....il Presidente Ds alla fine di luglio
Roma. L’intervista di Massimo D’Alema al Corriere della Sera di ieri dimostra che nell’opposizione è tutto fermo al ’98, quando il governo di Romano Prodi cadde, con l’aiuto di Fausto Bertinotti, e fu sostituito dal governo D’Alema.
Il professore non gradì, fece una lista alle elezioni europee, l’Asinello, da cui poi si generò la Margherita.
Il compromesso provvisorio venne con la designazione di Prodi a capo della Commissione esecutiva, ma non bastò. D’Alema fu segato dopo un anno e, perse le elezioni politiche, l’Ulivo cominciò a vivere nell’ipocrisia.
Francesco Rutelli, sconfitto sul campo, restò formalmente portavoce della coalizione, poi si fece presidente del partito
“prodiano”, ma con una sua autonomia da navigatore prudente. Intanto la guerra dei capi si alimentava di fatti nuovi e dispetti vecchi.
Walter Veltroni a Roma faceva l’africano, accentuando il suo nobile distacco e rendendosi attraverso quel distacco appetibile come eventuale numero uno per la rivincita.
Piero Fassino diventava il numero uno del partito, e navigava
anche lui su una rotta di divergenza parallela da quella di D’Alema.
Nei test di potere la Margherita segnava qualche gol, mentre infuriavano i girotondi, e a D’Alema fu negata la Convenzione
europea sulla nuova Costituzione e la rappresentanza parlamentare di tutto l’Ulivo.
Il professore pontificava a Bruxelles, e cercava di schivare i siluri di Londra. L’antiberlusconismo viscerale copriva i buchi, poi una boccata d’ossigeno e un po’ di respiro per le amministrative, con i Ds in forma e la Margherita piuttosto flebile, ed ecco D’Alema al contrattacco.
Con il suo esperto e velenoso tatticismo, come sempre diretto prima di tutto ai rivali di coalizione.
Arriva l’intervista di ieri, (fine luglio) e il messaggio: facciamo pure la lista unica per le elezioni europee della prossima primavera, ma non sarà un’intervista di Prodi a renderla possibile, bisogna passare dalla costruzione di una leadership in dovuta forma, e la Margherita deve sciogliersi in un Ulivo socialista, deve trasferirsi armi e bagagli in un alveo che noi presidiamo da tempo, magari con un ritocco “riformista”.
Osservazione più significativa di tutte: vado molto d’accordo con Enrico Letta, il ticket leader coltivato come protagonista di una eventuale abbinata con un diessino della generazione oggi al potere (Veltroni o Fassino). Ciliegina sulla torta: Bertinotti ancora una volta, come nel ’98, preferisce una soluzione D’Alema a una soluzione Prodi (lo dice in un’intervista che si può leggere oggi sul giornale dalemiano il Riformista di Antonio Polito).
La proposta Prodi è virtualmente bocciata in ventiquattr’ore, e senza bisogno di dirlo.
La nuova generazione post ulivista
D’altra parte D’Alema fa sapere riservatamente ai suoi interlocutori che le liste sono praticamente già fatte, e sono rigorosamente di partito, e la Margherita reagisce stordita: negandosi al socialismo europeo, che non la riguarda; promuovendo una inutile raccolta di firme trasversale pro-lista unica ulivista;
ma contemporaneamente mettendo in campo la sua, di lista, con dettagli e specificazioni sul simbolo: “in Europa con Prodi”.
Prodi è un umorale, non un tattico. Ha approvato e riservatamente sostenuto la proposta Salvati del “partito democratico” senza la vecchia guardia diessina, cercando così di aggirare il suo avversario storico nel centrosinistra (appunto D’Alema), cercando sponde con Veltroni, Fassino, lo stesso Enrico Letta, e provandosi a scartare l’ostacolo di Rifondazione comunista.
Ma il doppio attivismo D’Alema-Marini, i due leader figli dei partiti che gli fecero la forca nel ’98, lo insospettisce, lo irrita. I vecchi populares gli dicono: o con noi da subito o sei superato dai fatti. Prodi risponde allora: lista unica subito oppure “non so se mi presenterò alle elezioni” politiche, quando ci saranno.
Il professore sente che la ruota gira, che D’Alema si riserva il ruolo di futuro ministro degli Esteri ma non rinuncia a quello del king maker e lavora per un salto generazionale che mantenga il potere di coalizione nelle mani della nomenclatura ex pci, con alleati deboli.
Rutelli nicchia, e si capisce perché.
Tutti gli attori del teatrino della “verifica invisibile”, quella fatta al coperto della propaganda, hanno in realtà qualcosa da guadagnare dal salto. Nessuno, dicono osservatori smaliziati, deve più pagare pedaggi ai vecchi del ’96, ai Giorgio Napolitano e ai Nicola Mancino. C’è spazio per tutti.
Una giubilazione del professore ben preparata. E firmata.
Massimo D'Alema.
cos'è cambiato oggi, da allora?
saluti




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