DOLORE, RISPETTO E ORGOGLIO
di ACHILLE CHIAPPETTI
IERI l’altro, salvo qualche brutta eccezione, tutti i partiti si sono uniti idealmente attorno ai nostri caduti di Nassiriya. Il cemento di questo miracoloso blocco era un impasto di dolore e di rispetto per i nostri eroi. Ma questo momento unitario è già stato superato. Il dolore, si sa, è un sentimento che si dissolve con rapidità per chi non è colpito direttamente nei propri affetti. Il rispetto, invece, è un’esigenza astratta e molti ritengono che su di essa prevalgono le finalità del proprio schieramento politico.
Contro la missione Antica Babilonia stanno già montando le critiche e si affilano le armi della delegittimazione da parte di chi si oppone al Governo e perciò alla sua politica estera. Già si afferma che occorre ripensare la nostra missione in Iraq o si chiede il ritiro del nostro contingente. Vigliaccamente, si precisa che ciò non sarebbe dovuto all’eccidio ma perché il quadro è cambiato.
Sono evidentemente un po’ grullo, perché questi distinguo io non riesco a percepirli. Penso invece che - per i pacifisti nostrani - il massacro è una ghiotta occasione per aggredire la nostra missione di pace. Ma questo è un modo appena velato di dire che i nostri militari sono morti inutilmente, se non stupidamente, perché la loro missione era sbagliata. Significa ridurre il valore del loro sacrificio e la dignità della loro scelta di andare in quel paese lontano. Sarà un po’ tradirli. Il che per molti è normale routine. I nostri avi hanno così trattato gli sconfitti di Adua, i fanti massacrati nelle trincee della I guerra mondiale, i nostri padri che sono morti nelle perdute colonie.
Non credo che anche questa volta le cose finiranno così. Vi è un terzo valore che ha cementato in queste ore l’unità del Paese. Si tratta del nostro orgoglio di nazione ormai forte nel suo convincimento di essere pacifica e permeata di altissimi valori umani. Ed è perciò che Berlusconi parlando di onore nell’aula di Montecitorio non ha temuto di pronunciare una parola lungamente criminalizzata dalla storiografia di sinistra, dal buonismo imperante e dal partito delle mamme. Lo ha fatto a bella posta perché qualcosa si sta muovendo nella coscienza del nostro grande Paese e nella sua consapevolezza di essere tale.
Certo alcuni affermeranno capziosamente che non è ammissibile che i nostri giovani perdano la vita per difendere il nostro orgoglio. Fingeranno di non capire che oggi quella parola non ha più nulla a che fare con la politica di potenza che ha da sempre insanguinato la storia dell’umanità. L’orgoglio nazionale che si sta sempre più rafforzando in noi è legato al convincimento di essere un Paese che costituisce un modello di sviluppo della civiltà e della convivenza pacifica tra i popoli.
Mollare tutto significherebbe a questo punto ammettere che avevamo scherzato, che ci comportavamo come S. Francesco fin quando non rischiavamo nulla. Significherebbe dare ragione ai terroristi. Questi aggrediscono gli americani per spingerli a rappresaglie che finiscono col rafforzare la resistenza irachena e ci hanno aggrediti certi che, “come al solito”, saremmo scappati a gambe levate.
Ma i nostri soldati resteranno perché la stragrande maggioranza degli italiani condivide ciò che essi stanno facendo in Iraq. La più grande lezione che potremo dare agli iracheni e ai musulmani in genere la impartiremo rimanendo al nostro posto, senza rappresaglie, continuando a svolgere l’opera di pacificazione e di servizio per la quale siamo andati fin lì. Un’opera di convincimento molto più efficiente di qualsiasi arma moderna.
martedì 18 novembre 2003
Il Tempo


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