...parla Talabani
Baghdad. E’ stato per me un grande onore presiedere il Consiglio di governo iracheno (CGI) durante un mese ricco di eventi di straordinaria importanza.
Abbiamo raggiunto un accordo per il trasferimento dell’autorità dalla coalizione, i liberatori del paese, al CGI, i rappresentanti degli iracheni liberati.
Il presidente George W. Bush ha dato voce a una visione ispiratrice per un Medio Oriente libero e democratico.
I nostri amici americani stanno colpendo con decisione gli ultimi resti del regime di Saddam e distruggendo la rete di baathisti e fondamentalisti islamici stranieri che cercano di impedire l’esperimento democratico iracheno.
Ma questi buoni risultati possono essere spazzati via se noi iracheni non sapremo sostenere il peso della lotta.
I nemici della libertà irachena non fanno parte di una “
resistenza”, una parola che evoca l’eroismo dei polacchi durante la Seconda guerra mondiale, che si opposero con grande coraggio alle forze di occupazione tedesche.
Coloro che uccidono i nostri liberatori americani, i volontari della Croce Rossa, i funzionari dell’Onu e i carabinieri italiani non possono nemmeno essere definiti “guerriglieri”.
Sono i malvagi torturatori che hanno oppresso il loro stesso popolo per gli ultimi 35 anni, uomini che si sono resi colpevoli di genocidio, che hanno massacrato centinaia di migliaia di curdi, di arabi delle paludi e di sciiti.
La nascita di una controrivoluzione fascista e antidemocratica guidata da baathisti e fondamentalisti islamici stranieri, alcuni dei quali appartenenti ad al Qaida e ad Ansar al-Islam, è un classico esempio di blasfema alleanza mediorientale.
Questa gente ha più sostegno nei media arabi e negli studios di al Jazeera di quanto ne abbia in Iraq. (…) Sul campo di battaglia i terroristi stanno perdendo.
Ma hanno ottenuto una cosa che poche persone negli Stati Uniti sono disposte ad ammettere: l’Iraq è diventato il fronte principale sia della guerra contro il terrorismo sia della lotta per un migliore Medio Oriente.
I terroristi non smetteranno di combattere se le truppe americane verranno ritirate, ma, al contrario, si sentiranno incoraggiati a credere di poter vincere questo conflitto (…). La sconfitta dei terroristi è un compito che deve spettare soprattutto agli iracheni. (…)
Bisogna prendere due provvedimenti
(…). Primo, dobbiamo impiegare le già esistenti forze patriottiche irachene. Ci sono oltre 60 mila peshmerga che hanno combattuto insieme alla coalizione e che sono pronti a dare il loro contributo. (…). Secondo, il nuovo esercito iracheno, la polizia e i servizi segreti devono essere addestrati dalla coalizione e posti a difesa della democrazia. Resuscitare il vecchio esercito, famoso per le sue repressioni interne e aggressioni esterne, non è assolutamente concepibile.
Paul Bremer, il capo della coalizione, ha dato prova di grande saggezza quando ha sciolto ufficialmente l’esercito iracheno. (…) L’ordine di scioglimento dell’esercito ha colpito alla radice quel militarismo nazionalista che ha afflitto il paese durante il regime di Saddam. (…) I patrioti iracheni si saranno sentiti rincuorati quando il presidente Bush ha detto che “per sessant’anni le nazioni occidentali hanno giustificato e accettato la mancanza di libertà in Medio Oriente senza che ciò sia mai servito per farci sentire più sicuri, perché, alla lunga, la stabilità non può essere comprata a prezzo della libertà”.
La nostra battaglia contro i terroristi sarà lunga e dolorosa, ma, anche combattendo, non abbandoneremo la nostra opera di ricostruzione.
(…) Sette mesi dopo la liberazione, il paese sta compiendo straordinari progressi sotto ogni punto di vista.
Il fatto che non si siano lasciati intimidire da una campagna terroristica priva di alcuna pietà, e che perseverino nei loro obiettivi, è una prova indiscutibile della determinazione che anima tutti i popoli dell’Iraq, curdi, arabi, turcomanni e assiri, senza nessuna distinzione.
Con Saddam non c’era nessuna “normalità”
Ciò che sta accadendo in Iraq non è, tuttavia, il ripristino della normalità, perché nell’Iraq di Saddam non esisteva nessuna
“normalità”. Si tratta piuttosto di un coraggioso e necessario tentativo di creare gli elementi fondamentali di una società onesta e democratica in un paese nel quale la dignità umana era calpestata senza pietà.
L’esperienza di autogoverno del Kurdistan iracheno, con il suo riconoscimento della tolleranza e i suoi sforzi per la costruzione di una società civile nel corso degli ultimi dodici anni, viene ora estesa a tutto l’Iraq.
(…) L’Iraq di oggi è un successo. Era l’Iraq di Saddam a essere un “caos”, in cui le fosse comuni rappresentavano la “normalità”. Cosa importantissima, l’Iraq ha ripreso a beneficiare delle proprie risorse.
(…) Sebbene la produzione sia ancora al di sotto dei livelli prebellici, il netto delle nostre entrate petrolifere è probabilmente più alto ora che le inutili spese del regime baathista sono state eliminate.
In questo momento la maggior parte del paese appare pacificato. (…) I finanziatori stranieri, come la Banca Mondiale, devono cominciare a operare nel Kurdistan iracheno e nell’Iraq meridionale.
Società straniere hanno già stretto legami con le imprese irachene.
(…) I terroristi vogliono che la nostra promessa di democrazia fallisca (…).
Il coraggio dimostrato dall’America e dall’Inghilterra nella liberazione dell’Iraq è stato un colpo al cuore per le forze negative che minacciano il Medio Oriente, per lo sciovinismo arabo e il radicalismo islamico che si sono così atrocemente combinati per commettere gli spaventosi attentati dell’11 settembre. Questi terroristi sanno che se saranno sconfitti in Iraq avranno perso ovunque (…).
Jalal Talabani
Leader curdo, presidente del Consiglio iracheno
© The Wall Street Journal - Il Foglio
Traduzione di Aldo Piccato
una voce irachena che risponde alla menzogne della stampa e dei media italiani.
Ed è un monito al sindaco di Roma sentito questa sera sulla solita rete 3 della Rai
saluti
saluti




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