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    Predefinito

    Sull’economia italiana si è diffusa un’aura di pessimismo in relazione agli effetti, sul sistema del credito e sul finanziamento delle imprese, del crac Parmalat.
    Crac che ha bloccato il mercato delle obbligazioni, rincarato il costo dei finanziamenti e diffuso scetticismo sullo stato di salute delle nostre aziende.
    Tuttavia un indicatore che dovrebbe indurre all’ottimismo – o almeno a evitare i toni allarmistici circa il nostro apparato produttivo – è dato dalla riduzione della disoccupazione.
    L’Italia detiene, in questo campo un primato positivo, in controtendenza con i principali paesi dell’area euro.
    Infatti, le statistiche di Eurostat, aggiornate a ottobre mostrano che la disoccupazione in Italia è scesa dal 9,5 per cento della forza lavoro del 2001 al 9 del 2002, all’8,4 del 2003, anno reso difficile dalla stagnazione o recessione dei big europei.
    Tutti gli altri paesi importanti d’Europa hanno avuto, nel triennio, un aumento della disoccupazione.
    Così la Spagna che dal 10,5 per cento del 2001 è salita all’11,4 del 2002 per attestarsi sull’11,3 nel 2003.
    Analogamente la Germania che dal 8,5 per cento del 2001 è passata al 9,4 del 2002, fermandosi nel 2003 al 9,3 nonostante le misure adottate da Schroeder, esaltate da una parte della stampa internazionale come ben più incisive di quelle italiane.
    In Francia la disoccupazione è salita dall’8,6 del 2001, all’8,7 del 2002, al 9,5 del 2003.
    Come risultato delle diverse dinamiche, in Italia ora i disoccupati sono di meno di quelli di Francia e Germania nel 2001. Oggi questi due paesi hanno una disoccupazione che supera dell’1 per cento quella italiana.
    Ciò dipende, in parte, dall’efficacia delle misure fiscali e della politica del lavoro attuata dal governo. Ad esempio un importante impulso positivo lo dà lo sgravio Irpef per i bassi redditi, specie se messo in relazione con la flessibilità prevista dalla nuova legge sul mercato del lavoro.
    Ma se il mondo delle nostre imprese non fosse nel complesso sano, robusto e non avesse una crescita sensibilmente maggiore di quella misurata dall’Istat, quel piccolo miracolo di una disoccupazione che scende, mentre quella degli altri grandi paesi aumenta, non sarebbe certamente possibile.

    saluti

  2. #12
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    Predefinito E l'Italia....

    .....va

    Balzo del fatturato (+ 2,8) sia sul mercato interno che su quello estero

    Finalmente, ecco i buoni dati ufficiali della produzione industriale italiana. Nel novembre del 2003 il fatturato dell’industria è aumentato del 2,8 per cento su ottobre. Si tratta del miglior dato del fatturato industriale, nell’ultimo triennio. E la crescita non si è verificata soltanto sul mercato italiano, dove è stata del 2,9 per cento, ma anche sui mercati esteri, con il 2,5. Il rialzo dell’euro e la crisi del mercato tedesco, non hanno impedito alle nostre imprese di accrescere il fatturato delle esportazioni.
    I sintomi di ripresa internazionale, ma anche la competitività del made in Italy hanno stimolato soprattutto il volume degli ordinativi che sono aumentati dello 0,9 per cento sul mercato interno, ancora cauto, e hanno registrato un balzo del 5,2 per cento su quello internazionale. La ripresa è spinta non soltanto dalle esportazioni, ma anche dagli investimenti, mentre il settore dei consumi è ancora fiacco. Infatti, nei dati disaggregati del fatturato industriale dei primi undici mesi fa spicco un aumento del 2,4 per cento per i beni di investimento (e per i beni intermedi) assieme a un aumento del 3,3 per cento per il fatturato dell’energia.
    A ciò si contrappone però una diminuzione del 3 per cento del fatturato dei beni di consumo.
    Questo a sua volta diminuisce addirittura del 10 per cento per i consumi durevoli e dell’1 per cento per i consumi correnti.
    E’ evidente che il rincaro al dettaglio dei prezzi espressi in in euro ha taglieggiato le finanze dei consumatori, che non potendo rinunciare più di tanto alla spesa quotidiana, hanno dovuto sacrificare l’acquisto dei beni durevoli per la casa, rinviandoli a tempi migliori.
    La ridistribuzione di reddito, generata dall’adozione dell’euro, ha così frenato la ripresa economica, che ora c’è, ma non è ancora solida.
    L’industria, all’interno, ha dunque di fronte una rete distributiva che, avendo aumentato i prezzi, ha compresso la spesa dei consumatori.
    Sul fronte estero, le nostre imprese devono fare i conti con un cambio troppo alto per l’export fuori da eurolandia.
    E con un mercato che, a causa della crisi tedesca, si mantiene in Europa ancora debole. Una tenaglia da cui non è facile uscire.

    su il Foglio

    saluti

 

 
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