No che non c’è il regime.
Cacciano Montanelli dal Giornale che ha fondato, ma non c’è il regime.
Cacciano dalle loro televisioni, cioè tutte, Biagi, Santoro e Luttazzi, ma non c’è il regime.
Minacciano il direttore del Corriere Ferruccio de Bortoli finché non toglie il disturbo, ma non c’è il regime.
Mettono alla porta della Rai Paolo Mieli prima ancora che ci entri, ma non c’è il regime.
Censurano Blob, ma non c’è il regime.
Dissanguano il Tg3, ma non c’è il regime.
Bloccano il programma con Massimo Fini prim’ancora che vada in onda, ma non c’è il regime.
Silenziano un telesondaggio di Domenica In sgradito al padrone,ma non c’è il regime.
Tentano di bloccare uno spettacolo di Dario Fo e Franca Rame perché “la satira non deve occuparsi di politica”, ma non c’è il regime.
Affidano il festival di Samremo a un amico di Joe Adonis, ma non c’è il regime.
Piazzano alla direzione generale della Rai un famiglio di Berlusconi, ma non c’è regime.
Appaltano la cosiddetta informazione politica del cosiddetto servizio pubblico a due collaboratori della Fininvest, ma non c’è il regime.
Infilano uominiMediaset in ogni ufficio che conta alla Rai, ma non c’è il regime.
Il cosiddetto servizio pubblico calpesta bellamente una decina di sentenze della magistratura che impongono di far lavorare, come
da contratto, la squadra di Sciuscià, ma non c’è il regime.
Ora tentano di cancellare, a poche ore dalla messa in onda, il nuovo programma di Sabina Guzzanti, salvo poi ingranare una precipitosa quanto ridicola retromarcia, ma non c’è il regime.
Vien da rimpiangere quei bei colpi di Stato di una volta, alla sudamericana, con i carri armati per le strade e le marce militari alla televisione.
Almeno quelli si facevano subito riconoscere per ciò che erano, non si travestivano da democratici, non si nascondevano dietro abiti civili e ossimori tipo Casa delle Libertà. Per dirla con Luttazzi, è un golpe al rallentatore. Il nuovo regime, più insidioso degli altri proprio perché non si fa notare, affina ogni giorno meccanismi sempre più sottili e truffaldini. Svuota il senso delle parole, ribalta la logica e la consecutio temporum, trasforma i lupi in agnelli e viceversa, si serve di finti oppositori per completare il lavoro sporco. Ufficialmente, a sguinzagliare l’ispezione per scovare il cameraman che aveva osato riprendere la contestazione a Berlusconi nel Tribunale di Milano, era stata la presidente Lucia Annunziata.
Ufficialmente, ad annunciare la chiusura di “Raiot - Armi di distrazione di massa”, è stato Paolo Ruffini, il democraticissimo direttore di Rai3, che non trovava il programma “in linea con la rete”: una satira troppo poco riformista, direbbe qualcuno. Così il Cavaliere e i suoi cari potranno gabellare il tutto come un altro “regolamento di conti interno alla sinistra” (espressione cara al nostro premier, che la usò a proposito del delitto D’Antona). Quando Sabina, subodorando qualcosa, annunciava nei suoi spot travestita da Berlusconi e da Annunziata che non era affatto certo che Raiot andasse in onda, la reazione generale era stata di fastidio: ecco il solitomartirio preventivo. La stessa reazione dei “riformisti” di tutt’Italia quando Berlusconi emanò l’editto di Sofia su Biagi, Santoro e Luttazzi. “Un’assicurazione sulla vita per tutti e tre”, scrisse Francesco Merlo sul Corriere. Poi però i tre sparirono dai teleschermi in straordinaria coincidenza con quel diktat. L’unico che s’è poi intravisto è stato Luttazzi, la scorsa settimana, ospite di Baudo. E lì il regime ha sperimentato una nuova, micidiale tecnica dimanipolazione.
Epurare l’oppositore, poi tendergli la mano, offrirgli unmicro-spazio, lasciarlo parlare e sforbiciargli a sua insaputa le battute più pungenti, poi presentarlo al pubblico con l’aria compassionevole di chi dice: visto come si è ridotto? Non attacca più, non morde più, s’è arreso. Così qualche critico frettoloso abbocca all’amo e scrive che anche Luttazzi “tiene famiglia”. L’indomani il comico prova a spiegare che la versione andata in onda è lametà di quella registrata, che lui non ha autorizzato i tagli su Berlusconi, su Satyricon, su Tremonti, sulla Chiesa. I pochi giornali che lo riprendono, lo confinano in due righe a pagina 98. Missione compiuta: milioni di persone penseranno che l’epurato è disposto a tutto pur di rientrare in Rai, anche a strisciare sulle ginocchia. A quel punto Ruffini si dice pronto a riaccoglierlo in Viale Mazzini: “Non lo conosco (sic), ma se mi fa una proposta la valuteremo”.
Un po’ come hanno valutato le proposte della Guzzanti, per dire. Ora, si capisce, avremo un paio di giorni di polemiche. Poi tornerà il silenzio, fino alla prossima censura, ammesso che ci sia ancora qualcosa o qualcuno da censurare.
Chissà se stavolta le opposizioni coglieranno l’occasione per analizzare l’unica lista unitaria perfettamente riuscita: quella dei censurati.
Finora si sono ispirati allo sketch di Totò, che prende legnate da uno sconosciuto che l’ha scambiato per un certo Pasquale, ma non si ribella mai perché – spiega - “voglio vedere quello lì dove vuole arrivare. E poi mica so’ Pasquale, io”.




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