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Discussione: Saldi di fine governo.

  1. #1
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    Predefinito Saldi di fine governo.

    La svendita vien di notte
    di Rinaldo Gianola

    Suscita più di un interrogativo l’operazione con la quale il governo ha deciso nella notte tra mercoledì e giovedì di vendere il 6,6% del capitale dell’Enel, una delle più importanti aziende italiane, alla banca d’affari Morgan Stanley. La cessione ha fruttato 2,16 miliardi di euro che, secondo le affermazioni del ministero dell’Economia, andranno a riduzione del debito.
    Morgan Stanley ha assunto l’incarico di rimettere sul mercato le azioni rilevate.

    Dunque, la seconda tranche della privatizzazione dell’Enel, che non più tardi di mercoledì pomeriggio il direttore generale del Tesoro Domenico Siniscalco aveva ovviamente negato, si è risolta in una semplice operazione di cassa: Tremonti porta a casa un po’ di soldi per far tornare i conti in precario equilibrio. L’improvvisa, seppur da tempo attesa, cessione di una partecipazione così rilevante dell’Enel non è stata accompagnata, che si sappia, da alcuna valutazione strategica sul valore della quota azionaria, sul ruolo centrale che riveste il gruppo nel sistema industriale, sull’eventualità di rassicurare gli italiani che con questa dismissione non aumenterà il rischio di black out o magari sull’impegno dell’esecutivo a dare nuovo impulso al processo di liberalizzazione del mercato dell’energia. La procedura di privatizzazione della seconda tranche dell’Enel, in assenza di motivazioni industriali e strategiche, assomiglia alla beffa con la quale un mese fa si giustificava il tremendo black out che mise in ginocchio il Paese con la caduta di un albero in Svizzera. C’è qualche cosa che non torna.
    A quarant’anni dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica, obiettivo fondamentale per la modernizzazione del Paese al quale aspiravano non solo i comunisti o «estremisti» come Riccardo Lombardi ma autentici liberali che ritenevano un monopolio pubblico da preferire senza alcun dubbio a uno privato, non si può tollerare che l’Enel venga ceduta a pezzi da Tremonti che, con il favore delle tenebre, affida a una banca l’incarico di piazzare un po’ di azioni sui mercati. Qual è il disegno industriale che sovrintende a un piano così rilevante che interessa centinaia di migliaia di azionisti (già incavolati per la perdita di valore del titolo), di dipendenti e milioni di utenti rimasti senza luce da un momento all’altro e colpiti dalle bollette mediamente più alte d’Europa? Se il governo vende l’Enel non può dire che è solo per fare cassa, obiettivo certo comprensibile e rispettabilissimo, ma allora Tremonti venda qualche cosa d’altro e riservi a un’industria pubblica come l’Enel l’attenzione che merita.

    Non si può privatizzare solo perchè lo chiede D’Amato e per consentire ai vertici dell’Enel di tornare a sedersi sulle scomode poltrone di Confindustria. Non è obbligatorio privatizzare, anche se, bisogna dirlo, dal 1990 in poi chi in questo Paese avesse osato opporsi alla fine dello Stato padrone e imprenditore sarebbe stato giudicato uno squilibrato o peggio. Dopo oltre dieci anni dalla decisione del governo di Giuliano Amato di trasformare gli enti pubblici in società per azioni e aprire così la strada alle vendite delle attività dello Stato, bisognerebbe, anche a sinistra, fare una riflessione profonda sul bilancio della lunga stagione delle privatizzazioni, se davvero sono servite a moltiplicare i soggetti imprenditoriali, a democratizzare il mercato dei capitali e di Borsa, a rendere più trasparente e competitivo il nostro sistema industriale. Valeva la pena privatizzare le Autostrade per garantire un ricco vitalizio alla famiglia Benetton? E’ stato un affare vendere le telecomunicazioni, considerato che in Francia e Germania sono ancora ben saldamente nelle mani dello Stato? E la Cirio: sicuri che lo Stato avrebbe fatto peggio di Cragnotti? Per non parlare dell’Alfa Romeo o della leggendaria Banca Commerciale: quando venne venduta ai privati il presidente uscente Sergio Siglienti scrisse un libro-denuncia dal titolo emblematico «Una privatizzazione troppo privata». In questi anni, forse siamo stati distratti, ma la «mano invisibile» del mercato che tutto sistema non l’abbiamo proprio vista all’opera. Oggi allo Stato sono rimasti due gioielli: l’Enel e l’Eni. Bisognerebbe impedire al governo Berlusconi di fare troppi danni attorno a queste imprese.

  2. #2
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    2003, i Vandali (di Tremonti) sono tornati
    di Giuseppe Chiarante

    Dunque, la volontà di Tremonti di accelerare la procedura per inserire anche i Beni culturali nel patrimonio che al più presto potrà essere messo in vendita allo scopo di colmare i buchi del bilancio, alla fine è prevalsa: soffocando col ricorso alla fiducia le obiezioni di settori della maggioranza e non consentendo a Urbani neppure di salvare la faccia. L’approvazione del principio del silenzio-assenso, in una materia così delicata come quella del pronunciamento della Soprintendenza per la salvaguardia del patrimonio culturale, costituisce infatti una pagina nera che conferma una ormai brutta consuetudine: quella, inaugurata da alcuni anni, di utilizzare il dibattito sulla Finanziaria per sottoporre anche la tutela dei Beni culturali a una logica mercantile, preoccupata soprattutto di fare cassa. Ma ricordiamo i fatti.
    Due anni fa a tener banco fu la proposta di prevedere la possibilità di cedere ai privati la gestione dei musei statali. Ci volle allora non solo la mobilitazione di tanta parte della cultura italiana, ma un appello allarmato dei direttori dei principali musei di tutto il mondo (compresi i tanto decantati musei americani) per costringere il governo a fare marcia indietro e a limitare l'eventuale privatizzazione ai servizi per il pubblico. Ma intanto l'idea che i beni culturali potevano essere usati come merce per fare cassa era lanciata. Ed infatti, proprio mentre si discuteva della gestione dei musei, passava quasi alla chetichella la famosa legge 410 del 23 novembre 2001, sulla privatizzazione del patrimonio immobiliare pubblico: cioè una legge che sarebbe diventata la madre non solo della tanto criticata “Patrimonio S.p.A.”, ma della famigerata Scip che in modo così poco trasparente (con un amministratore inglese e con capitale versato di due società olandesi) ha proceduto e sta procedendo alla vendita dei beni pubblici.
    Un anno fa Tremonti e Urbani tornarono all'assalto, inserendo in un maxiemendamento alla finanziaria la previsione dell'affidamento a soggetti non statali della gestione nientemeno che dei beni culturali di “interesse nazionale”. In questo caso proprio l'immediata denuncia di questo giornale, seguita dalla protesta di tutta l'opposizione e anche di parlamentari della maggioranza, consentì di tamponare la falla. Ma il governo approfittò della vigilia di Natale per inventare con un decreto legge (una prova che veramente illimitata è la “fantasia creativa” di Tremonti) la nuova figura giuridica della “dismissione urgente”: che portò a mettere in vendita in tre giorni decine di immobili in tutta Italia, senza alcun vaglio preventivo, anche nei casi di beni di carattere storico, da parte degli organi scientifici del Ministero per i Beni e le Attività culturali.
    Quest'anno l'offensiva è diventata ancora più massiccia, perché al centro del decreto-legge collegato alla finanziaria che ha l'obiettivo di portare un po' di soldi nelle casse dello Stato vi sono due operazioni che entrambe costituiscono una gravissima minaccia per il patrimonio culturale e per l'ambiente così paesaggistico come urbano: ossia il nuovo condono edilizio e una massiccia vendita del patrimonio immobiliare dello Stato e degli altri enti pubblici. In entrambi i casi la preoccupazione era ed è accentuata (già ne ha parlato incisivamente su queste colonne Vittorio Emiliani) dalla carenza di garanzie che valgano ad evitare che queste operazioni producano guasti irreparabili nel patrimonio del Bel Paese.
    Come è noto, la polemica aperta su questo tema aveva ottenuto la settimana scorsa un primo risultato provocando una rottura nella stessa maggioranza: era così stato battuto al Senato, nell'esame in commissione, l'emendamento che mirava a vanificare, col principio del silenzio assenso, le eventuali resistenze degli organi tecnici del Ministero per i Beni culturali. Ma nel maxiemendamento presentato in aula - blindato col voto di fiducia al fine di soffocare i dissensi - il governo ha riproposto la norma già respinta in commissione, stabilendo così la scadenza capestro di 120 giorni entro i quali le Soprintendenze debbono pronunciarsi in modo definitivo sull'esistenza o meno dell'interesse culturale del bene da alienare. È vero che in tal modo si passa dal termine genericamente indicato come “perentorio” (e che già inizialmente era di 90 e non di 30 giorni) a quattro mesi in questo caso davvero non superabili. Anche 120 giorni, però, possono essere veramente pochi per un'analisi approfondita e circostanziata quale un parere di questo tipo ovviamente richiede: troppo pochi soprattutto se si tiene conto che saranno moltissimi i beni dei quali, se si vuole conseguire il risultato finanziario proposto, l'Agenzia del Demanio proporrà la vendita.
    Il ministro Urbani ha cercato in proposito di tranquillizzare l'opinione pubblica dicendosi contrario al silenzio-assenso (ma perché, allora, il suo consenso al maxiemendamento?) e assicurando in un'intervista che in ogni caso egli non lascerà alienare i “tesori dello Stato”. Certo, sono anch'io convinto che fra i beni che saranno posti in vendita non ci sarà, per esempio, la Certosa di San Martino, come qualche giornale ha ritenuto goffamente di poter anticipare: una Soprintendenza come quella di Napoli, diretta da uno studioso quale Nicola Spinosa, non consentirà certo l'alienazione di uno dei principali monumenti non solo di quella città, ma di tutta Italia. Ma il pericolo concreto è che, nella miriade di proposte riguardanti il patrimonio culturale cosiddetto minore, una struttura ministeriale ormai estremamente impoverita di uomini e di mezzi non sia in grado di garantire quel vaglio scientifico puntuale e approfondito che eviti la svendita di beni che nel loro insieme costruiscono la straordinaria ricchezza della cultura e della storia italiana.
    È questo un punto che mi pare sia stato sottovalutato anche da Salvatore Settis, nell'articolo pubblicato una settimana fa su Repubblica. Non ritengo che la norma del decreto legge sia in contraddizione - come egli scrive - con la rigorosa tutela prevista dal nuovo Codice dei beni culturali: sembra a me, al contrario, che il Codice semplifichi in modo eccessivo le garanzie in materia di alienazione, che erano molto più dettagliate nel regolamento 283 del 2000, non a caso dichiarato “abrogato”. E le garanzie sono nella pratica ancor più indebolite dal decreto legislativo di riforma del Ministero, che moltiplica gli uffici dirigenziali generali, ma impoverisce i quadri scientifici e tecnici a disposizione del Ministero e soprattutto delle sue strutture operanti sul territorio.
    Non vi è dunque un Ministro dei beni culturali buono, da sostenere contro i vandali guidati da Tremonti che minacciano il saccheggio dei beni culturali. Vi è, invece, una politica complessiva del governo che imposta in termini economicistici e mercantilistici l'intervento in questo campo e così compromette le radici di una seria azione di salvaguardia. Questa impostazione è favorita sia dall'abbassamento della qualificazione scientifica del Ministero, sia dall'indebolimento della normativa di tutela che deriverebbe dal varo senza serie modifiche del nuovo Codice. È l'insieme di questa politica che va perciò fermamente combattuto.

 

 

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