politica estera: ma le nostre posizioni di politica estera sono molto sinili a quelle della sinistra Ds, dei verdi, di parte della Margherita e di vari altri. E allora che logica c’è, mi chiedo, nell’avviare prima una discussione tra coloro che non sono d’accordo, cercare un punto di mediazione, e poi su quella base chiedere le convergenze di quelli con i quali si era d’accordo dall’inizio? E’ illogico, viola le regole del buonsenso. Noi oggi ci troviamo di fronte a un paradosso: ci sono, nella sinistra, delle forze divergenti che convergono, e delle forze convergenti che divergono. Questo è un disastro per l’opposizione, lo capisce chiunque. Perché la indebolisce, la paralizza, la espone, le leva grinta e capacità politica reale. Non si può proseguire con una politica schizofrenica che costruisce gli schieramenti non “sui” ma addirittura “contro” i programmi...
E allora cosa bisogna fare?
Sospendiamo il recinto del centro-sinistra. Uso questa parola “moderata”: sospendiamo. Non dico di cancellarlo, di spiantarlo. Mettiamo però in frigorifero per un po’, questa formula del centrosinistra, o dell’Ulivo: avviamo una discussione seria sui programmi, sulle idee, e svolgiamo questa discussione senza etichette, senza casacche di partito o di gruppo. Tutta l’opposizione deve essere coinvolta: partiti, sindacati, correnti, movimenti, associazioni. Ciascuno porti le sue idee, i suoi punti di vista, e verifichiamo le cose sulle quali siamo d’accordo e quelle sulle quali siamo in disaccordo. Io credo che su questa base si può accertare l’esistenza di un forte nucleo di sinistra alternativa. Ci sarà anche una parte di sinistra che non si riconoscerà su queste posizioni. Allora potremmo definire degli schieramenti su basi ragionevoli, vere: in modo che idee politiche e collocazioni coincidano. E sarà anche più semplice fare alleanze, cercare compromessi, punti di convergenza...
Primarie o no, scelta del leader, regole di comportamento: tutto questo viene dopo?
Certo, viene dopo. Non ha senso discutere di queste cose finché non abbiamo capito quali sono le posizioni politiche in campo
Lei cosa pensa delle primarie che hanno proposto sia Cofferati sia D’Alema?
Si vedrà. Anche questo viene dopo. Si vedrà se sono meglio le primarie o sono meglio altre soluzioni. Io, per esempio, sarei favorevole al ritorno al proporzionale.
Bertinotti, lei sta proponendo la formazione di nuovi partiti? Cioè sta chiedendo alla sinistra Ds di fare una scissione?
No, per carità. Dobbiamo smetterla di pensare alla politica come se stessimo ancora nel ‘900. Il secolo è finito, è cambiato tutto. Scissioni e ricomposizioni di vecchi e nuovi partiti non hanno più senso. Io penso a un processo molto diverso, che non parta dalle esigenze dei partiti, o addirittura dei loro gruppi dirigenti, ma delle clamorose novità politiche che hanno terremotato la politica in occidente, e in Italia in nmodo particolare.
Quali sono queste novità politiche?
La novità politica fondamentale è stato il nascere e il crescere del movimento dei movimenti. Di questo se ne sono accorti tutti. Il movimento ha cambiato il modo di pensare della gente, e ha cambiato anche gli atteggiamenti dei vertici dei partiti della sinistra. Persino i dirigenti più legati al riformismo hanno preso atto della novità e hanno dichiarato la strategia dell’attenzione. Negli ultimi due anni, in seguito a questa novità, c’è stata una straordinaria modificazione nella costituzione materiale e nella cultura della sinistra italiana (e non solo italiana). Abbiamo assistito a un formidabile spostamento della società civile, alla nascita di nuovi soggetti, di nuove forme politiche, di nuovi valori, di nuove egemonie. Tutto questo però non ha trovato una corrispondenza formale nella società politica. Che è rimasta inmmobile. La sinistra italiana ha sempre avuto questo difetto: è sprecona. Si dimentica di raccogliere quello che è stato seminato, non sfrutta le occasioni. Fu così anche nella grande stagione del ‘68. La sinistra politica restò ferma, non cambiò in relazione ai cambiamenti che avvenivano nella società. Quella volta però ci fu una trasformazione molto forte nel sindacato. Nacque il sindacato dei consigli, e questo permise al vento del ‘68, nonostante una certa immobilità dei partiti, di continuare a soffiare fino a oltre la metà degli anni 70. Successe solo in Italia: in Francia, in Germania, in Gran Bretagna il ‘68 durò molto meno. Il problema che io pongo, oggi, è quello di imprimere una scossa alla politica, per impedire che sia gettata al vento questa nuova grande occasione che ci viene dalla scesa in campo del movimento dei movimenti.
Come si fa per cogliere l’occasione?
A Firenze è successo qualcosa di assolutamente nuovo: un movimento di massa, molto vasto, ha dimostrato, per la prima volta, che radicalità e unità non sono cencetti nemici, possono stare insieme. Radicalità e unità, nella storia della sinistra, si sono sempre poste come ipotesi alternative. C’era una certa sinistra che puntava tutto sull’unità, rinunciando a parte della sua identità e delle sue istanze; e un’altro pezzo della sinistra che per difendere istanze e identità rinunciava alle alleanze, a unirsi, ad allargarsi, a stare insieme con i diversi da se. Questa è la storia del movimento operaio. A Firenze si è rotto lo schema: il movimento chiede radicalità e unità insieme. E’ questa è la domanda che i movimenti pongono alla sinistra. E vorrebbero porla a una sinistra meno povero di quella attuale.
Come deve rispondere la sinistra? Cosa deve fare per tenere insieme radicalità e unità?
Deve organizzarsi in un progetto politico. E’ tutta qui la spinta che ci viene dai movimenti. Quando io dico “nuovi processi” intendo questo: la ricerca di un progetto politico che dia risposte ai movimenti e che metta insieme le forze che si riconoscono nella grandi discriminanti che i movimenti hanno posto: e cioè il no alla guerra e il no al liberismo. I tempi sono maturi per creare un nocciolo politico forte che inizi a lavorare e che getti le basi per la costruzione di un nuovo soggetto politico.
Quali sono queste forze? Provo a elencarle io: sinistra Ds, verdi, comunisti italiani, un pezzo di Margherita....
Sì, certo, sono queste: ma anche pezzi di sindacati, associazioni, forze della società civile. Io non sto pensando a un partito, sto pensando a una rete della sinistra, e a un nodo di questa rete che sia il nodo politico della sinistra di alternativa. E che si ponga il problema di trasformare in energia politica la grande forza e la richiesta di novità che il movimento pone.
l’Unità, 17 dicembre 2002
http://www.unita.it
Bertinotti su Cofferati ed Ulivo
Pubblichiamo alcuni stralci del filo diretto di Fausto Bertinotti tenuto ieri ai microfoni di Radio Radicale
«Scontro vero tra la sinistra moderata e riformista»
L'Unità di oggi titola "Fassino-Cofferati che guerra è? "
Penso che sia uno scontro reale, importante, quello che si è aperto nel centrosinistra, in particolare nei Ds, dopo il fallimento dell'esperienza di governo dell'Ulivo e di fronte al fatto nuovo della nascita di un movimento straordinario, post novecentesco. All'inizio guardato con diffidenza ed estraneità, poi in maniera diversa da una parte del centrosinistra. In quel contesto si sono delineate due sinistre: da un lato noi e dall'altra quelli che hanno continuato a sostenere l'idea che la globalizzazione potesse essere governata riformisticamente. Noi avevamo individuato il carattere regressivo della globalizzazione come poi ha fatto il movimento; la sinistra moderata aveva pensato invece di governarla così com'era. Tra queste due sinistre - quella antagonista radicale da noi rappresentata e quella moderata - si è delineata una terza sinistra riformista, che in sintonia col movimento ha assunto le due discriminanti del no alla guerra e del no alle politiche liberiste. Tra questa sinistra e quella che lavora in continuità con la governabilità si è aperto un vero terremoto, un conflitto reale.
A Firenze non ci siete...
C'è chi di noi è stato invitato. Sono state però fatte delle scelte che non condividiamo, come quella di invitare alcune realtà di movimento e altre no. Mi preme ricapitolare la nostra posizione su questa terza sinistra: il filone Cofferati si evidenzia sulla base di un protagonismo sindacale della Cgil, maturato su un'ipotesi su cui lavoravamo da tempo: quella della rottura della concertazione e del patto sociale, un punto da noi considerato decisivo, tanto che abbiamo organizzato un referendum sull'art.18. Cofferati esprime questa linea e la porta anche all'interno del centrosinistra e nei Ds. In questo quadro noi introduciamo due elementi di distinzione critica (esercitare una critica non significa demonizzare o criminalizzare). Innanzitutto che questo protagonismo venga inscritto nell'Ulivo e a corredo di ciò venga valorizzato quel meccanismo di formazione della rappresentanza costituito dal maggioritario. Noi pensiamo che il centrosinistra sia una prigione e dentro l'Ulivo anche le istanze espresse da Cofferati finiscono per essere deprivate di una capacità di incidenza politica e di costruzione di soggettività politiche adeguate. In secondo luogo, è vero che abbiamo apprezzato la fuoriuscita dallo schema della sinistra riformista: vedere la Cgil riposizionarsi sul rifiuto della guerra "senza se e senza ma" è stato un elemento fondamentale di grande successo; abbiamo considerato questo un passaggio significativo, tanto quanto l'ingresso nel movimento dei movimenti, la partecipazione a Firenze. Cofferati ha ragione quando critica l'inefficacia di opposizione del centrosinistra, è però secondo noi troppo interno e continuista sul terreno offensivo. Sui contenuti.
Rispetto a Firenze siamo particolarmente attenti all'unitarietà del movimento dei movimenti per un fatto fondamentale: ci sono stati vari tentativi per operare una divisione tra buoni e cattivi, radicali e moderati. Il movimento da Genova in poi ha dato una lezione dimostrando la possibilità della copresenza in esso delle forze moderate e di quelle radicali. Se da questa caratteristica del popolo di Porto Alegre si passa invece ad una logica "sindacale" in cui corpi intermedi del movimento acquistano un peso prevalente per poi trovare la sintesi unitaria, questa strada distrugge il valore profondo dell'unità del movimento. Per questo sono preoccupato se a un appuntamento come Firenze, Disobbedienti, Cobas, ma anche la Fiom non vengono invitati, perché temo che si individui una relazione privilegiata tra certe strutture e certe aree di movimento.
Lei teme una concretizzazione del progetto di Cofferati nella nascita di un partito?
Se in Italia nascesse un grande partito laburista per noi sarebbe una sfida positiva. Non solo quindi non lo temo, ma penso che se ci fosse una formazione che passasse per la rottura del centrosinistra e la nascita di un grande partito laburista, per il Prc andrebbe benissimo. Perché potremmo proporre un confronto privilegiato tra noi e la sinistra riformista, per poi vedere se con i moderati esistono le basi di una possibile convergenza. Non credo però che questo sia realizzabile oggi in Italia. Non credo che Cofferati abbia questa idea. E' una persona seria, ha detto che non pensa all'ipotesi della costruzione di un nuovo partito ed ha ripetuto che pensa invece di modificare l'assetto dell'Ulivo. Ed è questa la ragione per cui noi insistiamo su queste due critiche: quella di rimanere dentro l'involucro del centrosinistra; di rischiare di aprire una crepa nell'unità del movimento.
Con Rifondazione si può battere il centro destra...
Cofferati ha sempre marcato più di altri il problema che il centrosinistra non può fare a meno di un accordo con Rifondazione. Il suo schema è: l'Ulivo definisce una posizione comune - politica, programmatica - poi fa un accordo con Rifondazione ai fini di costruire uno schieramento anche con delle convergenze programmatiche per battere le destre. Ma per quale ragione noi, Cofferati e gli altri che abbiamo la stessa posizione di rifiuto della guerra e che siamo insieme a Firenze nelle manifestazioni dobbiamo invece essere separati nella sfera politica? E perché invece la sinistra riformista deve stare nello stesso schieramento con coloro che hanno posizioni diverse sulla guerra? Questo è un paradosso che va sciolto. Va sciolto con la messa in discussione dello schema dell'Ulivo. Al contrario di un movimento diviso e di un Ulivo unito, bisogna proporre un movimento unito e la divisione dell'Ulivo.
A Porto Alegre dove corre la sinistra ma i no global minacciano fischi per alcune di queste presenze ci andrete anche voi?
Nelle tavole rotonde ci sono solo due inviti formali, io in quanto segretario del Prc e Sergio Cofferati. Rifondazione è stato l'unico partito l'anno scorso, oltre quello ospitante di Lula, a essere ammesso a sottoscrivere il documento conclusivo, a non essere solo un partito ospite ma un partito protagonista. Anche l'anno scorso ci sono stati fischi indirizzati ad altre formazioni politiche, perché ci sono ambiguità che vanno sciolte. Quest'anno le cose possono andare un po' meglio perché una parte di queste forze ha scelto il versante del no alla guerra e quindi qualche titolo per essere presenti se lo sono guadagnato. Gli altri che continuano a mantenere l'ambiguità nei confronti della guerra sicuramente sono esposti a una contestazione.
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Intervista a Bertinotti: il Prc, il movimento, la "terza sinistra"
Intervista a Fausto Bertinotti. «Nel centrosinistra si sta producendo un terremoto: una crisi che viene da lontano»
A sinistra, accadono fatti rilevanti, discussioni intense, polemiche nervose. Sulla crisi del centrosinistra, sulla nascita di una "terza sinistra" (Cofferati), sul ruolo e le posizioni di Rifondazione, anche e soprattutto in rapporto alla crescita del Movimento, Fausto Bertinotti ci parla delle opportunità aperte in questa fase. Ma anche delle priorità che tali restano. Ecco l'intervista.
Insomma, che cosa sta succedendo nelle sinistre italiane?
In realtà, è un vero e proprio terremoto quello che oggi investe il centrosinistra: era in incubazione da tempo, come avevamo ben visto, ed ora tende ad esplodere. Di che si tratta, alla fin fine? Di una crisi nella quale convergono sia l'onda lunga della sconfitta elettorale del 2001 sia, soprattutto, l'ingresso sulla scena politica - in forme finora impreviste ma comunque forti - del movimento. E' il soggetto, quest'ultimo, che con la sua iniziativa e la sua autonomia ha mutato la fisionomia del conflitto, quello sociale e quello politico. Se non vediamo questa sequenza, che non è solo cronologica ma, appunto, sociale e politica, non capiamo quasi nulla di quello che è successo in Italia: la protesta No Global ha innescato, se così si può dire, una voglia di partecipazione diffusa, protagonistica, alla politica (cfr. i "girotondi") e ha inciso sulla ripresa stessa del conflitto del lavoro. Attraverso vari passaggi, tutto questo ha prodotto, in un'area che possiamo schematicamente definire «la sinistra del centrosinistra», una rinascita, un nuovo vigore, un riposizionamento. Un fenomeno che (passando anche attraverso l'ultimo congresso dei ds), si manifesta oggi come una delle possibili forme di un nuovo movimento politico.
Ti riferisci a quel processo che è culminato nell'assemblea ultima del Palasport, e nella nuova leadership "sul campo" di Sergio Cofferati?
Sì, mi riferisco a questo processo, del quale è difficile prevedere l'esito, ma del quale risultano chiari almeno tre elementi. Il primo - di merito - è il netto rifiuto della guerra e la disponibilità a costruire un'attiva opposizione pacifista. Il secondo è l'esigenza di un rapporto diverso tra Ulivo e movimenti, anche sulla base di una critica alla leadership attuale. Il terzo è una maggiore radicalità nell'opposizione al governo Berlusconi. Fin qui, non possiamo che guardare con interesse a questo nuovo movimento, che rende evidente la crisi del centrosinistra e promuove un nuovo protagonismo di massa. Detto tutto questo, non possiamo né essere acritici, nei suoi confronti, né buttare alle ortiche o sospendere - per opportunismo politico o subalternità culturale - il nostro progetto politico.
A questo proposito, c'è, a sinistra, una posizione che ci sollecita ad investire le nostre energie - e magari la la nostra stessa "ragione sociale" - su questa concreta ipotesi di spostamento a sinistra dell'asse dell'Ulivo. E qualcuno ci accusa, nientemeno, che di anteporre a tutto le nostre logiche di sopravvivenza di partito. Davvero in questa fase la priorità potrebbe, o dovrebbe essere, quella di incalzare da sinistra il centrosinistra, per posizionarlo su una linea diversa?
Vorrei risponderti senza che ci sia il rischio di fraintendimenti: io credo che l'idea dello spostamento a sinistra dell'asse dell'Ulivo sia una pura illusione, rincorrendo la quale, di sicuro, si corrompe ciò che c'è di radicale e di alternativo nel tessuto della sinistra. Il vero oggetto della discussione è se si debba o no entrare all'interno dell'Ulivo, diventando parte integrante dell'"operazione Cofferati" e temporaneamente archiviando la nostra specificità. Io rispondo di no: il centrosinistra non si lascia modificare nelle sue opzioni di fondo, è un'alleanza interclassista che rifiuta ogni rottura sistematica non solo e non tanto con pezzi della borghesia ma con l'organizzazione politica di Confindustria.
E' un problema, insomma, di "costituzione materiale"....
E' così vero, questo riferimento, che lo vedi anche sul terreno della guerra. I Ds, ora, hanno scelto di collocarsi risolutamente contro l'aggressione all'Iraq (hanno aderito proprio ieri alla manifestazione del 15 febbraio, ndr. ). Ma nel centrosinistra ci sono forze non certo irrilevanti che tengono aperto un canale forte con gli Stati uniti, il governo Bush e il governo di Tony Blair - del resto, non è forse vero che una parte della socialdemocrazia europea sta, o alla fine starà, con gli Usa?
Ma se, nel prossimo dibattito parlamentare, la Quercia confermasse la sua collocazione pacifista e votasse contro la partecipazione italiana, non sarebbe questa una prova dell'utilità della battaglia "interna-esterna"?
Sarebbe la prova di quello che non ci stanchiamo di ribadire da un pezzo: che l'autonomia del movimento - del movimento che parla di "un altro mondo possibile", che è sceso in piazza contro la guerra fin dal 10 novembre 2001 e che ha schierato, l'anno scorso, a Firenze, un milione di persone per la pace - investe con forza anche la sinistra moderata, la induce a rivedere i propri schemi, la influenza nelle proprie scelte. Di questo non abbiamo mai dubitato: l'allargamento dello schieramento pacifista, la sua capacità di coinvolgere il più vasto numero di forze e di soggetti possibili non è forse un obiettivo essenziale della nostra lotta? E che Rifondazione comunista, insieme alla gran parte del movimento, si sia battuta contro la guerra senza se e senza ma e contro l'aberrazione dell'idea di guerra preventiva, non ha forse concorso a spostare con forza il terreno e le posizioni di tutti? Ricordo - solo perché sia chiaro il senso di questo ragionamento, non per polemica - che la posizione prevalente, nel centrosinistra, all'inizio è stata tutt'altra, tanto che in Parlamento l'Ulivo, come tale, non si è schierato contro la guerra: lo hanno fatto invece 131 parlamentari, in autonomia "trasversale" rispetto alla coalizione e ai suoi gruppi.
Per riassumere...
Il punto essenziale mi pare questo: l'asse strategico dell'Ulivo non è stato modificato nè dall'interno nè dall'esterno. Nè dall'area di sinistra nè dal movimento. Ove ci fosse questa modificazione, che a me non pare nell'ordine delle cose possibili, l'idea stessa dell'Ulivo - la sua "gabbia" - andrebbe in pezzi. Insomma, un conto è l'efficacia della politica, un conto le discriminanti di lungo periodo. Non ripropongo qui la classica distinzione tra tattica e strategia: ripropongo invece, il tema dell'autonomia necessaria dei soggetti - tutti i soggetti, dal Prc ai movimenti - che compongono il campo della sinistra di alternativa.
Tutto questo significa che con il movimento politico di Cofferati - dico così per schematizzare - Rifondazione comunista può avere o no un dialogo concreto, un'interlocuzione positiva?
Noi non abbiamo alcuna avversione pregiudiziale a un rapporto positivo con questo movimento. Abbiamo, anzi, interesse e attenzione. Allo stesso tempo, però, ci sono due questioni che ci dividono...
Quali?
La prima concerne, appunto, ll movimento e le sue sorti: la poniamo con forza proprio perché non riguarda direttamente il nostro partito, ed anche perché può avere una precipitazione nel breve periodo. Il movimento è da tempo sottoposto ad una pressione che lo spinge a riorganizzarsi su basi diverse da quelle attuali, come del resto accade in altri paesi europei. Io credo che qui sia in pericolo proprio l'originalità del movimento italiano, che finora ha gelosamente custodito la propria unità interna (tutti a pari titolo nella determinazione delle scadenze), la propria capacità di sintesi (che aliena, quando raggiunta, le singole sovranità), la "compatibilità" e il reciproco riconoscimento delle diverse posizioni, quando una sintesi comune non sia stata raggiunta. Insomma, sto parlando di quello straordinario risultato - la coppia unità-radicalità - sancito nelle giornate del Social Forum di Firenze: essa può essere sostituita da un'idea di unità fondata sulla mediazione delle organizzazioni. Il rischio, mi pare, è quello di introdurre divisioni tra presenze moderate e presenze radicali. Sull'assemblea del Palasport ho espresso esattamente questa preoccupazione, di fronte ad alcuni inviti e ad alcuni "non inviti". Quel che ritengo essenziale, alla fin fine, è che il rapporto tra forze politiche, soggetti politici, partiti e Movimento si mantenga fedele ad un criterio di interlocuzione generalizzata, da parte di tutti. Noi, come Rifondazione, come forza che da sempre ha scelto di essere anche parte integrante del movimento e della sua costruzione, abbiamo sempre tenuto questa linea di condotta: e come tale il movimento stesso la riconosce. Non è un caso, credo, che anche al prossimo appuntamento di Porto Alegre il Prc sarà tra gli invitati ufficiali.
L'altra questione attiene, penso, alla politica.
E' un'obiezione che attiene, in effetti, al lungo periodo: noi e il movimento politico che fa capo a Cofferati abbiamo due diverse strategie politiche. La sua, è quella di un diverso rapporto di riqualificazione dell'Ulivo, la nostra è la costruzione della sinistra di alternativa. Torniamo, insomma, al punto iniziale: davvero la sinistra italiana non ha altro orizzonte al di fuori del centrosinistra? Noi pensiamo di no. Sulla base di questa chiarezza, fatta salva l'"intangibilità" del Movimento e della sua unità, reso evidente che le prospettive del centrosinistra e dell'alternativa hanno, quantomeno, "pari dignità", si tratta, certo, di costruire convergenze e occasioni di incontro. Sulla guerra, come abbiamo già detto. Su scadenze prossime di grande importanza: come i referendum, in particolare sull'articolo 18 che estende i diritti del lavoro. E sulla Fiat, che è questione capitale del Paese: la nostra ipotesi di nazionalizzazione, o di consistente intervento pubblico, è sul tappeto. Che cosa ne pensa, Cofferati?