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Italiani sull’orlo del disastro: Rep. guida l’offensiva mediatica
Roma. L’offensiva mediatica sull’impoverimento degli italiani continua. Ieri Repubblica sparava una paginata intera sotto il lievissimo titolo “Stangata sui redditi bassi, perso il 14 per cento in 3 anni”. In basso, un riquadro dedicato alle tabelle pubblicate mercoledì dal Foglio, diffuse dal Coordinamento nazionale di Forza Italia. Repubblica osservava che le tabelle su occupazione, salari, redditi, prezzi e consumi riportano “per lo più” stime dell’Istat. Ma a Forza Italia, che le ha elaborate, il quotidiano rimprovera di averle talora sostituite con dati elaborati dall’Isae. Dimenticando però che l’Isae, come istituto pubblico che non è, per natura e statuto, strumento dell’esecutivo ma lavora anche per il parlamento e le autonomie, dovrebbe in quanto tale essere ancora più lontano dal sospetto di voler compiacere gli inquilini protempore di palazzo Chigi.
Per carità, dubbi e perplessità sui criteri seguiti dal Sistema statistico nazionale di cui l’Istat è pilastro si possono avanzare. Anche noi lo abbiamo fatto, pure nel corso del 2003, prima cioè che l’istituto guidato da Luigi Biggeri modificasse le 500 e oltre voci che compongono il suo paniere di beni, cassando le ormai antiquate canottiere per estendere voci come computer e telefonini. Ma un conto è chiedere che anche l’Istat si doti di indici dell’andamento dei prezzi al consumo distinti per livello di reddito, come accade in altri paesi avanzati da molti anni.
Altro conto è disconoscere radicalmente le statistiche nazionali pubblicando paginate di elaborazioni della Federconsumatori, come ieri faceva Repubblica.
Perché con tutto il rispetto per il composito arcipelago consumerista, che finalmente anche in Italia si è messo in moto e leva la propria voce, è sin troppo evidente che le basi scientifiche delle elaborazioni di quelle associazioni sono più o meno pesantemente influenzate dal legittimo tentativo di accrescere l’impatto del proprio ruolo e strappare concessioni, istituzionali e di sostanza.
Talché ieri per esempio la cronaca di giornata tornava perfettamente: con il gradimento espresso da Intesaconsumatori a Gianfranco Fini dopo l’incontro a palazzo Chigi, primo di una serie dedicato a carovita, risparmio e nuove azioni collettive in giudizio, le “class action” sul modello americano che il governo è in procinto di varare. Mentre la stessa Intesaconsumatori strapazzava aspramente Antonio Marzano, accusandolo di “fare solo chiacchiere” in materia di tariffe assicurative.
Il pendolo di Prodi
Finché è la Cgil, a caricare lancia in resta, passi.
Come ieri Beniamino Lapadula, “sparando” dal 2001 un aumento del 19 per cento, 9 punti più del pil nominale e 13 addirittura più dell’inflazione, della pressione fiscale su lavoratori dipendenti e pensionati. In tal caso è chiaro che si tratta di sparate volte semplicemente a chiedere al tavolo della riforma previdenziale un brusco aumento della contribuzione sul lavoro autonomo, tradizionale bestia nera del sindacato.
Ma l’imbarazzo e le contorsioni diventano invece più evidenti in un’altra area del composito arcipelago ulivista. Quello più direttamente riconducibile al riformismo prodiano, che deve sì attaccare il governo, ma anche difendere l’euro.
Esempi apprezzabili di questo tipo, dovuti alle penne di fini economisti cui non basta essere “politicamente orientati” per ridursi a brutali propagandisti di partito, si possono per esempio trovare sul meritorio sito www.lavoce.info. Riccardo Faini, ex della
Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e del Tesoro, oggi ordinario a Brescia, nega che l’introduzione dell’euro
abbia portato più inflazione in Europa e Italia.
E sostiene invece il divario dell’inflazione italiana rispetto alla media europea (più 0,7 per cento nel 2003), si debba sostanzialmente ai numerosi settori ancora in Italia non esposti alla concorrenza. Mentre il disagio sociale diffuso si dovrebbe
piuttosto al calo della produttività che si registra in Italia.
Analisi su cui si può benissimo convergere in senso bipartisan: sapendo bene che affrontare il nodo di una maggiore produttività significa inevitabilmente, oggi, scontrarsi col sindacato.
saluti




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