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    Edgardo Sogno (con Aldo Cazzullo)
    Testamento di un anticomunista. Dalla Resistenza al "Golpe bianco"
    Mondadori, Milano 2000, pp. 177, euro 14,46



    ... l'atteggiamento nei riguardi del Fascismo all'interno di corpi armati quali i Carabinieri, la Guardia di Finanza, le Guardie di PS, corpi che anzichè sciogliere o decapitare (nell'accezione vera del termine) liquidando gli ufficiali, il Regime pensò (male) di conservare e di continuare ad utilizzare ...



    Perchè recensire, sulle pagine di "Avanguardia", un libro come questo? Per qualche oscuro motivo abbiamo la sensazione (o forse la speranza) che "Avanguardia" venga letta prevalentemente al di fuori dell'asfittico ambiente della estrema destra italiana; e che quindi -rivelatosi inutile ogni tentativo di rianimare il corpo in coma irreversibile del cosiddetto neofascismo- sia affatto preferibile difendere il verbo rivoluzionario a soggetti ed ambienti vergini o comunque non contaminati da decenni di nostalgismo vacuo e politicamente sterile. E dunque? Dunque anche della vicenda umana e politica di un uomo come Edgardo Sogno potrà essere tentata una interpretazione ed una analisi libere dagli isterismi e dai pregiudizi, ma sopratutto una interpretazione ed una analisi effettuate dal campo nazionalpopolare di una partita che, lo vedremo, venne giocata interamente all'interno degli schieramenti sistemici.

    II libro contiene il testo di una lunga intervista che il giornalista Aldo Cazzullo fece -in più riprese- a Edgardo Sogno qualche mese prima della morte di quest'ultimo, nell'agosto 2000, e che si snoda lungo tutto l'arco della sua vita. Edgardo Sogno Rata del Vallino -d'ora in poi, per brevità, "S"- nasce nel 1915 a Torino da una famiglia della piccola nobiltà terriera del Biellese trapiantata da tempo nella capitale savoiarda. L'ambiente è quello tipico dell'epoca nelle famiglie aristocratiche [1] legate alla Corte, un misto di cattolicesimo reazionario, positivismo razionalista, liberalismo conservatore, spiritismo, scientismo lombrosiano... Se scontata era la fiera ostilità nei confronti del socialismo avanzante, altrettanto scontata era quella nei riguardi del Fascismo, di fatto tollerato ma solo per quanto l'ala più reazionaria aveva fatto adoperandosi nell'infame compito di pompiere e gendarme verso le derive rivoluzionarie socialiste dell'autentico movimento; ma sostanzialmente estraneo al corpus filosofico, politico, economico ed ideale che caratterizzava la sudicia italietta sabauda.

    È all'Università, ove si laurea (manco a dirlo) in Giurisprudenza, che “S” inizierà la pratica attiva dell'antifascismo sotto la guida della casta professorale che il Regime, colpevolmente, lasciò al proprio posto con il solo obbligo di un giuramento di prammatica assolutamente inutile nella sua formalità. Una casta imbevuta di liberalismo conservatore e monarchico di stampo risorgimentale, di massiccia presenza massonica e di una buona dose di opportunismo, che continuerà indisturbata la propria opera di intossicazione e di sedizione dall'alto di cattedre lautamente remunerate in una realtà in cui -purtroppo- milioni di operai e di sopratutto contadini sono costretti a sopravvivere in condizioni miserrime, e ciò a dispetto dei pur lodevoli sforzi del Regime. Ma un'altra casta -che si rivelerà ben più pericolosa e dannosa- dominava allora la vita sociale italiana: quella militare. “S” come tutti i rampolli maschi dell'aristocrazia sabauda, nel 1933 entra nella Scuola allievi ufficiali di cavalleria. Che cosa vi trova? «II tono medio era apolitico, di distacco potenzialmente ostile al regime. Del Duce parlavamo apertamente male, dicevamo che era un cafone, che era poi anche il pensiero di Umberto (il principe ereditario, N.d.A.). Violare norme imposte da lui era sentito come una forma di libertà». E ancora: «... trovai un'atmosfera più libera nella milizia universitaria, composta da ufficiali laureati e da studenti, dove covava una sorta di fronda, e ci venivano risparmiati i ridicoli riti del regime».

    Questa era dunque l'atmosfera che si respirava all'interno del corpo ufficiali delle Forze Armate, quegli stessi ufficiali inetti e cialtroni responsabili degli inutili macelli della Grande Guerra e della rotta di Caporetto, fatta pagare nel sangue con le migliaia di fucilazioni di soldati semplici... Possiamo solo immaginare quale dovesse essere poi, parimenti, l'atteggiamento nei riguardi del Fascismo all'interno di corpi armati quali i Carabinieri, la Guardia di Finanza, le Guardie di PS, corpi che anzichè sciogliere o decapitare (nell'accezione vera del termine) liquidando gli ufficiali, il Regime pensò (male) di conservare e di continuare ad utilizzare ...

    Ciò potrebbe costituire una lezione per il Presidente del Venezuela Hugo Chavez, del resto anch'egli ex-ufficiale, che forse pensa di continuare a servirsi di militari e poliziotti che una forma mentis secolare pone tra i più saldi servitori dell'oligarchia! Ma intanto il nostro “S”, a sorpresa, si arruola come volontario nelle truppe del corpo di spedizione italiano alla guerra di Spagna. Perchè volontario? Sostanzialmente per due motivi (e non vi è da dubitarne): per mera esuberanza giovanile, quella esuberanza che, checché se ne dica, da sempre spinge la gioventù o buona parte di essa a ricercare la guerra, qualunque essa sia, come prova e come forgia (e del resto che cosa rappresentano le battaglie domenicali negli stadi se non un meschino surrogato della guerra? Ahinoi, quanta energia sprecata ...); ed in nome dell'anticomunismo, un anticomunismo che diverrà per “S” quasi una ossessione, sino alla morte.

    Dopo il rientro a Torino ben presto giunge un'altra data importante: il 10 giugno 1940 l'Italia dichiara guerra alla Francia. «Per il nazismo, per quella forma di nazismo degenerato, provavo un odio furioso. (...) Fin dal ‘39 facevo il tifo per la vittoria alleata. (...) mi sintonizzai sulla radio francese. (...) misi la radio a tutto volume e aprii le finestre. L'intero quartiere ascoltò l'inno della nazione a cui avevamo appena dichiarato guerra».

    “S”, e come lui pressoché l'intera casta degli ufficiali, inizia a cospirare. Erano noti i sentimenti antifascisti della principessa Maria Josè, ed è proprio con lei che i giovani monarchici tentano un aggancio, che riesce, arrivando addirittura a progettare l'uccisione di Mussolini. II 25 luglio 1943 “S”, già di stanza con il suo reparto in Costa Azzurra, si trova nel carcere militare di Torino con l'accusa di alto tradimento per avere profferito frasi apologetiche degli Alleati. Scarcerato si dà alla macchia ed inizia quella attività partigiana che gli varrà la medaglia d'oro della Resistenza. [2]

    S. diviene uno degli uomini chiave della guerriglia antifascista non comunista, e la sua formazione -la "Franchi"- impiegata perlopiù in Piemonte, diverrà un punto di riferimento per I'intelligence angloamericana che pur impiegando anche le formazioni comuniste preferisce ovviamente privilegiare degli amici sicuri. Sul vile attentato di Via Rasella a Roma, però, la posizione di “S” e dei suoi acerrimi nemici (ma temporaneamente alleati) comunisti, convergono. «... la notizia di Via Rasella fu per noi un momento di esultanza. E neanche la feroce repressione che seguì mi fece cambiare idea, anzi. Davo lo stesso giudizio dei comunisti: bisognava provocare i tedeschi, perchè ogni loro reazione non farà che isolarli sempre più».

    Alcune rievocazioni di singoli episodi della guerra civile sono altresì impietose. Ne vengono fuori storie di doppiogiochisti annidati nei posti di comando della RSI, quegli stessi loschi individui che nel dopoguerra vestiranno i panni dei capi del neofascismo atlantico di servizio; o, apparentemente, sul fronte opposto, di squallidi imboscati che dopo aver trascorso quei venti mesi tremendi nascosti negli armadi e nei conventi reclameranno ed otterranno medaglie al valore resistenziale e posti da ministro della Repubblica.

    E dunque durante il periodo partigiano che “S” stringe quei rapporti personali con alti ufficiali dei servizi segreti britannici e sopratutto americani come John Mc Caffery, capo della Special Force britannica per l'Europa, e Allen Dulles allora agente dell'OSS e futuro capo della CIA; rapporti che si intensificheranno nel dopoguerra quando per “S” si apre una nuova fase: quella di animatore dell'anticomunismo di Stato.

    Tra il ‘45 ed il ‘46, “S” è un elemento di spicco del ricostituito Partito Liberale nel quale si schiera a favore a favore della monarchia nel referendum. Ma è sopratutto uno dei maggiori referenti di quel futuro partito trasversale che lotterà strenuamente per l'egemonia politica nella neonata Repubblica Italiana: un partito liberal-liberista, conservatore, anticlericale oltre che anticomunista, filo angloamericano, filo israeliano, gollista (nonostante la notoria antipatia del Generale nei confronti degli USA), nonchè massonico... Decisiva è la constatazione che «Hitler è morto ma Stalin no» a giocare un ruolo determinante nelle successive scelte di “S”.

    Questi, ancora prima della guerra, aveva sostenuto positivamente il concorso per l'ammissione alla carriera diplomatica. A guerra conclusa verrà regolarmente immesso nei ruoli del Ministero degli Esteri anche a dimostrazione -se ve ne fosse bisogno- della sostanziale linea di continuità tra le strutture amministrative prima dello Stato monarchico-liberale, poi di quello fascista (o quasi fascista ...) ed infine di quello repubblicano antifascista.

    La prima missione (“S” è in servizio presso l'ambasciata d'Italia in Francia) è la costituzione di una organizzazione anticomunista segreta su commissione del ministro Scelba. Di fatto tale organizzazione -che stando allo stesso “S” non venne mai attivata- altro non fu che un precursore di Gladio: una rete più logistica che militare, da utilizzarsi in caso di invasione sovietica, di crisi rivoluzionaria o anche di vittoria elettorale del PCI, ove però il ruolo determinante dal punto di vista operativo è riservato fondamentalmente alle Forze Armate che nella repubblica antifascista ed anticomunista debbono rivestire -nella concezione governativa- l'ossatura sia difensiva che repressiva. È con la rivolta di Genova del 1960 e la caduta del governo Tambroni che -sempre secondo “S”- tramonta definitivamente la teorizzazione dell'anticomunismo di Stato ed i governi a guida D.C. cesseranno di opporre al PCI la politica della contrapposizione ad oltranza per imboccare la strada che sfocerà, anni dopo, nel consociativismo «catto-comunista». Ed è probabilmente proprio in quel momento che avviene la svolta fondamentale nella vita e nella carriera di “S”, con il progressivo sganciamento dagli ambienti istituzionali e il progetto di una battaglia anticomunista condotta autonomamente che sfocerà nella costituzione di "Pace e Libertà", organizzazione la cui idea parte da una analoga esperienza compiuta in Francia con i finanziamenti americani e della NATO. In questo modo “S”, forte anch'esso dell'appoggio statunitense, inizia a tessere la sua rete anche e sopratutto di finanziatori: tra i primi vi furono V. Valletta, allora potentissimo amministratore della FIAT, e la Confindustria. È l'ossessione di un PCI fortemente radicato nella classe operaia in generale e nelle grandi fabbriche in particolare a fare aprire i rubinetti agli industriali, che finanzieranno con svariati milioni (di allora!) mensili "Pace e Libertà". E lo stesso farà la CIA di Dulles, che tramite l'ambasciatore italiano a Washington [(un vecchio amico di “S”) e quello americano a Roma istituirà un canale preferenziale che -scavalcando il Governo, ritenuto dagli americani poco affidabile- porterà nelle casse dell'organizzazione cifre enormi per quei tempi. Ma nel 1958 questa viene, almeno ufficialmente, sciolta non dopo che “S” si sarà adoperato in prima persona durante la rivolta ungherese del 1956, una sorta di agente speciale del Ministero degli Esteri di concerto con i servizi segreti occidentali. “S” ritorna così alla carriera diplomatica e viene inviato dapprima negli USA dove resterà sino al 1967, poi in Birmania come ambasciatore.

    L'ultima fase della vita pubblica di “S” è legata alle note vicende del cosiddetto «golpe bianco» e alla costituzione, nel 1970, dei Comitati di resistenza democratica. Rientrato in Italia organizza, forte delle proprie vaste conoscenze ed entrature, una nuova rete formata in buona parte da elementi della Resistenza liberale e comunque anticomunista con -ancora una volta- un programma politico ben preciso: la fondazione di una «seconda Repubblica». Questa volta non si tratterà più di operare con lo Stato contro la «sovversione comunista», ma di intraprendere una lotta per la rivitalizzazione dello Stato ormai succube dell'influenza marxista, anche -se necessario- prendendo in considerazione l'eventualità di agire con una violenza calibrata nei confronti delle stesse istituzioni. Non possiamo certo sapere con esattezza quale fu il reale ruolo di “S” in quegli anni, gli anni -ricordiamolo- del dispiegamento massimo della «strategia della tensione»; non possiamo, a maggior ragione, basarci sul racconto che di quel periodo da “S” stesso e sulle versioni da lui fornite. Anche perchè, curiosamente, le domande su quel periodo tragico della storia italiana sono poche e fatte quasi a mezza voce; ed ancor di più sottovoce sono le risposte.

    La strage di Piazza Fontana a Milano, ad esempio, è liquidata da S“ in poche battute: per lui la bomba venne messa dagli anarchici i quali però, bontà loro, avevano programmato l'esplosione durante la notte e quindi senza il rischio di uccidere o ferire. Un errore dunque, per il quale pagherà Giuseppe Pinelli che, tormentato dal rimorso e terrorizzato dalla prospettiva dell'ergastolo, si getterà dalla famosa finestra della Questura di Milano. Delle altre stragi come Brescia e Bologna e il treno "Italicus" il nostro nulla dice, e nulla gli viene domandato. Nulla neanche sull'aereo del SlD "Argo 16" precipitato a Mestre, o sul caso Mattei, o sui fatti di Ustica, o su tutti gli altri misteri italiani.

    Del resto da un uomo aduso ad una frequentazione estremamente disinvolta dell'ambasciata americana, ove aveva praticamente libero accesso ed esenzione dalle anticamere cui dovevano invece sottoporsi i politicanti italiani anche di rango elevato, non è possibile conoscere oltre. Ci dice però che alla Casa Bianca era pronto un piano di intervento sconosciuto ai vari Governi italiani e realizzato anche con la collaborazione di “S” che avrebbe dovuto scattare in caso di ingresso del PCI nel Governo e che ricalcava, con le opportune modifiche, quanto era già stato sperimentato in Cile. Dice “S”, che fu anche in stretti rapporti con James Angleton, il capo dell'ufficio Italia della CIA: «Posso dire di avere conosciuto con loro soltanto una CIA di gentlemen».

    Non è facile, come accennato, delineare chiaramente la personalità e il ruolo giocato da un uomo come “S”. Lui stesso ci dice chiaramente di avere guardato per tutta la vita agli Stati Uniti come al più luminoso faro di civiltà, libertà e democrazia. Talvolta fu persino più monarchico del re, come durante i fatti di Ungheria o la guerra del Vietnam, momenti nei quali non mancò di criticare apertamente il governo americano colpevole nel primo caso di non essere intervenuto direttamente a sostegno degli insorti e nel secondo per non aver dimostrato abbastanza decisione.

    Ma tanto è, e se prendiamo atto della fedeltà di questo personaggio alla propria visione del mondo (che sempre di fedeltà si tratta!) non possiamo non chiederci sino a che punto abbia potuto spingersi (e si sia effettivamente spinto) nel servizio al padrone americano, oltretutto scevro com'era da scrupoli che spesso, occorre dirlo, attanagliavano molti (ma non tutti ...) statisti e politici clericali democristiani.

    Sulla canea che scatenò la Sinistra attorno al nome di “S” riteniamo utile un'ultima considerazione: l'averlo tacciato di fascista o parafascista serve solo a dimostrare l'imbecillità genetica di questa gente. La battaglia mossa a “S” dalla Sinistra non fu, a nostro avviso, che una fase tra le tante della «guerra» che in Italia e nell'Occidente si è combattuta tra lo schieramento socialdemocratico e quello conservatore.

    Guerra di forma e mai di sostanza, o meglio, guerra tra consorterie politico-affaristiche per l'egemonia sul proprio popolo e sulla propria nazione. Chi, obiettivamente e a mo’ di esempio, tenterebbe di prendere una posizione «ideologica» di fronte a due bande camorristiche che si affrontano a revolverate nei vicoli di Napoli? Eppure si ammazzano, eccome se si ammazzano! Ma essere nemici mortali significa forse automaticamente essere alternativi? Del resto queste considerazioni diventano sempre più inattuali.

    II bulldozer mondialista si è incaricato di appianare alle origini gli eventuali contrasti tra le consorterie candidate al controllo del loro «feudo». La stessa egemonia americana è spesso messa in discussione, ma solo in nome di una maggiore autonomia di rapina e sfruttamento; ancora la storiella delle bande camorristiche!

    Alle elezioni politiche del 1996 “S”, ormai anziano, viene candidato per il senato in provincia di Cuneo per il Polo delle Libertà, nelle liste di Alleanza Nazionale. Questa candidatura sarà voluta dallo stesso G. Fini, ma “S” non verrà eletto. Riconosciamo a “S” una qual certa coerenza ed addirittura una fede nel proprio strenuo antifascismo ed anticomunismo, e nel proprio americanismo. Quando ci si trova di fronte un avversario se ne prende atto e lo si combatte. Punto. Se è vero, come è vero e come scrisse M. Lattanzio che «Fini non ha mai tradito perchè non fu mai fascista», è altrettanto vero che Fini e i suoi accoliti di oggi per decenni hanno fatto finta di essere quel che non erano, ingannando migliaia di uomini, sopratutto giovani. Accettando la candidatura “S” fu semplicemente se stesso. Ma proponendola che cosa fu Fini? Nell'incertezza sul tribunale di Dio, rimanga la certezza del tribunale della storia. Per quello che può valere...

    Note:

    1] È del tutto evidente che le parole "aristocrazia" e "nobiltà" vengono qui utilizzate con il significato che correntemente viene loro attribuito nella lingua comune, e non con quello che dovrebbero etimologicamente avere.

    2] Anche in questo caso, l'uso della iniziale maiuscola è finalizzato alla mera osservanza della forma linguistica.

    Graziano Dalla Torre

  2. #2
    Forumista assiduo
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    O Hitler a Mosca, o Stalin a Lisbona! Fuori gli yankee!!
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    a chi interessa lo vendo a solo 7 euro (metà prezzo) NUOVO!!!

    contattatemi in pvt.

  3. #3
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    Ospite

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    L'articolo in sè è molto bello, solo che si ripete il vizio di fondo degli estremisti da carta stampata (ai quali anche io ho creduto fino a un anno fa circa...) di fare critiche al Duce, al Fuhrer, al Capitano Codreanu. Da estremisti da carta stampata : noi non abbiamo il 3 per cento di ciò che han fatto loro e critichiamo senza basi scientifiche.Poi si arriva a gettare le basi del tradimento, giustificato con il nome fantasioso "superamento".
    Non vorrei si facesse confusione tra i carabinieri odierni e molti ufficiali che fecero una guerra mondiale per la patria (la prima). Questa è storia. Molti di loro si distinsero! Così in germania.
    Come se non bastasse sapere poi che in Russia ci furono altrettanti tradimenti dell'Armata Rossa verso Stalin! gli stermini di massa del regime sovietico hanno risolto ben poco...
    Inoltre, dopo il vile 8 settembre, furono pochi i carabinieri che rimasero fascisti con la RSI, la maggior parte andò giu al Sud.
    Comunque l'articolo nell'insieme è interessante per gli anni 60 in poi.

  4. #4
    algyz77
    Ospite

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    ci sarebbe pure la testimonianza di un certo Salierno , giovanissimo militante missino nella Roma dell'immediato dopoguerra e finito nelle file dell'antifascismo....

    da trovare: leggetevi come venivano istigati i giovani pischelli del Msi a provocare e attaccare i rossi nei quartieri popolari di Roma (fermo restando che ovviamente l'autore HA TRADITO il testo ha un suo valore di testimonianza diretta; potra' anche aver raccontato un sacco di cazzate ma - visto quanto succede nella baraccopoli dell'estrema destra ancora oggi - opterei piu' per dargli un minimo di credito)

    per i ricercatori: GIULIO SALIERNO: "AUTOBIOGRAFIA DI UN PICCHIATORE FASCISTA"

 

 

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