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Discussione: «Un clima omicida»

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    Predefinito «Un clima omicida»

    I dati choc dell'Oms piombano sull'assemblea mondiale dell'Onu di Milano: 150 mila persone sono morte nel 2000 per malattie provocate dai cambiamenti climatici
    I due summit Alla conferenza Cop9 l'Arabia Saudita batte cassa a nome dei paesi dell'Opec perché con l'approvazione del Protocollo di Kyoto diminuirebbe la produzione di greggio. E a quella sull'informazione delle Nazioni unite spadroneggiano governi poco liberali e impera la censura


    Ci sono paesi che si sentono vittime del Protocollo di Kyoto, altro che cambiamenti climatici. E per questo ieri hanno fatto sentire la loro voce alla nona conferenza mondiale sul clima di Milano (Cop9). Li rappresenta l'Arabia Saudita, e sono i paesi produttori di petrolio. Vogliono soldi, tanti soldi, e del resto è questo l'argomento che ha sempre tenuto banco nelle due estenuanti settimane che Milano ha dedicato alla ratifica (che langue) del Protocollo di Kyoto. Di natura tutt'altro che negoziale è invece l'altra questione che ieri ha destato scalpore. Si tratta di uno studio presentato dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) secondo cui nel 2000 sono morte 150 mila persone per malattie provocate dai cambiamenti climatici. La proposta che l'Arabia Saudita ha formulato, a nome dei paesi dell'Opec, sembra più che altro una boutade. Se non fosse il tentativo di bloccare la creazione di un fondo delle Nazioni unite (SCCF: Special Climate Change Found) destinato a finanziare i paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Tra questi, hanno detto ieri i delegati sauditi, ci sarebbero anche i paesi produttori di petrolio, perché quando entrerà in vigore il Protocollo di Kyoto subiranno il calo della richiesta di greggio. Il fatto che le casse del fondo dell'Onu siano piuttosto vuote (la dotazione iniziale ammonta a 410 milioni di dollari) non ha impedito ai sauditi di chiedere nientemeno che 19 miliardi di dollari. Tutto però lascia pensare che la maggioranza delle delegazioni presenti alla Cop9 - Europa in testa - non accetterà di finanziare proprio i principali paesi responsabili delle emissioni di Co2 del pianeta. Quel fondo, infatti, è stato stanziato principalmente per aiutare i paesi più poveri, come gli stati delle minuscole isole del Pacifico o i paesi afflitti dalla desertificazione. Allora perché questa richiesta dell'Arabia Saudita? Secondo Mita Lapi, rappresentate della Fondazione Lombardia per l'Ambiente, che ha seguito la sessione plenaria monopolizzata dalla richiesta dei paesi Opec, «si tratta di una tattica messa in opera già altre volte per ritardare o addirittura interrompere qualunque negoziato».
    Insomma, nemmeno ieri, in occasione del suo sesto compleanno, è stata una bella giornata per il Protocollo di Kyoto. Tra gli addetti ai lavori che hanno davvero a cuore la riduzione dei gas serra continua a prevalere un senso di frustrazione, più o meno lo stesso che al di là delle dichiarazioni di rito è stato manifestato anche da Margot Wallstroem, il commissario europeo all'Ambiente. E' come se alla Fiera di Milano da dodici giorni sia in corso un dialogo tra sordi. Da una parte chi è affaccendato a dirimere cavilli burocratici dietro cui si nascondono colossali interessi e alleanze strategiche, e dall'altra ambientalisti e scienziati che continuano a documentare i disastri già provocati dal cambiamento climatico in corso. «Il cambiamento climatico - ha aggiunto Kerstin Leitner, vice direttore generale Sviluppo sostenibile e ambienti sani dell'Oms - è responsabile del 2,4% dei casi di diarrea nel mondo e del 2% di tutti i casi di malaria. Quello che dobbiamo fare è agire per proteggere le vite umane adesso. Cresce l'evidenza scientifica che i cambiamenti nel clima globale avranno effetti profondi sulla salute e sul benessere dei cittadini del globo. Dobbiamo capire meglio i potenziale effetti sulla salute, in particolare per i gruppi vulnerabili, in maniera da gestire il rischio». A causa delle ondate di calore e delle alluvioni, per l'Oms, nel 2000 sarebbero morte 150 mila persone; e nel 2030, secondo una proiezione statistica, il numero potrebbe raddoppiare.
    In un quadro così desolante non può che rallegrare la dichiarazione di Paula Dobriansky, il sottosegretario di stato per gli affari degli Stati Uniti che ha lodato il governo italiano: «Nella cooperazione sui cambiamenti climatici la partnership con l'Italia è la più importante». Un riconoscimento davvero lusinghiero, soprattutto perché arriva dal principale paese che sta contribuendo ad affossare il Protocollo di Kyoto.

    Luca Fazio
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    Predefinito Allarme Oms: per il clima 150mila morti

    Al vertice dell'Onu sulle condizioni climatiche sono di scena la denuncia dei responsabili dell'organizzazione medica internazionale. Ma altri loro colleghi esprimono pareri diversi.
    Il caso più eclatante le vittime dell’estate torrida «Migliaia di decessi che potevano essere evitati»



    Il riscaldamento del clima ha già causato 150 mila morti», annuncia Bettina Menne, dirigente medica dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a Roma. Al COP9, la Conferenza Onu sul clima arrivata al suo penultimo giorno, l’Oms interviene con le sue statistiche a conferma: il caldo fa male. «L’estate torrida del 2003», dice Gregory Hart, il portavoce dell’Oms, «ha notoriamente ucciso 11.435 anziani in Francia. Meno noto che in Italia l’ondata di calore ha sterminato 4.175 persone, in Portogallo 1.316. In tutta Europa, s’è constatato un aumento dei decessi pari al 14%».
    E’ un vero grido d’allarme quello che lancia Diarmid Campbell-Lendrum, scienziato dell’Oms di Ginevra: «Abbiamo notato un aumento dei casi di salmonellosi, e di diarree e altri disturbi intestinali. La salmonellosi è chiaramente correlata al riscaldamento climatico, le industrie dei surgelati sono in allarme. La diarrea e simili sono dovute all’accresciuta contaminazione batterica dei cibi; col caldo, si sa, vanno a male. Ciò colpisce specialmente le zone povere del mondo, dove non ci sono frigoriferi».
    L’Organizzazione Mondiale è infatti preoccupata specie per il Terzo Mondo, dove scarseggiano i mezzi tecnici per combattere il caldo. La malaria è in aumento, e sta "migrando" verso Nord, grazie ai climi più caldi ad alte latitudini. Non sempre il riscaldamento favorisce la malaria: «Il cambio climatico produrre fenomeni di siccità e desertificazione, di fatto riducendo il rischio in aree oggi colpite, perché la malaria è correlata più alle precipitazioni (acqua stagnante) che al caldo», riconosce lo scienziato. «Ma nel complesso, ci attendiamo un bilancio negativo del fenomeno climatico sulla salute».
    I giornalisti, giustamente, vogliono saperne di più sulle fonti e i metodi su cui l’Oms basa il suo allarme. Per esempio: 150 mila morti di caldo l’anno sono tanti, ma su piano planetario, cosa significa? Quanti sono i morti nel mondo ogni anno? «56 milioni», risponde il portavoce. Dunque, la calur a del 2003 ha aumentato la mortalità dello 0,3%. Una variazione minima, che può entrare nell’errore statistico. «D’accordo, non è una gran cifra, ma sono morti evitabili», risponde Hartl. Come i morti di droga e di incidenti stradali, che sono molti di più.
    Imbarazzo. L’aria condizionata in ogni stanza può aiutare? «Mancano studi specifici», rispondono quelli dell’Oms. I vostri rilevamenti sul clima e le malattie associate, di quanto risalgono indietro? «Siamo partiti dal 2000», è la risposta.
    Non è proprio un’indagine approfondita. Peggio: fuori dalla sala-conferenze, c’è un signore che spiega: «La malaria si espande, ma non perché la Terra si scalda. L’Italia fu un Paese malarico finché non prosciugò le paludi e non migliorò i livelli di vita». L’oppositore si chiama Paul Reiter, il maggior esperto di epidemie tropicali all’Istituto Pasteur di Parigi. Accade al COP9: per ogni scienziato pro-Kyoto, se ne trova almeno uno contro, con pari titoli scientifici.

    Maurizio Blondet
    L'Avvenire 12 12 03

 

 

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