Mumbai. Il forum sociale mondiale chiude mercoledì pomeriggio. Ci sarà un corteo lunghissimo che partirà dal centro della città e arriverà fino alla cittadella degli "altromondisti", alla periferia nord. Una ventina di chilometri di percorso, almeno quattro ore in cammino. Martedì c'è stata l'ultima giornata di dibattiti. Di nuovo si è parlato di tutto, cioè di un numero gigantesco di problemi legati alla globalizzazione e al liberismo, o comunque - diciamo così - al mancato sviluppo della civiltà umana. Si sono tenute 315 riunioni ufficiali e a queste riunioni si può calcolare che abbiano preso parte circa 30 mila persone. Poi ci sono state molte riunioni informali, diversi spettacoli, e il continuo susseguirsi nei viali della cittadella dei cortei organizzati da delegazioni di tutte le nazioni del mondo. Abbiamo scelto tre temi dei quali riferire: i Dalìt, noti in occidente come "intoccabili", le donne e gli operai.
I DALÌT. Sono i grandi protagonisti di questo forum. Per due ragioni: la prima è che per loro - ci dicono gli indiani - questa è stata la prima occasione per mostrare forza politica, capacità di organizzazione e tenacia collettiva. Sono stati protagonisti. La seconda è che hanno gettato nel piatto della discussione mondiale una grande questione di diritti umani che in occidente è del tutto sconosciuta e sfugge al lavoro dei sociologi e dei teorici della politica. Però riguarda trecentomilioni di persone, quasi quanti sono i cittadini di Europa. Si sono tenuti in questi gironi molti seminari di Dalìt, anche se purtroppo nessuna assemblea plenaria. E i seminari erano affollatissimi e hanno permesso ai Dalìt di spiegare le loro incredibili condizioni di vita. La società indiana è basata sulla divisone in caste, anche se formalmente le caste sono abolite da 54 anni. Nei fatti continuano ad esistere. Le caste principali sono quattro (ma poi ci sono centinaia di sotto-caste): i bramini, subito sotto i guerrieri (kastriya), poi i commercianti (Vaisya) e infine i servi (Shudra). Naturalmente i nomi rispecchiano i ruoli che queste caste avevano 3.500 anni fa, ora sono cambiati. I bramini sono la grande borghesia e rappresentano il 5% della popolazione. Praticamente tutto il ceto di governo appartiene ai bramini. I guerrieri e i commercianti sono la media borghesia e rappresentano rispettivamente l'11 per cento e il 5 per cento della popolazione. I cosiddetti servi che sono l'immenso ceto medio e cioè il 50 per cento della popolazione. Resta un 29 per cento, cioè 290 milioni di persone. Sono i fuori-casta, e cioè in grande maggioranza Dalìt (21 per cento) e poi i cosiddetti tribali che sono l'otto per cento. In origine non avevano alcun diritto, erano meno che schiavi. Nel '47, dopo le grandi battaglie anticoloniali e gandhiste, fu approvata la nuova costituzione - in gran parte scritta da un Dalìt, il dottor B.R. Ambedkar - che mise fuorilegge le caste. Però le caste esistono ancora.
Qualche cifra. Ogni giorno vengono violentate tre bambine Dalìt. Ogni ora vengono bruciate due loro case o capanne. In molte città e campagne non è permesso loro l'accesso ai tempi. Il 66 per cento sono analfabeti. La mortalità infantile è al 10% (mentre in Italia è sotto lo 0,4 per mille). Il 47% dei bambini minore di 14 anni è malnutrita. In molte scuole i bambini Dalìt vengono mandati agli ultimi banchi, o tenuti in piedi o devono restare fuori della porta. Ai Dalìt non è consentito di bere la stessa acqua della "caste" e dunque non possono bere acqua potabile. Circa 60 milioni di Dalìt vivono in una condizione di totale schiavitù. I lavori di questi 60 milioni sono i seguenti: pulire le strade con una scopetta di bastoncini lunga trenta centimetri, accucciati per terra, fare i becchini di animali, fare i servi non pagati in case private o in fattorie, fare i cercatori di avanzi nelle fogne a cielo aperto oppure, mestiere ancora diffuso in molte città (come denunciato da una commissione internazionale alla Conferenza di Durban) il "manual scavenging". Cosa vuol dire "scavenging"? Svuotatore a mano di latrine.
I Dalìt denunciano che molte amministrazioni cittadine indiane ancora assumono Dalìt, per poche rupie al giorno (pochi centesimi di euro) per questo compito, e che in mote città si possono vedere queste persone accucciate nella latrina, con un secchio di plastica e dei cartoni coi quali si aiutano per raccogliere gli escrementi, metterli nel secchio e poi mettersi il secchio in testa e andar via. La Costituzione indiana dice che lo Stato non discriminerà nessun cittadino sulla base di religione, razza, casta, nascita o altro. Ma è un articolo restato sulla carta. Sebbene esistano leggi che dovrebbero proteggere i Dalìt e tenere dei posti per loro nell'amministrazione pubblica. I Dalìt dicono che queste leggi non vengono attuate. Esiste una aristocrazia dei Dalìt che è riuscita ad arricchirsi? Naturalmente esiste, ma è piccolissima, rappresenta circa il 2 per cento della casta.
GLI ABORTI SELETTIVI. Le donne che hanno partecipato al forum sono state tantissime. Forse la maggioranza. Si sono tenuti molti seminari e anche alcune assemblee plenarie sulle questioni del femminismo. Ieri uno di questi seminari è stato dedicato a quello che viene chiamato il "femmicidio". Cioè l'uccisione delle donne. Che avviene in due modi, in India: uno molto arretrato e antico, l'altro moderno e tecnologico. Il primo tipo di femmicidio è quello di bruciare o uccidere la moglie o le figlie per i più svariati motivi. Generalmente perché non soddisfano o costano troppo. Pochissimi di questi delitti vengono perseguiti, specie nelle campagne, dove la comunità mette tutto a tacere. E' una specie di forma originale di divorzio riservata solo ai maschi. L'atro femmicidio è l'aborto selettivo. Frequentissimo. La famiglia decide di abortire quando scopre che il feto è femmina. Ci sono molti atroci motivi alla base di questi orrori, ma il principale si chiama con una parola indiana: "Dowry". Vuol dire "dote". La tradizione (rispettatissima, anche nelle città, anche nell'alta borghesia) è che i matrimoni siano combinati dalle famiglie e che avvengano sulla base di una dote che la famiglia della femmina paga alla famiglia del maschio. Tanto più il maschio è ricco e appetibile tanto più alta deve essere la dote. Nei ceti popolari (dove gli stipendi sono di trenta o quaranta dollari al mese) la dote in media è di due o tremila dollari. Questo vuol dire che avere una figlia femmina è un disastro economico. Molte famiglie decidono di eliminare il fardello, o uccidendo la bambina o abortendo e cercando poi di fare un maschio. Le cifre dimostrano che il miglioramento delle tecnologie (che permettono di conoscere il sesso del futuro bambino) ha aumentato il numero delle bambine sparite. L'India è un paese dove - in controtendenza rispetto a tutto il mondo - ci sono meno bambine che bambini. E la differenza sta aumentando. Nel '91 le bambine sotto i sei anni erano 945 contro 1000 maschi (ne mancavano almeno 55 ogni mille) ora sono scese a 927. Ci sono alcuni stati in cui le cifre sono ancora più squilibrate: il Punjab, per esempio (793 bambine) e lo Stato di Dehli (820). Diciamo che è ragionevole pensare che in Punjab vengono abortite per via del "Dowry" almeno il 20 per cento delle bambine concepite. Una su cinque.
LE FABBRICHE. Nel forum si è parlato molto di lavoro. Ieri si è tenuto un seminario al quale tra gli altri hanno partecipato rappresentanti del sindacato metalmeccanico coreano (Sunhvan Baek), una esponente femminista indiana (Shashil Sail) e Giorgio Cremaschi della Fiom. Sono state dette essenzialmente due cose. La prima riguarda l'attacco del capitalismo al lavoro. Che avviene sia attraverso lo smantellamento dei diritti sindacali (in India il diritto di sciopero è stato negato da molti giudici e ora c'è una vertenza alla Corte federale) sia attraverso la cosiddetta delocalizzazione. Cioè il metodo di spostare i luoghi di produzione da zone sindacalizzate a zone dove i salari sono bassissimi. In genere questo avviene con spostamenti da occidente a oriente. Ma gli indiani hanno denunciato che anche in India sta avvenendo. Secondo un economista indiano, il dottor Patnak, la delocalizzazione è la grande trovata del nuovo capitalismo: non cambia la quantità del lavoro, si limita a ridurne mostruosamente i costi. La seconda questione che si è posta è quella del sindacato. Che è davanti a un bivio: o accetta il liberismo cosi com'è e si cerca delle nicchie corporative di sopravvivenza, rinunciando alla rappresentanza di interessi generali, o si rinnova molto profondamente. Costruendo una nuova unità, su due piani: unità transnazionale e unità coi movimenti. Solo così, estendendosi, può trovare la forza per ostacolare lo sviluppo del liberismo: rendendo ancora più grande e non diminuendo la sua rappresentanza generale.




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