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Discussione: Sulla....

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    Predefinito Sulla....

    ....censura (per in non romani)

    Roma. Una domenica sera, autunnale e romana, la televisione alla fine è stata restituita alla strada.
    Il Sabina Guzzanti show, sfrattato da RaiTre per eccessi di satira propagandistica nel già leggendario “programma censurato” – in effetti imbarazzante per l’ente di Stato, in assenza di contraddittorio di “genere” e per alcune pesantezze che sconfinano dai famosi “paletti” della satira telegeneralista – insomma “Raiot” è andato in scena per 2.800 aficionados al calduccio del confortevole Auditorium di Renzo Piano e per 15 mila volenterosi ultras nella fatale umidità del limitrofo, antistante piazzale del Villaggio Olimpico.
    Al di là delle polemiche che hanno (forse) turbato le coscienze degli spettatori per una settimana, si è trattata di una legittima manifestazione dell’opposizione antigovernativa, grondante dei nervosismi della compagnia di giro del programma, stremata da giorni di Consigli d’amministrazione, brutte recensioni, cancellazioni, registrazioni celibi e ricami finali by Gad Lerner.
    Nel senso, insomma, che tutti sembrano essere arrivati stanchi e irritati a questo strano rito di televisione virtuale, a partire dal capocomico Sabina, costretta all’inevitabile monologo di apertura. Nel corso del quale, in fondo, lei stessa ha ridimensionato il disastro.
    Ha finto d’essersi appena pentita dell’accaduto, ha utilizzato l’espediente comico del “l’avessi saputo prima…”, poi ha snocciolato diligentemente i rospi sullo stomaco: la questione della “razza ebraica” (“montatura infame”), il tradimento di Lucia Annunziata (“non sa cosa firma”, forse perché, perfidamente,
    “conosce cinque lingue e non ne parla neppure una”).
    Quindi è passata alla mancata copertura politica da parte di Paolo Ruffini, direttore di RaiTre (“dice che morirebbe per difendere Ballarò e non per Raiot, ma come si fa a morire per Ballarò?”) e finalmente si arriva a Giuliano Ferrara, protagonista fisico di buona parte dell’assolo (scampoli: “Gli ex stalinisti sono i più crudeli”, “la storia del Ferrara intelligente non l’ho mai capita”, “sessuopolitico”, “alter ego di Platinette”, “Ferrara, sei grasso ma non fai capoluogo”…).
    Vabbè.

    Poi sono arrivati gli altri protagonisti annunciati, mentre sul Villaggio Olimpico scendeva una bruma umidiccia e vigliacca, e cronisti e astanti cominciavano a capire la differenza tra tv da salotto e teatro militante di strada, molto militante se a notte inoltrata e a fine novembre.
    Grillo se l’è cavata con una telefonata col cellulare (“Chi paga?”), Corrado Guzzanti ha rispolverato Fascisti su Marte (“Anche a Matteotti avevamo chiesto di registrare gli interventi. Non ha funzionato” – no comment) e ha detto la migliore sul solito strabordante Ferrara (“Vili! E’ facile nascondersi dietro Ferrara!”). Daniele Luttazzi ha lasciato il pubblico freddo con un interventino filmato e avaro sul boicottaggio agli inserzionisti Mediaset.

    Poi, passate le 22, sono cominciati a sfilare i comici minori.
    La parola censura ha risuonato sinistra a ogni pie’ sospinto. Nessuno, invece, s’è azzardato a dire che i dirigenti Rai che si sono occupati del programma e l’hanno preventivamente approvato, avranno ben previsto, a grandi linee, cosa sarebbe stato. Magari però alla fine si è rivelato peggio e poi ha avuto la disdetta d’andare in clash psichico coi fatti di Nassiriyah.
    Voglio dire, se si fosse voluto censurare la Guzzanti, non le avrebbero neppure fatto un contratto.
    Se si volesse censurare lo stile Guzzanti, non si sarebbero mandati in onda per settimane settimane i Fascisti su Marte (più divertenti, sottili, adattabili a quel che continua a essere un servizio pubblico con dirigenti preposti, incaricati e responsabili delle scelte.

    Perfino della scelta – temibile – di dire a Sabina Guzzanti che il suo programma stavolta non funziona).
    Lei l’ha presa male, sul personale, sulla qualità.
    Si sono offesi tutti, anche troppo, come fa chi a lungo è stato coccolato.
    Hanno voluto amplificare il fatto, hanno voluto fare un caso pubblico di quello che doveva essere un problema privato fra chi ha commissionato un programma e chi l’ha realizzato non secondo le aspettative.
    Chiamala censura, se ti fa stare meglio.
    Si sono visti altri programmi bocciati, altri capocomici frustrati, altre incomprensioni a un passo dall’esplodere.
    Qui la faccenda è finita in piazza, ad animare – in tempi di magra quanto a mobilitazione – una manifestazione girotondina di medio cabotaggio, fatta di parole d’ordine,
    “riconosciamoci”, “facciamoci sentire”, e in questo caso anche d’altre parole d’ordine stravaganti (Vincenzo Vita: “Siamo costretti a vedere questo programma NON in televisione” – ma allora stiamo parlando per caso di una possibile NON-TV? interessantissimo…), di pirotecniche invenzioni mediatiche come “la tv autoconvocata” (Paolo Flores: “Autorganizzatevi. Ma non spingete, qui davanti al megaschermo”).

    Il fatto è che col passare dei minuti dello show, la questione dà l’impressione di sgonfiarsi. I comici fanno il vecchio mestiere, gli sketch sono più o meno risaputi, la compagnia satirica d’area Jovinelli tira avanti un po’ spaesata nell’Auditorium nobile casa di Santa Cecilia, col corollario dell’antistante piazzale, “oceanico” ma avaro di applausi – qualche battuta piace, qualche altra meno, domani comunque si va a lavorare.
    Quando arrivano la Mannoia e Piovani e attaccano “Ah che sarà che sarà” di brasilera memoria, il cronista cede, aspira l’ultima boccata di brina militante e gira i tacchi.
    Allontanandosi dal luogo della manifestazione gli rimbalza in testa il paragone ardito che ha sentito pronunciare (“Sabina come Pasolini”), gli traversa la mente il fantasma dello Scrondo (il mostro verde che si scopava un teleschermo, anch’egli vittima di censura ne L’araba Fenice, programma bello ma altrettanto impresentabile), vede un bus dell’Atac che s’allontana fellinianamente a marcia indietro (ci percepisce pure un messaggio, ma mica si sforza a decifrarlo).
    Pare che una stazione satellitare chiamata Emili stia trasmettendo in diretta il programma, ma se telefoni in giro ti dicono che nessuno la vede, dove cavolo si prende, misteri del digitale… Nel complesso c’è sensazione di “fuori luogo”.

    Raiot, poi, magari continuano sul serio a registrarlo, forse riapparirà perfino in tv.
    Di sicuro c’è questa intuizione d’un programma che non ce l’ha fatta a restare sul piccolo schermo a cui era destinato, e allora s’è ribaltato in piazza, in più piazze – perché magari questo è il suo vero posto, e il ragionamento sembra abbia senso, dia senso un po’ a tutto.
    Siete proprio sicuri che la finalizzazione televisiva di un certo progetto sia obbligatoria (magari lo stesso programma, poi, non farà altro che ripeterci che la tv ci rincoglionisce)?
    Non è neppure male, la domenica sera, uscire, andare a vedere i comici. Insieme ad altra gente. Quasi meglio che stare a casa.
    Se solo non fosse così umido.

    Stefano Pistolini su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Storia di una truffa ideologica da...

    ....psicoanalisi. Le ragioni e i modi e i complici


    Di tutta questa faccenda della Sabina Guzzanti con il suo birignao da via dei Volsci, quartiere Parioli, una sola cosa risulta
    tristemente interessante: la rovina del mestiere dell’attore, e del mestiere più in generale.
    E’ un discorso difficile, ma bisogna provarci.
    Partiamo dai fatti.
    Tutta la storia della censura di Raiot nasce fuori dal palcoscenico
    o dallo studio televisivo, fuori dalla satira.
    Nasce nella coscienza militante e idealista di una Giovanna d’Arco de’ noantri. Infatti la Guzzanti ha sempre esibito tranquillamente e professionalmente la sua satira politica, che non è un atto d’eroismo tanto più nell’Italia berlusconiana, che di satira, soprattutto involontaria, vive ormai da dieci anni.
    Infatti l’apertura della televisione alla satira e al grottesco, a parte
    il vecchio parodismo alla Alighiero Noschese che fu battistrada ed è canone, nasce con la tv commerciale del Berlusca che libera lo schermo, e con la trash tv degli anni Ottanta, che lo devasta e lo deforma fino all’inverosimile nella crisi incipiente della Prima Repubblica.

    Questa ridicola storia di censura tra noantri, roba da psicoanalisi, è preceduta invece da una piccola spia, da un paradigma indiziario.
    Quando faceva satira, con Corrado bravissimo nell’imitazione di Rutelli e lei ottima in quella del Cav., e si era sotto elezioni, Berlusconi in un’intervista al Foglio stroncò ogni prurito censorio dichiarandosi favorevole alla satira e in particolare alla satira dei fratelli Guzzanti.
    La Gianna d’Arco de paese, quartiere Parioli, ne ebbe un trauma da cui non si è ancora ripresa.
    Protestò, si dimenò come un’Erinni ferita, e mostrò per la prima volta tutta la sua imperdonabile e arrogante ignoranza delle
    regole del mestiere dell’attore: fa’ il tuo spettacolo, prendi la tua mesata come Leporello nel Don Giovanni, e taci o spettegola,
    ma non fare proclami, non rovinare il bello del mestiere.
    Se sei engagé, trovati una cordata, firma appelli, esibisciti gratis, ma non rovinare mai l’etica dello spettacolo: io servo il pubblico e lo faccio ridere, lui critica e fischia o applaude e osanna, due diritti e doveri, due ruoli imprescrittibili del buon gusto.
    Lei invece proclamò: non ci credo, non ci credo, respingo i complimenti del satireggiato.
    La sventurata rispose.

    In quella coscienza idealista e infantile, turpemente inelegante ed egolatrica, affiorò il progetto meticolosamente realizzato e consacrato domenica sera all’Auditorium con la falsa censura di una falsa satira e la falsa assemblea di solidarietà imposta a una falsa sinistra mozzorecchi, che non ha scucito una lira per lo spettacolo a gratis (secondo le cronache hanno messo qualcosa nei salvadanai della parrocchietta solo la Cao e D’Amati, gli agenti degli artisti, e ci crediamo).
    La domenica precedente, domenica di censura, il Cav. dormiva il sonno del giusto, il direttore generale della Rai dormiva il sonno del giusto.
    Il regime dormiva.
    Dormiva il conflitto di interessi.
    E Sabina si avviava a fare uno spettacolo di satira in una tv “controllata da Berlusconi”.
    Troppo poco per la sua divinizzazione politica. Sabina era reduce da un “confronto col mercato”, come dicono i suoi lacchè inconsapevolmente fininvestiani ma travestiti da giacobini quando invocano un modesto 18 per cento di share in terza serata.
    Il suo film, “Bimba”, una rottura di palle priva di senso
    dell’umorismo, era stato messo su grazie a Berlusconi, che è anche l’editore della bambinaccia, ma era stato staccato dallo
    schermo dopo sei secondi, perché la gente si affollava ai botteghini ed era disposta a pagare qualsiasi cifra pur di non essere obbligata a vederlo.
    Un flop da sballo.
    E lei ha sballato.

    Sabina doveva scagliare contro qualcuno il suo narcisismo, la sua insopprimibile e insoddisfatta voglia di censura e di eroismo, e non trovando il regime, che le compra i film e i libri e la manda in onda, provò con i compagni di RaiTre e con la compagna Badessa, Lucia Annunziata, presidentessa di garanzia.
    Facendosi aiutare da due autori che dicono di non prendere una lira dalla Rai (ma che ipocriti: e chi glieli dà i soldi per pagare la loro “qualità autorale” alla ditta della Dandini, appaltatrice chic?), ma pronta a negare l’utilità del loro aiuto e a proclamare su La7 che i testi se li scrive lei, l’attrice che tradì il suo mestiere per vanità aggiunse alle imitazioni, poca seta per il suo bianco abito da sposa della causa, monologhi squadristi e razzialmente connotati (per pura ignoranza: anche l’antisemitismo è una cultura, a suo modo).
    Monologhi che fecero inorridire il compagno direttore di RaiTre, tentato dalla censura seduta stante, e convinsero la disgraziata Badessa a quell’atto odioso e inelegante, ma inevitabile, di censura preventiva, votato all’unanimità dai signori amministratori.

    Dopodiché, il deliquio. La critica stronca Raiot, che ricorre alla volgarità di menzionare la signorina Share in un rigurgito di deblanckismo de sinistra. Sabina non può sopportare di avere i fischi della critica e niente censura.
    Si è dunque trasformata per una settimana in un changeling, quei bambini brutti e cattivi e un po’ idioti che sostituiscono
    il figlio vero rapito dalle Fate.
    Non ha vissuto di prove e contratti e agenti, come fanno gli attori onorati, ma di conferenze stampa, riunioni e girotondi da organizzare con l’aiuto del compagno sindaco de Roma in un luogo nato per la musica e già sputtanato dalla politica minore. Ha intrappolato la sinistra, mai così imbarazzata, nella squallida sceneggiata della censura di regime, come fa la Verdurin quando chiede solidarietà che giustamente non riceve per i suoi attacchi killer (altro changeling: quando è criticata ci diventa isterica). Sabina dunque ha celebrato se stessa e ha venduto, tradito la satira e il mestiere dell’attore sull’altare di un Ego mostruoso.
    Per una ragazza così non basta un regime, ci vuole un esorcista.

    Ai complici basta uno scappellotto.
    A Lerner, autore di una conduzione infedele e manipolatoria su La7, sabato sera, vanno ricordati i dati del suo programma, dal 20 settembre al 22 novembre di quest’anno. Puntata prima: 2.16. Seconda: 1.04. Terza: 1.90. Quarta, con l’Elefante: 3.00. Quinta: 1.38. Sesta: 1.95. Settima: 1.18. Ottava: 1.31. Nona: 2.11. Decima, con l’Elefante e la bambinaccia: 3.52.
    Conclusione del marketing: petulanza, ulivismo, presunzione e manipolazione non pagano.
    A Lerner farebbe bene la doppia conduzione.
    Da solo, si reimmerge in se stesso, ed è un guaio.

    E quando una censurata dice: “Togliete il microfono a quel ciccione fetecchia che fa vomitare”, Lerner deve evitare di eludere il tema del razzismo inconscio, e psicoanalizzarla live.

    firmato l'elefante o ciccione

    saluti

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    Predefinito La satira è...

    ...cosa sacra

    Roma. Il principio è principio. Poi, tutto il resto è opinione. E dunque, dice Peppini Caldarola, uno dei 130 firmatari ulivisti dell’appello in difesa di Raiot: “Personalmente non condivido nulla della famiglia Guzzanti, né il versante destro né quello sinistro”. E aggiunge Salvatore Buglio, anche lui dalemiano e firmatario:
    “Non siamo a favore della Guzzanti, ma contro la censura preventiva. Che poi, le vere vittime di tutto l’affare sono i riformisti, dentro e fuori la Rai, trascinati in questa storia...”. Sospirano gli uomini di Fassino: “Sabina Guzzanti non ci regala nulla”. Ma il principio, si diceva.
    E perciò proprio da via Nazionale hanno sollecitato i parlamentari a darsi da fare, e sorprendentemente, tra i parlamentari i più attivi ad aderire sono stati i “riformisti”, dalemiani inclusi e in testa.
    E in tanti hanno firmato, su richiesta di Caldarola e Buglio e Beppe Giulietti, pure se in tanti precisavano: “Di questa Guzzanti non condividiamo niente, ma stavolta hanno esagerato”.
    Perché è il principio, appunto.
    Anche se non si può certo tacere che alla fine a decidere la sorte di Raiot sono stati il direttore di RaiTre Paolo Ruffini e la presidente Lucia Annunziata, due ulivisti a dir poco e a dirla tutta. Quindi, i censori sono di sinistra.
    O no? “Il problema è proprio questo – ribatte Marco Minniti, altro dalemiano di ferro - Preoccupa questo clima che porta all’autolimitazione per paura della bufera che potrebbe arrivare. Così alla fine si preferisce un’assunzione esagerata di responsabilità.
    Che la bufera fosse all’orizzonte, si è visto con il provvedimento aperto contro Ruffini.
    Tristezza del clima attuale”. Ogni diessino dice che “hanno esagerato”, che “è una cosa impensabile”, che in fondo Biagi e Luttazzi e Santoro erano nel conto, “ma il programma della Guzzanti no”. Dicono pure, via Nazionale: “Non discutiamo nel merito. Se viene sospeso non possiamo non schierarci”.
    Ancora meglio spiega la questione Buglio: “E’ la stupidità degli atti compiuti che ha costruito quest’altra eroina. E oggi ci costringono a essere solidali con uno spettacolo e delle persone – tra cui pure Marco Travaglio e Curzio Maltese – che con noi riformisti non hanno nulla a che vedere. L’unica a guadagnarci, con la censura, alla fine è stata la Guzzanti”. Ma “c’è il clima che è cambiato, un anno fa non avremmo raccolto tutte quelle firme tra i deputati”.
    Certo, a scavare in fondo un certo disagio si trova pure. Come quello che esprime un membro del vertice del partito: “Non è sensata questa storia che la verità la possono dire solo i comici e i satirici.
    Come se la politica si dovesse giustificare con i Travaglio, i Maltese e i Flores d’Arcais.
    Roba già vista, che non ci ha convinto allora e non ci convince adesso”.
    O chi racconta, sottovoce, di qualche sgambetto tirato all’Annunziata, “che forse doveva essere nostra candidata alle europee, e ha preso più bastonate di tutti senza accontentare la sinistra”.
    Poi certo, tanto la presidente quanto il direttore hanno censurato, “ma in fondo la loro è stata una mediazione per impedire la morte definitiva di Raiot”.
    Secondo Caldarola la “censura è nata da un’ingenuità di Rai Tre, ed è il risultato di un clima oppressivo che rende ossessivo il controllo su ciò che dicono e fanno artisti e anchorman di sinistra”.
    Per il parlamentare diessino “in Rai sono entrati molti intellettuali e giornalisti del centrodestra, da Socci agli altri, ed è giusto che ci siano, ma ne sono usciti troppi, tanti, dall’altra parte. Esiste un clima obiettivamente intimidatorio, e su questo clima dovrebbe farci sapere qualcosa il direttore generale Cattaneo”.
    Minniti dice che quella scelta dalla Rai “è una soluzione cervellotica e inaccettabile”.
    E il responsabile informazione dei Ds, Gianni Cuperlo, invoca: “Sabina Guzzanti in tv, grazie!”.
    Assicurano pure, a via Nazionale, che la serata all’Ambra Jovinelli non è stata come quella a piazza Navona con Nanni Moretti, “il messaggio di Fassino è stato accolto dagli applausi, ha recuperato il rapporto con i movimenti”.
    E tra l’Annunziata e Ruffini, “casomai responsabile di un eccesso di zelo e di una scarsa capacità diplomatica”, si punta l’indice altrove, “in realtà la trasmissione è stata censurata da Cattaneo”.
    Principio e clima, dunque, hanno fatto scegliere i Ds.
    C’è chi ammette che “è una cosa che ci siamo creata molto noi”, ma poi si sa che “l”Annunziata e Ruffini hanno la stessa sofferenza che abbiamo noi”. E soprattutto, rammenta Caldarola, “è il direttore generale che deve trasmettere ai direttori di rete l’idea di libertà”.

    questo è meglio di Raiot, questa è satira

    saluti

 

 

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