Effetti letali della Bossi-Fini
Livorno, immigrato malato muore per mancanza di cure
TOMMASO TINTORI
Questa tragedia parla di una morte di serie B, la morte di un immigrato, per di più clandestino. Djeng Doudou aveva 36 anni ed era nato in Senegal, in un villaggio situato a 25 km da Dakar. Era malato di leucemia e da un anno a questa parte le sua condizioni fisiche erano andate progressivamente peggiorando. Una malattia difficile da affrontare per tutti. Impossibile da superare per un clandestino a cui vengono negati perfino i più elementari diritti umani. Djeng viveva a Quercianella, una frazione a sud di Livorno. Come tutti i suoi connazionali abitava in una casa-dormitorio di poche decine di metri quadrati insieme a dieci, forse quindici «fratelli». Materassi in terra, arredamento quasi inesistente e salatissimi affitti al nero. L'equazione è sempre la stessa. Gli ultimi mesi Djeng li ha vissuti al Ceis, una comunità creata e gestita da Don Luigi Zoppi. Un padre, ma soprattutto un amico. A Djeng sarebbe servito un trapianto di midollo osseo e probabilmente l'unico compatibile era quello del fratello, residente in Senegal. Ed è stato proprio Don Zoppi ad adoperarsi per cercare di farlo arrivare in Italia. Le ha tentate tutte, ma ha sbattuto la faccia contro il razzismo della legge Bossi-Fini. Un'espressione subdola e quasi invisibile che diplomaticamente prende il nome di burocrazia. Don Zoppi lo accompagna prima all'ospedale di Livorno, poi a quello di Firenze, dove opera un medico specialista. «Niente da fare - viene risposto loro - provate a rivolgervi al San Martino di Genova». Don Zoppi lo accompagna anche all'ombra della Lanterna. Non lo abbandona neanche un istante. Anche in questo caso la risposta dei sanitari è negativa. Ma lasciano trapelare una speranza: si chiama, appunto, trapianto. Da un prelievo incrociato emerge che l'unica ancora di salvezza può essere il midollo del fratello. Si cerca di fare arrivare in Italia il fratello, la moglie e la figlioletta: inizia la battaglia contro i mulini a vento. Il 24 luglio Don Zoppi si rivolge alla Prefettura di Livorno. L'8 agosto l'ambasciata italiana a Dakar afferma di non aver mai ricevuto alcun atto dagli uffici prefettizi labronici. Del resto è un'estate torrida ed evidentemente le priorità sono altre. Meglio bypassarla e inviare tutti i certificati direttamente all'ambasciata. Don Zoppi, anche per cercare di saltare gli ostacoli legati alla Bossi-Fini, comunica a chi di dovere che i familiari di Djeng sarebbero stati ospiti della comunità da lui gestita. Il 24 settembre viene finalmente fissato un appuntamento all'ambasciata. Anzi, no: il loro nome, inspiegabilmente, non compare nella lista. Tutto da rifare. Il 29 settembre ottengono un nuovo appuntamento, stavolta per il 29 ottobre. Avviene la consegna dei tre passaporti e dei 150 euro necessari per l'ottenimento dei tre visti la cui consegna è prevista per il 3 novembre. Niente da fare, dal 3 si rinvia al 5, dal 5 si va al 7, dal 7 all'11. I familiari parlano con un funzionario che rinvia nuovamente al 13. Alle 6 e 45 di giovedì scorso il cuore di Djeng cessa di battere.
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La cosa è ovviamente passata del tutto inosservata. Speriamo che almeno nel suo paese d'origine Djeng sia trattato da "eroe" e non da "bestia" come l'abbiamo trattato noi.




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