L’assoluzione di Andreotti dovrebbe sconfessare per sempre chi lo ha accusato. Ma c’è un ma
Roma. Nella botola doveva finirci lui, Giulio Andreotti, con tutte le sue furbizie e tutto l’odore di zolfo che la lunga carriera politica gli aveva appiccicato addosso. Ma ora che la Cassazione gli ha definitivamente cancellato la condanna per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, nella botola del palcoscenico giudiziario finiscono uno dopo l’altro i suoi accusatori: quelli che, dal ’93 in poi, hanno detto di sapere e non sapevano, quelli che hanno giurato di avere visto ed erano invece spergiuri.
E’ una botola grande quella degli smentiti.
Ci sono almeno sette pentiti e tutti di grosso calibro.
Per acquistare le loro verità lo Stato ha pagato oro, ma hanno raccontato soltanto bugie.
E Luciano Violante o Gian Carlo Caselli o i pubblici ministeri di Palermo e Perugia o tutti gli altri magistrati che hanno istruito il processo del secolo sono anch’essi nella bolgia degli smentiti? Difficile dirlo. Loro ci hanno provato.
Qualcuno lo ha fatto pure per calcolo politico; ma tanti altri possono avere agito per sete di giustizia o, più semplicemente, perché ci credevano: chi potrà mai negare l’onestà delle intenzioni?
Nella bolgia, intanto, ci sono quelli che la Cassazione, ieri,
ha bollato ancora una volta come “inattendibili”.
Teoricamente non ne dovremmo sentire più parlare. Ma si sa come vanno le cose nella giustizia italiana.
E questo breve dizionario può servire anche a prevedere le possibili sorprese.
B, come Buscetta.
Il Buscetta smentito dalla Cassazione non è il don Masino che aiutò Giovanni Falcone a ricostruire potere e nefandezze della mafia siciliana. E’ il secondo Buscetta. Quello che, interrogato da Luciano Violante, presidente della Commissione parlamentare antimafia, nel novembre del ’93 a Roma, parla per la prima volta di “entità”. Di una entità che sta sopra il palermitano Salvo Lima ed è il referente romano dei boss. Ecco la parola magica: l’entità. Che diventa subito dopo Giulio Andreotti. Ed è per fare un favore a lui che i cugini Nino e Ignazio Salvo, su richiesta di Lima, organizzano l’assassinio di Pecorelli, la cui agenzia ogni settimana mette in croce il senatore. Buscetta dice di avere appreso la notizia da due boss: prima da Stefano Bontade, e poi, nel 1982, da Gaetano Badalamenti. E precisa:
“Non so dire se Andreotti avesse richiesto il favore o l’omicidio fosse stato eseguito senza sua richiesta”.
Dettagli inutili. La Cassazione ha spazzato tutto: mancano prove e movente.
D, come Di Maggio. Il sentito dire di Buscetta non basta, ci vuole la testimonianza di un contatto fisico tra l’entità e un padrino. Ed ecco il bacio con Totò Riina, in casa di Ignazio Salvo. “Ve lo giuro, ho visto tutto con i miei occhi”, si sbraccia Balduccio. Ma dice una gran “minchiata”. Glielo rinfaccia un altro boss, e che boss: Giovanni Brusca, l’uomo della strage di Capaci. Che davanti ai giudici racconta: “Nemmeno a questo hanno creduto, e Caselli mi ha denunciato per calunnia, per calunnia contro Di Maggio.
Lui faceva il pentito ed era tornato in Sicilia per ammazzare.
Lo diceva nelle telefonate che hanno nel cassetto. E a me, che gliele ho tradotte e gliele ho spiegate, mi hanno denunciato per calunnia”.
F, come Ferrante. E’ il pentito che con Salvatore Cancemi, Francesco Onorato e Gaspare Mutolo fa da “riscontro” a Di Maggio. La cosiddetta “convergenza del molteplice”, teorizzata da Caselli e dal suo aggiunto Guido Lo Forte. “Mi viene chiesto”, recita Giovan Battista Ferrante nel verbale dell’aprile ’97, “quanto eventualmente a mia conoscenza in ordine ai rapporti tra Cosa nostra e uomini o entità estranei all’organizzazione che possono essere collegati…”. Ferrante dà le risposte che deve dare, ma allarga il discorso. “Poiché mi chiedete di dire in modo esplicito a quale entità il Riina si riferisse, una volta per tutte vi dico…”. Ed eccoci che tra le entità compare pure la massoneria. Musica per le orecchie dei pubblici ministeri impegnati sui “Sistemi criminali”, un’inchiesta che anche se archiviata, si chiude e si riapre. Perchè tra le carte si parla tanto di Silvio Berlusconi. E non si sa mai. Ferrante, anche se nella botola degli smentiti, può da un momento all’altro risuscitare.
P, come Pennino. Era boss e, politicamente parlando, un portaborse della sezione Dc di Ciaculli. Quando si pentì, Caselli e i pm del processo Andreotti lo definirono “il Buscetta della politica”. Con queste parole: “… ha fornito con le sue dichiarazioni un quadro che non è esagerato definire impressionante del potere di controllo pressocchè globale esercitato per decenni da Cosa nostra sul mondo politico palermitano, anche nelle sue proiezioni nazionali…”.
Nel “quadro impressionante” Pennino racconta la trama dei rapporti politici tra Andreotti, Lima, e i cugini Salvo. “Un sistema criminale”, sottolinea lui. Prenotandosi un posto di riguardo nell’inchiesta che non si chiude mai.
Rincontreremo pure lui.
da il Foglio
Teniamoli a mente
saluti




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