...Prodi: la può firmare chiunque, segno che è debole
I berlusconiani avevano appena finito di dire che Romano Prodi deve dimettersi, perché è rientrato appieno nella politica italiana in una prospettiva elettorale, ed ecco che con tempismo perfetto il professore di Bologna dà alle stampe un suo manifesto politico-elettorale in previsione del prossimo rinnovo del Parlamento europeo. Si sa che la candidatura di Prodi alla guida dell’Ulivo non è nata sotto buoni auspici: da un lato c’è tutta l’affaire Telekom Serbia, dove il pasticcio di accuse calunniose, gratuite e infamanti è superato solo dalla sospetta incapacità di una difesa credibile da parte di uomini e ometti coinvolti nella sulfurea faccenda; dall’altro c’è la vischiosità dei rapporti tra i capi del centro sinistra, oggi la pace, domani la vendetta, dopodomani un referendum, infine l’incoronazione con tanti se e tanti ma.
Ma la più grande difficoltà per Prodi è Prodi stesso.
Il suo manifesto ideale è impeccabile, molto professionale, lo può firmare chiunque tanto è immerso nel pensiero unico e politicamente corretto, ma proprio in quest’assenza di salti, di fantasia, di colore e di esperienza politica c’è la sua debolezza: è un testo buono per qualche deputato dei Verdi, per la combattiva Rosy Bindi, per il ceto dossettiano dell’Ulivo, insegnanti e maestrine pensosi delle sorti del mondo e disperati per il pluralismo televisivo mancante, ma niente che possa entusiasmare il cuore dell’alleanza, gli elettori e i professionisti politici del vecchio Pci divenuto Ds e della sinistra dc politicante che è il fulcro della Margherita.
Quella è gente che ha conosciuto il dolore, che ha navigato nella storia, e quel linguaggio parrocchiale non la incanta: sentono, dietro quelle parole, un inconfondibile odore di acqua di colonia e di oratorio minore.
Quanto agli italiani, il manifesto ideale di Prodi fissa principi periferici rispetto ai loro interessi.
Berlusconi avrà esagerato in sogni e promesse, ma parlava di tasse, di ponti, di ferrovie, di autostrade, di crescita economica, di posti di lavoro, di libertà civili a confronto con la malagiustizia, cose alla fine concrete, sia pure nella forma di promesse.
Prodi in oltre cinquanta pagine non tira fuori un numero, un progetto, un’idea nuova.
Si limita ad amministrare quello che ritiene sia un vantaggio d’immagine, la continuità culturale ed europeista della vecchia Italia di sempre.
Lista unica, si direbbe allo stato delle cose, e niente partito democratico o riformista: la battaglia per diventare un leader Prodi non l’ha nemmeno cominciata, si predispone a un ruolo neorutelliano, un portavoce bonario e senza rilievo di un nuovo Ulivo che assomiglia al vecchio.
saluti




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