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  1. #81
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    Ma che c'entra? La definizione di "socialdemocratico" e quella "comunista" sono diverse, perchè nel corso degli anni si è avuta una rottura tra riformisti e rivoluzionari. Tra coloro che credono nel cambiamento graduale e pacifico delle istituzioni in senso socialista (I socialdemocratici) e chi non crede affatto nelle istituzioni create dalla classe dominante, ma vi partecipa lo stesso, nella prospettiva rivoluzionaria - ovvero la conquista violenta del potere. Che cosa rappresenta il Prc? La prima definizione. Il Partito della Rifondazione Comunista accetta in primis le istituzioni di uno Stato imperialista e vi partecipa unicamente perchè crede nel cambiamento pacifico e graduale dello Stato e della società. Inoltre, delegando alla Fiom e ai sindacato burocratico, il "lavoro di massa" - che si tradurrebbe solo nell'appoggio delle singole rivendicazioni delle diverse categorie di lavoratori e studenti. Nulla più. Niente quadri, niente preparazione politica, niente di niente. La definizione Leninista di Partito quale avanguardia del proletariato e delle masse popolari nella costruzione del socialismo - che pure appariva nel PCi già degenerato dai vari Togliatti, Amendola, Longo etc. - , nel Prc non esiste. Un partito che rinnega effettivamente la lotta di classe, che non alimenta un conflitto, ma si diverte a fare accordi "tira e molla" con l'Ulivo, che partecipa alle manifestazioni dei sindacati di regime (che nient'altro chiedono che il ritorno al neocorporativismo della concertazione [ Stato - Governo - Sindacati ] - quindi alla pace sociale - ho ascoltato il discorso di Epifani a Bologna, quindi non puoi dire che non è vero) e che s'immerge nel "movimento dei movimenti" come se quest'ultimo fosse un bacino elettorale da conquistare e provvedere all'istituzionalizzazione dei no-global.
    Il PCi degli anni 5o-6o-7o rappresenta il tradimento, la fine, l'avvento del riformismo e del revisionismo dei dirigenti pseudo-comunisti. Ho appena letto il libro di Fernando Dubla - Secchia il PCI e il '68 - Data News - giugno 1998 - Dove il dirigente comunista accusa più volte i dirigenti del PCi di aver silurato i quadri rivoluzionari provenienti dai CLN, quindi dalla Resistenza, sostituendoli con una burocrazia di Partito totalmente staccata dalle masse - che ha proceduto alla socialdemocratizzazione del Partito. Inoltre il compagno Pietro Secchia, ha più volte evidenziato la contraddizione della Via democratica/nazionale del socialismo di togliattana memoria. Infatti nel corso degli anni è stato emarginato dai marpioni pciisti a vantaggio dei vari Amendola (con le recchie a sventola) Ingrao, Longo e merde varie. In quegli anni la differenza tra PCI e PSI era solo relativa al simbolo e la partecipazione al primo governo di centro sinistra. Ah quasi dimenticavo il PSIUP di Lelio Basso - da cui proviene Bertinotti - che rappresentava quel poco di coscienza marxiana rimasta in un partito di affaristi (tra l'altro vennero accusati di essere direttamente finanziati da Mosca per provocare una scissione...).

    Ciao

  2. #82
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    Paddy la tua risposta a Winston dice poco o nulla. Certo, Marx non intese la statalizzazione o la pianificazione economica imposta da un partito unico, queste sono ereditate dal Leninismo e da tutte le sue varianti - Trotzkismo, Maoismo, Castrismo, Bordighismo - . Il problema è attuale, ma il Prc non ha mosso un militante per proporre agli operai Fiat la socializzazione e non la nazionalizzazione dei capitali dell'Azienda torinese. Non bastano le parole, ci vogliono i fatti. Il PRC ancora una volta ha abbandonato/delegato la lotta contro il licenziamento e la chiusura della Fiat alla Fiom, che a sua volta ha agito come "pompiere" e i cobas / usi / rdb / cub lasciati nella loro impotenza e divisione.

  3. #83
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    In origine postato da Nabat
    Il Partito della Rifondazione Comunista accetta in primis le istituzioni di uno Stato imperialista e vi partecipa unicamente perchè crede nel cambiamento pacifico e graduale dello Stato e della società.
    Questa è una critica mi sembra antisistemica. Ci si accusa di essere un partito rappresentativo? Potrei risponderti con le parole di Lenin dirette a Bordiga. Troppo facile. Riguardo al "cambiamento pacifico" credo che non sia una contraddizione in termini marxiana. Ti consiglio di leggere il Grunidisse. Proprio nel rapporto di fondo che i Lineamenti descrivono tra capitalismo maturo, quello che assume la scienza (il General Intellect) come principale forza produttiva, e comunismo, è implicita una rivoluzione che ha il suo asse cruciale nella liberazione, nella autodeterminazione dell'individuo sociale, nella riappropriazione umana di una ricchezza tanto grande, che il rapporto capitalistico (mondializzato) di produzione costituisce ormai una "ben misera base" di sviluppo. Una rivoluzione di questa natura è ben altro da una lotta "puramente politica": esige un rivoluzionamento di tutti i rapporti sociali e di tutte le relazioni interpersonali, impone la costruzione, nella pratica del conflitto, di concrete "prefigurazioni" sociali e politiche che insieme modificano i rapporti di forza e alludono a un ordine diverso, e chiede un adeguamento dei mezzi, che non possono più separarsi, più di tanto, dai fini ultimi. Il putchismo con Marx ha poco che fare: la nozione di "dittatura del proletariato", deve essere pensata più all'accumulazione delle forze necessarie alla costruzione di una soggettività antagonista, che a un'ipotesi di "impossessamento" permanente dello Stato e dei suoi apparati.

    La definizione Leninista di Partito quale avanguardia del proletariato e delle masse popolari nella costruzione del socialismo - che pure appariva nel PCi già degenerato dai vari Togliatti, Amendola, Longo etc. - , nel Prc non esiste.
    Per fortuna dico io! Noi vogliamo rifondare il comunismo mica ripercorrere esperienze storiche determinate.

    Un partito che rinnega effettivamente la lotta di classe, che non alimenta un conflitto, ma si diverte a fare accordi "tira e molla" con l'Ulivo, che partecipa alle manifestazioni dei sindacati di regime (che nient'altro chiedono che il ritorno al neocorporativismo della concertazione [ Stato - Governo - Sindacati ] - quindi alla pace sociale - ho ascoltato il discorso di Epifani a Bologna, quindi non puoi dire che non è vero) e che s'immerge nel "movimento dei movimenti" come se quest'ultimo fosse un bacino elettorale da conquistare e provvedere all'istituzionalizzazione dei no-global.
    Questa critica mi sembra campata in aria. Che il PRC non abbia spinto per il conflitto sociale è una bestemmia. Che l'azione nel movimento sia solo per effetto "elettorale" uguale. Che poi adirittua non si veda l'azione che il PRC e non solo abbia portato nei sindacati spostando il loro asse a sinistra negli ultimi anni è sintomo di cecità politica. La CGIL è profondamente cambiata e ha rotto il suo cordone ombelicale che la legava storicamente con il PCI-PDS.DS. Così come l'ARCI ect. Insomma c'è uno spostamento evidente a sinistra di forze sociali e della società civile.

    Il PCi degli anni 5o-6o-7o rappresenta il tradimento, la fine, l'avvento del riformismo e del revisionismo dei dirigenti pseudo-comunisti. Ho appena letto il libro di Fernando Dubla - Secchia il PCI e il '68 - Data News - giugno 1998 - Dove il dirigente comunista accusa più volte i dirigenti del PCi di aver silurato i quadri rivoluzionari provenienti dai CLN, quindi dalla Resistenza, sostituendoli con una burocrazia di Partito totalmente staccata dalle masse - che ha proceduto alla socialdemocratizzazione del Partito. Inoltre il compagno Pietro Secchia, ha più volte evidenziato la contraddizione della Via democratica/nazionale del socialismo di togliattana memoria. Infatti nel corso degli anni è stato emarginato dai marpioni pciisti a vantaggio dei vari Amendola (con le recchie a sventola) Ingrao, Longo e merde varie.

    Non capisco il riferimento. Cmq il PRC ha rotto i ponti con il togliattismo e il berlinguirsmo da molto tempo. Ti consiglio di leggere "Le idee che non muoiono" Bertinotti-Gianni. Riassumo i punti dove Bertinotti prende di fatto le distanze dalla tradizione del Pci di Togliati e di Berlinguer:

    a) il giudizio sugli anni sessanta e settanta. Nel libro, il 1968-69 figura come l'antefatto decisivo di Rifondazione: equivalente non indegno dell'insurrezione tedesca del 1919, o dell'occupazione delle fabbriche italiana del 1920. Un obiettivo che il Pci non mise a tema e, anzi, avversò.

    b) la critica di ogni residua, o ulteriore, 'etica del lavoro'; Vi è una pagina assai efficace, in cui Bertinotti irride la convinzione che l'azione trasformatrice abbia il suo piedistallo nella fierezza del produttore, nella superiore moralità del lavoro subordinato. Secondo l'autore, una simile ideologica sciocchezza ha potuto attecchire solo nella mente di chi dalle officine in rivolta degli anni '60 e '70 si è tenuto lontano, mai frequentando un consiglio di fabbrica. Che alla liberazione del lavoro si aggiunga esplicitamente, in questo testo, la liberazione dal lavoro, è un passo di grande importanza, distante anni luce dal senso comune del Pci. Come dimostra la recente proposta di Rifondazione (discussa anche nel libro) di un 'salario sociale' per i disoccupati. Essa rompe un tabù culturale ("chi non lavora non mangia") di enorme peso; e porta alle estreme conseguenze, dilatandolo su scala sociale, un obiettivo del 1969 operaio, il 'salario sganciato dalla produttività'.

    c) il post-fordismo come inclusione nel processo produttivo della prassi vitale extralavorativa. Il libro non ha esitazioni: il post-fordismo è l'epoca della piena sussunzione della società, e della 'vita' stessa, nel modo capitalistico di produzione. È riconosciuta qui, contro ogni retaggio piccista, la totale compenetrazione tra lavoro e cultura (mentalità, gusti, stili di vita ecc.), lavoro e non-lavoro, struttura e sovrastruttura, economia e società. Altro che alleanza con i 'ceti medi'.

    d) l'abbandono di una prospettiva 'socialista': Bertinotti e Gianni mettono da parte, perché insieme improponibile e indesiderabile, il socialismo, se con tale termine si intende: la classe operaia che si fa Stato, una più trasparente ed equa applicazione della legge del valore-lavoro, pianificazione economica centralizzata, ecc.

    e) il modo di concepire la crisi del capitalismo; Nel Pci la crisi del capitalismo era imputata alla irrazionalità 'anarchica' del suo apparato produttivo o alle sue 'arretratezze'. Nei casi più sofisticati, venivano chiamati in causa la sovrapproduzione o la caduta tendenziale del saggio del profitto. Nel libro di Bertinotti e Gianni (cfr: l'ultimo capitolo) il punto di rottura è situato, invece, nel progressivo allargarsi della forbice tra una produzione della ricchezza, sempre più incardinata al sapere, alla scienza, alla cooperazione sociale, e una unità di misura della medesima ricchezza che ancora coincide col tempo di lavoro del singolo, con il valore di scambio, insomma con la forma-merce. È il tema saliente del Frammento sulle macchine, celebre brano dei Grundrisse di Marx: crisi capitalistica come tracollo della stessa legge del valore, non già come risultato degli squilibri interni a quest'ultima.

    f) Infine, ma non per ultimo, la questione della libertà. Nel primo capitolo del libro, la critica del 'socialismo reale' sembra lambire, talvolta, il primato dello Stato, nonché, in generale, ogni temibile proposito di una 'società organica'. Si sottolinea, sì, il carattere difettoso della 'libertà da', riproponendo tutta la perspicuità di una 'libertà di'. Giusto. Salvo aggiungere che quest'ultima è anche libertà di essere plurali, differenti, singolari. Più che a un popolo coeso, l''individuo sociale' di cui parlava Marx fa pensare a una moltitudine diversificata. Il libro di Bertinotti e Gianni non arriva fin qui, ma apre la discussione. Una discussione inconcepibile nel Pci, che, ricordiamolo, fece valere il legame organico popolo-Stato per liquidare per via giudiziaria i comunisti dell'Autonomia nel processo '7 aprile'.

    In quegli anni la differenza tra PCI e PSI era solo relativa al simbolo e la partecipazione al primo governo di centro sinistra.
    Affatto, il PCI era fortemente legato a Mosca, il PSI invece autonomo aveva la possibilità di non sottostare ai ricatti staliniani. Inoltre il PSI era portatore di una certa cultura libertaria ben lontanta dal PCI bigotto e moralista quasi come la DC.

    Ah quasi dimenticavo il PSIUP di Lelio Basso - da cui proviene Bertinotti - che rappresentava quel poco di coscienza marxiana rimasta in un partito di affaristi (tra l'altro vennero accusati di essere direttamente finanziati da Mosca per provocare una scissione...).
    Appunto questo è un altro esempio di come in temrini marxiana perfino il PSIUP superava il PCI nell'azione politica e sociale.

    P.G.
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





  4. #84
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    Caro Paddy ti ringrazio per la lezione di operaismo versione 2oo3, e ti dirò di più, probabilmente mi iscriverò a Rif Com . Ammetto di non reggere un confronto su temi così profondi, quando raggiungerò il tuo stesso grado (ma non la stessa opinione) saprò replicare in modo decente.
    Una cosa però, "La CGIL è profondamente cambiata e ha rotto il suo cordone ombelicale che la legava storicamente con il PCI-PDS.DS. Così come l'ARCI ect. Insomma c'è uno spostamento evidente a sinistra di forze sociali e della società civile", non è affatto vero. La Cgil nell'ultimo sciopero e il suo segretario Epifani ha chiesto al governo un confronto, un ritorno al dialogo, alla concertazione, quindi al neocorporativismo che durante il Centro Sinistra "andava di moda". Questo spostamento avviene solo nella base. Un sindacato che ripropone la concertazione - un fallimento totale - vuole ritornare ad essere parte integrante delle istituzioni, cioè quello che Licio Gelli ha prospettato nel piano di Rinascita Democratica.

    Ciao

  5. #85
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    In origine postato da Nabat
    Caro Paddy ti ringrazio per la lezione di operaismo versione 2oo3, e ti dirò di più, probabilmente mi iscriverò a Rif Com . Ammetto di non reggere un confronto su temi così profondi, quando raggiungerò il tuo stesso grado (ma non la stessa opinione) saprò replicare in modo decente.
    Sarò onorato di farti la tessera


    Una cosa però, "La CGIL è profondamente cambiata e ha rotto il suo cordone ombelicale che la legava storicamente con il PCI-PDS.DS. Così come l'ARCI ect. Insomma c'è uno spostamento evidente a sinistra di forze sociali e della società civile", non è affatto vero. La Cgil nell'ultimo sciopero e il suo segretario Epifani ha chiesto al governo un confronto, un ritorno al dialogo, alla concertazione, quindi al neocorporativismo che durante il Centro Sinistra "andava di moda". Questo spostamento avviene solo nella base. Un sindacato che ripropone la concertazione - un fallimento totale - vuole ritornare ad essere parte integrante delle istituzioni, cioè quello che Licio Gelli ha prospettato nel piano di Rinascita Democratica.

    Ciao
    La concertazione è stata rotta "da destra" nel senso che il governo non concerta affatto. Questo noi l'abbiamo sempre detto.
    Ma da qui a non vedere che effettivivamente questo fatto ha causato uno spostamento su posizioni conflittuali della CGIL non mi sembra onesto. In questo momento c'è per la prima volta un opposizione di destra nella CGIL che vuole fare fuori Epifani. E' la prima volta che accade nella storia della CGIL (di soltio era l'opposizione di sinistra a voler fare fuori il segretario...). Questi signori prima comandavano adesso no. Mi sembra un fatto significativo, come è stata l'adesione della CGIL al referendum per l'estensione dell'articolo 18, prima e unica volta dove Bertinotti ha vinto una battaglia nella CGIL standosene fuori (strano il destino!). Senza contare la posizione sulla guerra, che ha smentito la precedente di Cofferati durante il Kosovo. E la FIOM che rappresenta oggi la parte piu' agguerita assieme ai sindacati di base del nuovo movimento operaio con una piattaforma avanzatissima che coniuga democrazia e richiesta salariale ce la vogliamo dimenticare? Potrei continuare per molto... insomma c'è stato uno spostamento a sinistra oppure no? A me è questo che interessa perchè è su questo che misuro l'efficacia della mia azione politica.

    P.G.
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

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  6. #86
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    d) l'abbandono di una prospettiva 'socialista': Bertinotti e Gianni mettono da parte, perché insieme improponibile e indesiderabile, il socialismo, se con tale termine si intende: la classe operaia che si fa Stato, una più trasparente ed equa applicazione della legge del valore-lavoro, pianificazione economica centralizzata, ecc.

    Non giustifica l'abbandono di una prospettiva socialista, perchè il socialismo non è solo ed esclusivamente dittatura centralizzata di un partito unico.. il socialismo è vario, e può essere inteso in chiave libertaria e antistatalista, anche la stessa dittatura del proletariato può essere intesa come dittatura dal basso, ovvero il controllo e la gestione dei mezzi di produzione delle classi subalterne attraverso consigli (e non partiti) e la formulazione di una nuova democrazia diretta e partecipativa che nasce dal basso. Come sta avvenendo in Argentina. Ripeto: Non si può abbandonare a mio avviso la prospettiva socialista.

    Il resto...lo leggerò con calma...


    ciao Paddy

  7. #87
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    Umbria. Dove regna "Il Capitale" oggi più spietatamente. Votano la guerra, parlano di pace... sinistra "radikale", sei peggio dell'antrace ! Breaking news: (ri)nasce il partito dell'insurrezione !
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    E' vero che il PRC propose la nazionalizzazione della Fiat, ma mi chiedo se mai l'inserirà nel programma elettorale dicendo all'Ulivo prendere o lasciare su questa condizione.

    Sì, per socializzazione anch'io intendo la "messa in comune" e non la nazionalizzazione, comunque dal mio punto di vista sono stati meglio governi statalizzatori (Allende, Nasser, Gheddafi 1° periodo) piuttosto che quelli liberisti della Tatcher o di Reagan.

    No, forse l'acqua no, ma messa sul mercato di altri beni pubblici sì, lo penso, come ad esempio la televisione (che si vuole digitalizzare e liberalizzare, dandola in mano a Murdoch, che è ancora peggio dei giullari nostrani), compagnie di trasporti, ecc.

    Se ci sarà un accordo ? Ancora te lo chiedi ? Ma se tutti ormai lo dànno per assodato !

    Sinistra "alternativa" ma a cosa ? Comunque se pensi così, accordo tra partito "riformista" (in realtà controriformista, in quanto i riformisti un tempo indicavano i socialisti che volevano raggiungere il socialismo attraverso riforme, e non un gruppo di gente che vuole attraverso riforme espandere il capitalismo) e sinistra sedicente-alternativa, quialwe saranno le linee programmatiche che potranno accontentare tutti ?

  8. #88
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    In origine postato da Nabat
    Non giustifica l'abbandono di una prospettiva socialista, perchè il socialismo non è solo ed esclusivamente dittatura centralizzata di un partito unico.. il socialismo è vario, e può essere inteso in chiave libertaria e antistatalista, anche la stessa dittatura del proletariato può essere intesa come dittatura dal basso, ovvero il controllo e la gestione dei mezzi di produzione delle classi subalterne attraverso consigli (e non partiti) e la formulazione di una nuova democrazia diretta e partecipativa che nasce dal basso. Come sta avvenendo in Argentina. Ripeto: Non si può abbandonare a mio avviso la prospettiva socialista.

    Il resto...lo leggerò con calma...


    ciao Paddy
    Sono abbastanza d'accordo su quello che dici, anche sull'argentina, il problema è che con "socialismo" si è sempre inteso storicamente la pianificazione economica statale. In questo senso nel momento della fine delle categorie politiche novecentesche (popolo, stato, nazione), dovremmo porci il problema di un programma post-socialista.

    Io credo che per quanto riguarda il socialismo, o meglio, "la transizione" bisognerebbe sempre attingere a Marx. Nei Grundisse si evidenzia un intreccio marxiano fra appunto l'"abolizione del lavoro" (cioè il soggetto che si riappropria dello stesso lavoro oggettivato, perchè il lavoro non ha più bisogno del capitale per svilupparsi ed anzi questo gli è d'intralcio) e la questione della "transizione". Se c'è una centralità fra l'intreccio dell'abolizone del lavoro e della transizione va posto il il problema fra comunismo e pianificazione. Troppo spesso a partire da Engels questo rapporto è stato inteso in termini di mera socializzazione (statualizzazione) dei rapporti di produzione, da un lato; dall'altro in termini di "superiore" razionalità economica. E' evidente che, sulla base dei Grundisse, non di qusto si tratta. Ma la pianificazione per Marx diventa comunismo solo solo nella misura in cui è abolizione pianificata del lavoro. E' questa la critica marxiana al socialismo. Pensare cioè a un socialismo che possa transitare verso il comunismo senza le condizioni necessarie per la liberazione dal lavoro, credo che sia un utopia impossibile e perfino tragica (come si è visto).

    P.G.
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

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  9. #89
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    In origine postato da Nabat
    d) l'abbandono di una prospettiva 'socialista': Bertinotti e Gianni mettono da parte, perché insieme improponibile e indesiderabile, il socialismo, se con tale termine si intende: la classe operaia che si fa Stato, una più trasparente ed equa applicazione della legge del valore-lavoro, pianificazione economica centralizzata, ecc.

    Non giustifica l'abbandono di una prospettiva socialista, perchè il socialismo non è solo ed esclusivamente dittatura centralizzata di un partito unico.. il socialismo è vario, e può essere inteso in chiave libertaria e antistatalista, anche la stessa dittatura del proletariato può essere intesa come dittatura dal basso, ovvero il controllo e la gestione dei mezzi di produzione delle classi subalterne attraverso consigli (e non partiti) e la formulazione di una nuova democrazia diretta e partecipativa che nasce dal basso. Come sta avvenendo in Argentina. Ripeto: Non si può abbandonare a mio avviso la prospettiva socialista.

    Il resto...lo leggerò con calma...


    ciao Paddy
    La classe operaia? Ma dove la vedete? Di operai di grosse industrie, magari legate al pubblico, ce n'è sempre meno. Ciò non significa che non vi sia sfruttamento del lavoro, ma che non ha senso ragionarne in temini classisti.

    Questa frammentazione degli interessi, del vantaggio sociale e delle povertà impone di essere meno schematici nel'analisi. Per esempio esiste tutta una fascia di persone che lavora nei servizi che sta avendo dei problemi.

    Inoltre, come si fa a determinare il valore "reale" del lavoro, quando la moltiplicazione delle funzioni, delle qualifiche e dei ruoli, all'interno dell'intero sistema economico, fa sì che il valore di un certo lavoro dipenda sempre più dal suo uso economico contingente?

  10. #90
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    In origine postato da Claude
    La classe operaia? Ma dove la vedete? Di operai di grosse industrie, magari legate al pubblico, ce n'è sempre meno. Ciò non significa che non vi sia sfruttamento del lavoro, ma che non ha senso ragionarne in temini classisti.

    Questa frammentazione degli interessi, del vantaggio sociale e delle povertà impone di essere meno schematici nel'analisi. Per esempio esiste tutta una fascia di persone che lavora nei servizi che sta avendo dei problemi.

    Inoltre, come si fa a determinare il valore "reale" del lavoro, quando la moltiplicazione delle funzioni, delle qualifiche e dei ruoli, all'interno dell'intero sistema economico, fa sì che il valore di un certo lavoro dipenda sempre più dal suo uso economico contingente?
    Appunto lo dici tu stesso: il lavoro esce dalla fabbrica e si espande in tutta la società, lo sfruttamento e la valorizzazione del capitale attraversa tutti: lavoratori dipendenti, materiali, immateriali, dei servizi, perfino disoccupati. In questo modo la fabbrica è scomparsa perché è dappertutto, e il tempo di lavoro tende a coincidere col tempo di vita. Ti pare poco? E allora perchè smettere di ragionare in termini classisti? Forse non c'è piu' la classe operaia intesa storicamente, ma si accresce sempre di piu' una moltitudine diversificata e differenziata di sfruttati e precari quotidiani. La classe quindi c'è ancora ed eccome, ma in versione rizomatica, perché rizomatico e sfuggente è diventato il Capitale stesso, messo alle corde dai vecchi operai massa che si sono rifiutati di continuare a lavorare nelle fabbriche e hanno fatto di tutto perchè i loro figli non subissero le stesse angherie.

    P.G.
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    Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 13-02-03, 14:52

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