Roma. Spietato nella denuncia della Banca d’Italia.
Bipartisan nella proposta dei rimedi.
Questa la scelta di Giulio Tremonti, che con la sua audizione ha iniziato l’accidentato percorso dell’indagine parlamentare sul risparmio in Italia.
“Parmalat è una crisi come quella della Banca Romana, mi auguro che non diventi una crisi come quella che portò alla nascita dell’Iri”, ha detto Tremonti evocando deliberatamente le due “svolte di sistema” della storia bancaria italiana.
In tre parti, il suo intervento. Ha difeso gli strumenti di finanziamento sul mercato da parte delle imprese, e si è chiesto come mai la Banca d’Italia abbia bocciato 52 emissioni obbligazionarie dal 2002, ma nessuna delle 18 Parmalat su piazza italiana.
“A monte vi è stata una patologia di riciclaggio di certi crediti, a valle una patologia similare nell’impiego di risparmio, che si è tradotta nel danno dei risparmiatori”.
Dopo aver ricordato che il governatore Antonio Fazio lo scorso ottobre minimizzava sostenendo che in definitiva le obbligazioni in default ammontavano solo allo 0,005 per cento delle attività finanziarie delle famiglie, Tremonti ha poi depositato la corrispondenza intercorsa con Bankitalia.
Iniziata nel novembre 2002 chiedendo conto del caso Cirio e del coinvolgimento di Capitalia.
Due lettere nell’aprile 2003 ancora su Cirio e le banche italiane, tre nel maggio in cui si chiedevano chiarimenti su operazioni realizzate da Capitalia, Popolare di Lodi e MontePaschi.
Dal 14 maggio, la Banca d’Italia risponde che si tratta di richieste illegittime.
Nel verbale del Comitato interministeriale per il credito riunitosi l’8 luglio, oltre alle già citate richieste su Cirio risulta esplicito riferimento a Parmalat da parte del ministro.
“E dopo l’8 luglio, la Consob si attivò in modo intenso ed efficace”. La Banca d’Italia si attesta invece sulla linea che le riunioni del Cicr sono istituzionalmente corrette solo nel caso in cui servano ad adottare delibere la cui proposta compete a Bankitalia.
Così, il 16 ottobre Fazio non si presenta.
Lo farà il 24 dicembre, “anche se la riunione, come quella dell’8 luglio, non adotta delibera”, osserva Tremonti.
Infine, Tremonti ha tracciato i fondamenti della riforma.
Ha sbagliato chi attribuiva al ministero dell’Economia il modello di una Superautorità unica “all’inglese”, ha detto, dobbiamo muoverci nel quadro tracciato dal sistema europeo delle banche centrali. Perciò la vigilanza sulla stabilità dei coefficienti patrimoniali bancari resti pure alla Banca d’Italia.
Ma la tutela costituzionale della trasparenza nella raccolta del risparmio va accentrata in un’Autorità di supervisione – una superConsob – a cui affidare tutti i controlli e relative sanzioni, su tutti i soggetti che operano nel mercato finanziario.
Mentre all’antitrust deve passare la competenza sulla concorrenza bancaria.
“Non pensiamo ad ancorare al governo la nuova Autorità di supervisione, ma al Parlamento”.
E ha concluso elencando le maggiori nuove garanzie da introdurre: sui revisori (vedi Sarbanes-Oxley), e sulle emissioni estere (da parificate a quelle italiane), fino all’omaggio per l’Ulivo e “alle norme varate nella scorsa legislatura” che ci hanno messo all’avanguardia nel contrastare i paradisi legali.
La piattaforma Aspen
Con il suo inedito mix stilistico, da una parte Luigi Einaudi nei richiami costituzionali, dall’altra Palmiro Togliatti, l’unico leader politico a chiedere in Parlamento le dimissioni di un governatore di Bankitalia nel 1964, Tremonti ha lanciato la sfida di maggior rilievo che resti oggi aperta all’attuale governo.
Lo ha fatto sfidando i sostenitori di Bankitalia, presenti sia nella maggioranza sia nell’opposizione. Ma ha anche mantenuto le premesse poste nelle ultime due settimane, con l’intesa di maggioranza precedente all’ultimo Consiglio dei ministri, e l’abboccamento coi leader dell’opposizione nell’incontro milanese dell’Aspen.
Con la maggioranza Tremonti si era impegnato a emendare la sua proposta di riforma pubblicata sul Sole 24 Ore, mondandola dagli aspetti lesivi dell’autonomia rispetto al governo dei vertici Consob e Bankitalia; An e Udc avevano gradito, ma con riserva, visto che puntano nella verifica a ritagliare dall’Economia competenze da affidare a propri uomini.
Per l’opposizione il messaggio aggiungeva il rispetto dei tempi parlamentari, quanto alla decisione finale, così da rendere possibile un confronto tra tutte le diverse tesi, e una convergenza solo successiva all’indagine parlamentare.
Offerta che Piero Fassino, Enrico Letta e Giuliano Amato hanno accolto, anch’essi con tutte le riserve del caso.
Nel loro caso, come si è capito dal primo intervento assolutamente interlocutorio svolto ieri da Pier Luigi Bersani, si tratta di tenere a bada il no pregiudiziale a ogni convergenza, posizione energicamente incarnata da Vincenzo Visco, e ieri ribadita con una proposta di legge anti-Tremonti presentata da Stefano Passigli, Nicola Mancino, Verdi e Rifondazione.
Amato, Letta e Fassino pensano che l’oltranzismo pregiudiziale sia un errore, perché esclude di collaborare con An e Udc a contenere al massimo i poteri dell’Economia, e inibisce – in caso di successo – dall’esercitare tutto il proprio peso sulle nomine da effettuare. Nomine in cui inevitabilmente peserebbe l’elemento di garanzia e dunque il Quirinale, vieppiù in tempi di lodi Maccanico cassati e di leggi Gasparri rinviate.
Ma i “partiti del dubbio”, nella maggioranza e nell’opposizione, come reggeranno alla richiesta della testa di Fazio che ieri Tremonti ha avanzato? Essi guardano preoccupati al vero potere che da loro si è autonomizzato con forza, intelligenza e tanto di sanzione finale della Consulta in materia di fondazioni creditizie: i banchieri. Per questo Tremonti ha scelto di spostare di un giorno la sua audizione, tenendola mentre Fazio aveva ieri a far corona intorno a sé, alla reggia di Capodimonte per un seminario sul Mediterraneo, il gotha al gran completo delle banche italiane, al quale il governatore si è rivolto con le parole di Fernand Braudel, tenendosi lontano dalle polemiche.
I banchieri no. Si sono difesi con energia, a cominciare dal presidente di Capitalia Cesare Geronzi: “Sono tranquillissimo e ci rivarremo in giudizio, quella Parmalat è la più grande truffa del sistema produttivo italiano”.
Ma parole analoghe sono state pronunciate da tutti i banchieri presenti.
Contenuto e toni dell’audizione di Tremonti hanno avuto il preventivo consenso di Berlusconi, e questo sarà il terreno della battaglia decisiva prima delle europee. Le elezioni spingeranno la maggioranza a far quadrato, pensa il premier. Nell’opposizione, al contrario, proprio lo scontro elettorale rafforzerà la linea dura, che punta a difendere i banchieri che hanno tenuto in questi anni Berlusconi fuori da tutti gli incroci banco-industriali.
Fazio ha molte carte da giocare.
Nella sua audizione, tra due settimane, e soprattutto sul terreno del potere reale.
Combatterà, questo è sicuro, non può accettare di essere il primo governatore sostituito per danno continuato al valore del risparmio.
su il Foglio di venerdì 16 gennaio 2004
saluti




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