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  1. #21
    SENATORE di POL
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    Beh abbiamo solo capito che il signor brunik ignora le proprietà delle disequazioni (e non è certo l'unica cosa che ignora). E non conosce il significato dell'espressione "sistema di riferimento" eppure non mi sono neppure riferito a quello ......"inerziale" della relatività einsteniana ..... ma a cose molto più banali.

    In ogni caso il SuperEuro (o SubDollaro) ha i suoi vantaggi....

    da www.lastampa.it

    " Grazie al SuperEuro
    diminuisce la benzina

    9 dicembre 2003

    ROMA. Pieno meno caro a Natale. Gli automobilisti possono tirare un respiro di sollievo: sotto l'albero, grazie al supereuro, troveranno la benzina meno cara. E i viaggi in auto per le festività di fine anno o la caccia all'ultimo regalo nei centri commerciali fuori città avranno un
    nuovo appeal.

    Dopo essere sceso di 38 lire al litro nelle ultime due settimane, assicura il presidente di Faib-Confesercenti Franco Bertini, il prezzo della verde continuerà a calare. Una buona notizia che però gli ultimi dati disponibili del Ministero delle Attività Produttive non sembrano confermare: negli ultimi 15 giorni di novembre, cioè da quando l'euro ha iniziato il suo rally, i prezzi della benzina sono rimasti pressochè invariati, nonostante il calo del costo del petrolio. Dati, quelli del
    ministero, che l'Unione Petrolifera contesta: «Ho letto cifre non credibili, non supportate da fatti. I conti bisogna farli a tavolino, non si possono dare cifre così», spiega il presidente dell'Up, Pasquale De Vita.

    Dal 16 al 30 novembre, emerge dalle rilevazioni del ministero delle Attività Produttive diffuse oggi nel corso dell'assemblea annuale della Faib-Confesercenti, i prezzi della benzina sono scesi dello 0,01%, a fronte di una flessione del greggio del 3,76% (fonte International Petroleum Exchange) e di un apprezzamento dell'euro dell'1,95% (fonte Banca Centrale Europea). La flessione è imputabile al taglio dello 0,28% deciso dalla Tamoil e al rincaro dello 0,91% effettuato invece dalla Shell. Tutti gli altri marchi hanno invece mantenuto
    invariati i prezzi nelle ultime due settimane dello scorso mese.

    In generale, il prezzo medio della benzina in Italia si è attestato in novembre a 1,055 euro al litro, lo 0,6% in meno rispetto allo stesso mese del 2002 ma il 3,8% in più rispetto al 2001. Prendendo invece i primi dieci mesi dell'anno, si legge nelle tavole della Faib-Confesercenti, il prezzo medio è risultato pari a 1,070 euro al litro, con un incremento
    dell'1,2% rispetto al 2002 e dello 0,3% rispetto al 2001.

    La benzina 'italianà, comunque, non è la più cara all'interno dell'Unione europea: al 30 novembre scorso l'Italia si piazzava infatti al quinto posto, alle spalle di Olanda, Regno Unito, Danimarca e Germania. Ma anche all'interno di questa top five ci sono differenze: pur detenendo la leadership, l'Olanda negli ultimi 15 giorni di novembre ha registrato un calo dei prezzi dello 0,70%. Nel Regno Unito la flessione è stata
    addirittura dell'1,27%. In Italia, invece, si è assistito ad un
    incremento dei prezzi: +0,29% a 1,045 (prezzo che comprende
    anche il fai da te).

    «Il prezzo della verde è già sceso molto - commenta Bertini - Nelle ultime due settimane la flessione è stata di 38 lire. E ci aspettiamo un dicembre con prezzi ulteriormente in calo in virtù dell'apprezzamento dell'euro. Nelle isole fai da te il prezzo è già sceso sotto le 2.000 lire». Il presidente della Faib-Confesercenti respinge così le accuse delle
    associazioni dei consumatori, giunte addirittura a minacciare il
    boicottaggio delle compagnie con i prezzi più alti. «Questo atteggiamento dei consumatori è sbagliato», afferma Bertini,
    in quanto con un eventuale boicottaggio «i gestori e le loro famiglie si troverebbero a pagare disservizi e deficienze del sistema mondiale. Noi continueremo con la nostra politica, che prevede il contenimento del prezzo massimo». Il vero problema, secondo la Faib-Confesercenti, è che i consumatori non percepiscono i cali dei prezzi perchè con l'euro le variazioni percentuali sono infinitamente basse. Ma se gli importi venissero tradotti in vecchie lire si noterebbe con estrema chiarezza la flessione.

    Per l'Unione Petrolifera, invece, i dati distribuiti oggi dalla Faib-Confesercenti, contenti anche alcune rilevazioni del ministero delle Attività Produttive, non sono credibili. De Vita va anche oltre, e sostiene che i consumatori devono addirittura ritenersi fortunati: il supereuro ha infatti consentito di limitare «l'impennata dei prezzi delle benzine e del greggio sui mercati internazionali». Se questo non fosse
    accaduto, le tasche degli italiani si sarebbero alleggerite in modo consistente perchè avrebbero dovuto far fronte «ad un'impennata dei prezzi della benzina». Le quotazioni del dollaro e del greggio, aggiunge De Vita, incidono solo per il 10% del prezzo finale della benzina, «costituito per il 90% da costi fissi, di cui il 70% rappresentato da tasse».

    L'Unione Petrolifera respinge al mittente, cioè alle associazioni dei consumatori, anche le polemiche sul fatto che il prezzo della benzina sia elastico solo verso l'alto. «È una favola che viene raccontata da anni, abbiamo un nostro studio, condotto da una società esterna, che dimostra il contrario», dice De Vita, secondo il quale «il prezzo è fatto dai gestori, con differenze consistenti fra i diversi gestori. Da questo i
    consumatori possono difendersi scegliendo il gestore: è una cosa più che legittima. Il consumatore quindi si difenda, ma non urli soltanto».
    "

    Saluti liberali

  2. #22
    SENATORE di POL
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    dall'Arena di Verona

    "

    Euro in trappola



    Di Carlo Pelanda (1-12-2003)







    Nel mercato globale c’è una gara a chi tira più in basso la moneta per favorire la propria economia sul lato dell’export e dell’attrazione di investimenti diretti. Del tutto intenzionale da parte di Pechino, che ci riesce benissimo. Anche intenzionale da parte di Tokyo, ma che ci riesce di meno in quanto lo yen è spinto verso l’alto dal ritorno di un po’ di crescita. Semi-intenzionale da parte degli Usa che ci riesce più di quanto Washington in realtà vorrebbe. Ma il risultato sostanziale per l’euro è che il valore di cambio della moneta non solo non rappresenta la situazione dell’economia reale, ma anche la danneggia notevolmente. Un’economia molto rigida come quella continentale ha come unico sfogo le esportazioni per crescere, ma se la moneta è troppo alta le deprime. Da qui l’interesse a capire se e quando vi potrà essere un riequilibrio dei cambi più a favore degli europei.

    Prima di parlarne chi scrive desidera segnalare che, in teoria, una moneta forte sia come credibilità sia come valore di cambio (le due cose non coincidono) è la miglior situazione che un sistema economico possa augurarsi. Cioè il non dover dipendere dalla competitività valutaria per crescere in quanto si è così efficienti e sani dal non averne bisogno. Purtroppo il modello economico europeo non è né efficiente né sano e quindi l’euro troppo alto va visto, fuori dalla teoria ottimale, come una vera e propria trappola.

    Perché il dollaro è così basso? La risposta principale va cercata nei fattori che determinano i flussi di capitale. I tassi monetari negli Usa sono bassissimi (1%), quelli dell’eurozona più alti. Ciò significa che la rendita nominale di un titolo, “bond” pubblico o privato, è più elevata se denominata in euro. Ed il mercato compra più euri che dollari riducendo il valore comparativo dei secondi. Ma potrebbe sorprendere il fatto che in un’economia che sta crescendo a ritmi stratosferici come quella americana, con poca inflazione e con incrementi di produttività (valore del prodotto in un’ora di lavoro) enormi i tassi restino minimi generando così una buona parte dell’effetto di svalutazione competitiva. In queste settimane ci si potrebbe aspettare che chi ha euri, prevedendo negli Usa sia crescita delle Borse sia un aumento dei tassi per contenere il rischio di inflazione da crescita, compri adesso titoli e azioni in dollari mirando al momento in cui la moneta americana rimbalzerà raddoppiando così i profitti. Ma il mercato non crede ancora a questa previsione che riporterebbe l’euro a valori più equilibrati attraverso il ribilanciamento o inversione dei flussi di capitale.

    Perché? Si pensa che l’autorità monetaria americana (Fed) voglia sostenere la crescita mantenendo ancora a lungo i tassi minimi. Ciò è razionale in quanto non c’è ancora una fortissima ripresa degli investimenti e la crescita è alimentata da tagli delle tasse e dal costo basso del denaro. L’inflazione è poca, la produttività (che comprime le tendenze inflattive) è stellare, il prezzo del petrolio è in dollari (quindi non fa importare troppa inflazione) e pertanto la Fed preferisce prendere un pelo di rischio in più sul lato dell’inflazione che non su quello della deflazione. Più semplicemente, ha paura che rialzando i tassi possa uccidere la crescita. In questo confortata anche dal fatto che le industrie americane sono ancora lontane dal saturare il loro potenziale produttivo oltre il quale scatta l’aumento dei costi e dei prezzi. In sintesi, l’America può crescere tanto senza alzare il costo del denaro almeno per quattro – sei mesi. Quindi il mercato non ha l’interesse immediato a tornare sui dollari.

    Inoltre molti nel mercato temono che il dollaro possa abbassarsi ancora a causa dell’elevato deficit del bilancio federale combinato con quello commerciale. Cioè dal fatto che le importazioni sono più delle esportazioni e tale sbilanciamento può essere compensato solo da un flusso di capitale globale che torna in America convertendosi in dollari. Se tale flusso non arriva perché il dollaro non è attrattivo allora la moneta può crollare. Chi teme questo scenario, pur improbabile, resta in euro. Poi c’è il punto più difficile da commentare, ma forse il più importante. L’Amministrazione Bush vuole arrivare alle elezioni del novembre 2004 con un’economia che tira e, soprattutto, con una ripresa visibile dell’occupazione. Che sta avvenendo, ma lentamente e non nel settore manifatturiero. Cosa che toglie consenso nelle aree industriali mettendo a rischio elettorale alcuni Stati degli Stati Uniti necessari a Bush per affermarsi. Infatti sta facendo manovre disperate per aiutare tale settore: dollaro superbasso per aiutare l’export, manovre protezionistiche (contro la Cina) per limitare una concorrenza incontenibile e relativa delocalizzazione.

    Sommando tutto questo, possiamo tentare di prevedere che il dollaro sarà premuto verso il basso almeno fino all’estate. Ma la Fed non può permettersi di tenerlo così compresso per tanto tempo proprio per il rischio di non poter ribilanciare il deficit commerciale. Quindi una prima e molto azzardata ipotesi potrebbe vedere il riequilibrio di cambio verso marzo-aprile. Tutta questa complicazione sarebbe semplificabile se la Banca centrale europea riducesse i tassi al livello di quelli americani. Andremmo 1 a 1 circa tra dollaro ed euro e per noi sarebbe meglio di adesso. Perché non lo fa?

    www.carlopelanda.com
    "

    Saluti liberali

  3. #23
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    In origine postato da Pieffebi
    dall'Arena di Verona

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    Euro in trappola



    Di Carlo Pelanda (1-12-2003)

    Sommando tutto questo, possiamo tentare di prevedere che il dollaro sarà premuto verso il basso almeno fino all’estate. Ma la Fed non può permettersi di tenerlo così compresso per tanto tempo proprio per il rischio di non poter ribilanciare il deficit commerciale. Quindi una prima e molto azzardata ipotesi potrebbe vedere il riequilibrio di cambio verso marzo-aprile. Tutta questa complicazione sarebbe semplificabile se la Banca centrale europea riducesse i tassi al livello di quelli americani. Andremmo 1 a 1 circa tra dollaro ed euro e per noi sarebbe meglio di adesso. Perché non lo fa?

    www.carlopelanda.com
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    Saluti liberali
    Già, perchè non lo fa?

    Comunque non è certo abbassando dello 0,25% il tasso di sconto che si risolve qualcosa.

    Il tasso dello yen è come quello americano ma il dollaro si svaluta anche sullo yen. E allora?


    Bisogna lasciare passare le elezioni americane, poi sarano cacchi degli americani risanare il loro deficit.

    E saran cacchi amari.

  4. #24
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    Utili Usa,
    grazie al dollaro debole sarà boom anche nel 2004

    L'indebolimento del dollaro nei confronti delle maggiori divise internazionali aumenta la competitività delle aziende americane spingendo verso l'alto il fatturato. E, quindi, i profitti. Che dopo la crescitas attesa del 20% nel 2003, cresceranno in maniera sostenuta anche nel prossimo anno. Beneficiando anche della riduzione del costo del lavoro.
    L'articolo...

  5. #25
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    Le cause di tale situazione vanno ricercate negli effetti che la debolezza della valuta Usa è in grado di esercitare su alcuni dei business perseguiti dalle corporate. La prima conseguenza va ricercata nella diminuzione dell'importante volume d'affari che deriva dall'operatività dei clienti nordamericani. E' probabile che il dollaro debole comporti sia una caduta in termini di ingressi di natura commissionale sia un minor flusso di denaro in entrata dagli Stati Uniti verso i listini europei. Il secondo effetto è invece legato all'evoluzione dei tassi di interesse. La super valutazione dell'euro fa crescere le probabilità che si verifichi un taglio del costo del denaro operato dalla Banca Centrale Europea. Non dimentichiamo che una siffatta decisione di politica monetaria determinerebbe un peggioramento dei margini di guadagno realizzati dalle banche sui depositi bancari.

    L'articolo...

  6. #26
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    da Il Foglio del 20 dicembre

    " L’euro ha cambio forte, ma una struttura debole che dovrà essere rinforzata con una futura dollarizzazione



    Di Carlo Pelanda (20-12-2003)





    Forza e valore di cambio di una moneta sono cose diverse. La prima riguarda aspetti fondamentali del sistema sottostante, quali la governabilità e l’efficienza economica, mentre il secondo è definito da flussi di capitale che si muovono in base a motivi di contingenza. Ciò è ovvio, ma va ripetuto per inquadrare senza distorsioni lo scenario di “valutazione netta”: il dollaro è prospetticamente fortissimo pur avendo un cambio correntemente depresso mentre l’euro si sta indebolendo anche se provvisoriamente alto. E’ comprensibile che le attenzioni si concentrino sulla priorità di breve. L’euro alle stelle danneggia le esportazioni dell’Europa che non ha altre leve di crescita perché bloccata dalle rigidità interne. Il dollaro è caduto a livelli che cominciano a preoccupare sia il Tesoro americano sia la Fed che lo hanno pilotato al ribasso - il primo massimizzando le stimolazioni, la seconda minimizzando il costo del denaro – in quanto i deficit commerciale e di bilancio rischiano di non essere più finanziati da un afflusso di capitali dal resto del mondo. In sintesi, il breve termine è caratterizzato dal fatto che nessuno ha voglia di comprare dollari, ma il medio indica un crescente pericolo strutturale per l’euro dovuto alla combinazione tra bassa crescita, poca produttività ed eccessivo disordine intraeuropeo. Tale problema è montato in forme preoccupanti negli ultimi mesi, non tanto per la rottura del Patto di stabilità, vista come necessaria ossigenazione di un sistema in apnea, ma per la sua mancata sostituzione con un qualche altro meccanismo di efficace ordinamento politico. Il fallimento della costituente, poi, ha dato un segnale di ingovernabilità non solo incidentale, ma duraturo. Il punto: la priorità non è quella di arginare la caduta del dollaro, il cui “forte” sottostante tornerà prima o poi in equilibrio macrofinanziario, quanto il trovare una soluzione al problema di come rendere “forte” prospetticamente l’euro. Difficilmente potrà essere generata dall’europolitica. Quindi resta solo, e drammaticamente sola, la Bce. Cosa potrà fare? Potrebbe semi-dollarizzare l’euro. Per esempio, tra le altre misure monetarie, portarne i tassi a coincidere il più possibile con quelli del dollaro. In generale, significherebbe trasferire – di fatto e non di forma - la sovranità monetaria europea alla Federal Reserve per ottenere in cambio un aggancio alla forza strutturale che il dollaro possiede e l’euro sempre di meno. Questa rubrica si scusa con i lettori sconcertati dall’idea di cercare pilastro in un dollaro che ora sembra in crisi, ma ritiene che ciò non sorprenda Trichet.

    Carlo Pelanda
    "

    Cordiali saluti

  7. #27
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    dal sito di IDEAZIONE

    " E’ l’euro la causa dell’impazzimento globale
    di Angela Regina Punzi

    “Sarebbe davvero un peccato se l’Europa fosse condannata ad oltranza alla tirannia dello status quo”. Dalle colonne de Il sole 24 ore Milton Friedman, premio nobel per l’economia, spiega che il vero male dell'Europa è nella sua storica, eccessiva, rigidità che ha portato alla creazione di modelli istituzionali altrettanto rigidi, con "troppe autorità centrali più burocratiche che democratiche". Esce dal coro Friedman, sostenendo che più che il Patto di Stabilità è la moneta unica che mina le economie europee. L'euro si trova in una situazione di sopravvalutazione, ed economie come quella tedesca ed italiana che poggiano molto sulle esportazioni ne soffrono. Ai livelli attuali “l'euro scardina le economie invece di aiutarle": Friedman avanza così l'ipotesi di un futuro collasso per la nostra moneta unica o - scenario meno apocalittico - per lo meno di una sua consistente svalutazione. Occorre allora migliorare le politiche interne, ridurre le tasse, introdurre flessibilità sui salari e sulla mobilità del lavoro, maggiore concorrenza tra le aziende. "Occorre insomma trasferire al mercato il traino portante per la crescita".

    Nel suo puntuale Economic Outlook n.74, l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo industriale, sostiene che la ripresa è già iniziata in Asia, Nord America, Gran Bretagna e “malgrado la perdurante debolezza interna” anche in Europa. Nel 2004 il tasso di crescita dei paesi industrializzati sarà del 3% ma l’economia statunitense segnerà una ripresa più decisa: +4,2%. Al contrario la crescita in Europa procede ancora a piccoli passi: nel 2003 il Pil salirà dello 0,5% mentre l’anno prossimo e nel 2005 rosicchierà qualcosa in più, rispettivamente dell'1,8% e del 2,5%. Se infatti la ripresa in Eurolandia è oggi frenata dal super-euro e dalla scarsa fiducia dei consumatori, si prevede nei prossimi due anni un miglioramento della situazione attuale legato al buon andamento del mercato azionario, al rafforzamento dei bilanci della grandi società, all’aumento degli investimenti e del commercio mondiale e ai tassi d’interesse.

    In Italia, Germania e Olanda la fiducia delle famiglie e delle imprese resta per il momento su livelli bassi, la disoccupazione continua a salire (nel 2004 dovrebbe raggiungere un picco del 9%) e la produzione industriale deve ancora mostrare un sostenuto trend rialzista. Il Pil italiano dovrebbe registrare quest’anno un tasso di crescita pari a mezzo punto percentuale, mentre per il 2004 la crescita dovrebbe essere dell’1,6%. Eppure queste sono stime certamente migliori rispetto a quelle indicate per l’economia francese e tedesca: in Francia la crescita nel 2003 sarà dello 0,1% per poi recuperare nel 2004 all’1,7%; in Germania l’Ocse stima un Pil immutato nel 2003 e nel 2004 un +1,4%. Continua ad essere positiva invece l’economia spagnola. Nel terzo trimestre dell’anno il Pil del paese iberico è cresciuto del 2,4% rispetto allo stesso periodo del 2002 e anche l’occupazione ha fatto registrare un aumento consistente: tra luglio e settembre ha creato ben 293.000 posti di lavoro netti. Il periodo non è casuale perché coincide con l’alta stagione del turismo, uno dei settori più importanti dell’economia spagnola.

    Resta la pessima situazione dei conti pubblici europei. Tra il 1997 e il 2000-2001 c’era stato un miglioramento: il debito pubblico si era ridotto dal 75% a circa il 70%, con una riduzione anche degli indebitamenti netti. Ma dopo il 2001 il rallentamento nelle economie dei paesi europei si è accompagnato talvolta ad un forte peggioramento dei conti pubblici. In Francia e Germania l’indebitamento netto ha superato nel 2002, e nel 2003 supererà di parecchio, il limite del 3% imposto dal Patto. Non si dimentichi inoltre che anche i dieci nuovi paesi dell’Europa centro-orientale che stanno per entrare nell’Unione Europea hanno conti pubblici molto fragili. Per molti di essi rispettare il vincolo del 3% è praticamente impossibile. Il livello degli investimenti pubblici è in molti casi triplo di quello dei paesi della Ue: ciò si giustifica con le esigenze di ammodernamento delle infrastrutture, che però ha fatto registrare deficit pubblici dell’ordine del 4-5% del Pil in un periodo di crescita. E’ dunque molto probabile che i nuovi aderenti alla Ue avranno anche al momento del loro ingresso deficit strutturali nettamente superiori al 3%. E dalla violazione degli accordi di Francia e Germania rischiano di imparare proprio la lezione sbagliata.

    5 dicembre 2003

    a.punzi@libero.it
    "


    Cordiali saluti

  8. #28
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    In origine postato da Tahoeman
    Il fatto è che la Fed ha abbassato i tassi per assecondare la ripresa: dal 2001 Greenspan ha tagliato l'impossibile.

    La BCE, al contrario, è impostata sulla stessa linea della ex Budensbank, vale a dire che teme l'inflazione come la morte: per questo motivo è molto più restia a tagliare i tassi.

    Se i tassi in zona € sono più alti è inevitabile che i capitali mollino il dollaro e si spostino sull'Euro e lo rafforzino.

    Il problema dunque è la BCE che non segue Greenspan, a mio modo di vedere.
    Sig.Tahoeman,

    La cosa sorprendente,riguardo a quanto scrive brunik,è che egli creda che un'economia forte(come quella degli S.U.)abbia bisogno di svalutare per inguaiare l'economia europea sulla quale invece deve contare perchè il suo mercato estero non si deprima.
    Un tempo c'insegnavano in politica economica che ad una economia forte corrispondeva una moneta forte e,viceversa,un'econia debole una moneta debole.
    Ora bruniko crede invece che si possa vere una moneta debole ed una economia forte.
    Gradirei un suo parere .

  9. #29
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    In origine postato da tucidide
    Ora bruniko crede invece che si possa vere una moneta debole ed una economia forte.
    Basta guarda la storia, il dollaro e' stato debole parecchie volte in passato... A volte con la compiacenza della Fed, come accade oggi, per cercare di "ossigenare" l'economia... A volte involontariamente...

    Sul fatto che la svalutazione sia salutare possiamo poi discutere...

    Non era solo la bilancia commerciale ad essere in gioco...

    Ai motivi addotti da Brunik, aggiungo che i tassi hanno dopato il mercato immobiliare, trasferendo la bolla speculativa dal mercato azionario a quello immobiliario...

    Col che' e' stato conservato il livello dei consumi, (vera minaccia per gli USA)... In parole povere l'americano medio dice: "ho perso un botto in borsa, ma ora la mia casa vale 1 milione di dollari... Non sono poi cosi' povero, ho un mutuo di $400.000, posso ipotecare per altri $600.000 senza problemi e comprarmi la macchina nuova"....

    Per far questo pero' e' aumentato a dismisura il livello di indebitamento, ormai a livelli record... E si tratta di una struttura debitoria non troppo confortante visto che i debiti non li hanno le imprese (cosa non negativa visto che di solito le imprese utilizzano i debiti per effettuare investimenti redditizi), ma i privati e, sempre di piu', lo stato! Aumenti futuri dei tassi potrebbero pertanto essere destabilizzanti a meno che non siano compensati da forti guadagni sul fronte azionario... Si ritrovano una bomba tra le mani, la possono passare da una mano all'altra, ma se cade...

    Senza parlare del moral hazard... I mercati si sono ormai abituati ad interventi della fed per salvare il culo... Il che' li spinge ad effettuare investimenti piu' spregiudicati... E favorisce le bolle speculative....

    E dell'effetto sui flussi di capitali esteri.... Proprio ora che l'euro comincia ad esser visto come moneta di riserva e di "scambio" (ovvero moneta ufficiale utilizzata in particolari contratti) in alternativa al dollaro...

    La Fed questo lo sa, e' se ha deciso di procedere come ha fatto, e' perche' i pericoli erano ancora maggiori... Non ultimo la crisi deflazionistica, come in giappone... La cosa non sarebbe stata improbabile con un collasso dei consumi, in seguito al crollo dei titoli azionari e stagnazione, con bassa inflazione....

    Svalutando, hanno aiutando i consumi (con i tassi bassi e la bolla immobiliare), gli investimenti interni (con i tassi), la bilancia commerciale (e quindi l'occupazione ed i consumi), ed hanno importato quel po' di inflazione che basta ad allontanare anche il rischio di una crisi deflazionistica...

    Ma l'ENORME (su base storica) massa di denaro immessa nel mercato dalla fed (=tassi piu' bassi), non puo' non esser vista che come un segnale di debolezza... Ed e' da escludersi che i vantaggi di oggi non abbiano alcuna conseguenza sul loro futuro...

  10. #30
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    In origine postato da Ago
    Ma l'ENORME (su base storica) massa di denaro immessa nel mercato dalla fed (=tassi piu' bassi), non puo' non esser vista che come un segnale di debolezza... Ed e' da escludersi che i vantaggi di oggi non abbiano alcuna conseguenza sul loro futuro...
    C'e' una sola cosa che puo' venire incontro alla Fed per mantenere i benefici riducendo i rischi tradizionalmenti associati a forti espansioni monetarie....

    Gli effetti defalzionistici della Cina.... Che permettono forti aumenti dei livelli produttivi (PIL) senza un forte impatto sui tassi di inflazione... Ed infatti il Pil USA sta crescendo con occupazione ed inflazione "stranamente" sotto controllo.... Se continuera' cosi', questo permetterebbe loro di mantenere i tassi, senza percio' far esplodere la bolla immobiliare, e lasciare che la crescita permetta di aumentare il livello di risparmio privato...

 

 
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