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Discussione: Essere poveri in....

  1. #1
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    Predefinito Essere poveri in....

    ....america: per capire il modello sociale

    Roma. Come sbugiardare i corbellatori sociali, vasta e animosa categoria di divulgatori politici.
    Negli States tengono per la sinistra liberal, citano a più non posso Paul Krugman e recentemente George Soros.
    Sono i “nayasayers”, per loro la crescita americana è truccata e in realtà a star meglio è solo una minoranza di ricconi.
    In Europa sono socialisti, cattolici antimercato e “destrisociali”, a braccetto con ulivisti immoderati in salsa varia.
    A titolo di esempio, si prenda uno dei loro più recenti manifesti, plurilodato da Repubblica e prefato da un compìto Guido Rossi, “Europa versus Usa” di Will Hutton, ovverosia “perché la nostra economia è più efficiente e la nostra società più equa”, di quella americana si intende.
    Il capitolo 9 è dedicato alla presunta superiorità del modello sociale europeo, e si impernia sul trito luogo comune della società americana troppo diseguale, “il welfare americano è riuscito ad abbassare solo moderatamente la soglia della povertà, portandola dal 27 al 19 per cento, in Germania e Italia i trasferimenti sociali sono nettamente più efficaci, utilizzando gli stessi parametri solo il 7,5 e il 6,5 per cento delle rispettive popolazioni adulte vive in povertà” (pagina 273, nell’edizione italiana).
    “Utilizzando gli stessi parametri”, dice Hutton, e ripetono con lui migliaia di elettori.
    Senonché i parametri non sono affatto gli stessi, bisogna capire che cosa siano davvero, “i poveri” americani.
    Perché naturalmente si può benissimo accostare come fossero la stessa cosa il quintile di reddito più basso negli States rispetto al nostro o a quello europeo, ma resta il fatto che il reddito e il potere d’acquisto rispetto a cui rispettivamente ciascuno di loro si calcola sono diversi, e totalmente diverse le condizioni concrete di cui si sta parlando.

    Per dire invece pane al pane e vino al vino, aiuta una recente ricerca che ai “poveri” americani hanno dedicato due fellow della Heritage Foundation, Robert Rector e Kirk Johnson, che da anni rimasticano le diverse rilevazioni statistiche americane in materia. Partono anch’essi dal presupposto più “impressive”: secondo il più recente rapporto del Census Bureau, a fine 2002 erano ben 35 milioni circa gli americani compresi nel più basso quintile di reddito, “i poveri” dunque.
    Senonché, a vederli descritti nei meticolosi capitoli che ripercorrono tutte le voci assolutamente “ufficiali” che identificano le loro condizioni, ne viene un’immagine molto diversa da quel che ci si aspetta. Se si raffronta il loro standard di vita media con le serie storiche del Census, si scopre anzi che il “povero americano” di oggi è la fotografia della classe media Usa del 1973.
    Il 46 per cento di essi oggi è proprietario della casa in cui vive, il 73 per cento ha un’automobile, il 31 per cento ne ha 2, il 76 per cento dispone di un impianto di aria condizionata (30 anni fa era il 36 per cento in tutti gli Usa), il 99 per cento ha almeno un frigorifero, il 65 per cento la lavatrice e il 74 per cento almeno un microonde, il 97 per cento una tv a colori, il 56 ne ha “almeno 2” e il 63 ha la tv via cavo o satellitare, il 78 per cento videoregistratore e Dvd e il 25 per cento ne ha “almeno due e un impianto a grande schermo”.
    L’abitazione ha in media 3 camere da letto e garage oltre che bagno, non risale a prima del 1967 e vale in media 86 mila dollari. Solo il 6 per cento dei 35 milioni di “poveri” vive in sovraffollamento abitativo, il 67 per cento dispone nella propria abitazione di due vani in media per componente del nucleo familiare.
    Rector e Johnson per accertare con la nuda realtà dei fatti la presunta superiorità del modello sociale europeo non si sono accontentati, hanno anche direttamente paragonato i metri quadrati abitativi per diverso livello di reddito nelle statistiche di 54 diversi paesi. I 42 metri quadrati abitativi disponibili “per povero americano” (la media media nazionale è più del doppio) superano i 39 in media disponibili per le “classi medie” britannica, francese e tedesca, dove per “media” si intende con un reddito annuo compreso tra i 14 e i 20 mila euro.
    Vi risparmiamo i capitoli su altezze, peso e complessione fisica delle giovani generazioni “povere” americane, perché ovviamente l’alimentazione americana non fa testo rispetto a quella del resto del mondo. Sappiate che solo il 3,2 per cento per cento di quei 35 milioni va incontro a problemi alimentari “almeno una volta nel corso dell’ultimo anno”.
    Naturalmente, invece, i guai si concentrano sulle difficoltà finanziarie, visto che il 19 per cento ha avuto problemi con le bollette (la media americana è del 9 per cento), il 4 per cento ha avuto almeno un’utenza sospesa nell’ultimo anno, mentre il 13 per cento ha dovuto sospendere il pagamento di ipoteche e mutui o incorre in insolvenze per carte di credito (qui emerge il problema, vero e innegabile, dell’indebitamento crescente delle famiglie Usa).

    Chi crede che si tratti di un paper trionfalistico, sbaglia.
    La conclusione è serissimamente dedicata all’analisi degli effetti delle politiche di welfare condotte in questi anni.
    E mira all’individuazione degli strumenti per risolvere il problema oggi aperto.
    Se nell’arco dei prossimi 5 anni le ore lavorate per famiglia povera passassero dalle attuali 800 l’anno a 2 mila, il 75 per cento dei 2 milioni di minori in fascia povertà si avvierebbero a scuola con molte preoccupazioni in meno per il futuro. La povertà della fascia giovane dipende anche dal boom di nascite fuori da matrimoni o unioni di fatto ma stabili: e i due ricercatori, per quanto conservatori, riconoscono che in materia il cambio di passo attuato già dall’Amministrazione Clinton e proseguito dall’attuale, modificando il vecchio programma Aid to Families with Dependent Children con il nuovo Temporary Assistance to Needy Families , ha ottenuto l’effetto di abbassare dal 53 al 39 per cento il tasso di povertà delle ragazze madri in origine appartenenti al quintile di reddito più basso.
    Chiedetevi ora se non siano ben spesi, gli aumenti massicci di spesa sociale disposti dal bilancio federale in questi anni. E non stupitevi più o per niente dell’iniziativa “sociale” di Bush per ammettere ai benefici del lavoro regolarizzato milioni di clandestini. Riprendete però a questo punto in mano Hutton, e rileggete a voce alta della “nostra superiorità europea”.
    Nel migliore dei casi, vi scapperà un sorriso.

    OFG su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito I salari in Italia sono bassi, il....

    ....governo può e (se vuole) deve intervenire

    Si riapre, seppure su basi prevalentemente propagandistiche, la discussione sulla politica dei redditi, un tema che, con alterne fortune, ha attraversato la storia delle relazioni industriali degli ultimi quarant’anni.
    A lanciarla fu, all’inizio dell’esperienza di centrosinistra, Ugo La Malfa, che considerava indispensabile accompagnare alla programmazione degli interventi pubblici una prevedibilità concordata dell’evoluzione salariale.
    La Cgil non ne volle sapere per una ragione fondata (i redditi da lavoro erano allora molto compressi anche per effetto dell’inefficacia di un’azione sindacale disunita) e per una concezione generale sbagliata (quella enunciata da Luciano Lama e sostenuta, allora, da Giuliano Amato) che definiva il salario una “variabile indipendente” e che a questo concetto ancorava l’autonomia dell’azione sindacale.
    Così, dopo la ripresa contrattuale dal 1969 al 1975, la tutela del potere d’acquisto fu affidata non alla politica dei redditi, cioè a un rapporto preordinato tra crescita economica ed evoluzione retributiva, ma agli automatismi tra inflazione e aumento del salario nominale, attraverso il nuovo meccanismo di scala mobile, egualitaria e iperinflazionistica.
    L’accordo confederale del 1975, firmato da Gianni Agnelli, oltre al punto unico di contingenza, prima differenziato per livelli salariali, introdusse anche la parificazione territoriale dei minimi contrattuali, con l’abolizione delle zone salariali che corrispondevano alle diverse situazioni economiche e del costo della vita reale che caratterizzavano (allora come oggi) le diverse aree del paese.
    Questo egalitarismo automatico, sia fra i livelli professionali che tra le aree territoriali, portò a un appiattimento generalizzato delle retribuzioni contrattate, recuperato dal sistema con una incessante rincorsa inflazionistica.
    I tentativi di ricondurre sotto controllo l’inflazione insistettero sul primo aspetto, quello della contingenza, prima con la battaglia sul decreto di San Valentino di Bettino Craxi, poi, quando la situazione divenne nuovamente insostenibile, con l’accordo del 1993, costruito da Carlo Azeglio Ciampi, che abolì gli automatismi sostituendoli con un meccanismo di contrattazione basata sull’inflazione programmata, quello che si chiama politica dei redditi.
    A dieci anni di distanza si possono valutare i grandiosi effetti positivi, ma anche le insufficienze intanto emerse, di quell’impostazione.
    L’aumento salariale, contenuto nei limiti della politica dei redditi, ha perso la sua carica inflattiva, e questo ha favorito, insieme all’introduzione dell’euro, una colossale riduzione dei tassi, che a sua volta ha reso sopportabile l’onere dell’immenso debito pubblico accumulato. La massa salariale però è cresciuta poco, in termini relativi è persino diminuita, mentre i redditi del risparmio, col crollo del rendimento dei titoli pubblici, in gran parte percepito dalle famiglie, hanno, nel complesso, ridotto le disponibilità e quindi portato a una stagnazione dei consumi, con effetti pesanti sulla domanda interna, che però non si sono tradotti in riduzione dei prezzi anche a causa delle speculazioni sul cambio della moneta, soprattutto nel settore alimentare.
    Esiste quindi nuovamente, come a metà degli anni Sessanta, una condizione di compressione salariale, su cui i sindacati hanno ragione di protestare e che il governo farebbe bene a prendere in considerazione, come peraltro sembra fare il ministro del Welfare Roberto Maroni.
    Quello che però bisogna evitare è una crescita non selettiva delle retribuzioni, che avrebbe nuovamente gli effetti inflattivi degli anni Settanta, senza neppure la valvola di sfogo della svalutazione monetaria.
    Bisogna pagare di più chi lavora di più e meglio, articolare le retribuzioni anche in rapporto alle condizioni locali di costo della vita, fortemente differenziate, in modo da favorire l’afflusso di investimenti nelle aree attualmente meno sviluppate e l’orientamento del mercato del lavoro verso le attività più professionalizzate.
    Naturalmente si tratta di temi lasciati alla contrattazione tra le parti, ma il governo può intervenire con incentivi e disincentivi fiscali e contributivi, per favorire una crescita salariale ben indirizzata. Per ora lo ha fatto in riferimento alle classi di età, con la decontribuzione per i giovani e la proposta di esenzione contributiva per i lavoratori che continuano dopo aver raggiunto il diritto al pensionamento.
    Si può ampliare questo tipo di differenziazione per aree geografiche e per qualità dell’impegno professionale, ma naturalmente tutto ciò si può fare senza creare tensioni insopportabili solo nell’ambito di una fase di robusta crescita retributiva. Allo stato attuale la difesa della contrattazione nazionale di categoria centralizzata da parte della Cgil sembra insuperabile.
    Pochi anni fa era lo stesso per la contingenza che “non si tocca”, ma poi si è abolita.

    su il Foglio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Ma i sindacati accettino....

    .....liberalizzazioni e riforme

    Prima i salari, e poi (forse) le pensioni.
    E’ la nuova agenda dei sindacati.
    Per Epifani la perdita di potere di acquisto delle retribuzioni non è più sopportabile. Per Pezzotta l’accordo del ’93 è saltato. Per Angeletti il tasso di inflazione programmata è ormai una categoria dello spirito.
    La questione salariale torna al centro della scena. Non ci sono solo in ballo importanti rinnovi contrattuali e vertenze, come quelle dei meccanici e dei trasporti, che mettono a rischio l’unità del sindacato e della sua base sociale. I leader delle formazioni sindacali cercano di farsi interpreti di un malessere diffuso nel mondo del lavoro. Già nello sciopero generale dello scorso dicembre era apparso chiaro che molti lavoratori scesi in piazza protestavano non tanto contro la delega previdenziale e la legge finanziaria, quanto contro quel micidiale combinato-disposto di stagnazione e inflazione di “classe” che colpisce il tenore di vita dei ceti popolari.
    Il governo non dovrebbe sottovalutare questo disagio profondo di una parte non piccola del paese. Disagio che ha le sue radici anche in una distribuzione personale e territoriale del reddito sempre più sperequata.
    E una cattiva distribuzione del reddito concorre a rallentare la crescita, limitando l’apporto dei meno abbienti alla produttività, oltre che ai consumi e al risparmio nazionale.
    Ma quel disagio non dovrebbero sottovalutarlo nemmeno gli imprenditori, i quali trovano ingiustificato l’allarmismo dei sindacati. Le imprese italiane, in verità, non sono mai state sedotte dall’equazione di Henry Ford, secondo cui ad alti salari corrispondono alti consumi. Ora che le famiglie comprano meno vestiti, meno mobili e meno auto, industriali e commercianti chiedono misure d’emergenza, ma restano ossessionati dal costo del lavoro.
    Anche il movimento sindacale, però, deve dire fino in fondo come stanno le cose. Perché non negli ultimi due anni, ma negli ultimi dieci, le politiche salariali e del lavoro concertate in ben tre patti triangolari hanno contribuito a determinare la situazione oggi denunciata: riduzione sensibile della quota dei redditi da lavoro dipendente sul pil; stallo delle retribuzioni lorde reali; aumento significativo del numero di chi è vicino o sotto la soglia di povertà.
    Se l’Italia è entrata in Europa, in altre parole, non si può ignorare che nel decennio passato sono state poste le premesse, senza ignorare il peso di altri fattori interni e internazionali, della crisi attuale.
    Adesso i sindacati sollecitano una politica dei redditi più incisiva. Cosa significa? Più efficace controllo dei prezzi e fisco più equo, senza dubbio. Ogni politica dei redditi, tuttavia, si basa su uno scambio più o meno implicito: salari che crescono meno della produttività e occupazione che aumenta, in modo che la percentuale del salario sul reddito non diminuisca.
    E vero che in questi anni la condizione essenziale di quello scambio, ovvero l’incremento dell’occupazione, è stata solo parzialmente rispettata, mentre il lavoro dipendente si è trovato stretto nella tenaglia della moderazione salariale e del risanamento della finanza statale. E' però anche vero che una inflazione bassa è un bene da cui tutti traggono vantaggio. Ma allora – ecco il punto – i termini dello scambio si spostano dalla ripartizione dei benefici di un’inflazione più bassa alla ripartizione tra i diversi gruppi sociali dei costi da pagare per raggiungerla e mantenerla.
    Questa è la cruna dell’ago della politica dei redditi, al di là dei suoi molteplici aspetti tecnici e procedurali. Il conflitto distributivo tra capitale e lavoro resta. Ma c’è un conflitto distributivo anche interno al lavoro dipendente, tra chi è esposto e chi non è esposto alla concorrenza internazionale. Ambedue le partite non si giocano più, soprattutto dopo la nascita dell’unione monetaria, in campo nazionale. Ebbene, se si vuole dare più reddito sia all’operaio che all’impiegato pubblico, occorre aumentare il reddito totale disponibile, migliorando l’efficienza e la produttività e diminuendo le rendite dei settori protetti.
    Chi ambisce, come il sindacalismo confederale, a rappresentare sia i lavoratori manifatturieri che quelli dei servizi, dunque, dovrebbe interessarsi di più di liberalizzazioni e di riforme strutturali, e non solo di modelli contrattuali. E non dovrebbe manifestare ostilità preconcetta, in ogni caso, nei confronti di una contrattazione salariale maggiormente rispondente alle differenze di produttività tra aziende e regioni. Perché più sostenuti incrementi salariali sono possibili, senza mettere a repentaglio posti di lavoro, solo là dove la produttività gode di buona salute.
    Su un punto, però, i sindacati hanno ragione da vendere. Coordinare la politica salariale attraverso il tasso di inflazione programmata è oggi privo di senso. Si tratta di uno strumento che aveva una funzione quando la svalutazione poteva difendere la concorrenza.
    Nella realtà europea, dall’altro canto, è un illustre sconosciuto. Con la moneta unica ciò non è più possibile. Perché allora non abolirlo, come hanno proposto Tito Boeri e altri studiosi, assumendo come riferimento nella contrattazione la dinamica dei prezzi e dei salari in Eurolandia?

    Michele Magno su il Foglio

    saluti

 

 

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