...chiamato Prodi
L'orribile destino degli ex comunisti-pidiessini: essere "legittimati" da Prodi
Roma. “Estasiato, proprio estasiato!”. “Chi?”. “Massimo.
Era estasiato dal documento di Prodi”.
“Mah, possibile?”. “Estasiato, estasiato, dico”.
“Magari vi prendeva per il culo”. “Nooooo. Vero, assicuro, tutto vero…”.
Secondo il compagno deputato che l’altra sera si trovava al Teatro Nuovo di Torino per assistere a un comizio di D’Alema, sotto la Mole il presidente dei Ds appariva rapito, quasi in estasi sulle ali del proclama di Romano. Sognante, appunto, e a ognuno che incontrava raccomandava di far presto a formare i comitati per le liste unitarie, “In ogni collegio, in ogni collegio!”.
Non una vallata ne sia priva, non una borgata ne resti orba.
Ora, è un fatto curioso questo qui del manufatto prodiano.
Vero che si intitola, lialamente, “Europa: il sogno, le scelte”, e il sogno può produrre e al sonno può indurre.
Ma che D’Alema – uno che molto ha apprezzato pure la saga
dei Borgia di Manuel Vàzquez Montalban, tanto da farsi cronista
e intervistare pubblicamente l’autore durante una memorabile festa dell’Unità – possa farsi vagheggiatore davanti a slogan tipo
“E’ il sogno di un mondo più libero, più giusto e più unito”, insomma, non è cosa.
E infatti, tra i diessindalemiani di rango la spiegazione è
un’altra: “Negli ultimi giorni, dietro la faccenda della critica democraticista, con la storia dell’Ulivo costruito dal basso portata avanti da Occhetto, tutti noi abbiamo intravisto la mano di Veltroni. E’ stata una grossa paura”.
La mano, le mani. Quella di Walter e quella di Massimo e quella di Romano. Mani che stringono mani sbagliate. E se la mano del sindaco evocano ora i dalemiani, la mano dalemiana invocò qualche settimana fa il sindaco.
Quando il presidente dei Ds e il presidente dell’Ue cominciarono a flirtare politicamente Veltroni disse: “Non basta una stretta di mano tra i leader”.
E mise un ditino negli occhi degli “stati maggiori”.
I seguaci di Massimo fecero un nodo al fazzoletto a memoria della sortita del “dirigente prezioso e amato del nostro partito”, praticamente a un passo da Bucharin, e lo fecero mostrare in pubblico, l’8 ottobre, da Livia Turco sulla prima pagina dell’Unità.
E alla mano oggi risiamo.
Romano Prodi di suo pensa bene di aver consegnato alla cronaca un documento storico. Dai sermoni parrocchiali all’editto papale, dall’appello bonario a quella che ieri Francesco Cossiga chiamava “un’enciclica”, e che per la verità già Cesare Salvi aveva ribattezzato così ventiquattr’ore prima.
“Documento buono. Documento utile. Documento necessario”, scandiscono i dalemiani.
Dicono pure che di fronte alle manovre degli ultimi giorni è stato liberatorio come l’avviso che “arrivano i nostri!”, che tra un Veltroni dubbioso e un Moretti perplesso e in più un Parisi che dice persino di schifare la parola “riformista”, l’orizzonte si incupiva.
“Veltroni mal sopporta che quel documento sancisca l’asse Prodi-D’Alema” – e da qui lo sguardo sognante di Massimo e quello da lupa capitolina intristita di Walter.
Come il cacio sui maccheroni
Ha il dono del sogno sui tempi lunghi, il documento prodiano, e l’utilità del cacio sui maccheroni del momento contingente. “Ha dato una mano a Fassino, a Rutelli e a Boselli. E in più mantiene pure la porta aperta a Di Pietro”, confidano a via Nazionale. Perché oltre a Massimo, pure Piero cominciava a non sapere a chi dare il resto.
L’idea di un bel refererendum tra i diessini per dire sì o no (con il sì scontato incorporato) si stava rivelando meno efficace del previsto. Non solo puntavano i piedi quelli del correntone e i piedini quelli del “Socialismo 2000” di Salvi, ma anche alcuni settori della stessa maggioranza fassiniana. “Si stava profilando una brutta situazione”, confida un dirigente del partito, riformista di rango e perplesso di suo. Così, l’“arriba! arriba!” di Romano è stata una manna generale. “Ecco il perché dell’estasi di D’Alema: un’esultanza determinata in rapporto alle difficoltà che c’erano”. Pure spiegati i gemiti di meraviglia, il battimano dovuto, l’elogio misurato ma convinto (la gramigna del democraticismo ulivista seccata), il sogno e le scelte come il “sogno o son desto?”.
“Prezioso e positivo”, sospira Fassino.
“Forte e ricco”, precisa D’Alema.
Poi, tutto un fiorire. Luciano Violante: “Lucido documento”. Pierluigi Castagnetti: “Ossigeno di alta montagna”, ulivo d’altura. Gavino Angius: “Sforzo progettuale di altissimo livello”. Così se al Cav. hanno riscontrato il “virus dell’anticomunismo” – malanno in lui cronico – nel centrosinistra si sono ritrovati attaccati dal “virus del prodismo”.
L’opposizione ghostbuster
Perché la situazione è brutta, il regime avanza, la confusione dilaga (per dire: c’è La Russa che ormai mena solo i fascisti), ma anziché epica la faccenda si stava facendo paradossale. Per dire: prendete il titolo in prima pagina sull’Unità dell’altro giorno, quando capi e sottocapi dell’opposizione si sono ritrovati su un palco: “Tutti uniti contro il governo che non c’è”.
Il che, onestamente, pare una perdita di tempo, un donchisciottesco girare a vuoto, un’opposizione più che riformista (o riformatore, che al momento va di più) “ghostbuster”. E non a caso Prodi propone il sogno, e Staino sul quotidiano dei Ds disegna Prodi che dice a Bobo: “Vi propongo un sogno”. E quello: “Grazie! Non ce la facevo più a stare sveglio”.
Programma, dunque, del buon sonno oltre che del buon senso, onirico e della pennichella, del torpore e delle scelte?
Ha detto Prodi che lo slogan fassiniano “Unire per unire”, gli piace molto. E sulla base del suo manifesto, molti altri ne stanno sbocciando in queste ore, nelle sezioni e nei circoli, nei campi e nelle officine.
C’è chi punta su “Il sogno della ragione non genera mostri”, chi preferisce “In sogno e in veglia”, oppure “La vita è sogno”, letterariamente pronto. Né male è il “Sogno di una notte di mezz’autunno”. Bassolino, si mormora, riservatamente avrebbe segnalato, per restare al sogno e all’imperativo prodiano, “La smorfia”.
Tra il vasto popolo diessino, per la verità, ancora ieri pomeriggio pochi avevano scorso le cinquanta pagine prodiane. Non sempre perché c’era di meglio da fare, ma anche perché c’era altro da fare.
Nell’attesa dell’assemblea di fine settimana, Marco Tolli, segretario della periferica sezione capitolina di Prima Porta, ammette di averlo “preso ieri da Internet”, ma al momento è
ancora impegnato con i compagni nell’ultimo allagamento del quartiere, “qui pare una vicenda pasoliniana” (l’allagamento,
non Prodi).
Pure Matteo Tortolini, da Piombino, non l’ha ancora visionato, ma già è certo che “è uno strumento utile dal punto di vista tattico ma anche in prospettiva”. Cosa che invece ha fatto l’Osservatore Romano, per il quale l’altro Romano “punta a riproporre lo spirito e le ambizioni originarie dell’Ulivo”, e pazienza se per ora Mastella, i comunisti e i Verdi se ne stanno politicamente e oniricamente distanti, l’elaborato riesce “a suscitare l’interesse di quasi tutti sul versante programmatico”.
E così è. In un momento di parapiglia politico, il proclama del Prof. è arrivato come un tram quando si sta alla fermata senza ombrello e piove di brutto: si è subito riempito, tranne pochi schizzinosi.
Francesco Rutelli si mostra epico e continentale: “Il futuro di tutti gli italiani passa per l’Europa”, tanto che per favorire il transito lo stesso Prodi ha annunciato lunardianamente alcune grandi opere genere la Torino-Lione, la Brennero-Verona e l’Autostrada del Mare.
Rientra dalla finestra pure Achille Occhetto, “è il primo passo nella direzione prospettata dai firmatari dell’appello per la costituente dell’Ulivo”.
Bussa alla porta (aperta, dicono) Antonio Di Pietro, e nessuno apre. Una tipica situazione: bella la tua idea di venirci a trovare, non male la nostra di non aprirti (ma ricordarsi che la porta è aperta).
Elogia la prodiana Marina Magistrelli: “Romano è riuscito a mettere d’accordo tutti, anche le ali estreme della Bindi e Dini, non nominando in cinquanta pagine il termine ‘riformista’ ma utilizzando ‘riformatore’”.
Rosy Bindi minaccia direttamente Antonio Polito, proponendo di “fondare un nuovo giornale: il Riformatore”.
Uomo di bici, Prodi rilancia così il “triciclo” dell’alleanza a tre, quello che nei giorni scorsi secondo Pietro Folena aveva bucato, e che qualcuno aveva rilanciato sotto forma di triciclo con tre ruote e mezza (manco un metro fa).
Così l’Udeur di Mastella dava ragione a Nanni Moretti, Folena dava ragione a Moretti e a Occhetto, Occhetto dava ragione a se stesso, e Mussi gli dava ragione di suo.
Tra la dinamica onirica e quella politica, s’inserisce quella motoria, e oltre a bici e tricicli, Enzo Bianco presenta la Margherita come “la locomotiva”. E infine, tutti alla rinfusa sul tram, e prova pure qui a salire senza spintonare Di Pietro, “chi non ci vuole non ci merita”.
I leader dell’Ulivo si vedranno stasera. Nell’attesa, ferve il dibattito dei militanti negli appositi forum. Su quello dell’Ulivo c’è chi la prende alla lontana, e dibatte sul volume “Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni”, chi invoca “mi presti il manuale delle giovani marmotte?”, chi spiega che “non sono Rousseau, e del mito del buon selvaggio non mi può fregare di meno”, chi domanda “dimmi se preferisci il medioevo, il mondo romano, babilonese, greco e la preistoria.
Dove sta l’Arcadia?”. Il sogno è davvero fatto.
Saggiamente, c’è chi racconta una storiella: “Eravamo tutti seduti a un tavolo: da una parte stavano quelli che avevano ragione, e dall’altra stavano quelli che avevano torto. Il tavolo era rotondo”.
Ma l’Ulivo è un po’ così, rutellino e parrocchiale, composto e composito, dice e non dice.
Tale e quale a Prodi, appunto.
E forse di Prodi il pensiero vero viene svelato da Giuseppe che per centinaia e centinaia di volte scrive: “D’Alema vattene a casa!!!”, e per centinaia e centinaia di volte gli risponde Phoenix: “D’Alema, pagherai caro, pagherai tutto!!!”.
Ma il sangue vero, la vera passione, scorre nel sito dell’Unità. Dove lo spirito proprio unitario non è. E dove D’Alema, tanto per dire, se la passa quasi come Berlusconi, “mens insana in corpore nano”.
Impazza il totoministri del governo futuro dell’Ulivo che già si sa che verrà.
Ognuno si sbizzarrisce come vuole: Visco ai rapporti con il Parlamento (in concorrenza con Mastella), Di Pietro alla Pubblica istruzione (sarà uno scherzo?) o all’Ambiente, Finocchiaro alla Giustizia, come Violante, Mussi alle Riforme, Prodi a Palazzo Chigi, “ci tocca”, Rutelli alle Comunicazioni, Bersani all’Economia, Trentin o Bertinotti al Welfare.
C’è chi solleva obiezioni: “Borrelli alla Giustizia è come Carlo Jean alla Difesa”, oppure “per dirla alla Benigni, come Pacciani ginecologo”.
D’Alema, paradossalmente, è tra i più votati e tra i più attaccati: “Il Baffo Malefico è primo in classifica tra i candidati preferiti dell’Ulivo come presidente del Consiglio… Da piangere… Mah, D’Alema capo del governo….
Scusate, ma tanto vale tenersi il Berluska”.
Oppure: “Quella disgrazia di D’Alema agli Esteri… Alla prossima guerra del Bovaro Texano, in prima fila…”. E poi, lista unica e tricicli vari. Domanda uno: “Scusate, chiedono in giro ma nessuno mi sa rispondere: se si fa una lista unica come si ripartiscono i rimborsi elettorali? (…) A chi e come si accolleranno i debiti del Pds? Sono un falegname brianzolo, magari venale ma mi piacciono le concretezze”.
Replica: “E allora sii brianzolo: fatti i cazzi tuoi.
E sii falegname: fatti una sega”.
Confessa Rossomaltese: “Alla fine lo voterò probabilmente anch’io, ma turandomi il naso, non più con l’entusiasmo con cui lo votai, ad esempio, nel ’96”.
C’è chi cita Pasolini, “la lotta senza vittoria inaridisce”, chi in dialetto elogia il triciclo, “socc’mel, funziona al zavai!”: funziona il trabiccolo, chi ritira fuori Burt Lancaster in Novecento: “A noi ci divide un oceano di merda”.
C’è (c’era?) baruffa nell’aria.
Dice D’Alema – il più lesto a offrire il petto – che gli attacchi polisti a Prodi sono una “indecente gazzarra”.
Dice Prodi che il governo “angoscia l’Italia”.
Quindi, dopo il sogno è fatto pure l’inno.
Niente Fossati, stavolta.
Meglio la Vanoni, “tristezza, per favore va’ via”.
da il Foglio
saluti




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