Chi propone di mettere sul mercato il diritto ad inquinare non solo legittima l'appropriazione di aria, acqua o terra, ma nega la validità di un'alternativa
«Il commercio dei permessi di inquinare vìola da molti punti di vista i principi della democrazia ecologica... I Tdp [Tradable Discharge Permits] escludono le attività non inquinanti e i cittadini comuni da un ruolo democratico attivo nel controllo dell'inquinamento, perché il commercio dell'inquinamento riguarda esclusivamente le industrie inquinanti» (V. Shiva, Le guerre dell'acqua, Feltrinelli, p.47).
Queste poche righe sintetizzano il giudizio di Vandana Shiva sui "permessi di inquinamento commerciabili" (espressione che preferisco alla più nota e a mio avviso ambigua "permessi di emissione scambiabili"). Come è noto Shiva qui si riferisce all'acqua ma le argomentazioni esposte nel primo capitolo del suo ultimo libro consentono di estendere il suo ragionamento, e il suo giudizio, ad una serie di dispositivi analoghi che ci vengono proposti per la gestione dei beni comuni. Ripercorriamole brevemente per meglio coglierne la portata politica.
Secondo Shiva, la base teorica di tali permessi è duplice: da un lato il pensiero politico di John Locke (1690) che legittima la privatizzazione dei beni comuni da parte di chi abbia applicato il suo "privato" lavoro all'inerte materia messa a disposizione di tutti dalla Natura; dall'altro il noto saggio di Garret Harding (Tragedy of the Commons, 1968) che sancisce la necessità di privatizzare i beni comuni per scongiurarne una distruzione a suo avviso inevitabile in assenza di un proprietario che sia direttamente interessato alla loro conservazione. Entrambi questi riferimenti disconoscono l'esistenza di soggetti sociali plurali, diversi dai singoli individui, capaci di agire collettivamente sia nel trasformare la Natura in valori d'uso (o condizioni di vita) sia nello stabilire regole e restrizioni all'uso dei beni comuni (naturali o antropici che siano) in modo da evitarne la distruzione per sovrasfruttamento o carenza di manutenzione. In altri termini disconoscono millenni di storia umana e tutto quanto è stato prodotto in termini di territorio, insediamenti, infrastrutture, paesaggi.
E il punto sta proprio qui. Chi propone di mettere sul mercato dei permessi di emissione - o dovremmo chiamarli "diritti ad inquinare" - non solo legittima l'appropriazione di aria, acqua o terra, da parte di chi, applicando su di esse il suo lavoro, o meglio il suo capitale, si propone di estrarne un profitto; ma, così facendo, nega o quanto meno disconosce la validità di un'alternativa, quella della gestione collettiva dei beni comuni, che per millenni ci ha garantito la continua produzione di condizioni di vita. In altri termini, i permessi di emissione negano il progetto sociale di tali condizioni di vita e quindi delegittimano la politica intesa come progetto di convivenza.
Una questione di democrazia e giustizia
Poco importa che la collettività sia chiamata a fissare la dimensione massima dei diritti ad inquinare (la dimensione "ammissibile"); poco importa che la scienza si lambicchi il cervello per fornire alla politica "dati certi" sulla dimensione dell'inquinamento che un ecosistema può sopportare senza entrare in crisi. Il problema non sta nella sostenibilità ambientale dell'operazione quanto piuttosto nella sua sostenibilità sociale e politica. Come scrive Shiva, è una questione di democrazia e di giustizia. Questi dispositivi infatti sottraggono alla collettività la decisione sul chi, come e perché possa usare i beni comuni, e negano a chi non inquina e non desidera inquinare il diritto di godere di aria, acqua e terra pulite.
Shiva ci dice anche quando e come è avvenuto questo "slittamento della linea di conflitto", quando e come la collettività si è ritrovata a negoziare con i cosiddetti "attori forti" la quantità di diritti ad inquinare da immettere sul mercato piuttosto che a stabilire regole valide per tutti sull'uso dei beni comuni. Rileggiamo insieme poche righe a mio avviso illuminanti: «Nel 1977, in seguito alle pressioni dell'industria, negli Stati Uniti l'attenzione si è spostata dalla regolamentazione sugli scarichi nei punti di controllo agli standard di qualità dell'acqua. Tacitamente questo spostamento ha segnato il passaggio dall'inquinamento come violazione all'inquinamento come comportamento lecito» (p. 46).
Devo confessare che la prima volta che ho letto queste parole sono letteralmente sobbalzata. Cosa vuol dire? che la legge Merli era meglio del recente testo unico sulle acque? che il vecchio command and control, liquidato come pedante ed inefficace, era meglio nelle nuove norme mirate alla tutela delle prestazioni finali? che spostare lo sguardo sullo stato complessivo dell'ambiente piuttosto che rincorrere ogni singola azioni antropica è stato un errore? Temo proprio di sì, o quasi. Cercherò di spiegarmi con un esempio tratto dal mio campo disciplinare, la pianificazione urbanistica. Nel 1977 una legge, la n.10 detta "Bucalossi", sanciva la scissione tra diritto di proprietà dei suoli e diritto ad edificare e assegnava ai poteri pubblici la decisione sul come, quando e perché un'area sarebbe stata urbanizzata. Il nuovo regime concessorio rafforzava così il principio, già presente nella precedente legislazione urbanistica, che qualsiasi trasformazioni fisica del comune contesto di vita dovesse essere subordinata ad una dichiarazione di interesse pubblico. Edificare al di fuori di tale principio era illecito. La legge 10/77, insieme ad altri dispositivi di legge promulgati in quel periodo, rappresentava un'occasione irripetibile per spostare il dibattito sui piani urbanistici dal livello della negoziazione tra governo della città e proprietari immobiliari e/o costruttori a quello del progetto di un patrimonio comune destinato a garantire a tutti e tutte adeguate condizioni di vita. Il progetto comune veniva prima e l'edificazione lecita era solo quella che lo attuava.
Diritto alla città
Poi - sarebbe troppo lungo dire qui come e quando - si è ricominciato anche a sinistra a parlare di "diritti edificatori privati" indipendentemente dal progetto di città e di qui alla necessità di negoziare il come e il dove con i titolari di questi diritti (le cosiddette "compensazioni"), mentre la questione del "diritto alla città" per tutti e tutte, della città come "bene comune", scivolava in sordina. In tale contesto la battaglia sulla dimensione massima di tali diritti, sostenuta da pareri esperti sulla legittimità degli stessi, è sembrata la migliore possibile. Ma, se pure è vero che la politica è l'arte del possibile, questo "slittamento della linea di conflitto" resta il vero problema con cui confrontarsi.
Per rendere l'idea della assurda situazione in cui ci troviamo mi piace ricordare le parole di un amministratore di sinistra che mi è capitato di cogliere negli ultimi mesi nelle pagine di un noto quotidiano nazionale. Al cronista che raccoglieva le sue dichiarazioni autoincensatorie, l'assessore alla mobilità di una grande città italiana diceva più o meno così: «realizzando una nuova linea di metropolitana abbiamo reso più ricchi i cittadini perché, come tutti sanno, il valore degli appartamenti in prossimità delle nuove fermate è destinato ad aumentare sensibilmente nel prossimo futuro». Come a dire che chi non è proprietario di un appartamento non è un cittadino! E del resto non poche volte mi è capitato di notare che tra i colleghi tecnici si è diffusa l'dea che la città sia una macchina per far soldi (o far crescere il Pil, come si dice tra persone di buon gusto), che il piano sia sostanzialmente un momento di negoziazione dei profitti, o meglio delle rendite, tra proprietari di aree, di fabbricati o anche solo di singoli appartamenti, e che di conseguenza gli abitanti non siano altro che "soggetti terzi" che il piano non è tenuto a tutelare ma ai quali il tecnico democratico può concedere un po' di "partecipazione", nei limiti della legge ovviamente!
A questo punto, torniamo al ragionamento di Vandana Shiva e alla sua stigmatizzazione degli standard di qualità, o "norme prestazionali" in gergo tecnico. A tanti, me compresa, sono sembrati un passo in avanti, un strumento che ci consentiva di liberarci della rigidità delle vecchie "norme conformative". Non dovevamo più lambiccarci il cervello per definire esattamente cosa si poteva fare, come andava fatto e chi poteva farlo, con il rischio di rimanere intrappolati nelle nostre stesse regole. Bastava fissare dei limiti - la falda non deve scendere più di tot centimetri, l'area urbanizzata non deve superare tot ettari, le emissioni di C02 devono scendere di tot punti percentuali - e il gioco delle convenienze private avrebbero fatto il resto. Purtroppo non ci siamo accorti che così facendo tracciavamo una linea di discrimine tra chi aveva delle convenienze private e chi non le aveva, delegando tutta l'azione ai primi - gli "attori" - e relegando al ruolo di spettatori i secondi - i "soggetti terzi". Visti i risultati - lo "scivolamento" di cui sopra - credo che sia ora di operare un serio ripensamento, smettendo di dibatterci nel falso dilemma tra conformità e prestazioni, per riportare l'asse del discorso sul progetto di una città di tutti e tutte, bene comune quanto l'acqua, l'aria e la terra.
Silvia Macchi_
Liberazione 7 02 04_____




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