Forum di Fausto Bertinotti: L'altra Europa, spazio pubblico
Forum di Fausto Bertinotti con la redazione di Liberazione
L'altra Europa, spazio pubblico
L'incontro con Fausto Bertinotti, che si è svolto ieri mattina qui a Liberazione, ha avuto un tema, o meglio, una dimensione privilegiata: l'Europa. Si è discusso, naturalmente, del movimento e del suo rapporto con la politica, della cruciale questione dell'efficacia dei risultati, delle difficoltà dei governi di destra in Italia e nel mondo, delle prospettive di un nuovo "patto" tra Prc, sinistra alternativa e centrosinistra per battere la destra, ma anche i disegni neocentristi. Ma tutta la discussione, appunto, aveva l'Europa come proprio teatro, non più ormai come orizzonte del futuro prossimo, ma come cornice concreta del presente. Tra i passaggi più significativi del segretario di Rifondazione comunista, quello della necessità di un mutamento di campo del conflitto politico e sociale: «Rispetto alla dimensione tradizionale della lotta, determinata dai confini nazionali dei singoli Stati» dice Bertinotti «noi dobbiamo splafonare in alto, verso l'Europa, e in basso, verso il territorio. Vi sono garanzie e tutele che oggi si devono e si possono concentrare sul livello continentale. E vi sono proposte, o leggi, dell'avversario che si può tentar di scardinare soprattutto a partire dal territorio, dal radicamento locale. Un'ipotesi che concerne i movimenti quanto la sinistra di alternativa». Torneremo più avanti su questo concetto. Intanto, ecco una sintesi del Forum.
Fausto Bertinotti
La prima questione concerne, se posso usare un'analogia epistemologica, le lenti che vanno inforcate in questa fase: qual è, dal nostro punto di vista, dalla nostra peculiare collocazione, la contraddizione principale. Io credo che essa consista nello scarto drammatico tra l'ampiezza quantitativa e qualitativa del movimento - anzi, dei movimenti, intesi in tutte le loro diverse e articolate iniziative - e la scarsità dei risultati ottenuti. Siamo all'interno - lo ripeto - di una contraddizione vistosa tra la ripresa su grande scala delle lotte, la forza che si è saputo mettere in campo, l'egemonia che a larghi tratti è stata esercitata - e la sconfitta che al momento abbiamo subìto. Intendiamoci bene: non siamo negli anni Ottanta, sarebbe del tutto sbagliato abbandonarsi a un pessimismo analogo a quello che seguì il grande buio di quel decennio. Anche perchè la differenza è proprio rilevante: la débacle di allora intervenne sull'organizzazione della soggettività politica, e chiuse un ciclo; la sconfitta di oggi, all'opposto, è all'interno di un ciclo nuovo. E' paragonabile al tempo della semina, piuttosto che del raccolto.
Tutto questo, certo, non può bastare a tranquillizzarci: pericoli di stabilizzazione moderata o di nuove intense tempeste, rotture, guerre sono tanto evidenti quanto incombenti. Dunque, in questa fase, nel prossimo autunno, l'efficacia della politica - della nostra politica - resta il tema cruciale: come si riesce a introdurre una prassi di riforme; come si riescono a praticare obiettivi che invertano le tedenze a tutt'oggi dominanti, la guerra e le pratiche neoliberiste.
Seconda questione: l'analisi delle forze dominanti, che credo vada aggiornata, contro le coazioni a ripetere. Le destre oggi al potere - Berlusconi e Bush, per citare due protagonisti dell'attualità - continuano a essere prevalenti, ma la loro maggior debolezza mi pare evidente: il fatto è, per limitarci all'Italia, che una parte della borghesia e una parte delle alte gerarchie ecclesiastiche, che avevano puntato su Berlusconi, considerano disattese le promesse e gli impegni pattuiti e manifestano di conseguenza una crescente sfiducia. Perciò, queste destre non si trovano di fronte soltanto, come antagonista, la superpotenza mondiale rappresentata dai movimenti, ma un nuovo, e più insidioso, avversario "interno". Questo avversario è il neocentrismo, e il suo involucro è l'Europa: stiamo assistendo ad una vera e propria costruzione, cementata da un'ispirazione comune larghissima. E' l'idea di un'Europa differente ma complementare e compatibile con gli Stati uniti d'America. Un'Europa dove ci sono molti vuoti - la pace, i diritti sociali e del lavoro, la partecipazione democratica - ma dove sono i pieni ad allarmare. Il nuovo continente nasce a-democratico, senza sovranità popolare. Non è la provincia americana, come è stato spesso, è tendenzialmente il partner principale degli Usa, e con esso si accinge a governare il mondo. Non cancella del tutto il proprio modello sociale e la propria civiltà, ma li adegua, appunto, alla prospettiva di una nuova partnership e punta a dotarsi anche di un autonomo sistema di difesa.
Alla domanda sul come si vince, dunque, rispondo così: si vince non solo contro le destre regressive, per altro in declino, ma anche contro questa costruzione di centro.
Terza e ultima questione, vale a dire la nostra proposta politica di fase. Essa ha senso a partire dal potenziamento dei movimenti, per determinare un processo politico non separato, un circolo virtuoso nel rapporto tra gli stessi movimenti e la politica. Quando abbiamo detto che quel che si deve avviare, nei confronti dell'Ulivo, è un dialogo tra e con tutte le forze d'opposizione, non abbiamo proposto una formula, o un imbellettamento retorico: la modalità del percorso, la partecipazione dei soggetti organizzati, la qualità dei contenuti e degli obiettivi costituiscono una discriminante di essenziale importanza. La stagione del rapporto tra centrosinistra e Rifondazione comunista, due potenze di diversa entità che più o meno avviano e concludono un negoziato autarchico, è definitivamente alle nostre spalle: è morta. Oggi va avviato un circuito diverso, con un confronto tra tutti, ed un'eventuale convergenza privilegiata tra le forze più affini, o più tra loro omogenee: la sinistra alternativa di oggi può nascere anche all'interno di queste possibili sinergie, in questo percorso di costruzione.
In questo processo, io credo che si debba concepire un mutamento del campo del conflitto. Lo Stato nazionale, i suoi confini, non sono più sufficienti e, talora, non sono adeguati alle nuove caratteristiche del conflitto stesso. D'altra parte, viceversa, sinistra alternativa e movimenti soffrono molto spesso di insufficiente radicamento locale. Insomma, secondo me, bisogna splafondare in alto, verso la dimensione europea, in basso verso quella locale. Essa, del resto, propone subito la necessità di scalare altri livelli - ma può consentire, intanto, di scardinare progetti e pratiche dell'avversario difficilmente aggredibili in toto. Per ciò che concerne l'Europa - l'altra Europa per la quale intendiamo batterci - cominciamo col mettere in fila gli appuntamenti del prossimo autunno: la nostra manifestazione nazionale (che dovremo ridimensionare), a fine settembre, il corteo del movimento il 4 ottobre, poi, di seguito, la marcia Perugia-Assisi e il Forum Sociale Europeo di Parigi. Non è un elenco, ma un programma politico in nuce. Ecco, il nostro compito - quello di Rifondazione comunista - è proprio la sua trasformazione in vero e proprio progetto di fase.
Claudio Jampaglia
A proposito del rapporto tra movimento e politica: i no global non sono una classe, ma un arcipelago internazionale, globale e locale. Con una preponderanza della dimensione etica. Non rischiamo di caricarlo di compiti politicamente più grandi di lui? E poi: qual è il percorso dei movimenti rispetto ad obiettivi di carattere "riformistico", un termine che resta ambiguo?
Fausto Bertinotti
E' vero che il movimento ha natura fortemente etica. A condizione di considerare questa eticità un carattere originale di rapporto con la politica, con propri percorsi autonomi. Lo abbiamo verificato proprio sul terreno più significativo, la guerra. Durante l'attacco all'Afghanistan, il rigetto morale non si trasformò, nel movimento, in una posizione esplicita. A Firenze, alla vigilia dell'aggressione all'Iraq, il No alla guerra diventò invece scelta comune e convinta del movimento, insieme al rifiuto della «terza via». Un processo di politicizzazione che ha consentito ai no global di diventare la spina dorsale del movimento pacifista. Come lo intercetti? Con un rapporto di scambio. Mi convince molto la posizione del presidente dell'Arci, Tom Benetollo: non è detto che vada chiamato "patto". L'idea giusta, comunque, è che forze che hanno condotto un'esperienza in comune dalla forte valenza programmatica entrino in relazione con la politica. Questo è positivo anche per il Prc che, rivendicando la sua internità al movimento, può intervenire fattivamente nel rapporto tra le opposizioni, nella proposta di obiettivi o precise proposte legislative.
Ivan Bonfanti
A proposito della centralità che sempre di più la dimensione europea acquisterà, rispetto a quella degli Stati nazionali, a che punto è l'elaborazione della sinistra europea, per esempio nel Gue?
Fausto Bertinotti
I processi politici della sinistra europea sono in gravissimo, clamoroso ritardo. Per questo, secondo me, una accelerazione è necessaria - a partire dai temi della Convenzione, ma anche da quelli sociali (le pensioni). Sarebbe auspicabile, anche, dar vita a un partito europeo, a cominciare dal nucleo delle forze disponibili.
Alessandro Curzi
Condivido la necessità di rompere gli schemi tradizionali, e credo che questo impegno dovrà coinvolgere anche il giornale. Non sarà semplice. Si tratta, mi pare, di porre l'Europa in primo piano: per noi significa andare a fondo non solo sui temi sociali, ma sulle grandi quesitoni, per esempio, della cultura, delle istituzioni, della formazione. E anche, secondo me, della difesa: siamo proprio sicuri che non serva un vero e proprio esercito europeo? Non sarebbe essenziale per sancire una ben diversa autonomia della nuova Europa dagli Stati uniti e, più in generale, sulla politica internazionale?
Fausto Bertinotti
No, non sono d'accordo con la proposta di Solana e non credo che l'Europa debba dotarsi di un proprio sistema di difesa. Ma riconosco a questo problema una precisa «verità interna». Provo a spiegarmi. Se dovessi dire qual è il maggior ostacolo ad un accordo col centrosinistra, non direi, malgrado la mia radicata propensione sociale e "sindacale", che esso concerne la politica economica e sociale: ma la politica estera. E neppure la contesa pace\guerra (è difficile oggi per chiunque opporsi ad un impegno di pace e pacifista), ma, appunto, l'idea più generale dell'Europa. Che cos'è la costruzione neo-centrista se non lo sviluppo più conseguente dell'asse franco-tedesco? Esso si è manifestato, nelle settimane che hanno preceduto la guerra in Iraq, come un'alleanza non volgarmente servile: due grandi Stati che non si piegano ai diktat di Bush, ma neppure rompono con gli Usa. E si propongono come il cuore di un'Europa che rende se stessa compatibile con la guida nordamericana della globalizzazione. In questo quadro, capisco il senso di una proposta di esercito europeo: proprio per questo la vedo come una proposta allarmante, e molto insidiosa.
Ad essa si può dire no prima di tutto per ragioni etiche, sulla base di un'istanza di tipo religioso o cristiano: perchè, appunto, si è contrari ad ogni forma di armamento e nuovo armamento. Ma questo tipo di rifiuto, dal nostro punto di vista, non basta. Il nostro No a un'Europa armata può esser praticato, e può diventare efficace, solo all'interno di un progetto politico diverso. Se siamo cioè in grado di proporre davvero altre priorità - come per esempio nuove istituzioni della cultura, della formazione, della ricerca scientifica - che collochino su un altro piano il problema della forza politica dell'Europa.
Stefano Galieni
Passo ad un altro tema. Nel mio ambito di lavoro politico, i migranti, mi pare di cogliere una crisi di rapporto tra Rifondazione comunista e i movimenti, i soggetti in carne ed ossa che lavorano sulle questioni del razzismo, dell'immigrazione e, così via. L'accusa è che noi siamo pronti a "normalizzare" la protesta, in funzione dei nostri progetti - si fa per dire - di governo.
Fausto Bertinotti
Io faccio un'altra analisi, anche se penso che tu ti stia riferendo a situazioni reali, interne a un circuito di ceti politici che si rapportano al movimento in termini, se così possiamo dire, non del tutto innocenti. D'altra parte, noi di Rc siamo spesso oggetto di critiche tra di loro praticamente contrapposte. Penso al gentile articolo di Giuseppe Chiarante, sulla Rivista del Manifesto, che ci accusa di voler portare a compimento un'alleanza col centrosinistra che schiaccia tutte le forze intermedie tra noi e i vertici Ds: il fallimento della costruzione di un'area «cofferatiana» sarebbe da imputare, insomma, prima al nostro boicottaggio che non alle scelte del suo leader! Viceversa, c'è chi pensa che ogni avvio di dialogo con l'Ulivo non può che inquinarci. Capisco comunque che, dalla tua specifica ottica politica, le preoccupazioni possano essere molto serie - penso alla legge Turco-Napolitano. Appunto. Tra i nostri impegni, ci sarà certo anche quello di un nuova politica sull'immigrazione.
www.liberazione.it
Intervista a Bertinotti su Repubblica
Parla il leader di Rifondazione comunista: "Semmai è
più seria l´ipotesi di una forza di
alternativa
riformista con un vero respiro europeo"
"No alla lista unitaria per le europee è
un´idea da centrosinistra d´antan"
Bertinotti boccia la proposta Prodi: al Paese non
interessa
Ma quale che sia la formula il nostro rapporto con
l´Ulivo va avanti
GOFFREDO DE MARCHIS
da Repubblica - 27 agosto 2003
ROMA - Onorevole Bertinotti, com´è l´ipotesi della
lista unica dell´Ulivo vista da vicino, cioè da
Rifondazione comunista?
«Diciamo la verità, io vedo solo una grande freddezza
e nessun entusiasmo, la lista unica non suscita nel
Paese una discussione appassionata. La nostra
posizione comunque è chiara: è come mettere un
abito vecchio su un corpo completamente nuovo. Nel
campo del centrosinistra, durante l´ultimo anno, c´è
stata un´evoluzione importante, nei rapporti con i
movimenti sui temi della pace e della globalizzazione
e
persino nell´esperienza delle elezioni per le
provinciali
dove siamo riusciti a mettere insieme tutte le forze
d´opposizione alla Casa delle libertà. Diversa è la
prospettiva della nascita di una forza riformista con
un respiro europeo. Questo è uno sbocco non banale,
sul quale io non sono d´accordo, ma raccolgo la
sfida, può essere un´ipotesi seria e mi interessa. La
ricostruzione di un centrosinistra d´antan invece non
mi interessa e basta».
L´eventuale successo della proposta-Prodi
complicherebbe i rapporti con il suo partito?
«No. Quale che sia la forma che si dà l´Ulivo, ormai
il
rapporto con Rifondazione si basa su un obbiettivo
comune: come fare un´opposizione efficace al
governo Berlusconi e accelerarne il declino per non
fargli finire la legislatura. È un compito
fondamentale
che va ben al di là delle formule politiche. E adesso
non siamo solo noi e loro a dialogare, adesso il
campo
delle forze d´opposizione va oltre il perimetro del
centrosinistra e il rapporto è più facile».
Amato però propone di avviare un confronto con il
Polo sulle riforme. Un discorso che può riguardarvi
se
si parla anche della riforma elettorale in senso
proporzionalistico.
«Nella tesi di Amato quello che non mi convince è il
punto di partenza. Chi immagina un dialogo con
Berlusconi e la sua maggioranza non vede la crisi
della
democrazia, ragiona come se vivessimo in condizioni
normali. E partire dall´ipotesi del premierato non
farebbe altro che accentuare una crisi che si
sviluppa
a livello europeo, nazionale e locale. L´Europa è
"a-democratica". Non esiste la sovranità popolare,
non esiste una forma costituzionale di governo tanto
che per assurdo il potere legislativo e quello
esecutivo sono la stessa cosa. Sul piano nazionale la
politica subisce l´offensiva presidenzialista di tipo
manageriale che non può avere niente a che fare con
la democrazia. Ecco: inseguire il Polo su questo
terreno è come prendere lucciole per lanterne. A
livello locale, si accentua il potere degli
amministratori
e allo stesso tempo gli si tagliano le risorse
costringendoli a soffocare il pubblico dando spazio
ai
privati. Detto questo, la prima cosa da fare non è
dialogare con il Polo ma convocare gli Stati generali
delle opposizioni e aprire un discorso di fondo sulla
democrazia. Invece di parlare del superpremier
parliamo della mancanza di potere dei lavoratori.
Sarebbe davvero una contraddizione discutere di
bilancio partecipativo a Porto Alegre con Veltroni e
Domenici e poi, tornati in Italia, mettersi intorno a
un
tavolo con Berlusconi per affrontare il tema dei
poteri
del premier».
La coperta comunque è sempre troppo corta. Se non
sono le riforme istituzionali, spunta la riforma
delle
pensioni e il centrosinistra non deve tirarsi
indietro,
dicono i leader.
«Imporre a chi ha svolto un lavoro alienante e
ripetitivo per 35, 36 anni di rimanere in fabbrica è
come far lavorare un bambino. Quello delle pensioni è
un terreno su cui c´è molta confusione, ma non
manca la convergenza tra le forze dell´opposizione e
le forze sociali. E c´è un dato di fatto: non c´è
alcuna ragione d´intervento sul sistema previdenziale
dal punto di vista delle compatibilità economiche.
Che
mi parli di patto tra le generazioni un governo che
ai
giovani offre la precarietà e agli anziani propone la
rottura di un diritto sociale acquisito è
inaccettabile.
Se mi dicono che è un ingiustizia trattare allo
stesso
modo chi fa un lavoro creativo e chi invece ne svolge
uno alienante, sono disposto ad ascoltare. Ma di
fronte a una proposta generalizzata il mio rifiuto è
radicale».
Lei ha detto che va bene Prodi come candidato
premier ma vedrebbe con favore anche un Ds.
Significa che preferisce la seconda soluzione?
«Significa che per noi non ci sono pregiudiziali. Ma
che non mi piacciono le candidature costruite sul
diritto ereditario. Questo vale per Prodi e anche per
altri.[b] Mi piacerebbe che la leadership emergesse
durante la costruzione del progetto comune, che
derivasse la sua autorevolezza da questo percorso.
Mitterrand diventa leader delle sinistre francesi
perché fa Epinay, non perché viene calato dall´alto.
Possibile che nessuno in Italia abbia l´ambizione di
percorrere la stessa strada?[b/]».
È vero che prima o poi Rifondazione cambierà il nome
rinunciando alla definizione di comunista?
«C´è un clima di attesa, molti, anche nei movimenti,
considerano il riferimento comunista un fardello
troppo pesante. Secondo me si sbagliano, essere
comunisti oggi è una sfida per il futuro. Però
possiamo
costruire insieme la risposta. Io Tarzan, tu Jane. Io
sono comunista, tu no. Ma possiamo camminare
vicini».