Un problema, quello della Bse, dalle origini lontane, conseguenza quasi inevitabile della logica dell’allevamento intensivo, per la quale l’animale è ridotto a cosa. La rottura della complementarietà fra uomo e bovino ha reso drammaticamente quest’ultimo un nostro competitore alimentare; la pericolosa possibilità di indirizzare i gusti alimentari, sempre più standardizzati. Intervista a Roberto Marchesini*.
Quali sono le condizioni strutturali che possono aver determinato la comparsa di “mucca pazza”?
Non c’è dubbio che queste condizioni si sviluppano a partire dagli anni ‘50 con l’idea di poter completamente trasformare l’allevamento in industria.
E’ quello il punto chiave, il punto di svolta. Si interrompono attività un tempo correlate tra loro, cioè l’attività agronomica e l’attività di cura e di allevamento degli animali; viene meno anche una certa complementarietà, che permetteva di fare con la paglia le lettiere per gli animali, di utilizzare i momenti di riposo del terreno per produrre determinati foraggi, di accumulare le feci animali assieme alla paglia nel letamaio costituendo la base per la concimazione dei campi. Soprattutto si interrompe la complementarietà alimentare: alimentato con sostanze ricche di cellulosa e di lignina che sono totalmente indigeste per la specie umana, il bovino le trasformava in alimenti edibili per l’uomo, in latte ad esempio, o in lavoro, per cui l’animale aveva la forza di traino per arare i campi o per il trasporto delle cose. Il bovino, quindi, da un punto di vista alimentare non era assolutamente un competitore dell’uomo.
Negli anni ‘50 si comincia a dividere in maniera netta l’attività agronomica dall’attività zootecnica, prima di tutto sostituendo gli animali con le macchine; i trattori e i mezzi di trasporto hanno reso inutile la presenza disseminata degli animali come forza motrice, operativa; nello stesso tempo c’è una distruzione delle piccole aziende, il che rende inutile la presenza di molta gente in ambito rurale. Il resto viene di conseguenza. Il letame non può più essere prodotto come una volta perché gli animali, stabulati in grossi allevamenti intensivi in condizioni di sovraffollamento, producono una quantità enorme di escrementi; questi, non essendoci più la paglia, devono essere prelevati allo stato puro, e conservati in lagoni dove diventano liquame; ora il liquame può essere solo parzialmente utilizzato, ma non ha una forte azione fertilizzante perché percola immediatamente in falda, e quindi diventa un agente fortemente inquinante. Così le feci, che prima erano la cosa più importante per la fertilità dei campi, diventano invece un fortissimo fattore d’inquinamento. I campi, da un certo punto in poi, vengono concimati chimicamente.
L’esodo dalle campagne diventa diffusissimo…
Noi siamo abituati a parlare degli anni del dopoguerra come di uno spostamento dal sud al nord. In realtà l’esodo più rilevante, che ha coinvolto una massa di milioni di individui, fu quello dalle campagne alle città: grandi quantità di persone, anche attraverso un’azione culturale, vennero spinte a inurbarsi.
La cultura rurale venne distrutta, il contadino raffigurato con disprezzo. E’ un processo culturale che aveva uno scopo: portare persone in città e impiegarle in maniera massiccia nelle fabbriche, nel terziario.
Ma d’altra parte è una tendenza che si verifica ovunque, in Europa dal periodo della belle époque al primo dopoguerra, in Italia soprattutto nel secondo dopoguerra. Per rendere possibile tutto questo era assolutamente necessaria l’eliminazione della microgestione degli animali. Prima di tutto era indispensabile fare in modo che non fosse più conveniente per il contadino avere gli animali.
Cosa succede agli animali?
Separando, appunto, le due attività-agricoltura fatta attraverso le macchine e il concime chimico, zootecnia intensiva all’interno degli allevamenti- l’allevamento da attività ecologica, biologica comincia a trasformarsi in un’attività totalmente industriale. Assistiamo ad un vero e proprio trionfo dell’automazione, dell’inorganico, del desiderio di dominare i processi biologici e di indirizzarli come si ritiene più opportuno. L’attività zootecnica con l’automazione provoca sicuramente una grande sofferenza degli animali; il sovraffollamento e le condizioni innaturali pure. Lo stress conseguente inibisce il sistema immunitario, le difese naturali dell’animale vanno in tilt. Quindi c’è bisogno di controllare il processo attraverso dei farmaci, che devono costituire una sorta di ombrello protettivo. All’animale devono essere somministrate in permanenza sostanze che siano profilattiche: antibiotici, sulfamidici e cortisonici che, mantenendo alto il tasso di euforia, diminuiscano lo stress. Senza i farmaci gli animali, tenuti in quelle condizioni, non sopravvivrebbero.
Parallelamente cambia anche il costume alimentare della gente?
Questo è l’altro processo fondamentale di cui bisogna tenere conto: il passaggio da un’alimentazione tipica, locale, ad un’alimentazione omologata, standardizzata. La persona che un tempo viveva in una determinata realtà aveva dei veri e propri rituali alimentari, legati a festività, periodi stagionali, eccetera; questo viene completamente distrutto. Vengono distrutte la stagionalità e la specialità, per cui tutte le persone in Italia iniziano ad alimentarsi più o meno nella stessa maniera. Da una vera e propria cultura alimentare si passa a un’incapacità di muoversi all’interno della grande galassia degli alimenti possibili. Ecco che allora, attraverso la pubblicità, si indirizza il consumatore a scegliere in base a criteri innanzitutto estetici.
Prendiamo l’esempio del muscolo: esprime bellezza, dinamicità, forza e si oppone all’adipe, che è simbolo di degrado, di sedentarietà, di informità. E quindi si utilizzano delle sostanze per aumentare il muscolo a danno del tessuto adiposo. Negli allevamenti si iniziano ad usare, ad esempio, gli anabolizzanti, perché la gente vuole il taglio di carne completamente magro. Poi si utilizzano anche sostanze chiamate “ripartitori di energia”, che indirizzano le risorse nutritive verso la costruzione del muscolo e non verso il tessuto adiposo. Ma questo è assolutamente innaturale, perché non esiste tessuto muscolare che possa reggersi senza quello adiposo che lo nutre. Sarebbe come avere una bellissima macchina e non avere la benzina. La gente però vede questo pezzo di carne senza un filo di grasso, completamente rosso, e compra. Dunque si cominciano ad usare vere e proprie sostanze dopanti, che modificano la struttura morfologica dei tagli di carne, per accontentare l’occhio del consumatore.
La persona è spinta a muoversi attraverso categorie visive completamente innaturali sfruttando i colori a cui l’uomo è più sensibile, per esempio il rosso. Si badi bene: questo è frutto di ricerche di marketing, ma prima ancora di studi di etologia. Come le nostre cugine antropomorfe, noi esseri umani abbiamo per il rosso una vera e propria predilezione, perché è un colore ipersignificante per l’uomo sia dal punto di vista alimentare che sessuale: siamo abituati a mangiare della frutta che si manifesta matura e edibile quando raggiunge quel colore; i modelli di riproduzione indicano attraverso il colore rosso l’estro, quindi l’accettazione sessuale.
Dunque si inizia a studiare il modo di rendere rossi gli alimenti e aumentarne, così, l’elezione da parte del consumatore: le bevande diventano rosse attraverso l’anilina o i derivati del petrolio, le uova attraverso i carotenoidi; per la carne sono i metabisolfiti a impedire che il colore imbrunisca come dovrebbe; attraverso i nitrati si rendono rossi gli insaccati, che altrimenti sarebbero di colore scuro.
L’altro colore preferito dall’uomo è il bianco, perché simbolo di purezza. Mentre il rosso ha un significato etologico, il bianco ha un significato culturale. Ecco, allora, che tutto ciò che può essere presentato come puro va reso bianco: si purifica il sale, mentre quello integrale è grigiastro; così lo zucchero; così, addirittura, la farina.
Oggi si dovrebbe innanzitutto capire che gli occhi non sono più una guida sicura, sono gli altri che li governano; chi è capace di utilizzare i metodi di comunicazione sa bene come, quando e dove far fermare i nostri occhi. Siamo oggetto di illusioni sensoriali. Dai meccanismi multimediali alla stessa conformazione delle città, alle pubblicità, ai giornali, una persona viene guidata a guardare quello che altri vogliono.
Un inganno sensoriale analogo si è verificato con il gusto. Prendiamo il gusto dolce: la nostra macchina funziona a zuccheri, e siamo “tarati” per ricercarli; la nostra filogenesi si è indirizzata verso un gusto dolce perché non è facile trovarlo in natura. Ora inserendo in dose sapiente zuccheri e sale, che sono i due princìpi guida, si riesce a far mangiare davvero qualsiasi cosa.
Si è dovuti arrivare ad una legislazione sul glutammato, sostanza che integra sali e zuccheri, presente nel brodo e negli insaccati, ad esempio, perché era diventata una sorta di droga alimentare. I produttori si sono accorti che aggiungendo glutammato ad un alimento riuscivano a fidelizzare i consumatori. Così il legislatore ha dovuto porre dei limiti. Ovviamente questo non valeva per i pet, gli animali da affezione, che sono dei veri e propri “drogati da glutammato” perché alimentati con cibi che ne contengono in enormi quantità. Siamo arrivati al punto che in alcuni ristoranti cinesi si utilizzavano questi alimenti per animali perché si fidelizzavano i clienti.
Insomma i nostri sensi non ci dicono più la verità.
Allora non possiamo più fidarci di quello che gli occhi, il palato o il corpo ci dicono?
Il nostro corpo ci dice ancora delle cose ma da lontano. Per esempio il retrogusto, che è difficile da decifrare, ci sa dire se abbiamo mangiato bene o male. Ma chi riesce a riconoscerlo? Poche persone. Anzi: io mi mangio un bel krapfen che sul primo gusto mi va benissimo, poi faccio due passi, sento un retrogusto amaro e prendo una caramellina, così lo mando via!
Il corpo mi stava dicendo: “ Senti che hai la bocca cattiva, un sapore cattivo, guarda che hai mangiato una schifezza”. Ma noi non lo ascoltiamo più: prendiamo una mentina.
Oppure il corpo ci può avvertire che abbiamo mangiato male attraverso una difficile digestione, se ci fa venire un brufolo, un’irritazione; al che noi prendiamo qualcosa per eliminare questi sintomi. Non dialoghiamo più col nostro corpo; d’altra parte questo non ci appartiene più ed è in balia degli altri. E’ ormai facile infatti individuare l’appeal di una certa morfologia o composizione cromatica per indirizzare i consumatori verso determinate scelte. E’ vero che il mercato è fatto da un equilibrio tra domanda e offerta, ma oggi l’offerta può veramente controllare la domanda, attraverso meccanismi molto raffinati.
Ti faccio un esempio: avrai notato quanta pubblicità è basata sugli animali; beh, non è casuale. Hanno fatto delle ricerche e hanno visto che se su un oggetto l’occhio si ferma x secondi, su un animale si ferma più a lungo.
Ma perché l’individuo è così facilmente manipolabile?
Dal punto di vista sensoriale non siamo dotati per sapere se un alimento è edibile o no; un erbivoro sa immediatamente scegliere un’erba a seconda delle caratteristiche, ha come un istinto interiore per scegliere quella che favorisce la digestione. Invece la scelta alimentare dell’uomo è tutta culturale: noi ci muoviamo soprattutto attraverso l’accreditamento di notorietà dei prodotti.
A quel punto si chiude il ciclo. Dal momento in cui si è riusciti a spostare le persone al consumo di tagli di carne completamente magri o ipertrofici, di uova di colore rosso vivo piuttosto che giallo smorto, di frutta tutta uguale piuttosto che diversa, poi tornare indietro non è facile.
E’ come un treno in corsa, difficile da fermare. Oggi è quasi impossibile, cioè lo si potrebbe fare, ma per spostare questo fenomeno culturale i tempi sono lunghissimi. L’offerta ha le leve per poter gestire e guidare la domanda, mentre i consumatori sono tanti e separati.
Torniamo all’allevamento dei bovini, trasformato in attività industriale…
E’ evidente che una logica di produttività industriale ha portato a preferire una stalla di 50 bovine che producono 100 quintali di latte l’anno ciascuna, piuttosto che una di 100 animali da 50 quintali di latte l’una. La quantità di latte sarebbe identica, ma dal punto di vista dei costi per l’allevatore significa dimezzare i costi di gestione, alimentazione, stabulazione. Allora cosa si è fatto? Si è innanzitutto proceduto ad una selezione genetica molto rigida, andando a scegliere bovine iperproduttive. Addirittura si è arrivati a fare la selezione genetica sui tori, scegliendo quelli le cui figlie si erano rivelate iperproduttrici.
In secondo luogo, per ottenere queste performances produttive, le bovine andavano nutrite con alimenti molto ricchi.
In questo modo si è arrivati a delle produzioni di stalla di 110 quintali di latte, mentre fino agli anni ‘40 eravamo sui 50. Insomma, nel giro di poco tempo si è raddoppiata la produttività di questi animali.
Cosa significa alimenti più ricchi?
Teniamo presente che si è arrivati a un limite fisiologico: da una parte non ci sono pascoli sufficienti a sostenere una tale sovrapproduzione; dall’altra, anche potendo alimentarlo in modo naturale, sarebbe lo stesso apparato digestivo della bovina a non riuscire a fornire risorse sufficienti per produrre i 110 quintali di latte. Allora diventa indispensabile l’uso dell’integratore, che però richiede di bypassare i tre prestomaci adibiti alla ruminazione, con la conseguenza di trasformare un ruminante in un animale monogastrico. Sembra una cosa incredibile però è così. E i bovini, che tradizionalmente non erano competitori alimentari, paradossalmente lo diventano, perché vengono alimentati con farine di cereali, con granella, mais o soia, con sostanze, cioè, che vengono date da mangiare ai maiali o addirittura all’uomo.
Non solo: si arriva ad usare integratori costituiti quasi sempre da farine di carne, pesce, latte o sostanze iperproteiche; tutti alimenti completamente innaturali per un ruminante, che è un animale erbivoro, che accidentalmente può mangiare un topo morto, ma che generalmente non mangia carne.
Naturalmente, i produttori si sono posti il quesito di come diminuire il costo di questi integratori. E allora perché non utilizzare l’industria zootecnica come industria del riciclaggio? Ci sono reflui di tante attività che non si sa come smaltire: per esempio i pani per l’estrazione dell’olio sono ancora ricchi di sostanze, quindi potrebbero essere utilizzati (non importa che l’olio venga estratto attraverso l’acido solforico e ci siano dei residui); ci sono le polpe esauste dopo il processo dell’estrazione dello zucchero della barbabietola; ci sono i cascami dell’industria di trasformazione, dell’industria del pesce, della carne, tutti gli animali abbattuti per malattia e che dovrebbero essere smaltiti in fosse comuni o bruciati; perché non utilizzare tutto questo? Così inizia questa attività di zootecnia del riciclaggio, pronta a tutto pur di abbassare i costi. Così entra dentro di tutto, addirittura oli esausti dei motori. In certi casi smaltire i rifiuti tossici costerebbe di più; quindi trasformarli in farine diventa un’attività altamente lucrativa.
E questa è la base specifica della malattia delle mucche?
Siamo all’inizio degli anni ‘80 quando la zootecnia del riciclaggio inizia veramente ad aprirsi la strada. Allora in Gran Bretagna uno dei problemi più grossi era appunto quello della scrapie, un’encefalopatia che colpiva le pecore, con un agente eziologico difficile da capire, molto elusivo.
Si decide l’abbattimento di questi animali e poi lo smaltimento. Per fare le farine, le carogne animali venivano trattate a 100°, per cui non ci dovevano essere problemi. Oltretutto uno era un ovino, l’altro un bovino.
Evidentemente qualcosa non ha funzionato e già nell’86 ci sono i primi casi di quella che nella letteratura veterinaria viene presentata come la cosiddetta sindrome della “mucca pazza”.
Tu allora avevi sollevato dei dubbi sul carattere specie-specifico della malattia, su cui tutti un po’ contavano...
Consultando la documentazione feci i miei primi articoli sulla Bse, dicendo che, visto che quelle farine arrivavano da ovini colpiti dalla stessa patologia, era plausibile pensare a un passaggio diretto. Allora, se l’agente eziologico aveva trasmesso la patologia sia a un ovino che a un bovino, era anche plausibile pensare che non fosse specie-specifico. E avere un atteggiamento di cautela era d’obbligo. Era l’88 e i miei articoli furono rifiutati sia dalla letteratura scientifica che dai quotidiani.
Quando ti metti a denunciare certi rischi, ti chiedi comunque se non stai esagerando: io sono molto scrupoloso e non mi piacciono gli allarmismi. Allora dicevo semplicemente che c’era un pericolo da prendere in seria considerazione, perché l’agente eziologico era ancora tutto da scoprire. Ancora oggi si sa pochissimo del prione, una sostanza addirittura pre-virale, cioè un agente che non ha nemmeno il Dna; oltretutto oggi si capisce che c’è un neurotropismo molto forte, cioè che la trasmissione di questo agente è legata al tessuto nervoso, cosa che a quel tempo non si sapeva ancora.
Da ultimo teniamo presente che il bovino viene utilizzato in qualsiasi modo e non solo da chi si alimenta di carne; le creme per il viso contengono collagene, addirittura in chirurgia si utilizza il cat-gut, filo di sutura oggi fatto con bovino. Quindi nei confronti di questa malattia non basta essere vegetariani, anche se un vegetariano è meno esposto di chi mangia carne tutti i giorni. Insomma, pensavo ci volesse un’attenzione molto grande.
Adesso è un fenomeno difficile da arginare?
La cosa assurda è il modo, poi, come è stato gestito il fenomeno nel ‘96 e nel 2000, cioè come se fosse un’epidemia di salmonella. Questa non è una patologia classica, ha 20 anni di latenza e una diffusione molto infida; non può essere trattata come un fenomeno epidemico circostanziato, cioè non serve l’isolamento. L’allarmismo nei confronti della Bse e la paura espressa in maniera emotiva non servono assolutamente a niente; oggi si ha più paura perché sono iniziati i controlli, ma paradossalmente ce ne dovrebbe essere di meno! L’influenza arriva e se ne va, ma la Bse non è così: la situazione è identica a quella di 5 anni fa. Si tratta di una patologia che può essere affrontata soltanto nel lungo periodo, con un atteggiamento di precauzione e un programma a lungo termine.
Anche la gestione della malattia, secondo te, rivela la distorsione profonda della riduzione degli animali a cose...
In effetti la stessa gestione della patologia rispecchia un determinato tipo di cultura. In un certo senso l’uomo non comprende che l’ambito della biologia è profondamente diverso da quello della fisica: la prima ha un sistema estremamente complesso e quindi l’approccio deve essere di maggior cautela. Invece l’inorganico non si replica, non ha una storia evolutiva, non ha sistemi omeostatici, cioè di soglia, che fino a un certo livello hanno un feed-back negativo e oltre quel livello ne hanno uno positivo, cioè diventano autoimplementanti. Un sistema vivente cerca comunque degli equilibri, al di sotto o al di sopra di una soglia; è un sistema che si comporta in maniera “intelligente” e questo è un parametro estremamente importante. Quindi non si può pensare in sequenze lineari, con rapporti di causa-effetto immediati, come si è abituati col materiale inorganico.
Che atteggiamento è consigliabile di fronte ai cambiamenti dovuti alle applicazioni tecnologiche della ricerca scientifica?
Secondo me bisogna stare molto attenti ai due atteggiamenti opposti: da una parte l’entusiasmo e dall’altra la paura, la fobia irrazionale verso qualsiasi cambiamento.
C’è una terza via che non è una mediazione né una negoziazione: quella di guardare all’acquisizione scientifica e all’applicazione tecnologica in senso critico. Si deve innanzitutto sapere che qualsiasi applicazione tecnologica modifica le capacità operative dell’uomo e quindi deve collateralmente aumentarne le responsabilità: se non c’è un corrispettivo etico all’avanzamento tecnologico, cioè se non si costruisce una capacità di gestione e di responsabilità nei confronti di quella modalità operativa, si è esposti a conseguenze negative impreviste. Un po’ come diceva Lorenz: qualsiasi animale che sviluppa artigli, zanne o comunque una possibilità di operare sul mondo, deve anche sviluppare dei modelli di ritualizzazione per gestirli.
Per esempio, un essere come l’uomo ferma il proprio atteggiamento di aggressione nel momento in cui vede un altro che lo implora, che si dispera; se l’uomo è a mani nude si riesce a fermarlo, se ha un bastone forse si riesce ancora a fermarlo; ma già se ha una pistola difficilmente ci si riuscirà; se poi è un pilota con un missile intercontinentale non vedrà neanche la persona che implora. Allora, chi usa un missile non può avere un modello di ritualizzazione da paleolitico.
Ecco il rapporto tra capacità operativa e capacità di ritualizzare, tra metodologia di intervento e capacità etica di governare quella determinata tecnologia è il punto chiave, e bisogna avere sempre questo equilibrio.
Però un ritorno al bovino che tira l’aratro è impensabile…
Infatti non si può tornare indietro; ma si può, per esempio, costruire un’attività di allevamento rispettosa della vita degli animali. Dal punto di vista etologico, fisiologico ed ecologico gli animali hanno determinate caratteristiche. Allora si possono trasferire queste acquisizioni scientifiche in tecnologia e costruire degli allevamenti che diano agli animali la possibilità di vivere in maniera etologicamente, fisiologicamente ed ecologicamente corretta. Dopo di che si possono utilizzare anche dei metodi di produzione attenti, per esempio, alle caratteristiche del prodotto; prendiamo il latte: la mungitura meccanica, se fatta bene, non provoca sofferenza e naturalmente assicura quelle caratteristiche di salubrità del prodotto impossibili da ottenere con una mungitura a mano. Ecco, secondo me oggi abbiamo gli strumenti per sviluppare un’attività di allevamento rispettosa degli animali.
D’altra parte la necessità di rimettere in discussione questo modello di allevamento industriale ci deriva anche da altre considerazioni, per esempio di ordine demografico. Bisogna ricordare che gli alimenti di origine animale sono costosi: trasformare un alimento di origine vegetale in uno animale significa bruciare il 90% delle risorse. E infatti un tempo ci si alimentava in maniera molto limitata con prodotti di origine animale. Il consumo di carne in Italia fino agli anni ‘40 era di 7-8 kg a testa all’anno, oggi se ne consumano più di 90. Negli Usa se ne consumano 120 kg.
Il che, combinato con la crescita della popolazione, dà l’idea di quello che può essere successo…
C’è stato un aumento vertiginoso. Ora, se in tutto il mondo si volesse consumare anche soltanto quanto si consuma in Italia, e cioè 90 kg a testa, non ci sarebbero risorse nel pianeta per poterlo fare. Quindi questo tipo di consumo non è sostenibile dal punto di vista planetario. Se in Cina modificassero anche di una piccola percentuale il consumo di alimenti di origine animale ciò provocherebbe una catastrofe ecologica. Sicuramente per trasformare più alimenti di origine vegetale in carne bisogna aumentare la pressione agronomica, quindi distruggere foreste, devastare i grandi polmoni verdi del pianeta, bisogna, cioè, fare cose terribili da un punto di vista ecosistemico. Certo non è possibile per tutti un’alimentazione a base di alimenti di origine animale analoga a quella in uso nei paesi occidentali, perché questa da sola porta a consumare l’80% delle risorse del pianeta da un punto di vista alimentare. In effetti gli abitanti dei paesi del nord del mondo stanno affamando il resto della popolazione. E’ questa la realtà di cui non si vuole prendere atto. Noi siamo come quei nobili del Medioevo che gozzovigliavano mentre (e grazie al fatto che) la popolazione faceva la fame. Perché se una popolazione, che rappresenta il 20% di quella mondiale, consuma l’80% delle risorse alimentari, significa che gli altri sono in una situazione di sottoalimentazione o di denutrizione.
Cosa si può fare?
In primo luogo si tratta di cambiare l’atteggiamento alimentare. Generalmente è difficile convincere una persona, con le buone, a consumare di meno; una persona abituata a mangiare carne non va “a star peggio”; e quella vegetariana non può che essere una scelta personale. Ma questo è sicuramente un passaggio decisivo.
In secondo luogo si tratta di modificare completamente la zootecnia passando da una zootecnia industriale a una etologica, cioè attenta al benessere animale. Questo non significa affatto tornare indietro, tanto più che neanche un tempo trattavano bene gli animali: li esaurivano, li tenevano in stalle buie dove non potevano muoversi e nel traino venivano proprio massacrati. Però oggi abbiamo gli strumenti per cambiare questo tipo di atteggiamento nei confronti degli animali di cosiddetta utilità. Non è giusto che al cagnolino gli mettiamo il cappottino, gli diamo le crocchettine e poi il bovino lo teniamo in quel modo. Gli animali domestici hanno costruito la storia dell’uomo, e l’uomo deve sentirsi responsabile. Se non altro per un po’ di riconoscenza.
Una Città_n._92_/_Febbraio_2001
*Roberto Marchesini, veterinario, direttore di “Quaderni di bioetica”, ha pubblicato, fra l’altro, La fabbrica delle chimere (Bollati Boringhieri, 1999), Zooantropologia (Red, 1999), Bioetica e professione medico-veterinaria (Macro, 1999).




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