...censura
La parola al direttore….
…generale Rai
Dice il dg che la libertà di satira è preziosa ma su nessuna tv va in onda qualunque cosa.
Buona educazione e buona fede
Intesa, ma a certe condizioni
Roma. Il direttore generale della Rai, Flavio Cattaneo, ha un carattere simpatico e amichevole ma un modo di fare freddo, da uomo d’azienda che non va a caccia di farfalle sotto l’arco di Tito e non esita a usare il “lei” perfino a viale Mazzini, un palazzo che sa bene che cosa sia il promiscuo. Da milanese, innanzitutto, dice: “Io amo la satira, che è un elemento essenziale di cultura e di libertà in una grande democrazia moderna come la nostra”.
E da amministratore di una possente azienda di informazione, cultura e intrattenimento, aggiunge: “Ho detto la satira, non i comizi.
Tantomeno i comizi che propalano dati sbagliati e si tirano appresso, a spese dell’azienda di cui sono responsabile, azioni legali di risarcimento che possono risultare pesanti”.
Gli domandiamo che origine abbia tutta questa querelle sul diritto di Sabina Guzzanti a fare imitazioni di politici e monologhi un po’ troppo costosi per la Rai, accolti da un universale rigetto della critica, anche quella di sinistra.
“I fatti – dice Cattaneo sono chiari e a disposizione di tutti. RaiTre ha concordato sei puntate di satira politica con la compagnia della Guzzanti.
Domenica 16 novembre, per autonoma riflessione della direzione di rete, si affaccia l’ipotesi di un rinvio di cui nessuno di noi sapeva niente.
Paolo Ruffini può commettere errori, come tutti, ma è un professionista leale verso l’azienda.
Al suo dubbio un funzionario dell’azienda risponde con un inconsueto o inaudito, scelga lei, comunicato stampa: al dubbio del direttore di rete sul prodotto si risponde subito con la denuncia di una inesistente censura preventiva”.
Per spiegare al pubblico dei lettori, precisiamo: il funzionario si chiama Andrea Salerno, fu inserito in Rai come stretto collaboratore di Walter Veltroni quando l’Ulivo vinse le elezioni e inaugurò la, per carità prestigiosissima, ma invero un po’ caduca presidenza di Enzo Siciliano. La carica contro la censura e contro la Rai è opera sua. “Dopodiché – continua il direttore generale – il Consiglio d’amministrazione ha preso atto del fatto che il programma Raiot era andato in onda, che aveva riscosso un medio successo d’ascolto in terza serata, ma una valanga di critiche da giornali di diverso orientamento e soprattutto giustificate obiezioni alla sua parte non satirica ma politica, anzi non politica ma comiziesca.
La gaffe linguistica sulla ‘razza ebraica’ ha peggiorato le cose, ma nessuno vuole inchiodare un’attrice alle sue difficoltà linguistiche, e va esclusa fino a prova contraria la cattiva fede antisemita. Sta di fatto che il cda ha deciso all’unanimità, con un comportamento molto serio e aziendalmente responsabile della presidente Lucia Annunziata, di riparare il danno con un meccanismo che certo può non piacere, ma che diventa necessario di fronte a comportamenti irresponsabili: vedere che cosa si manda in onda”.
Come se ne esce?
Obiettiamo al direttore generale che “vedere che cosa si manda in onda” è più o meno censura preventiva: “Bisogna vedere – risponde sorridendo – ma qualcuno deve indicare, non a me personalmente ma all’unanime cda della Rai, un altro modo per salvare la libertà di una trasmissione e al tempo stesso la libertà di un’azienda di fare le sue scelte editoriali, di fare fronte alle sue responsabilità culturali, civili e anche legali. Né il governo del paese né le forze politiche né il governo della Rai hanno nulla a che fare con l’origine di questa vicenda: avrebbe dovuto restare una questione interna alla rete, secondo i normalissimi canoni di conduzione editoriale di una testata televisiva, ma dopo la manifestazione di politica-spettacolo dell’Auditorium di Roma è chiaro a tutti che c’era dell’altro, c’era l’ambizione di trasformare in un caso militante una ordinaria satira.
E a me spiace che le cose si mettano così.
Non è bello anteporre la faziosità e il grido a normali rapporti contrattuali e professionali”.
Come se ne esce? “Noi non abbiamo complessi di sorta, perché non abbiamo esercitato alcuna censura. Se un tizio al quale facciamo un contratto viene e si denuda o straparla o fa appello all’insurrezione… Si capisce che qualcosa dobbiamo fare per evitare penose conseguenze.
E questa non è censura.
E’ corretta conduzione di un’azienda che è un bene comune, che è un servizio pubblico. Cercheremo di comporre la questione, secondo le indicazioni del cda, sperando che i protagonisti di questa vicenda riconoscano, finalmente, che cos’è l’etica di un buon lavoro, di un buon rapporto professionale con un’azienda.
La censura non c’entra, c’entrano buona educazione e buona
fede”.
saluti




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