Sì, ma bisogna dire che era proprio quel contesto di fabbrica che permetteva una contrattazione sindacale maggiormente pervasiva, che dava adito ad una maggiore "copertura" della totalità dei lavoratori, creando condizioni retributive e di lavoro omogenee. Oggi questo non è più possibile, e lo sfruttamento genera più da una sequenza di eventi legati alla vita personale, sebbene inseribili in contesti sociali diversificati, che da un "destino operaio" comune ai più causato dalla catena di montaggio. Basti pensare alle competenze relazionali necessarie per fare una molteplicità di nuovi lavori.In origine postato da Paddy Garcia
Appunto lo dici tu stesso: il lavoro esce dalla fabbrica e si espande in tutta la società, lo sfruttamento e la valorizzazione del capitale attraversa tutti: lavoratori dipendenti, materiali, immateriali, dei servizi, perfino disoccupati. In questo modo la fabbrica è scomparsa perché è dappertutto, e il tempo di lavoro tende a coincidere col tempo di vita. Ti pare poco? E allora perchè smettere di ragionare in termini classisti? Forse non c'è piu' la classe operaia intesa storicamente, ma si accresce sempre di piu' una moltitudine diversificata e differenziata di sfruttati e precari quotidiani. La classe quindi c'è ancora ed eccome, ma in versione rizomatica, perché rizomatico e sfuggente è diventato il Capitale stesso, messo alle corde dai vecchi operai massa che si sono rifiutati di continuare a lavorare nelle fabbriche e hanno fatto di tutto perchè i loro figli non subissero le stesse angherie.
P.G.
Io non credo, ma questa è una mia opinione, che le esigenze di flessibilità delle aziende siano posticce. Le aziende, sempre più aperte alla competizione globale, agenti come sono in una pluralità di mercati, con le difficoltà crescenti dello stato imprenditore (e salvatore), hanno bisogno di una struttura snella e dinamica che permetta loro di adattarsi a cambiamenti repentini.
Tutto ciò genera insicurezza, ma anche opportunità. Per questo sono convinto che vedere i problemi sociali solo in un ottica "lavorista" sia sbagliato. L'Italia, oltre a quelli di sfruttamento, ha grossi problemi di mobilità sociale intragenerazionale, accompagnati da una crescente diseguaglianza dei redditi. Insomma, diseguaglianza delle opportunità oltre che sociale. Il primo tipo di diseguaglianza è, a mio modo di vedere, ancora più ingiusto del secondo, poichè è presumibile che dietro a questo dato si nasconda una serie interminabile di piccole e grandi discriminazioni legate all'età, al genere e alla provenienza culturale.
L'organizzazione della produzione, le modalità di gestione delle risorse umane delle aziende cambia a seconda dei contesti territoriali, culturali e di settore, e cambia all'interno di essi anche in lassi di tempo molto più brevi che solo qualche anno fa. Non è possibile, dunque, intervenire solo tramite una legislazione del lavoro he finirebbe per essere continuamente elusa, e, alla fine, non sortirebbe gli effetti voluti. Molto più sensato intervenire "a priori", tramite tutte quelle attività di "enpowerment" che permettono all'individuo di rimanere continuamente sul mercato del lavoro.


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