...Iraq

Nassiriyah. Alcuni giorni fa sono uscito di pattuglia nei dintorni di Nassiriyah. Dovevo consegnare a vari sceicchi l’invito per la cena alla base italiana in occasione della fine del Ramadan, l’Aid al Fitr, una festa importante, paragonabile al nostro Natale, che si festeggia con grandi mangiate, baldoria ed è la stagione per molti matrimoni.
Con le nostre due camionette passiamo per paesi i cui nomi, tradotti, suonano come fiabeschi: Rocca di zucchero, Mercato degli sceicchi, l’Alba, Paese del mulattiere, ma in realtà il panorama è piatto e monotono: steppa arida e polverosa, macchie di verde stentato oppure ciuffi di palme, chiazze d’acqua putrida, paesini di mattoni di fango o basse case in muratura. Guidati da Khaled, interprete, guida e amico, arriviamo in prossimità del villaggetto di uno degli sceicchi.
Ci si arriva a fatica, lungo uno sterrato affiancato da un canale dove navigano flotte di oche. Più ci si avvicina alle case, più aumenta il verde e quando superiamo il palmeto vediamo la mudhif e scendiamo dai mezzi. Ogni tribù ha una enorme sala oblunga, in muratura o in fasci di canne, dove su stuoie o tappeti si riuniscono i capifamiglia per le decisioni importanti, fumando e bevendo tè; questa è la mudhif.

Lo sceicco si fa trovare in posa trascendentale: seduto per terra nella penombra, leggeva il Corano poggiato su un leggio in legno, salmodiandolo dondolando la testa, avvolta nella kefiah.
La sala era deserta e mi venne incontro con una raffica di saluti in arabo. Sulla soglia lotto con i miei scarponi per levarli rapidamente e mi siedo a fianco di alcune enormi caffettiere in rame annerito.
Iniziamo a parlare della situazione in Iraq e di quanto sta accadendo nella regione; in realtà è un po’ come parlare del tempo, infatti poi si passa agli argomenti che veramente ci interessano: i canali che irrigavano l’area sono stati interrati durante la guerra, la nuova scuola costruita dagli italiani funziona ma la gente vuole un potabilizzatore: mi dicono che l’acqua del fiume ha un pessimo sapore.
Si infilano nella mudhif arcaici personaggi barbuti avvolti chi in mantelli scuri chi in bisunte giacche militari; si accucciano allineati alle pareti e ascoltano.
Consegno l’invito, accolto con accondiscendenza, e consegno anche i porti d’arma, accolti con malcelato giubilo.
Il porto d’arma è il vero status symbol dell’iracheno che conta. Roba di lusso: significa che se la polizia ti ferma non ti può sequestrare il kalashnikov che tieni sul sedile posteriore dell’auto. Così ogni giorno arriva qualcuno al nostro campo chiedendone, ma sono riservati solo agli sceicchi più importanti, per mantenere l’ordine e la sicurezza nel loro territorio.
In un angolo vedo l’albero genealogico del clan e iniziamo a parlarne. Roba da scriverci un romanzo. Poco dopo, quando mi ritrovo tra le mani la foto del nonno dello sceicco con alcuni ufficiali britannici nel 1917, lo sceicco mi chiede di fare una foto con lui e con i vari capifamiglia presenti; con quella foto mi rendo conto che sto entrando nella storia.

Gli spari sopra
Arriva il momento del commiato. Emozionato saluto la piccola folla radunata, e partiamo. Percorriamo non più di trecento metri ed ecco che la tipica esuberanza beduina sprizza incontenibile. Suscitata dall’aria di festa, dall’invito a cena e dalla consegna dei porti d’arma, in nostro omaggio gran parte della tribù si produce in una caratteristica fantasia arabesque.
Prendendo tutto quello che può sparare e fare botti cominciano a prodigarsi sgranando in aria raffiche di kalashnikov, colpi di fucile, lanci di sospetti mortaretti modello bomba a mano.
Nel corale concertino tribale, uno dei sassarini della scorta giura di aver sentito anche la voce baritonale di una mitragliera da 12.7. Con estrema discrezione, proseguiamo nell’allontanarci
“all’inglese”, ma gli allegri beduini continuano rumorosamente a festeggiare aumentando la cadenza di tiro.
Vediamo anche qualche tracciante alzarsi dal vicino ilare villaggetto.
Scruto i sassarini di scorta sulla camionetta: impassibili e silenziosi, del resto si sono fatti anche Bosnia e Kosovo; io per smorzare la tensione sbotto in un irriferibile mottetto e tutti ridono, ma appena si attenua il frastuono, il mitragliere, che in piedi al centro del veicolo sporge dal tetto brandeggiando l’arma, inizia a cantare urlando: “…non sorridete, gli spari sopra, sono per noiii…”.

Giovanni Parigi, sottotenente

saluti