da www.iltempo.it
" ORA L’ESAME LO FACCIANO A SINISTRA
di MASSIMO TOSTI
SEMBRA di essere tornati indietro di trent'anni, quando la sinistra italiana rigettava con sdegno la tesi degli opposti estremismi. Denunciava le violenze della piazza e dei terroristi neri, si copriva gli occhi per non vedere gli estremisti rossi. Proprio Giampaolo Pansa - il giornalista che oggi ha raccontato tutta la verità sulle stragi rosse nel dopoguerra ("Il sangue dei vinti") - riconobbe con grande coraggio, negli anni Ottanta, l'errore commesso nel decennio precedente dai suoi compagni che si rifiutavano di ammettere l'esistenza di un pericolo di sinistra per le istituzioni.
Oggi lo scenario è profondamente mutato. Esistono ancora le Brigate rosse, ma non hanno una base paragonabile a quella originale e - soprattutto - non godono di compiacenze fuori dell'area della clandestinità. Eppure, sopravvive un parallelismo. Lo stiamo vivendo in questi giorni. Per la destra, gli esami non finiscono mai. La sinistra, viceversa, viene regolarmente promossa, senza doverli affrontare. Certo, al rientro da Israele, Gianfranco Fini ha ricevuto molti apprezzamenti fuori del suo partito, nella Casa delle libertà e nell'Ulivo, anche se Verdi e Comunisti di vario ceppo (Bertinotti e Cossutta-Di Liberto) non hanno nascosto un certo scetticismo riguardo alla sincerità del leader di Alleanza Nazionale. A sinistra, viceversa, nessuno pretende abiure da chi ancora mette la parola "comunismo" nelle insegne del proprio partito; nessuno chiede che vengano fatti i conti con un passato imbarazzante almeno quanto quello del fascismo.
Fini si è mostrato disposto a pagare un prezzo per le cose che ha detto. Sarà basso se si ridurrà all'uscita dal partito di Alessandra Mussolini, potrebbe rivelarsi ben più alto se molti nostalgici (soprattutto - et pour cause - fra i militanti più anziani) dovessero strappare la tessera, magari senza cercare altri approdi, sentendosi traditi dal revisionismo del vertice di Alleanza Nazionale.
A sinistra nessuno pretende che si paghi un prezzo per legittimarsi come forze di governo. Non è in discussione la legittimità dei Ds (anche se, dalla Bolognina in poi, non sono mancate le reticenze su alcuni aspetti - non marginali - dell'album di famiglia: basterebbe verificare il nervosismo con il quale alcuni dirigenti hanno accolto il libro di Pansa), ma quella dei partiti sorti a sinistra del revisionismo dalemiano, dentro e fuori l'ultima coalizione, quella ha governato fino all'inizio del 2001. Occorre tener ben presente un elemento: le strategie elettorali del 2006 prevedono già di riprendere Rifondazione comunista a bordo della "gioiosa macchina da guerra" destinata a cacciare Berlusconi da Palazzo Chigi. Già si dice che Fausto Bertinotti vorrebbe per sé, nel futuro governo di Prodi, l'incarico di ministro del Lavoro. Bertinotti non ha fatto abiure, fino ad oggi, anche se cerca di nascondere il suo inveterato comunismo dietro formule movimentiste, appoggiando i no global e i girotondini. Di recente ha appunto spiegato che, per lui, comunismo vuol dire "movimento". Che è uno schermo troppo fragile per reggere a una prova d'esame. Quella che Fini ha superato fino in fondo, senza neppure attendere che qualcuno gli ponesse le domande più insidiose. Sarà bene che qualcuno (magari Prodi, se trova il tempo, fra una rissa e l'altra con il governo italiano) provi a verificare l'attendibilità storica della conversione di Bertinotti ponendogli tre o quattro semplici quesiti: che cosa pensa di Cuba e del regime di Fidel Castro, che cosa pensa (e pensava) del regime di Slobodan Milosevic, che cosa pensa del "sangue dei vinti", che cosa pensa dei gulag. Quel che sappiamo per certo è che, nel caso in cui il centrodestra rivincesse le elezioni, nessuno proporrebbe di affidare un ministero a Pino Rauti, e neppure alla Mussolini (salvo che non sia lei a ripensarci).
Per fortuna c'è Pansa a vigilare. Fra una decina d'anni, potrà scrivere qualcosa su Bertinotti e la leggerezza con la quale il centrosinistra continuava a lusingarlo con i propri inviti all'alleanza di governo.
martedì 2 dicembre 2003 "
Saluti liberali




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