Intervista di Bertinotti a La Stampa: «l´Ulivo guarda solo alle convenienze»
Bertinotti: l´Ulivo guarda solo alle convenienze
La Stampa 20/2/2003
ROMA E´ uno dei protagonisti indiscussi di questa giornata. Anzi, per quel che riguarda l´opposizione è il protagonista con la p maiuscola, giacché il suo partito è il solo che ha presentato una mozione che dice «no alla guerra senza se e senza ma». Tant´è vero che l´Ulivo ha litigato e si è diviso sull´atteggiamento parlamentare da assumere nei confronti di quel documento, e un signore come Armando Cossutta, che con il leader del prc, dalla scissione in poi, è in pessimi rapporti, è stato costretto a dare il voto favorevole al testo di Rifondazione comunista.
Onorevole Bertinotti, come giudica l´atteggiamento dell´Ulivo in questa vicenda parlamentare?
«La verità, e lo dico con dispiacere, è che loro guardano alle convenienze, alle alleanze politiche, a prescindere, come diceva Totò. Cioè a prescindere da quei tre milioni che sono scesi in piazza e che chiedevano una risposta politica che il centrosinistra non ha fornito. Il loro interesse principale, anche in una vicenda drammatica come questa, era quello di come posizionarsi politicamente».
Però, seppur con mediazioni e compromessi, anche la mozione dell´Ulivo dice di no alla guerra all´Iraq.
«Il problema è che quelli del centrosinistra dicono tutto e il contrario di tutto. Ma su temi come quello della guerra non lo si può fare. Al limite si può pensare alle convenienze politiche e alle alleanze quando di discute di un contratto di lavoro, ma qui stiamo parlando di un evento drammatico, di una tragedia imminente, dell´approssimarsi della guerra, insomma. E la mozione del centrosinistra non esclude il conflitto. Contiene qualche freno alla guerra e però riconosce che la soluzione finale di questa vicenda internazionale è la guerra. La verità è che con questo voto in Parlamento il centrosinistra ha perso una grande occasione».
Ma dicendo "no alla guerra senza se e senza ma" si sarebbero spaccati.
«E´ la riprova che guardano solo alle convenienze. E quindi hanno deciso di rinviare il problema seguendo questo ragionamento: se l´Onu non avvallerà il conflitto non ci divideremo, altrimenti ci si spaccherà, ma dopo. Il risultato è una mozione piena di ambiguità».
Di contro, il centrosinistra critica il fatto, per esempio, che voi non abbiate come punto di riferimento le Nazioni unite.
«Ma è un errore affidarsi all´Onu: se le Nazioni unite fossero coinvolte nella guerra sarebbero completamente screditate».
Nell´Ulivo, comunque, c´è chi ha votato a favore della vostra mozione: il correntone ds, per esempio.
«Sì, questo è chiaramente il sintomo di un disagio, di una contraddizione che stanno vivendo».
m.t.m.
Bertinotti a Cofferati: se scegli la libertà di voto ti contraddici
PARLA IL LEADER DI RIFONDAZIONE COMUNISTA
Bertinotti a Cofferati: se scegli la libertà di voto ti contraddici
ROMA SERGIO Cofferati non è favorevole al referendum e i suoi uomini in Cgil sono schierati contro il “sì” proposto da Guglielmo Epifani, che ne pensa, onorevole Bertinotti? «Mi stupirei e mi dispiacerebbe molto se Cofferati proponesse ai ds la libertà di voto».
Ai ds? Si parla della Cgil, segretario.
«Non capisco cosa c’entri la Cgil, Cofferati non ne è più il segretario».
Lei dice che una scelta del genere da parte di Cofferati la sorprenderebbe: perché mai?
«Perché per lui equivarrebbe a contraddire il suo programma politico».
C’è però chi ritiene che la freddezza di Cofferati sia dettata anche dal fatto che lei voglia utilizzare lo strumento referendario come un’arma contro di lui, perché il suo ingresso in politica potrebbe togliere consensi a Rifondazione comunista.
«Questa è una versione strumentale e falsa. Basta ricostruire la cronologia: la raccolta di firme per questo referendum è cominciata prima del dibattito interno ai ds e del protagonismo politico di Cofferati. L’iniziativa è nata per dare uno sbocco offensivo alla lotta difensiva, condotta anche dalla Cgil, contro la manomissione dell’articolo 18. Se poi si vuol dire che il referendum gioca un ruolo attivo nei processi politici, allora io rispondo: sì, per fortuna».
La Cgil, comunque, nonostante Cofferati, sembra orientata a schierarsi per il “sì” al referendum.
«Già, confermando anche questa volta il suo ruolo autonomo».
Dunque, la linea di Epifani la trova d’accordo.
«E’ un fatto positivo, mentre il rovescio della medaglia sono i movimenti di chi, nel sindacato, lavora per impedire questa soluzione. E’ importante che il campo delle forze che sostengono i referendum si sia ampliato rispetto a quello di coloro che lo promossero e raccolsero le firme. E’ un elemento politicamente rilevante. E’ importante che la più grande organizzazione dell’associazionismo, l’Arci, abbia deciso per il “sì” al referendum e che la maggiore organizzazione sindacale, la Cgil, abbia proposto di schierarsi a favore del quesito».
Però è una scelta molto combattuta quella della Cgil, come lei sa la segreteria si è spaccata, i cofferatiani sono contrari alla linea di Epifani...
«Una grande organizzazione sociale non può non assumere come bandiera la battaglia contro i licenziamenti ingiustificati. Non si può combattere per 364 giorni l’anno per i diritti dei lavoratori e poi abdicare al proprio ruolo il giorno del referendum. Questo è un ragionamento dettato da logiche partitiche che possono fare le forze politiche, sbagliando».
Si riferisce all’Ulivo?
«Nel centrosinistra si pensa che opporsi al referendum serva ad accreditarsi presso i settori più rilevanti del Paese, presso la borghesia imprenditoriale. Si punta a competere al centro con la destra. E questo è un errore».
Onorevole Bertinotti, i ds sembrerebbero propensi a optare per la libertà di voto.
«Peggio mi sento. Per una forza politica scegliere la formula della libertà di voto rispetto a un tema a così alta densità programmatica equivarrebbe a dimettersi dai propri compiti e dal proprio ruolo. Sarebbe come dire che quella forza politica non esiste, che si autocancella sfilandosi dalla contesa programmatica».
Una parte del centrosinistra discute sull’opportunità di boicottare il referendum facendo mancare il quorum...
«E’ una delle modalità di lotta ai referendum. Ed è la peggiore. Che cosa avrebbero pensato gli italiani se all’epoca del referendum sul divorzio le forze politiche avessero optato per questa linea? Avrebbero pensato che erano prive di senso civile. A meno che non si consideri la questione dei diritti dei lavoratori di minore importanza... Ma non lo voglio credere: l’invito a non recarsi alle urne in questo caso sarebbe di maggiore gravità rispetto al famoso “andate a mare” di Craxi. Insomma, con questo referendum si affronta un problema fondamentale: quale modello sociale si vuole affermare nel nostro Paese?».
E secondo lei ds e Margherita non vorrebbero affrontare questo problema?
«Io dico: Ulivo, su questo si parrà la tua nobilitate. La verità è che mentre il centrodestra ha un modello preciso - aumentare la flessibilità, abbassare i salari e comprimere i diritti - il centrosinistra ha cento modelli diversi, che è come non averne nessuno».
Insomma, segretario, per lei libertà di voto e astensione dalle urne, sarebbero scelte incomprensibili.
«Sarebbe come se negli anni 60, durante la lotta per gli aumenti salariali, una forza politica di sinistra avesse dichiarato di non avere un’opinione su questo tema. Non si può rispondere “boh, non lo so” a problemi come questi».
Fatto sta che nell’Ulivo questo referendum non va per la maggiore.
«E pensare che se, come mi auguro, scattasse il quorum e vincessero i “sì” si avvierebbe un vero processo politico di costruzione di un’alternativa. Come non si fa a capire che il successo del referendum rappresenterebbe la prima sconfitta di Berlusconi e che quindi costituirebbe un’occasione importante per l’opposizione?».
Da "La Stampa" 28 apile 2003
Basta con il maggioritario. Intervista a Bertinotti dal Corsera
Bertinotti: basta con il maggioritario
Ma il premierato svilisce le Camere
Gianna Fregonara
ROMA - E’ pronto a iscriversi al dibattito e a farne una vera e propria battaglia. E non è solo perché il suo partito potrebbe averne un vantaggio, che Fausto Bertinotti preferisce il sistema proporzionale. Ma sulle possibilità che il rilancio della discussione sulla legge elettorale possa portare a qualche risultato Bertinotti è cauto: «Il tema è molto serio, ma la decisione che lo spinge all’ordine del giorno ha origine da ragioni congiunturali. Comunque finalmente si certifica la crisi del maggioritario, che ha provocato un astensionismo inquietante: un terzo dell’elettorato non partecipa al voto e sono di solito le persone più marginali, escluse, gli ultimi che non si sentono rappresentati. Quella introdotta dal maggioritario è una vera e propria malattia del sistema: si riduce il peso dei partiti nella società, trasformandoli in coalizioni elettorali che diventano a loro volta puri supporter di leader e poi, nei casi come Berlusconi, vere e proprie patologie del sistema. Col proporzionale il Parlamento, le istituzioni e la democrazia erano permeabili alla società civile. I movimenti della società diventavano protagonisti: uno sciopero generale provocava la caduta del governo».
Questo è successo anche nel 1994 a Berlusconi, quando si votava con il maggioritario.
«No, lì è stato un conflitto interno alla compagine di governo che ha fatto cadere l’esecutivo. Quando c’era il proporzionale era diverso. Negli Anni Settanta, pur in presenza di un governo non in sintonia, è stato fatto lo Statuto dei lavoratori con il Pci».
Non negherà che il proporzionale è stato tra le cause dell’instabilità dei governi.
«Non direi, abbiamo avuto quarant’anni di Dc e non è stato peggio dell’asse Bossi-Berlusconi-Fini».
Ci sono stati oltre cinquanta governi in cinquant’anni.
«In Germania c’è il proporzionale e ha garantito l’alternanza di conservatori cattolici e socialdemocratici».
Lei propone il cancellierato?
«Sì, addirittura mi piacerebbe un sistema con un Parlamento più forte e un premier più debole, ma il modello tedesco può andar bene: la società civile e il Parlamento hanno un ruolo strategico nella decisione».
Berlusconi pensa al sistema con cui si eleggono i consigli provinciali. Le va bene lo stesso?
«No, il sistema provinciale è un sistema presidenziale, e io credo che debba essere messa da parte ogni spinta presidenzialista».
Bossi dice che prima di discutere di legge elettorale bisogna fare il Senato delle Regioni. Si può fare?
«Se la discussione parte così è morta. Stiamo parlando di un problema gravissimo per la democrazia, non se ognuno deve piazzare la propria bandierina su una riforma».
Nelle settimane scorse si è parlato dell’accordo di Rifondazione con l’Ulivo per le politiche. Il ritorno al proporzionale rischia di mettere in crisi questi programmi?
«Il nostro schema non cambia perché noi ricerchiamo, qui e ora, convergenze su obiettivi comuni contro Berlusconi».
Corriere della Sera 7 luglio 2003