L’ottimo articolo di Francesco Boco (Cfr. “Italia Sociale”, 10/1/04, Cultura) sull’abdicazione della Prima Roma al suo ruolo storico consente, a mio giudizio, di aprire un dibattito su quali debbano essere le priorità di un mondo politico-culturale che voglia assurgere a protagonista del terzo millennio.Se appaiono irrinunciabili determinati parametri di riferimento – concezione spirituale della vita, comunitarismo, ecologia, Terza Via … - sicuramente da ridiscutere sono le strategie volte ad ottenere i risultati auspicati.Rimane infatti molto discutibile il posizionamento di un’area che – come già appare anche dal cartello elettorale formatosi per le prossime europee – può al massimo aspirare a configurarsi quale polo d’attrazione di “estrema destra”, bacino d’utenza per tutti i delusi neofascisti o esasperati dall’immigrazione extracomunitaria.Ma quali successi reali si possano ottenere da tale prospettiva, rimane fin troppo facile intuirlo.Le storiche battaglie della cd. “Area”, lotta all’immigrazione, alla droga, alle privatizzazioni … pur sacrosante, sono tutte riconducibili ad unico aspetto: l’avanzare impetuoso della globalizzazione capitalista, i cui effetti – ultimo fra tutti il “caso Parmalat” – sono sempre più devastanti sotto tutti i punti di vista.La stessa difesa delle ragioni dei vinti nella Seconda Guerra Mondiale – legittima da un punto di vista storico – non può assolutamente fare breccia nelle masse occidentali, ormai completamente assuefatte a un sistema massmediologico totalitario e menzognero.Peraltro, se anche tale battaglia di verità storica risultasse vincente, nulla cambierebbe nella creazione di un’alternativa veramente antagonista al mondialismo; ad esempio, tutta la classe dirigente di AN, così come buona parte della sua base, sono perfettamente a conoscenza di ciò che avvenne in passato, ma rimangono ben fermi nelle loro posizioni reazionarie, non solo per convenienza ed opportunismo, ma per reale convinzione.Già, perché così come chiaramente espresso nella trasmissione “Ballarò” del 13/1/04, dedicata al terrorismo, l’intera classe politica italiana e la stragrande maggioranza del suo popolo, sono fieri di appartenere al cd. “Occidente”e appaiono talmente attaccati all’ egoismo individuale e a uno stile di vita consumista da non comprendere verso quale baratro stiamo precipitando.Così come sono incapaci di riconoscere le “ragioni dell’altro” (al proposito si legga “Il vizio oscuro dell’Occidente” di Massimo Fini), per capire che senza un’inversione di rotta si va verso una catastrofe ecologica, demografica e finanziaria (cfr. Guillaume Faye, “Archeofuturismo”, SEB).Come allora combattere il sistema e con quali armi a disposizione?Sicuramente la geopolitica è lo strumento principale per la nostra battaglia, anche perché tale scienza permette di superare tutte le arretratezze ideologiche e le false dicotomie destra-sinistra, fornendo gli strumenti fondamentali per una politica realmente rivoluzionaria.Essa necessita di un serio studio delle relazioni internazionali, unito ad un approccio mentale assolutamente innovativo; esempi di tale impostazione possiamo ritrovarli ad esempio negli studi di Carlo Terraciano (cfr. “La dottrina delle tre liberazioni” e “Rivolta contro il mondialismo moderno”).Se già Boco sottolineava giustamente l’indispensabilità della creazione di un elite tesa a far politica e non testimonianza, ecco che allora appare decisivo sganciarsi definitivamente da tutti quei clichets che potrebbero castrare la nostra azione.Non tanto, si badi bene, a livello italiano, dove tranne alcune minoranze le cd. “sinistre” non possiedono comunque né la caratura umana né la forma mentis adeguata per poter aderire ad un’eventuale “Movimento Eurasia”, ancora vittime delle antiche debolezze ideologiche che possono portarle tutt’al più a schierarsi su posizioni pacifiste ed antimperialiste ma non ad un’alternativa reale alla dominazione atlantista. Mutamento importante quello da realizzare, invece, per riuscire a stabilire contatti proficui con tutte le realtà internazionali potenzialmente rivoluzionarie; specie nel mondo slavo, ma anche nella “Vecchia Europa” o nell’area del Mediterraneo, la ricezione del passato è avvenuta sotto le lenti deformanti della propaganda marxista ed occidentalista, perciò non risulterebbe proficuo un nostro approccio basato su stereotipi “anni trenta”… D’altronde, se la minaccia è oggi globale, necessariamente globale dovrà esserne la risposta, nella convinzione che la “mia patria è la dove si combatte per la mia idea”, ma anche per l’impossibilità di conquistare la vittoria assaltando il Parlamento o il Palazzo d’Inverno come avveniva all’inizio del XX secolo. Che se pure un nostro eventuale partito raggiungesse in Italia il 51% (cosa impossibile visto l’attuale stato di decomposizione della colonia italiota), il governo seguente verrebbe fatto cadere nel giro di un paio di giorni dall’alta finanza internazionale. Senza volersi avventurare in considerazioni fantasiose, in quanto la politica è l’arte del possibile e del reale, possiamo comunque partire da alcune considerazioni concrete: per ragioni geopolitiche e culturali la Russia dovrà, prima o poi, contrapporsi frontalmente agli Stati Uniti, pena l’estinzione, quindi rimane tutt’oggi un alleato probabile, perfino indispensabile se si considerano il suo potenziale economico e militare.In secondo luogo rimane valida la possibilità d’interagire con il vasto magma del mondo arabo-islamico, oggi direttamente devastato dalle plutocrazie occidentali e dai loro alleati sionisti, distinguendo tra movimenti di liberazione nazionale e terroristi strumentalizzati dalla CIA.Così come appare necessario affiancare nella loro battaglia tutti quei movimenti che lottano per tutelare la propria specificità etno-culturale e resistere alla globalizzazione americanocentrica. Mosca polo di riferimento allora; ma quale strumento possiamo adottare per affiancarla in questa battaglia per l’indipendenza dell’Eurasia?Rispolverando un autore troppo a lungo dimenticato, l’idea di Jean Thiriart (cfr. “La grande nazione: 65 Tesi sull’Europa”, SEB) di un “Partito Europeo nel quale tutte le tendenze politiche possano integrarvisi a condizione di accettare come legge suprema l’interesse dell’Europa, considerata come nazione unitaria, come patria comune” è ancora validissima. Un' “équipe rivoluzionaria, divenuta partito rivoluzionario e poi partito storico (il partito cioè che crea formalmente la nazione) può fare con successo delle nazioni”.All’indomani dell’11 settembre, l’ex direttore della CIA - James Wolsey - ha definito la reazione degli Stati Uniti agli attentati “l’inizio della Quarta Guerra Mondiale”.Dopo di essi sono infatti partite le aggressioni all’Afghanistan e all’Iraq per il controllo delle aree strategiche del Pianeta Terra: altre ne seguiranno, tutte a danno dell’Europa.Ma se oggi stiamo vivendo la “Quarta Guerra Mondiale”, vogliamo noi continuare ad attardarci a discutere sulla “Seconda” o iniziare a fare politica?
Stefano Vernole




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