Cuba mette l'embrago a Internet
Pc nelle scuole, ma vietato il Web

Le autorità cubane mettono il bavaglio alla Rete. Nel corso di una straordinaria iniziativa hi-tech che prevede l'installazione di 46mila computer nelle scuole dell'isola per "formare una cultura informatica" degli studenti, infatti, il ministero dell'Istruzione ha reso noto che l'accesso a Internet per tutti i cubani rimarrà un miraggio ancora per molto tempo.
Annunciata durante la giornata inaugurale di un congresso sulle telecomunicazioni che riunisce 250 esperti provenienti da Spagna, Brasile, Argentina, Messico e Bolivia, la ferma decisione di vietare il Web mostra tutta la diffidenza delle autorità nei confronti dei contenuti e delle minacce provenienti dalla grande Rete.

Otra noticia:

Nonostante il lancio di un piano innovativo per l'informatizzazione delle scuole e le università dell'isola, infatti, per il momento nessun esponente del ministero dell'Istruzione si è dichiarato favorevole ad un'apertura del popolo cubano nei confronti di Internet.

Niente Web in Casa di Fidel Castro, dunque. Nell'immenso mare di Internet Cuba rimane ancora un'isola senza collegamenti.

Cuba, un embargo sui computer
Castro mette al bando i sistemi hi-tech
Fidel Castro non si fida delle nuove tecnologie. E il governo cubano stabilisce una sorta di 'embargo' interno sulla vendita di computer e componenti informatiche alla popolazione dell'isola caraibica. La denuncia arriva da CubaNet, un portale anti-castrista che alcuni fuoriusciti cubani hanno allestito a Miami, in Florida, ma alcune conferme sarebbero rintracciabili anche nelle ultime comunicazioni ufficiali del Consiglio cubano per il Commercio e l'Economia. In pratica, la voce delle istituzioni. Personal computer e dispositivi informatici, che permettono ad esempio le connessioni in rete, avevano fatto il loro esordio sul mercato cubano attorno all'estate scorsa, quando in qualche negozio o improbabile rivenditore di marchingegni hi-tech delle principali città si potevano trovare i primi prodotti dell'era informatica sbarcati a L'Havana.
Ma 'l'apertura' al mercato delle nuove tecnologie, secondo quanto rivela CubaNet, non sarebbe durata granché, e nel giro di qualche settimana i primi Pc in vendita sarebbero stati sistematicamente ritirati dagli scaffali dei negozi, insieme a dischetti, Cd e a qualsiasi altro dispositivo informatico. Una messa al bando alla quale si può derogare solo per quei casi in cui l'utilizzo di un Personal computer sia assolutamente indispensabile alla 'causa sociale' e l'acquisto sia autorizzato dal Ministero del Commercio. Un filtro rigidissimo. Senza contare che una barriera 'naturale' alla diffusione delle nuove tecnologie tra la popolazione è già rappresentata dal costo stesso di questi apparecchi e dispositivi, che risultano di per sé del tutto fuori dalla portata di spesa di gran parte dei cittadini cubani.
Le motivazioni di questi provvedimenti per limitare e controllare, se non addirittura bloccare, lo sviluppo dei sistemi informatici nell'isola possono essere probabilmente rintracciate nel timore da parte del governo cubano che le tecnologie informatiche e di rete possano essere utilizzate anche dagli oppositori del regime castrista, e consentire alla popolazione l'accesso a informazioni, notizie, documenti e altro materiale ritenuto 'scomodo' dai vertici governativi. Il governo locale, del resto, a quanti si potevano permettere il costo di un collegamento a Internet (che a Cuba è stato fissato subito in circa 260 dollari mensili, un prezzo proibitivo per le tasche della popolazione locale) già da tempo richiedeva di registrarsi presso il Centro Nazionale per lo Scambio di Dati.
Un apposito ufficio per tenere sotto controllo l'identità dei pochissimi e privilegiati navigatori del Web.

Che tra l'altro è sempre stato sottoposto a precise restrizioni: attraverso dei filtri hi-tech attivati presso gli Isp (Internet service provider) locali, online sono visibili a Cuba soltanto i siti approvati dal governo, mentre anche le e-mail dei residenti sono sottoposte a controlli e verifiche.

Insomma, anche i gloriosi 'Barbudos' non vogliono sentire parlare di 'rivoluzione' se si tratta di quella delle nuove tecnologie.

LA NAVIGAZIONE CIRCOSCRITTA SOLO A UNA PARTE DEL WEB
L'isola di Cuba ai tempi della Rete
In pochi hanno un abbonamento a Internet, i costi sono proibitivi e le infrastrutture scarseggiano ancora
A Cuba la censura del regime si fa sentire anche su Internet? Sembrerebbe di sì. Almeno a giudicare dalle notizie che arrivano dall'isola caraibica e che parlano persino della nascita di gruppi di navigatori clandestini. Secondo i dati ufficiali, sono solo 60mila (su una popolazione di 11 milioni di abitanti) i cubani con una casella di posta elettronica e, di questi, appena in 15mila hanno il 'privilegio' di avere un abbonamento a Internet. Ma c'è di più. A quanto pare gli internauti della 'isla grande' avrebbero accesso solo ad un numero limitato di siti: quelli approvati dal Governo. Siti sul Partito comunista, sull'unione del lavoro, sui media, sulle arti, sugli sport, sulle imprese, purché statali. L'accesso all'intera Rete sarebbe invece un lusso riservato agli stranieri, alle imprese estere, agli hotel a cinque stelle, agli istituti di ricerca, alle università, ai ministeri e alle aziende di stato. Perché? Perché - è la scontata spiegazione dei detrattori di Fidel Castro - si vuole mettere a tacere il dissenso e Internet potrebbe diventare un'arma veramente pericolosa in mano a chi si oppone al lider maximo. Così anche per chattare i cubani devono limitarsi a farlo esclusivamente attraverso il portale ufficiale islagrande.cu.
Ma se gli oppositori di Fidel sostengono che la Rete sia scarsamente diffusa tra la popolazione esclusivamente per ragioni di censura, altri hanno invece individuato un insieme di motivi. Come la mancanza di infrastrutture e i costi del servizio che per i più equivale a una piccola fortuna: 4 dollari e mezzo per tre ore di navigazione e 260 per un abbonamento mensile, a fronte di stipendi che si aggirano mediamente sui 12 dollari al mese. Come dire un lusso per pochi, anzi pochissimi. Per ora anche le postazioni Internet pubbliche si contano sulle dita di una mano. All'Avana sono quattro, anche se a breve in tutta l'isola dovrebbero aprire i battenti alcune decine di centri analoghi. Il governo, da parte sua, giustifica l'ingresso lento di Cuba nel mondo delle nuove tecnologie col fatto che l'isola (sotto dittatura, ma anche schiacciata da un embargo da parte degli americani che dura da 40 anni) ha per ora altre priorità da risolvere prima di mettere la popolazione online.

ECCO COME CINA, INDIA, NORD COREA CONTROLLANO LA RETE
Dove www non vuole dire libertà
E' lunga la lista dei Paesi che praticano la censura di Internet. Problematica, in ogni caso, la regolamentarne degli accessi
Www dovrebbe essere sinonimo di libertà, ma non è così in tutto il mondo. Cina, Arabia Saudita, Pakistan, India, Iran, Iraq, Algeria, Angola, Azerbaïdjan, Bhoutan, Etiopia... la lista dei Paesi che praticano una censura dei contenuti veicolati su Internet è ancora lunga. Per non parlare di quella dei Paesi completamente tagliati fuori dalla Rete, nella quale figurano la Corea del Nord, l'Afghanistan, la Birmania. E siccome la libertà assoluta è difficile da gestire, anche i Paesi democratici - come gli Stati Uniti, la Germania, l'Italia stessa - si confrontano con il problema della censura. Succede quando cercano di regolamentare l'accesso alla Rete a particolari categorie di utenza - come quella dei minori - o di difendersi dal terrorismo.
Ecco i casi di Paesi dove la Rete è controllata o inesistente oppure dove i Governi si cimentano nel difficile tentativo di regolamentarne l'uso.
Cina. In questo Paese, misure restrittive all'uso della Rete sono in vigore dal 1997, come l'obbligo di registrasi presso l'ufficio competente per chi voglia aprire un sito: in caso contrario le pagine html vengono bollate come stampa clandestina. Da due anni la strategia della cyber-grande -muraglia è stata modificata in favore di una repressione selettiva e del controllo realizzato tramite gli stessi provider e i responsabili dei siti. Oggi, infatti, il successo che la Rete ha ottenuto nel Paese rende impossibile un controllo capillare. In ogni modo, il Governo cerca di impedire la pubblicazione sul Web di materiale ritenuto ostile alle autorità - oltre che di contenuti pornografici - al punto che i cyber dissidenti sono considerati alla stregua di veri e propri criminali, puniti con anni di prigione. Nel 2000, il Parlamento ha anche approvato un testo sul contenuto dei siti d'informazione e dei forum cinesi. Con questa nuova legge i siti possono diffondere solo informazioni fornite da media governativi e cioè sottomessi alla censura e ai limiti della propaganda. Le informazioni che arrivano da mezzi di informazioni stranieri non possono essere messi online se non previa autorizzazione. E in ogni caso i siti sono ritenuti i primi responsabili della pubblicazione di informazioni sovversive. Nell'agosto del 2000 sono state varate le prime unità di polizia Internet per 'amministrare e mantenere l'ordine' sulle reti informatiche. Tra i loro compiti il controllo del computer utilizzati nei cyber café. Alla fine dell'anno scorso del 2000 è stato fatto chiudere il locale più grande del mondo: i suoi utenti avevano visitato siti pornografici.
Il Nord Corea è completamente tagliato fuori dal World Wide Web. Solo alcuni privilegiati hanno accesso a Internet grazie ai sistemi di comunicazione internazionali, proibiti ai più. Non esistono fornitori d'accesso al Web e neanche un server che permetta di fare transitare dal paese i messaggi elettronici. Ciononostante, il regime di Pyongyang è presente sul Web con siti ufficiali ospitati su server stranieri, soprattutto Giapponesi. L'agenzia di stampa governativa può così diffondere la propaganda di regime oltre i confini del Paese. Anche durante l'incontro storico tra il presidente della Corea del Sud e quello della Corea del Nord, il ministro degli affari esteri locale ha proibito ai giornalisti ospiti di utilizzare le loro connessioni per inviare agli articoli alle redazioni. Alcune organizzazioni per la difesa dei diritti civili - come la Citizens' Alliance to Help Political Prisoners in North Korea - sono comunque riuscite a mettere online rare informazioni e immagini perché possano essere rese note in tutto il mondo.

India. Dal 1998, la 'più grande democrazia del mondo' ha tolto la licenza a numerosi fornitori di accessi privati. E malgrado ciò. Il 75% delle connessioni avvengono dai cybercaffé. Ma il più efficace freno all'espansione della Rete è però il cattivo stato in cui si trovano le infrastrutture di telecomunicazione. L'India è uno dei tredici paesi ad avere adottato una legge sulla cyber criminalità. L'Information Technology Act considera un crimine 'l'accesso senza autorizzazione alle informazioni elettroniche'. Il pirateggio è passibile di pesanti ammende e di pene che arrivano a tre anni di carcere. La Legge permette anche alla polizia di perquisire in qualsiasi momento e senza mandato case private, uffici e di chiudere un cyber caffé se si pensa che vi si stia per compiere un crimine informatico. Chiunque diriga un sito anti indiano, nozione nella quale sono compresi i siti sovversivi e pornografici, rischia cinque anni di prigione. In Parlamento, l'opposizione ha denunciato le misure come un ostacolo al libero utilizzo della Rete e per questo il Governo ha rinunciato a un articolo molto restrittivo della legge che impone ai cyber caffé l'obbligo di tenere un registro con i nomi degli utenti e dei siti visitati. Nel giugno 2000 la polizia ha condotto la prima operazione contro i proprietari di siti ritenuti pornografici.
Stati Uniti. Negli Usa, l'utilizzo della Rete è ovviamente libero, ma questo non significa che non esistano sistemi di filtraggio. Primo fra tutti Carnivore, sorta di scatola nera collocata presso tutti i fornitori di accesso: permette all'Fbi di intercettare le comunicazioni elettroniche di alcuni sorvegliati speciali - persone o organizzazioni. La sua esistenza è stata ammessa dal Parlamento solo recentemente. Negli ultimi anni sono stati presentate diverse proposte di legge per limitare l'accesso dei minori ai siti pornografici, ma sempre senza successo. Mentre sono stati resi obbligatori speciali filtri nelle scuole, le biblioteche e in altri luoghi pubblici dotati di connessioni. Approvato a tempo record, dopo l'attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono, il Cyber Patriot Act: considera un crimine il terrorismo sulla Rete.
Germania. La sacra alleanza formata dalla polizia, la giustizia e i fornitori d'accesso per frenare le attività online dell'estrema destra, preoccupa le associazioni di difesa della libertà d'espressione. Il timore è che prima o poi si arrivi a una vera e propria forma di censura. La campagna 'No abuse in Internet' alla quale partecipano anche alcuni Internet service provider ha fatto chiudere cento siti di estremisti di destra e cinque di pedofili. Secondo la legge tedesca sulle tlc del giugno del '96, i provider devono rendere possibile la consultazione delle comunicazioni ellettroniche ai servizi segreti. La legge sull'informazione e la comunicazione dell'agosto del 1997 rende i server responsabili dei contenuti dei siti ospitati, ma soltanto se ne sono a conoscenza.