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Discussione: Il sogno del....

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    ....Cav.

    THE CAV’S DREAM

    IL 15 GENNAIO 2004 CONVEGNO-MANIFESTO NEL CASINÒ DEL PICCOLO PARADISO FISCALE CONNOBEL, POLITICI E IMPRENDITORI

    Milano. Una piccola enclave italiana di 1.7 chilometri quadrati, tremila abitanti e un Casinò, solo 15 chilometri oltre il confine. E soprattutto un paradiso fiscale. Questa è Campione d’Italia.
    Nella cittadina sul lago di Lugano si svolgerà il 15 gennaio un “convegno-manifesto”, finora progettato e allestito in gran riserbo, ma del quale il Foglio è venuto a conoscenza.
    La macchina organizzativa si è messa in moto già da un paio di settimane, i primi inviti sono partiti e anche le prime risposte (tutte, ci pare di capire, entusiastiche) stanno arrivando.
    La spinta decisiva è venuta però da poche righe su un foglietto spiegazzato. C’era scritto: “Ci troviamo purtroppo nel più brutto pasticcio economico dalla grande depressione. E’ tempo di riconoscere che siamo arrivati alla svolta. Siamo minacciati da una calamità economica di proporzioni tremende, le solite vecchie cure non possono salvarci. Non piacerà a voi così come non piace a me; ma dobbiamo guardare in faccia la realtà e metterci al lavoro per rovesciare la situazione. E non c’è da sbagliarsi: siamo in grado di farlo”.

    Silvio Berlusconi tornava in aereo da Bruxelles, venerdì 14 novembre. E non faceva altro che girarselo tra le mani, quel foglietto.

    Alla riunione delle Confindustrie europee si era lamentato dei “lacci e laccioli che tengono il gigante Eurolandia prigioniero come Gulliver”, “dell’iper-regolamentazione che la Ue ha prodotto e produce” e della perniciosa rotazione di sei mesi in sei mesi della presidenza dell’Unione che “comporta una quasi cronica incapacità di agire in profondità”. Possibile, si chiedeva, che non si riesca a dare un impulso all’Europa? Possibile che non ci sia un paese in grado di rompere gli indugi e spezzare le catene di Gulliver? E se fosse l’Italia quel paese?
    Di domanda in domanda si è arrivati presto a quella diretta: e se fossi proprio io, Silvio Berlusconi, a cambiare questo stato di cose? Possibile che neanche un Berlusconi ci riesca?
    E continuava a girarsi quel foglietto tra le mani.
    C’era anche una data: 6 febbraio 1981, quasi ventitré anni fa. E l’autore: Ronald Reagan.
    Con quelle parole il repubblicano Ronnie si presentò in televisione per il suo “Proclama di mobilitazione economica”, un manifesto con un pacchetto di proposte che presentò al Congresso dodici giorni dopo.
    “Il bilancio federale – aggiunse- è fuori controllo il disavanzo è impazzito e raggiungerà a fine anno gli 80 miliardi di dollari e il debito potrà superare i mille miliardi, letteralmente al di sopra della nostra comprensione”.
    La sua ricetta era: tagli alle spese, ma soprattutto un taglio del 10 per cento secco alle tasse per stimolare l’economia.
    Venne preso per pazzo, ebbe ragione.
    L’America tornò locomotiva, anzi razzo.
    I suoi oppositori avevano buon gioco a criticarne gli eccessi, anche nel debito che continuò a crescere di pari passo con l’economia.
    La questione però in piena “Reaganomics” veniva affrontata con filosofia: “Il debito è talmente grande che sa badare a se stesso”.

    George Bush senior, suo successore, ne pagò le conseguenze quando il ciclo cavalcato da Ronnie s’invertì.

    Le redini passarono ai democratici e Bill Clinton che, di Reagan era comunque un estimatore, risognò in altra forma il sogno americano e introdusse il suo “nuovo corso”, con molte parole per lo sviluppo solidale e l’eguagliamento delle differenze economiche e sociali, e molti fatti a ricaricare il ciclo reaganiano.
    Ronnie, ormai articolista per il New York Times, citava Ibn Khaldoun, un saggio arabo del XIV secolo: “All’inizio dell’impero le tasse erano alte e i redditi alti. Ma alla fine, le tasse erano alte e i redditi bassi”.

    Uscito Clinton, alla Casa Bianca è tornato un repubblicano, George Bush junior. Ha tagliato le tasse, è stato preso per matto anche lui.
    E boom: 7,2 per cento di crescita del pil nel terzo trimestre 2003 contro il 3,3 per cento registrato nei tre mesi precedenti.
    Un balzo, quello annunciato a fine ottobre, che non si vedeva dal 1984, dalla Reaganomics appunto. “Una crescita inesistente, sostenuta tutta e solo grazie alle spese militari in Iraq”, hanno tuonato gli economisti alla Paul Krugman, che ha esclamato quello stesso venerdì 14 novembre: “I want my country back”.

    Le domande in aereo, al suo staff, erano ormai un fiume in piena. Possibile che un Berlusconi non possa mettere in forno la ripresa economica con la stessa ricetta che fu di Reagan e della Thatcher in Gran Bretagna, e che oggi Bush junior applica alla lettera?
    Possibile che si debba accontentare dello 0,5 per cento di crescita del pil italiano per dire che “il peggio è passato”?
    Possibile che in nome, o per la mania dell’economia assistita, della concertazione, del bilancino fra le anime della coalizione di governo, Berlusconi si sia ridotto a inseguire un più-zero-virgola-qualcosa-percento sulle orme di francesi e tedeschi piuttosto che su quelle dei suoi maestri?
    “Basta, apriamo il convegno, diamo una svolta a quest’Europa, e cominciamo dall’Italia”, sembra abbia concluso.

    Del resto, già con l’Iraq si era smarcato da Francia e Germania. E oggi, i due capisquadra dell’Ue hanno il fiato più corto del nostro in economia; non arrivano nemmeno a quel +0,5 per cento del pil.

    La lista degli interventi è lunga e, ancora in parte, top secret. Apertura e chiusura sono del premier (circolano già alcune bozze del suo discorso introduttivo, tutto incentrato sulla riduzione del carico fiscale, per tutti: aziende e famiglie; le conclusioni terranno conto della piega che prenderà il dibattito).
    Invitati d’obbligo i colleghi britannico, Tony Blair, e spagnolo, José Mária Aznar, (che illustrerà il suo “miracolo economico”).
    Si valutano le adesioni di politici ed economisti di caratura internazionale, dal segretario di Stato al Tesoro americano, John Snow, al governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke (candidato alla successione di Alan Greenspan allorquando questi decidesse, eventualmente, di lasciare la presidenza); dal trentacinquenne emergente Huw Pill, professore ad Harvard e probabile nuovo direttore della politica monetaria della Banca centrale europea dal primo gennaio 2004 (quando José Luis Escrivá lascerà l’incarico chiave della Bce, quello che manovra le leve dei tassi d’interesse), a Giuliano Amato, cui molti riconoscono comunque il coraggio di aver preso decisioni drastiche quando era necessario (ricordate la manovrona da novantamila miliardi?).
    Se non altro, va segnalato che Amato, domenica scorsa sul Sole 24 Ore, ha scritto che “sono cambiate le domande rivolte alla politica: anni addietro valeva quella che si togliesse di mezzo, oggi si chiede che ci sia, non certo al posto dell’impresa, ma per restituirle il quadro di cui essa ha bisogno”. Un tema molto caro a Berlusconi.
    Ci saranno poi i premi Nobel Paul Samuelson e Gary Becker (che pare giri con uno stemmino sulla giacca con su scritto “tagliamo le tasse”, forse anche per fare un dispetto a un altro Nobel, Joseph Stiglitz, ex consulente di Clinton).
    Del lungo elenco su cui si sta lavorando fanno parte anche gli economisti Allen Sinai di Decision Economics, Gerald Cohen di Merrill Lynch, Claudio Costamagna di Goldman Sachs, Gerardo Braggiotti di Lazard e l’opinionistaFrancesco Giavazzi che dalla prima pagina del Corriere della Sera annotava, nel commentare la lezione americana sulla creazione di lavoro: “Meno tasse, pochi vincoli e torna la crescita”. Invitati d’onore imprenditori e banchieri
    italiani: Marco Tronchetti Provera, Carlo De Benedetti (c’è chi scommette sulla sua adesione per un workshop dedicato alle grandi riforme previdenziali), Cesare Romiti, Umberto Agnelli, Roberto Colaninno, Diego Della Valle, Luca Cordero di Montezemolo, Rainer Masera, Gabriele Galateri di Genola, Roberto Mazzotta, Cesare Geronzi solo per citarne alcuni.
    Personalità straniere: Bill Gates, Rupert Murdoch e Warren Buffett, il guru degli investimenti finanziari che molti in America vorrebbero a dirigere il ministero del Tesoro e che il neo governatore Arnold Schwarzenegger si è affrettato a mettere sotto contratto per una consulenza,
    sfociata ieri nell’idea di lanciare prestiti obbligazionari per 20 miliardi di dollari per risanare il tremendo buco delle casse ederali californiane.

    Berlusconi non ha il fisico di Terminator, ma non occorre che venga dal futuro per capire che il suo terreno congeniale è quello delle tasse e dell’economia reale, dell’occupazione e dello sviluppo, della flessibilità e delle liberalizzazioni.
    Ma al primo posto c’è sempre e inevitabilmente il sistema fiscale, quello che fa di Campione un paradiso. Il convegno-manifesto si preannuncia già come un nuovo Patto con gli italiani, il Trattato di Campione. E se va buca, c’è sempre il Casinò.

    FDB su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Il Casinò? Non amo i giuochi d'azzardo.

 

 

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