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Discussione: Il caso....

  1. #1
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    Predefinito Il caso....

    ....Parmalat

    Cucù. Guarda chi si sente. Sabino Cassese corre in aiuto, sul Corriere della Sera, delle autorities in difficoltà.
    La Banca d’Italia e la Consob annaspano: coraggio, arriva il VII cavalleria. Chi meglio del padre nobile delle autorità indipendenti può trarle d’impaccio.
    Circa la dinamica dei fatti, il professor Cassese mette subito dei paletti: il caso Parmalat? “Il falso è emerso a seguito di una richiesta della Consob, per cui il controllore istituzionale ha svolto il suo compito”.
    Grazie, ci siamo risparmiati la fatica di un’inchiesta su Luigi Spaventa & C. Concede però il professore che “ci si può chiedere soltanto se avrebbe potuto farlo prima”.
    Credo per la verità che se lo chiedano anche i risparmiatori. Questo per il fatto. “Che fare a questo punto”, si chiede
    Cassese sul versante degli aggiustamenti istituzionali. Raccomanda innanzitutto “una diagnosi accurata e non precipitosa”. Questo perché lo scenario è nientemeno che quello della mondializzazione. Le imprese possono varcare impunemente i confini nazionali, infischiandosene di giurisdizioni e controlli. E allora non resta che rafforzare i controlli in misura proporzionale.
    Una Consob mondiale? Non si spinge fino a lì, ma auspica un irrobustimento delle prerogative delle autorità esistenti, a quanto pare inadeguate. Per qualcuno che fino a ieri suonava le campane a morto per lo Stato nazionale è un bel révirement. Altro che privatizzazione delle funzioni pubbliche: torniamo alla vecchia e affidabile sovranità. Non è detto peraltro che questa riflessione teoricamente così impegnativa, basti a consolare il parco buoi, tanto più che i poteri attuali di Consob e Banca d’Italia non sono poi così trascurabili, al punto che viene sommessamente da chiedersi se siano stati forse male esercitati. Questo dubbio non sfiora nemmeno il professor Cassese che se la prende invece con il diritto societario, appena riformato.

    L’inchiostro non si è ancora essiccato sulla corporate governance concepita dall’onorevole Vietti e da autorevoli studiosi che già il professor Cassese si domanda se non sarà il caso di riformare la riforma per rendere adeguati i controlli interni. Poveri colleghi commercialisti, ma nella vita non si smette mai di migliorarsi.
    Del resto, ci spiega il professor Cassese, “occorre non configurare il controllore come un angelo custode responsabile di ogni singolo atto della società e quindi co-decisore”.
    Per la verità questo nessuno lo aveva mai pensato.
    Ma il professor Cassese vuole che il messaggio arrivi bene a destinazione e chiarisce che su un punto dubbi non possono esservene: nessuna nuova autorità deve essere varata a tutela del risparmio. Bastano quelle attuali.
    Caro Sabino, mi pare che il ragionamento provi troppo. Leggendoti, mi è venuta in mente la raccomandazione di Talleyrand: pas trop de zèle. Sì perché a voler fare i pignoli, si dovrebbe osservare quanto segue:
    1) le autorità di controllo sono indipendenti ma non irresponsabili, a maggior ragione quando fanno largamente uso del potere di esternazione;
    2) se è vero che non sono politicamente responsabili, non significa per questo che non debbano rispondere a nessuno. Il concetto di accountability si applica anche a loro;
    3) le autorità indipendenti sono state salutate a suo tempo come un passo doveroso verso la riappropriazione da parte della “tecnica” di settori abusivamente calpestati dalla “politica”. Non mi pare che le cose siano andate proprio così. L’indirizzo politico c’è, eccome, al punto da fare sorgere il dubbio che un ritorno ai vecchi principi-primi del costituzionalismo non sia auspicabile;
    4) mi riferisco al circuito governo-parlamento-corpo elettorale che da qualche tempo viene chiamato “deriva populista”, ma che presenta almeno il pregio di rendere piuttosto trasparente ciò che l’imparziale “discorso tecnico” tende a rendere alquanto opaco.
    La sovranità popolare non è un toccasana, ma nemmeno un concetto da rottamare, soprattutto poi se l’alternativa è la confisca del potere decisionale da parte di soggetti che, non senza qualche arroganza, rifiutano di rispondere a chicchessia.
    La politica per definizione è partigiana, ma non è detto che la tecnica sia poi così neutrale.
    Bene allora il ruolo di vigilanza delle autorità, ma senza pretendere che esista a loro tutela una linea di confine presidiata da un delitto di lesa maestà.
    Nella liberale America i conti si chiedano a tutti e nessuno è considerato al di sopra della legge e del senso comune.

    Stefano Mannoni

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Una lucida difesa del Governatore.....

    .....Antonio Fazio, piena di passione.

    Giù le mani dall’autonomia della Banca d’Italia, così Eugenio Scalfari ha ammonito il ministro Tremonti su Cirio e Parmalat.
    Giù le mani dal Governatore, ha detto il Fondatore: “anche se personalmente non ne ho grande ammirazione professionale”.
    E non ne ha perché Fazio ha fatto scadere il livello di qualità dell’Istituto, ha mortificato la collegialità delle decisioni, perché ha mortificato i talenti e incoraggiato la mediocrità.
    Comunque giù le mani da Fazio.
    Anche se Fazio ha subordinato i criteri della concorrenza, ha preso decisioni non appropriate, spesso non efficaci e anche se ha scoraggiato l’ingrandimento di alcuni a favore di quello di altri. Ma giù le mani da quel fetentone di un carognone di un Fazio, ha arringato Scalfari.
    E visto che c’era, ci messo anche questa: bisogna togliergli dalle manacce la tutela della concorrenza bancaria.
    Bisogna toglierla a Fazio e affidarla all’Autorità antitrust.
    Bene. Liberi adesso voi di non crederci, ma tanto appassionata è stata la difesa che sulla mamma di Fazio, a Scalfari, non è scappata neanche una parolina.

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Le falsità sul...

    ...falso

    Presi alla sprovvista dalla rivelazione del buco colossale che si è aperto nelle casse di Parmalat, parecchi commentatori di parte ulivista hanno sostenuto che, alla base della clamorosa insolvenza, c’è anche la nuova legge che depenalizza il falso in bilancio. Si tratta di una tesi completamente infondata, sul piano tecnico e su quello dello svolgimento concreto dei fatti.
    La legge consente di perseguire il falso in bilancio su istanza degli azionisti, che quindi vengono messi in una condizione di maggiore responsabilità, e incoraggiati a esercitarla nel proprio interesse prima ancora che in quello collettivo.
    Inoltre la legge ha derubricato da penali ad amministrative le sanzioni in caso di infedele rappresentazione della situazione societaria dovuta a errori materiali, o contenuta entro i margini di poste contabili limitate.
    Tutto ciò nulla ha a che vedere con ammanchi come quelli per miliardi di euro, coperti da documenti che la Bank of America e da ieri anche la procura milanese sostengono siano stati materialmente prodotti dal nulla.
    Reati gravissimi, altro che falso in bilancio.
    Tirare in ballo la nuova legge è come dire che riducendo le pene per la violazione di domicilio si incoraggiano le rapine e gli assassini, per il solo fatto che spesso hanno una violazione di domicilio come reato accessorio.
    Anche l’altro argomento molto frequentato, quello dell’insufficienza delle regole, va trattato cum granu salis.
    Le regole che vietano di emettere obbligazioni sulla base di cespiti inesistenti, o costruiti su una documentazione falsa, esistono e nessuno le ha mai abrogate.
    Il punto sta piuttosto nei controlli e negli intrecci azionari tra banca e impresa. Qui qualcosa si può e si deve fare, vietando di inserire nei consigli di amministrazione delle banche i rappresentanti delle imprese debitrici, semplificando e unificando i criteri e le strutture di vigilanza.
    E’ un problema di credibilità finanziaria nazionale, non una bega da cortile, ed è bene che tutti si comportino di conseguenza, senza sciacallaggi.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito

    In origine postato da antonio
    ...per i disinformati: Tanzi e' uno dei vostri..un vostro finanziatore, un finanziatore di forza Italia e Berlusconi: chissa' perche'..chissa' con quali soldini..
    e poi..chi dice che il falso in bilancio non c'entra niente? il Foglio..di Berlusconi, ovviamente.
    credibilita': 0
    ----------------------
    vale anche per bamboccetto antonio: dimostralo

  5. #5
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    Predefinito Falso in .....

    ....bilancio

    Molti si chiedono in questi giorni di chi sia la responsabilità per “culpa in vigilando” sul caso Parmalat.
    Nessuna impazienza: questa volta le risposta fioccano con tempestività.
    Dell’uno la responsabilità certo non è perché, come direbbe il Marcantonio di Shakespeare, “Brutus is an honorable man, so they are all honorable men”.
    Nessuna negligenza può ascriversi nemmeno all’altro poiché sarebbe come dire, à la Victor Hugo, “c’est la faute à Voltaire, c’est la faute à Rousseau”.
    Ma per nostra fortuna c’è Berlusconi.
    Ecco di chi è la colpa: del Cav.
    Che ha riformato l’altro ieri i reati societari e soprattutto l’arca santa della legalità ulivista: le false comunicazioni sociali.

    Roba da cabaret. Ma voglio prenderla sul serio e mi domando: perché tanta nostalgia per il vecchio e barbaro reato di false comunicazioni sociali?
    Ecco la prima risposta. Andatevi a leggere le statistiche ufficiali del ministero della Giustizia e guardate cosa trovate nella casella “false comunicazioni sociali”, art. 2621 cc: nel 1998 ben 584 condanne, nel 1999 si passa a 420, nel 2000 si scende a 384, nel 2001 a 342, nel 2002 ci si assesta un po’ sopra la media europea: 71.
    Le date non vi suggeriscono nulla? Sono gli anni in cui vanno a sentenza i casi di Mani pulite la quale, senza il provvidenziale fascistissimo articolo 2621, non avrebbe potuto sparare nel mucchio con tanta olimpica disinvoltura.
    Nella sua vecchia formulazione l’art. 2621 era una vera manna per tutti gli zelanti pubblici ministeri che fossero a corto di risorse per contestare reati più circostanziati e gravi. La norma puniva con la reclusione da uno a cinque anni gli amministratori che nei bilanci o in altre comunicazioni sociali ( quali?) avessero esposto “fraudolentemente” fatti non rispondenti al vero sulla costituzione o sulle condizioni economiche della società o avessero nascosto in tutto o in parte fatti concernenti le condizioni medesime.
    Bastava una difformità anche trascurabile perché il reato fosse consumato in quanto non era prevista alcuna soglia de minimis. Prima della riforma il dubbio che una variazione dello 0,08 per cento fosse troppo irrilevante per spedire dentro qualcuno venne alla Cassazione nel caso dell’imputato Cesare Romiti il quale, ragionevolmente, fu assolto. Fino ad allora la giurisprudenza aveva ritenuto che lo scostamento tra vero e falso dovesse essere calcolato in valore assoluto e non in percentuale.
    Colpiva il reo anche laddove il diritto privato della responsabilità non riteneva che valesse la pena raggiungerlo. Questa apoteosi di moralità penalistica toccava il suo acme nel codice di procedura penale che all’art. 281 disponeva che “la custodia cautelare in carcere può essere disposta solo per i delitti consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni”.
    Solo, appunto.
    Completava il quadretto l’art. 303 c.p.p. grazie al quale gli imputati di false comunicazioni potevano essere sbattuti dentro a meditare fino a due anni. Insomma: un trionfo postumo per Cesare Beccaria che avrebbe scoperto con stupore l’attualità, duecento anni dopo la sua morte, delle sue riflessioni.
    Il bene giuridico tutelato da questa norma quale era? Boh.
    Il rispetto del principio di determinatezza? E chi se ne frega: il fine giustifica i mezzi.
    Il principio di offensività? Che importa: quello di non dire le bugie è un imperativo categorico etico e incondizionato, anche se in fine dei conti non si è danneggiato nessuno.
    L’elemento soggettivo? Non andiamo tanto per il sottile: il dolo “eventuale” bastava e avanzava.
    Forse turbata dalla sproporzione tra fatto e pena, la giurisprudenza per quarant’anni aveva riservato all’articolo sporadiche applicazioni. Poi seguì il Terrore che nell’ampio alveo dell’art 2621 si trovò perfettamente a suo agio. Ne venne fuori una scenetta che ricorda, fatte le debite proporzioni, quella delle noyades di Nantes del 1793. Del resto il mandato di Jean-Baptiste Carrier ha un suono ancora oggi familiare: “Il faut, sans rémission, évacuer, renfermer tout individu suspect; la liberté ne compose pas. Nous pourrons être humains quand nous serons vainqueurs”. I giacobini di allora non hanno vinto, e nemmeno quelli di oggi.

    Stiamo esagerando? Fate un paragone con la Francia negli stessi anni che abbiamo preso in considerazione. Le condanne per faux bilan sono così riportate: 1998, 30; 1999, 30; 2000, 28; 2001, 20. Per inciso, in galera non c’è andato nessuno. Ma, si sa, lo standard di probità dei nostri vicini è ben superiore al nostro.
    Ed ecco che a rovinare la festa spunta il Cav. Qualche dubbio era venuto per la verità anche ai giuristi ulivisti i quali, con la commissione Mirone, una pensata l’avevano fatta. Ma il Cav. le cose le fa, qualche volta anche prima di pensarle. I due articoli varati nel 2002 traducono in norma il buon senso: a) introducono soglie di irrilevanza per la punibilità (non basta qualsiasi cazzata per andare dentro); b) affidano in larga misura al soggetto offeso l’onere di attivare l’azione penale; c) proporzionano la pena detentiva alla gravità del reato; d) ridimensionano la prescrizione. Non saranno un capolavoro di tecnica redazionale, ma il buon senso c’è.
    Macché, apriti cielo. Il soccorso rosso accademico si è mobilitato per tirare ad alzo zero contro la riforma, rea di intaccare con la prescrizione breve la tutela del bene giuridico.
    I giudici hanno fatto di più. In testa la procura di Milano, hanno tirato in ballo, con una bizzarra procedura di richiesta pregiudiziale di “interpretazione” ex 234 UE, la Corte europea di giustizia per verificare se la riforma disattende due direttive comunitarie del 1968 e del 1978. La Commissione, notoriamente “parte imparziale”, ha sposato la causa del tribunale di Milano. I giochi sono ancora aperti, ma certo se l’argomento è quello consunto che siamo uno “scandalo in Europa”, i detrattori della riforma sono destinati a rompersi il muso, sempreché la Corte del Lussemburgo voglia tenersi alla larga dalle beghe politiche domestiche italiane.
    Questo c.d. Termidoro berlusconiano è molto più in sintonia con la realtà degli altri ordinamenti di quanto Franco Cordero & C. provino a far credere.
    Quanto poi al caso Parmalat, premesso che questa volta la magistratura, se vuole, è in grado di sparare per davvero con l’artiglieria pesante, il reato potrà sempre essere contestato poiché, docet la Cassazione, non vi è stata abolitio criminis ma successione delle leggi nel tempo.
    Stefano Mannoni su il Foglio

    saluti

  6. #6
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    Predefinito In ricordo di De Mita e....

    ...D'Alema, amici fraterni di Tanzi


    La gravità della vicenda Parmalat, le incredibili operazioni di falsificazione di documenti e di invenzione di fondi inesistenti che emergono dalle prime fasi delle indagini, spingono a sottolineare l’eccezionalità di questi avvenimenti e quindi la singolarità del caso. In effetti, per quel che riguarda il modus operandi dell’azienda di Collecchio, è ragionevole questo tipo di considerazioni.
    Tuttavia, se per un istante ci si allontana dagli aspetti rocamboleschi, si può vedere come, in sostanza, ci si trovi di fronte a un altro caso, dopo quelli della Federconsorzi e della Cirio, di un organismo economico legato alla produzione agricola, che esce dalle regole del mercato e riesce, per molti anni, a occultare una condizione di dissesto attraverso fantasiose operazioni finanziarie sostenute dal sistema bancario (ovviamente, fino a prova contraria, all’oscuro dei profili illegali di queste operazioni).
    Lo sfondo di queste vicende, diverse ma dall’esito convergente, è un sistema in cui la produzione agricola, a eccezione di limitati
    settori di altissima qualità, sopravvive per le robuste quote di assistenza protezionistica e non per la competitività di mercato. Si tratta di una condizione generalizzata che nell’Unione europea,
    dove ai sussidi agricoli è destinata oltre metà del bilancio, ha un pilastro fondamentale.
    Per effetto di questa situazione particolare, il rapporto fra i produttori e i trasformatori industriali (o comunque collettori) è anch’esso almeno parzialmente anomalo, poichè costi di produzione, prezzi di acquisto, selezione dell’offerta assumono un carattere diverso da quello della normale pattuizione di mercato.
    Il sistema collettore assume un ruolo indirettamente sociale, che si inserisce nell’insieme delle politiche destinate a proteggere le produzioni agricole, il che gli fa ricoprire un ruolo parzialmente improprio ed esercitare funzioni paraistituzionali, che gli assicurano, finchè regge, una forte cortina di protezione
    “ereditata”. Quando si dice che, nel sistema agroindustriale “non si può fallire”, si fa riferimento a questa convenzione.
    Alla quale, di fronte alle vicende concrete, nel corso di tanti anni, tutti i governi e tutte le maggioranze, si sono sempre piegati.

    Se la malattia si estende all’industria
    Questa tendenza, di cui c’è qualche riscontro in tutti i paesi industrializzati, in Italia si somma a un’altra caratteristica, quella della bassa capitalizzazione delle grandi imprese industriali, indotta soprattutto dalla sopravvivenza del capitalismo familiare. Per mantenere il controllo di imprese che col tempo richiedono masse sempre più ingenti di capitale operativo, si sono realizzate catene di comando barocche, scatole cinesi, intrecci azionari e, alla fine, una forma di integrazione tra banca e impresa (da quando è stata consentita dalla legge Amato) che ripropone tardivamente al di qua delle Alpi un sistema renano che si sta esaurendo dove aveva avuto origine.
    In queste condizioni, per altro, viene meno il principale dei controlli, quello degli azionisti che ci mettono denaro proprio, sostituito da quello di intermediari con interessi più variegati e (spesso) addomesticabili. Il problema, tuttavia, non si presta a essere semplificato con il ricorso alle categorie pure e semplici del mercato e della concorrenza, proprio perché il protezionismo agricolo è connaturato alla crescita dei paesi industrializzati.
    Nel giro di un paio di generazioni l’agricoltura, che era il settore produttivo principale e che dava lavoro alla maggior parte degli occupati, si è ridotta a meno di un ventesimo del prodotto interno e ha un apporto ultraminoritario all’occupazione. In Italia come altrove. Questa eccezionale mutazione si è ottenuta, nel Dopoguerra, attraverso la creazione del mercato europeo per i prodotti industriali, che per contenere gli effetti sociali della disoccupazione nelle campagne è stato accompagnato da un colossale sistema di assistenza all’agricoltura.
    Il protezionismo nel settore in declino è stato la condizione per la liberalizzazione di quello in espansione. Non si tratta soltanto di una scontata considerazione ormai storica, visti gli effetti che ancora produce e le tensioni che crea con gli interessi dei produttori agricoli non assistiti dei paesi meno sviluppati. Soprattutto vale la pena di occuparsi di questi processi macroeconomici per evitare che lo stesso meccanismo di congiunzione tra protezionismo e liberismo si realizzi nel passaggio (di fase attuale) dalla prevalenza dell’industria a quella del terziario. Il ritmo con cui, nei paesi avanzati, Italia compresa, il peso del terziario supera quello industriale, è persino più rapido di quello che avvenne nel mezzo secolo precedente tra agricoltura e industria.
    Già si cominciano a vedere in Europa e in America tendenze al protezionismo industriale, mentre si insiste per la liberalizzazione finanziaria, e non è un bel segnale.

    su il Foglio di fin Anno

    ne approfitto per fare gli auguri a tutti

    saluti

  7. #7
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    Predefinito

    Roma. “Un collasso per il sistema Italia ma con colpe del capitalismo americano”, ha scritto a proposito del crac Parmalat Marco Vitale sul Corriere del 31 dicembre.
    “Un caso italiano solo nelle sue origini”, per il resto americane sono le grandi banche che hanno per anni asseverato conti e
    depositi del gruppo di Collecchio, americane e internazionali sono le agenzie di rating che valutavano i bond decisi a Collecchio,
    idem dicasi per le società di auditing e revisione dei conti che bilanci e bond hanno certificato per anni.
    Il ragionamento di Vitale in questo non fa una piega. Costruttivamente, tende a respingere le generalizzazioni
    colpevoliste che testate come il Financial Times hanno cercato subito di alimentare contro qualunque obbligazione italiana, chiunque l’abbia emessa e comunque solido e credibile sia il suo business.
    In questo spirito, Vitale ha riservato un composto dissenso rispetto alla tesi espressa dal Foglio all’indomani del decreto Marzano, che ha innovato le procedure concorsuali
    italiane per consentire a Enrico Bondi di puntare alla sopravvivenza industriale del gruppo di Parma, evitando i difetti sia della legge Prodi – finita quasi sempre in “spezzatini” a prezzi di realizzo sia dell’amministrazione controllata.
    Luigi Einaudi avrebbe firmato quella legge, scrive Vitale, e così Ronald Reagan e Margaret Thatcher.
    Inutile accusarla di leso liberismo, insomma.

    “Penso abbia ragione nel ricordare a tutti noi che il sistema anglosassone con imprese a proprietà diffusa sul mercato, forte ruolo degli investitori finanziari, autorità di sorveglianza dotate di forti poteri ulteriormente rafforzati in questi due anni – non è certo immune dalle frodi societarie, anzi”, ci dice Ari Weinberg, che per l’autorevole settimanale Forbes ha appena stilato il lungo elenco degli scandali finanziari americani nel 2003.
    “La carcerazione di Sam Waksal di ImClone, il processo a Dennis Kozlowski della Tyco, lo scandalo Martha Stewart, lo scricchiolio sinistro dei conti dei due colossi immobiliari Freddi Mac e Fanny Mae, le dimissioni forzate del presidente del NYSE Richard Grasso. Malgrado l’avvento del nuovo presidente della Sec Henry Donaldson, l’attivismo del procuratore di Manhattan Eliot Spitzer, e le nuove sanzioni della Sarbanes-Oxley, qui da noi continua a essercene per tutti i gusti”. Ciò malgrado, conclude Weinberg, “il problema non si risolve facendosi le bucce l’un l’altro, con i paesi anglosassoni ‘market-oriented’ che accusano delle frodi peggiori quelli ‘bank-oriented’ come voi italiani e in generale gli europei, e gli europei che al contrario accusano di tutto noi americani per l’eccesso di finanziarizzazione e derivati”.
    I due sistemi coesisteranno e non diventeranno eguali, quindi devono imparare a collaborare, conclude Weinberg. “Per questo la squadra inviata dalla SEC si è preciptata a Milano e Parma nell’arco di 24 ore”. E’ la stessa tesi sostenuta ieri in un suo editoriale dal Guardian, che invece di sparare a zero sull’Italia sottolinea che almeno oggi il nostro paese, dopo il caso Parmalat, ha tutto l’interesse a cambiare in fretta ciò che va cambiato, senza per questo credere di dover adottare impossibili modelli “americani”.

    Procedure fallimentari a confronto
    A dare ragione al Foglio è però un’attenta ricercatrice delle procedure fallimentari di qua e di là dall’Oceano, Michelle White, che dall’Università della California ha scritto paper che fanno testo in materia. “Se si mette a confronto la legislazione fallimentare americana, nella vulgata il Chapter 11, con la disciplina dell’Europa continentale, il problema non è di stabilire a tavolino quale sistema sia superiore. Quello americano favorisce la riorganizzazione dei gruppi in stress finanziario, perché considera la continuiità del cash flow l’unica vera possibilità di contenere il danno peggiore, cioè l’insolvenza.
    Voi europei, compresa l’Italia fino alla legge Prodi, miravate invece alla liquidazione controllata, pensando che solo dalla cessione si potessero ricavare cespiti da riservare a creditori e dipendenti”.
    La Marzano supera l’esame. Dunque, ci avvicina agli States?
    No, secondo la White. “No, se il suo obiettivo prioritario, rispetto al rientro finanziario di creditori, azionisti e obbligazionisti, diventa invece la difesa dei posti di lavoro.
    Mi pare che sia il vostro problema di sempre.
    Negli Stati Uniti la continuità aziendale si realizza tagliando, se necessario, perché quel che conta è il cash flow delle attività da preservare, non il numero dei loro dipendenti”.
    Si può essere liberisti, dunque, senza credere a un’impossibile recezione del modello americano. Senza dimenticare che gli scandali fioriscono qui come lì. E al contempo evitando generalizzazioni colpevoliste come quelle del Financial Times. O di Aris Accornero, che al New York Times è tornato a ripetere la balla che tutto si deve alla legge sulle scritture contabili varata dall’attuale governo.

    saluti

  8. #8
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    Predefinito 121, la manca...

    ...del bluff

    Il giallo finanziario della Parmalat ha gettato ombra su un episodio, sotto certi aspetti, più inquietante per i rischi e l’attendibilità del sistema bancario e di chi dovrebbe vigilare.
    Si tratta dei titoli Btp-Tel, Btp-Index, Btp-On line, venduti dalla Banca del Salento, poi Banca 121, ora del Monte dei Paschi di Siena (Mps), sequestrati dalla procura di Trani, per una presunta truffa continuata a carico di 2.500 risparmiatori che hanno perso il 65-70 per cento del capitale.
    Il manager bancario che ha inventato quest’operazione di “finanza innovativa”, da direttore generale della modesta Banca del Salento è passato a ricoprire la stessa carica al vertice del Mps, perla della finanza rossa.
    Chi comperava questi Btp, dato il nome, pensava d’avere Buoni del Tesoro Poliennali, ma riceveva in restituzione il controvalore di un “giardinetto” svalutato di obbligazioni, al quale essi erano indicizzati. In sostanza, chi credeva di comprare una Ferrari alla consegna riceva la Panda cui la Ferrari era “indicizzata”.
    I magistrati ora indagano per stabilire se i risparmiatori avessero capito di che si trattava. E, inoltre, se è vero che gli eventuali inganni alla clientela derivassero dal fatto che direttori di filiali e sportellisti erano vessati dai vertici della banca, che pretendevano il pieno successo dell’operazione.
    Mps, ha pagato 2.500 miliardi di lire per acquistare la Banca del Salento, perché in essa c’era una ricca plusvalenza, derivante dal lucro che andava emergendo dai presunti Btp.
    Ma ora, dopo le denunce penali, Mps, per evitare il peggio, sta effettuando “caso per caso” rimborsi ai clienti eventualmente ingannati.
    Per prevenire questi rischi Bankitalia, in base al potere regolamentare dell’art. 6 del Testo Unico sull’intermediazione finanziaria, dovrebbe imporre alle banche che smerciano ambigui prodotti nuovi di accompagnarli con un prospetto illustrativo d’una pagina (che il cliente dovrebbe leggere e firmare) in cui si spiega bene di che si tratta. In questo modo si tutelerebbe un po’ meglio il risparmio, si eviterebbero processi per truffa ai manager e richieste di rimborso da parte di clienti esasperati.
    Si eviterebbero anche altre pessime figure al nostro sistema bancario.

    anche qui qualcuno vorrà vedere lo zampino del Cav.

    saluti

    saluti

  9. #9
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    Predefinito Evitare....

    ….”Tangentopoli due”

    Milano. Si discute molto in questi giorni, dopo il caso Cirio, della Parmalat, di questa truffa, gigantesca per i suoi effetti, e alla Totò negli aspetti materiali.
    Finiscono sotto tiro le mancate sorveglianze, i concorsi in reato, gli aggiotaggi e così via compiuti da soggetti diversi dalle due società indagate: dalle banche alle società di revisione.
    Sono rilevanti le ricadute politiche.

    Da qualche anno è in atto in Italia uno scontro tra due visioni del sistema bancario.
    Quella di Antonio Fazio, sostanzialmente dirigistica, centrata sullo sviluppo di poche grandi banche onnipotenti, legate a Bankitalia non solo dalla osservanza delle regole ma anche da una sostanziale disciplina nei comportamenti (scegliete quell’amministratore delegato invece di quest’altro, intervenite qui e non lì, chiedete queste garanzie politiche alle imprese in cui intervenite).
    Quella di Giulio Tremonti, che ha puntato su un sistema più concorrenziale, più autonomo e responsabilizzato.

    Lo sviluppo bancocentrico
    In una prima fase Fazio ha vinto tutto: su Mediobanca è andata come voleva lui.
    Capitalia è diventata centrale nel sistema finanziario, il centrodestra si è diviso, mentre il centrosinistra lo ha appoggiato
    in larga misura, le fondazioni sono restate quello strano animale politicobancario che non risponde a nessuno se non a Bankitalia. E non solo ha vinto nei rapporti di forza ma anche sul merito
    economico: quello bancario è in Italia il comparto meno in crisi e meno esposto all’esproprio straniero.
    Tremonti, dalla sua, ha determinato un fronte compatto delle fondazioni bancarie a lui avverso (alienandosi anche quelle in un primo momento simpatetiche); non ha curato in An e Udc quelli che la pensavano come lui, ha litigato con tutti, non ha manovrato nelle divisioni del centrosinistra. Le sue prediche su un sistema bancario come quello italiano che zavorrava un’economia già impacciata e la esponeva per la sua opacità a massacri del risparmio sono apparse faziose, in senso antifazista.
    Con i casi Cirio e Parmalat si è aperta una seconda fase: non solo sono evidenti i massacri del risparmio, ma anche i limiti di uno sviluppo bancocentrico. In questa situazione si avverte una tentazione che costituisce anche un rischio per il paese: che sia lanciata una Tangentopoli due, questa volta diretta essenzialmente contro il sistema bancario.
    C’è la voglia di vendetta politica per le arroganze subite e c’è la gente fuori di sé per i torti ricevuti.
    Se da questa tentazione, però, si passasse ai fatti, alla giustizia sommaria, al sostituire nuovamente alla politica l’istinto forcaiolo, la nostra società si suiciderebbe.
    Banche per aria, istituzioni terremotate, guerra di tutti contro tutti: in un mondo globale come quello di oggi il nostro paese diverrebbe terreno di scorribanda di tutti i nostri concorrenti.
    Ecco perché, mentre i pm fanno il loro mestiere, che è quello di perseguire i singoli reati e non di redimere il mondo, la politica questa volta deve fare il proprio e risolvere le questioni sistemiche sottese ai casi Cirio e Parmalat.
    Al centrodestra si offre un’occasione: anche dal centrosinistra vengono voci di saggezza. Quelle di Giuliano Amato, di Pierluigi Bersani, (in parte) di Francesco Rutelli, oltre che dei riformisti doc, sempre saggi ma spesso isolati.
    Determinanti sono non solo gli umori popolari ma anche i consigli dei banchieri amici.
    I dalemiani, oggi assai preoccupati da vicende materiali (da quelle della Banca 121 a quelle della gestione del debito del partito) non dovrebbero dare più che tanto fastidio. Al povero Vincenzo Visco, ossessionato dal nemico Tremonti, tornerà il senno.
    I grandi tecnocrati (tra questi non Fazio che ha una visione più realistica, tomistica, delle cose) orfani degli uomini che spiegavano loro com’era fatto il mondo (gli Ugo La Malfa, i Bruno Visentini) continueranno a dire sante insensatezze sugli accordi internazionali che sanerebbero tutto, ma alla fine peserà Romano Prodi, che ascolta i consigli di un preoccupato Giovanni Bazoli.

    L’onore delle armi
    L’occasione è dunque interessante per il centrodestra: però va colta con sapienza, non solo resistendo alle tentazioni tangentopolitesche, ma intrecciando la giusta dose di aperture (senza le quali si accentueranno le divisioni interne, le resistenze dell’establishment, e ripartiranno le tentazioni giustizialiste) con la fermezza. I poteri vanno sul serio ridisegnati, compromessi sulle idee giuste e coerenti di Tremonti si possono fare, ma senza perdere di vista gli obiettivi concreti e risolutivi; si deve resistere alle pulsioni giustizialiste, ma i grandi protagonisti sconfitti devono uscire, con l’onore delle armi, di scena. Senza questo esito nessuno sarà più responsabile di nulla in Italia. Insomma dopo Parmalat governo e maggioranza avranno bisogno di una leadership.

    su il Foglio del 7 gennaio 2004

    saluti

  10. #10
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    Predefinito Parmalat...

    …..visto da Londra

    Milano. Il Financial Times, in un editoriale ex cathedra, dal titolo “Parmalat: una risposta italiana”, elogia la determinazione del ministro Giulio Tremonti di istituire una autorità unica di regolamentazione finanziaria, simile alla Financial Services Authority, che unifichi in sé i poteri di controllo della Consob e della Banca di Italia “in un mercato in cui i prodotti si soprappongono fra loro, la posizione a favore di un regolatore unico è forte.”
    Aggiunge che è un peccato che ci sia voluto uno scandalo di questa portata per forzare verso un cambiamento, omettendo però di precisare che la resistenza non è venuta dal governo, ma dalla Banca d’Italia e dall’opposizione, che ha fatto le barricate a sua difesa. Aggiunge, il Financial Times, che è chiaro da anni che la struttura italiana di regolamentazione dei servizi finanziari è resa enigmatica da lacune, sovrapposizioni e carenze.
    Anche qui dimenticando di aggiungere che questa struttura il governo attuale l’ha ereditata dal centrosinistra che l’aveva costruita e occupata.
    Osserva poi il Financial che il danno dovuto ai mancati controlli su Parmalat da parte della Consob è stato fatto nei tre anni precedenti al 2003. Poi però giustifica queste carenze argomentando che “alla Consob mancano lo staff e la capacità tecnica per monitorare il mercato effettivamente e, inoltre, essa non ha monitoraggio dei bond, da cui sono originati molti dei problemi”.
    Tesi che pare un po’ troppo indulgente per Parmalat, che esibiva un anomalo rapporto fra capitale proprio e esposizione obbligazionaria e un eccesso altrettanto anomalo di liquidità, detenuta in modo non trasparente in paradisi valutari.
    Quanto poi alla tesi per cui alla Consob non spetta, secondo la legge italiana, monitorare i bond, non si capisce come il Financial la abbia trovata.
    Basta leggere l’articolo 5 del Testo Unico in materia di intermediazione finanziaria (DL 24 febbraio 1998 n. 58), disponibile anche in Internet, per rendersi conto che la Consob ha questa incombenza in quanto, come recita il comma 3, essa “è competente per quanto riguarda la trasparenza e la correttezza dei comportamenti” degli intermediari finanziari (fra cui le banche rientrano) “avendo riguardo alla tutela degli investitori” (fra i quali i clienti delle banche altrettanto sicuramente rientrano). E d’altra parte, sembra sfuggire al Financial, che il crack Parmalat riguarda una società quotata in Borsa, il cui capitale azionario, in conseguenza del carico di debiti insoluti, risulta azzerato. Dunque, anche se il controllo dei bond fosse spettato solo alla Banca d’Italia, la Consob avrebbe dovuto controllare le gravi anomalie nella struttura finanziaria di Parmalat: le “luci rosse”, secondo la terminologia della dottrina e della giurisprudenza statunitense in tema di reati di frode nei servizi finanziari.

    Il Financial invece ha perfettamente ragione quando afferma che il compito di vigilare sulla emissione dei bond tramite il sistema bancario rientra nei poteri della Banca d’Italia. Tale potere si desume dall’articolo 5 del Testo Unico, comma 2, secondo cui “la banca d’Italia è competente per quanto riguarda il rischio e la stabilità patrimoniale” degli intermediari finanziari, “avendo riguardo alla tutela degli investitori”.
    Fra questi, ovviamente, rientrano coloro che comperano i titoli tramite le banche.
    E che ora alle banche stesse fanno causa. Trattandosi di almeno 7 miliardi di euro, di bond insoluti, oltre a quelli Cirio, non si può certo dire che l’omissione di vigilanza sulle emissioni obbligazionarie intermediate dalle banche non riguardi il rischio e la stabilità patrimoniale del sistema finanziario italiano, complessivamente considerato.
    Il Financial lancia anche un’altra bordata contro Fazio: “Il governatore della banca centrale, che ha un incarico a vita, qualche volta è parso esercitare la sua autorità sulle fusioni bancarie secondo un ghiribizzo personale”.
    Tuttavia, dopo questa affermazione, fa un altro scivolone. “La banca è stata una delle poche istituzioni italiane indipendenti e pulite”.
    Mentre leggevo, incredulo, questa frase, la tv annunciava che la magistratura sta perquisendo le banche di Parma.

    In un articolo del Financial, che si rispetti, relativo ai casi italiani, non può mancare una frecciata contro Berlusconi.
    Ed ecco sostenere che l’indagine giudiziaria è stata ostacolata dalla riduzione delle pene per falso in bilancio attuata da questo governo.
    Il che è ancora più umoristico della tesi che le uniche istituzioni pulite, in queste vicende Parmalat e Cirio, sono le banche, considerando che i reati di cui qui si discute per Parmalat sono: bancarotta fraudolenta (art. 216 della legge fallimentare) punita con la reclusione da 3 a 12 anni; ricettazione (articolo 648 codice penale) da 2 a 8 anni; riciclaggio (648 bis) da 4 a 12 anni; associazione a delinquere (da 3 a 7 anni), aggiotaggio da 1 a 5 anni (articolo 2637 codice civile); oltre a “reati minori”, come truffa, appropriazione indebita.
    Fermo restando che nessuno è colpevole sino a che ciò non sia stato provato.
    Il problema non sono le leggi, ma come dice Dante “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?” (Purgatorio, canto VI, v. 27).

    Francesco Forte su il Foglio di mercoledì 7 gennaio 2004

    saluti

 

 
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