Una strategia accerchiante, mirata, articolata. Il fronte anti-biotech che ha riunito a Roma gli Stati generali della coalizione "Liberi da ogm" e ha raccolto ieri i frutti di una lotta condotta nelle migliori tradizioni del movimento dei movimenti, compattando dietro a un unico obiettivo praticamente tutti i soggetti sociali interessati dalla questione e costringendo l'interlocutore politico, il Ministro per le Politiche agricole Alemanno, ad aprire bene le orecchie. E lui non si tira indietro ma, anzi, si assume l'impegno di "tradurre in modo trasparente la radicalità movimentista in una legge che non ne tradisca le esigenze ma che riesca a passare al vaglio europeo". Se la vicinanza con Alemanno e la sua destra sociale può mettere a disagio, non bisogna dimenticare che l'investitura della coalizione è condizionata e a tempo. Staremo a vedere se il ministro riuscirà davvero a difendere l'eccezione del "nostro modello agro-alimentare con le sue antiche tradizioni di scambio e di elaborazione", come ha detto Ciampi nel suo telegramma di benvenuto, o se si piegherà alle pressioni della lobby biotech.
Breve storia di una vittoria
Nel 1996, quando la Fao tenne a Roma il suo primo Summit sull'alimentazione, parlavano di ogm soltanto gli indiani. Nel corso dei quattro anni seguenti le multinazionali del biotech hanno cercato di approfittare dell'ignoranza dell'opinione pubblica per invadere i campi e il mercato, e per mettere i legislatori di fronte al fatto compiuto. La crescita del movimento anti-biotech e l'uscita dall'iniziale isolamento è stata faticosa, e se ne deve il merito soprattutto alle organizzazioni che hanno allestito la giornata di ieri e che rappresentano una fetta importante dei produttori - la Coldiretti - degli ambientalisti - Verdi Ambiente e Società - e dei consumatori - Ancc Coop. In molti hanno ricordato che nell'estate del 2000, alla manifestazione organizzata per protestare contro il convegno delle corporation biotech a Genova, malgrado le bandiere dei Verdi e di Rifondazione, l'isolamento era ancora palpabile. Pesava l'ostracismo di una parte della sinistra che accusava di oscurantismo l'opposizione agli ogm.
Oggi, quasi quattro anni dopo avere decretato come inevitabile il passaggio all'agricoltura transgenica deciso dalle multinazionali del settore, la moratoria europea tiene, la legge sementiera italiana (la 212 del 2001) obbliga le imprese a una valutazione di impatto sul sistema agricolo mentre un sistema di etichettatura abbastanza rigido - ma potrebbe esserlo di più - spinge le corporation biotech a fuggire dall'Europa. Concreta dimostrazione che la globalizzazione corporativa, come la chiamano gli attivisti Usa, non è né incontrollabile né inarrestabile quando si trova di fronte un soggetto sociale allargato e coalizzato su obiettivi concreti.
Difficile davvero immaginare un rifiuto più generalizzato al modello alimentare e produttivo biotecnologico. Nella coalizione degli Stati generali ci sono praticamente tutti: organizzazioni professionali agricole, dell'industria e della distribuzione agro-alimentare, associazioni ambientaliste, consumeriste e del biologico, forze politiche e rappresentanze degli enti locali, ong internazionali e organizzazioni sindacali dei lavoratori dell'agro-industria. Quasi la metà delle Regioni italiane si sono aggregate alla coalizione e, proprio ieri a Bruxelles, hanno lanciato una rete europea capeggiata da Toscana, Galles e Alta Austria, cui hanno aderito regioni francesi, tedesche e dei Paesi Baschi. Ultima arrivata, in ordine di apparizione, è l'Area Agricoltura dei Ds che, per bocca di Francesco Baldarelli ha ammesso che «nel partito ci sono forse posizioni eccessivamente positiviste» ma che l'iniziativa dell'Area «di cui ovviamente è stata informata la segreteria» non ha registrato reazioni negative. Resta qualche dubbio sul fatto che un cambio di rotta così deciso non sia preceduto - o seguito - da un dibattito interno e che su certi argomenti, come la coesistenza fra coltivazioni ogm e tradizionali, non ci sia ancora chiarezza.
Le questioni nel piatto
Il problema della coesistenza, ovvero la possibilità di tenere separate le filiere, è centrale. Alemanno ha fretta di presentare un Decreto legge che, assicura lui, dovrebbe fissare dei rigidi parametri per garantire in sostanza il diritto di scegliere cosa coltivare. Il problema è che tutti gli studi indipendenti dimostrano che la coesistenza è impossibile perché l'inquinamento genetico è inevitabile e, soprattutto, irreversibile. I rappresentanti delle Regioni, degli agricoltori biologici e dei consumatori l'hanno ripetuto in tutte le salse: a poco servono delle normative rigide se poi è impossibile farle rispettare e, soprattutto, se tutto il peso della loro attuazione rischia di ricadere sulle spalle dei produttori o delle Regioni - la cui scelta ogm free potrebbe essere minacciata dalla diversa scelta di una regione limitrofa. Allora niente decreto?
«Prima di tutto non c'è nessuna fretta» ha dichiarato Antonio Onorati di Crocevia «perché la legge sementiera del 2001 è buona e può arginare l'arrivo di nuovi ogm. Chi fa credere al ministro che ci si debba scapicollare ignora, o sceglie di ignorare, che i nuovi ogm possono venire fermati applicando le leggi attuali. Comunque non bocciamo il decreto sulla coesistenza. Basta che abbia criteri strettissimi, che rendano quasi impossibile coltivare ogm nel nostro paese».
Sabina Morandi
Liberazione 6.11.03




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