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Discussione: Il caso....

  1. #31
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    Roma. Spietato nella denuncia della Banca d’Italia.
    Bipartisan nella proposta dei rimedi.
    Questa la scelta di Giulio Tremonti, che con la sua audizione ha iniziato l’accidentato percorso dell’indagine parlamentare sul risparmio in Italia.
    “Parmalat è una crisi come quella della Banca Romana, mi auguro che non diventi una crisi come quella che portò alla nascita dell’Iri”, ha detto Tremonti evocando deliberatamente le due “svolte di sistema” della storia bancaria italiana.
    In tre parti, il suo intervento. Ha difeso gli strumenti di finanziamento sul mercato da parte delle imprese, e si è chiesto come mai la Banca d’Italia abbia bocciato 52 emissioni obbligazionarie dal 2002, ma nessuna delle 18 Parmalat su piazza italiana.
    “A monte vi è stata una patologia di riciclaggio di certi crediti, a valle una patologia similare nell’impiego di risparmio, che si è tradotta nel danno dei risparmiatori”.

    Dopo aver ricordato che il governatore Antonio Fazio lo scorso ottobre minimizzava sostenendo che in definitiva le obbligazioni in default ammontavano solo allo 0,005 per cento delle attività finanziarie delle famiglie, Tremonti ha poi depositato la corrispondenza intercorsa con Bankitalia.

    Iniziata nel novembre 2002 chiedendo conto del caso Cirio e del coinvolgimento di Capitalia.
    Due lettere nell’aprile 2003 ancora su Cirio e le banche italiane, tre nel maggio in cui si chiedevano chiarimenti su operazioni realizzate da Capitalia, Popolare di Lodi e MontePaschi.
    Dal 14 maggio, la Banca d’Italia risponde che si tratta di richieste illegittime.
    Nel verbale del Comitato interministeriale per il credito riunitosi l’8 luglio, oltre alle già citate richieste su Cirio risulta esplicito riferimento a Parmalat da parte del ministro.
    “E dopo l’8 luglio, la Consob si attivò in modo intenso ed efficace”. La Banca d’Italia si attesta invece sulla linea che le riunioni del Cicr sono istituzionalmente corrette solo nel caso in cui servano ad adottare delibere la cui proposta compete a Bankitalia.
    Così, il 16 ottobre Fazio non si presenta.
    Lo farà il 24 dicembre, “anche se la riunione, come quella dell’8 luglio, non adotta delibera”, osserva Tremonti.
    Infine, Tremonti ha tracciato i fondamenti della riforma.
    Ha sbagliato chi attribuiva al ministero dell’Economia il modello di una Superautorità unica “all’inglese”, ha detto, dobbiamo muoverci nel quadro tracciato dal sistema europeo delle banche centrali. Perciò la vigilanza sulla stabilità dei coefficienti patrimoniali bancari resti pure alla Banca d’Italia.
    Ma la tutela costituzionale della trasparenza nella raccolta del risparmio va accentrata in un’Autorità di supervisione – una superConsob – a cui affidare tutti i controlli e relative sanzioni, su tutti i soggetti che operano nel mercato finanziario.
    Mentre all’antitrust deve passare la competenza sulla concorrenza bancaria.
    “Non pensiamo ad ancorare al governo la nuova Autorità di supervisione, ma al Parlamento”.
    E ha concluso elencando le maggiori nuove garanzie da introdurre: sui revisori (vedi Sarbanes-Oxley), e sulle emissioni estere (da parificate a quelle italiane), fino all’omaggio per l’Ulivo e “alle norme varate nella scorsa legislatura” che ci hanno messo all’avanguardia nel contrastare i paradisi legali.

    La piattaforma Aspen
    Con il suo inedito mix stilistico, da una parte Luigi Einaudi nei richiami costituzionali, dall’altra Palmiro Togliatti, l’unico leader politico a chiedere in Parlamento le dimissioni di un governatore di Bankitalia nel 1964, Tremonti ha lanciato la sfida di maggior rilievo che resti oggi aperta all’attuale governo.
    Lo ha fatto sfidando i sostenitori di Bankitalia, presenti sia nella maggioranza sia nell’opposizione. Ma ha anche mantenuto le premesse poste nelle ultime due settimane, con l’intesa di maggioranza precedente all’ultimo Consiglio dei ministri, e l’abboccamento coi leader dell’opposizione nell’incontro milanese dell’Aspen.
    Con la maggioranza Tremonti si era impegnato a emendare la sua proposta di riforma pubblicata sul Sole 24 Ore, mondandola dagli aspetti lesivi dell’autonomia rispetto al governo dei vertici Consob e Bankitalia; An e Udc avevano gradito, ma con riserva, visto che puntano nella verifica a ritagliare dall’Economia competenze da affidare a propri uomini.
    Per l’opposizione il messaggio aggiungeva il rispetto dei tempi parlamentari, quanto alla decisione finale, così da rendere possibile un confronto tra tutte le diverse tesi, e una convergenza solo successiva all’indagine parlamentare.
    Offerta che Piero Fassino, Enrico Letta e Giuliano Amato hanno accolto, anch’essi con tutte le riserve del caso.
    Nel loro caso, come si è capito dal primo intervento assolutamente interlocutorio svolto ieri da Pier Luigi Bersani, si tratta di tenere a bada il no pregiudiziale a ogni convergenza, posizione energicamente incarnata da Vincenzo Visco, e ieri ribadita con una proposta di legge anti-Tremonti presentata da Stefano Passigli, Nicola Mancino, Verdi e Rifondazione.
    Amato, Letta e Fassino pensano che l’oltranzismo pregiudiziale sia un errore, perché esclude di collaborare con An e Udc a contenere al massimo i poteri dell’Economia, e inibisce – in caso di successo – dall’esercitare tutto il proprio peso sulle nomine da effettuare. Nomine in cui inevitabilmente peserebbe l’elemento di garanzia e dunque il Quirinale, vieppiù in tempi di lodi Maccanico cassati e di leggi Gasparri rinviate.

    Ma i “partiti del dubbio”, nella maggioranza e nell’opposizione, come reggeranno alla richiesta della testa di Fazio che ieri Tremonti ha avanzato? Essi guardano preoccupati al vero potere che da loro si è autonomizzato con forza, intelligenza e tanto di sanzione finale della Consulta in materia di fondazioni creditizie: i banchieri. Per questo Tremonti ha scelto di spostare di un giorno la sua audizione, tenendola mentre Fazio aveva ieri a far corona intorno a sé, alla reggia di Capodimonte per un seminario sul Mediterraneo, il gotha al gran completo delle banche italiane, al quale il governatore si è rivolto con le parole di Fernand Braudel, tenendosi lontano dalle polemiche.
    I banchieri no. Si sono difesi con energia, a cominciare dal presidente di Capitalia Cesare Geronzi: “Sono tranquillissimo e ci rivarremo in giudizio, quella Parmalat è la più grande truffa del sistema produttivo italiano”.
    Ma parole analoghe sono state pronunciate da tutti i banchieri presenti.
    Contenuto e toni dell’audizione di Tremonti hanno avuto il preventivo consenso di Berlusconi, e questo sarà il terreno della battaglia decisiva prima delle europee. Le elezioni spingeranno la maggioranza a far quadrato, pensa il premier. Nell’opposizione, al contrario, proprio lo scontro elettorale rafforzerà la linea dura, che punta a difendere i banchieri che hanno tenuto in questi anni Berlusconi fuori da tutti gli incroci banco-industriali.
    Fazio ha molte carte da giocare.
    Nella sua audizione, tra due settimane, e soprattutto sul terreno del potere reale.
    Combatterà, questo è sicuro, non può accettare di essere il primo governatore sostituito per danno continuato al valore del risparmio.

    su il Foglio di venerdì 16 gennaio 2004
    saluti

  2. #32
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    Predefinito Si fa troppa demagogia sui....

    ....“poveri risparmiatori traditi”

    Mi accingo a scrivere un articolo difficile, per l’alto rischio di fraintendimenti.
    Vorrei, nientemeno, smascherare demagogie e ipocrisie che circolano in quantità industriale sui “poveri risparmiatori traditi”. Già, in tempi normali il mio tentativo potrebbe essere accolto come uno sforzo di anticonformismo – di solito apprezzato a prescindere dalla solidità degli argomenti utilizzati –ma in piena crisi Argentina-Cirio-Parmalat rischia di essere semplicemente impopolare.

    Impossibile reggere il confronto con la parata di casalinghe senza risparmi, pensionati che hanno visto andare in fumo la liquidazione e semplici sprovveduti che si sono fidati del consiglio sbagliato arrivato dal promotore finanziario, da un parente o dal presidente della squadra del cuore.
    Le tante voci che dal mondo politico si sono levate cariche di
    indignazione, promesse e rassicurazioni di una rinnovata tutela fanno finta di ignorare la realtà dei fatti: il mondo in cui si muovono i risparmiatori è diventato, come molte altre cose nella vita contemporanea, più complesso e incerto.
    Corollario di questo assunto è che un “risparmiatore ignaro è un risparmiatore morto”: nessuna famiglia può permetterselo, e per estensione nemmeno il paese.
    L’intero ammontare delle attività finanziarie italiane sfiora i 2.600 miliardi di euro e solo 480 sono nei depositi bancari garantiti, il resto è impiegato in attività più o meno rischiose.
    Già questo basta a capire che se veramente una tale quantità di ricchezza è nelle mani di chi ha bisogno di essere messo sotto tutela, allora stiamo alla vigilia di una a catastrofe.
    Un paradosso, certo, che fa vacillare la generalizzazione un po’ ridicola del piccolo investitore sempre in buona fede e assennato nelle sue scelte, preda d’imprenditori truffaldini e di banche senza scrupoli.

    La grande richiesta di bond argentini – un default che pesa sulle tasche degli italiani più di Cirio e Parmalat messe insieme – non è stata “orchestrata” da nessuno, ma generata dai rendimenti crescenti e da una diffusa simpatia verso quel paese.
    Se poi guardiamo a Piazza Affari, le storie di “ordinaria speculazione” che hanno eccitato gli animi del popolo dei borsini – ma anche di tanti cittadini fino a ora lontani dai pericoli degli investimenti in azioni – sono innumerevoli.
    Paradigmatica l’ascesa e il crollo del Nuovo Mercato: tra il 1999 e il 2001 si sono quotate tante aziende deboli, per non dire inesistenti, che hanno raccolto l’entusiasmo dei piccoli azionisti e l’indifferenza di fondi e investitori istituzionali.
    Altro esempio sono le società di calcio quotate, anch’esse oggetto di acquisto quasi esclusivo di investitori non professionali. La maggior parte di questi investimenti si sono rivelati dei “bagni” clamorosi, ma nessuno ha accusato imprenditori o intermediari dell’accaduto, al massimo si è chiesto un po’ più di severità nella selezione agli organi competenti.
    E non stiamo parlando di una sparuta minoranza di giocatori d’azzardo: stime attendibili riportano al 20-25 per cento la percentuale delle famiglie che posseggono azioni. E i dati sull’andamento dell’industria del risparmio gestito negli ultimi anni – rappresenta circa il 40 per cento della ricchezza degli italiani – dimostrano come i risparmiatori conoscano e reagiscano alle sollecitazioni del mercato in maniera consapevole: rischiano di più – e quindi si espongono a perdite maggiori – nei cosiddetti “momenti di euforia” e cercano sicurezza nei periodi negativi.
    Si può discutere delle responsabilità che hanno i mezzi di comunicazione e gli intermediari finanziari nell’alimentare l’euforia, ma alla fine le scelte le fanno gli investitori.

    Moralismo più pericoloso degli scandali
    A questo si aggiunga che la globalizzazione dei mercati finanziari rende l’ipotesi di sterilizzazione del rischio al fuori della portata di ogni singolo Stato. Tutto questo deve servire a far maturare gli investitori nelle loro scelte individuali e abbandonare l’illusione che siano sostenibili salvataggi generalizzati.
    Una verità banale, ma esclusa dalle dichiarazioni di questi giorni dove la parola d’ordine è “rassicurare anche a costo di promettere l’impossibile”.
    Un’ipocrisia che sta bene a tutti: ai politici, una volta tanto non sul banco degli imputati, e ai risparmiatori che vedono nell’intervento governativo una speranza di recuperare soldi ormai persi. La solita dose di moralismo. Più pericoloso degli scandali.

    Enrico Cisnetto su il Foglio di venerdì 16 gennaio 2004

    saluti

  3. #33
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    Predefinito Ed ora largo....

    ....ai banchieri (a far campagna elettorale)

    Roma. Dieci giorni al calor bianco, quelli del conto alla rovescia per l’audizione in Parlamento del governatore della Banca d’Italia.
    Di qui ad allora politica, industriali e banchieri affonderanno dei colpi. Senza dimenticare il convitato di pietra del tavolo degli scandali, cioè la magistratura.
    Ieri, le possibilità di una convergenza bipartisan sulle soluzioni indicate da Tremonti hanno retto ai primi colpi. Massimo D’Alema, che aveva parlato a Firenze la sera di giovedì, non è entrato nel merito ma ha indicato alle banche un’alternativa.
    “Fatevi carico dei rimborsi ai risparmiatori”.
    Ammettete cioè, sia pur indirettamente, le vostre responsabilità: se lancerete voi questo segnale e metterete in grande stile mano al portafoglio, sarà per noi più facile lasciare Tremonti da solo. Altrimenti, significherebbe regalargli la difesa di centinaiaia di migliaia di famiglie colpite nel portafolgio, e questo sotto campagna elettorale l’Ulivo non lo può fare.
    Francesco Rutelli si è spinto oltre: la personalizzazione ostile a Fazio è un errore, ha detto, ma il riordino dei controlli “su tre pilastri” è un successo per l’opposizione. La sostanza è che la via indicata da Tremonti va bene, la contesa sulla primazia dell’idea è un puro ludo cartaceo.
    A schierarsi sulla linea visco-girotondistascalfariana (che in questo caso comprende sia Oscar Luigi sia Eugenio, vedi ieri articolo su Repubblica di Massimo Riva), la linea cioè del no pregiudiziale a Tremonti e della difesa altrettanto pregiudiziale dell’intangibilità di Bankitalia, sono per il momento esponenti minori della Margherita, magari da sempre genuinamente vicini alla Banca centrale come Nicola D’Amico.

    I banchieri è difficile restino con le mani in mano. Quell’“obbligo inderogabile al segreto d’ufficio”, opposto per iscritto da Fazio a Tremonti quando questi gli chiede non dei bond a rischio Cirio e Parmalat, ma della solidità e di operazioni a rischio condotte da Capitalia e Popolare di Lodi, identifica una muraglia cinese entro la cui protezione i banchieri si regolano da soli, e la politica sta fuori. Vedremo cimentarsi giuristi, il segreto opposto al ministro e presidente del Cicr non c’è nelle norme sulla vigilanza, non c’è nel testo unico bancario, non c’è nel Trattato europeo che pone i punti fermi dell’autonomia dalla politica del sistema europeo delle banche centrali.
    Circolano già le fotocopie di un convegno del ’93 in cui Fazio ricordava Baffi e Carli che invitavano a dire il meno possibile delle banche ai politici.
    Ma al di là delle dispute giuridiche e storiche ai banchieri non sfugge che a interessare il ministro sono proprio due degli istituti più vicini al governatore, il primo usato come “aggregatore storico” di situazioni a rischio per evitare fallimenti bancari, il secondo recente modello di “crescita vigilata” rispetto ad altre concorrenti realtà.
    Chiedere della solidità patrimoniale e dei criteri di gestione di queste due banche significa pretendere che si sollevi la spessa cortina dietro la quale Fazio ha per undici anni detto dei sì e dei no dei quali non doveva conto a nessuno.
    Non tutti i banchieri hanno gli stessi bilanci e ricoperto ruoli paragonabili, e c’è chi ha meno da temere, se la cortina si solleva. C’è nel Nord chi pensa in silenzio che, saltato Fazio, sfuma il rischio di dover sposare a Capitalia la liquidità di Unicredit o di Generali. Ma ai banchieri nel loro complesso piacere non può fare, che a un’ombra per quanto monocraticamente gestita si sostuisca una luce inopportuna. La loro difesa di un’autonomia identificata nell’autoreferenzialità non ha bisogno di esprimersi in interviste, che pure ci saranno. Si faranno riservatamente sentire su imprenditori e proprietà di giornali, visto che tutti grandi gruppi italiani sono o molto indebitati o hanno bisogno delle banche per operazioni oggi loro più che mai necessarie.

    Ogni atto poi della magistratura dovesse riguardare banchieri, in queste settimane, giocherebbe a favore di Tremonti.
    C’è chi dubita, di una magistratura proclive. Di 22 parlamentari sentiti ieri dal Foglio, fotografando i rapporti tra maggioranza e opposizione, 13 su 22 ci hanno detto di non credere ancora che finirà come chiede Tremonti.
    Fazio è temuto, le banche idem, anche per la politica i denari sono necessari, e non tutti militano in un partito dove è il leader a metterci milioni di euro come ha fatto Silvio Berlusconi.

    saluti

  4. #34
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    Milano. Fra le varie polemiche suscitate dal caso Parmalat vi è quella tra Francesco Rutelli – che sostiene che l’ipotesi per la riforma del sistema dei controlli è “un successo dell’Ulivo” – e Renato Schifani, che controbatte che “è passata la linea del governo. Se poi l’Ulivo la condivide ci fa piacere”.
    In realtà chi avrebbe il diritto di vantare la primogenitura dell’impostazione che si va profilando, ma non l’ha fatto, è Bruno Tabacci dell’Udc, presidente della commissione Attività produttive della Camera.
    Tabacci si era caratterizzato per una equidistanza polemica sia dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti, di cui non aveva condiviso l’atteggiamento sbrigativo verso le fondazioni bancarie, sia verso Antonio Fazio, cui rimprovera di fare il capo squadra e non l’arbitro.
    Gli chiediamo se dopo l’intervento di Tremonti in aula ha cambiato idea. “Io avevo sollecitato al ministro un’iniziativa che avesse il
    carattere della tempestività e quello di un atteggiamento rispettoso per il Parlamento, che su questo tema è in grado di realizzare una riforma condivisa. Ho constatato che si è mosso su questa direttrice, l’ho apprezzato”.
    Dunque è Tremonti ad aver cambiato stile? “Sono soddisfatto che abbia ricominciato a intrattenere un rapporto positivo anche con me, dopo le polemiche. E anche Franco Debenedetti, parlamentare dell’opposizione, mi ha detto di aver apprezzato l’impostazione proposta”.
    In che cosa consiste la divergenza con i sostenitori della Banca d’Italia? “Nel rapporto tra due esigenze, interconnesse ma distinte, la difesa del risparmio e quella della stabilità del sistema creditizio, la prima deve avere la priorità. Sennò può capitare che per difendere l’intermediario finanziario o i suoi gruppi dirigenti, si scaricano i guai sui risparmiatori. Se, come sembra probabile, i bond dovranno essere rimborsati, anche la castabilità subirà un colpo”.
    Fazio, nelle risposte alle sollecitazioni del Tesoro, ha sostenuto di non dover dare seguito in quanto “improprie”? “Dalla lettura del carteggio ho tratto l’impressione che Bankitalia ritenga di godere di un diritto a secretare le informazioni, anche nei confronti del governo, che pensavo spettasse solo alla magistratura”.
    Ma la critica di Tabacci al comportamento del governatore è precedente. “Su Cirio avevo già espresso i miei dubbi il 19 dicembre del 2002, chiamando le cose con il loro nome: truffa. E’ vero che già prima, quando Bankitalia aveva approvato l’opa su Montedison, che aveva il fine di mettere le mani sul pacchetto di controllo di Mediobanca, mi ero domandato se il ruolo di Fazio fosse quello dell’arbitro o del giocatore in campo. La Mediobanca di Maranghi, tra l’altro, non aveva partecipato a operazioni rivelatesi disastrose come Cirio e Parmalat”.
    Ma le banche coinvolte si dicono parte lesa. “Come ho già detto in altre sedi, mi sembra ridicolo. Comunque la commissione parlamentare cercherà di fare chiarezza”.
    Sul piano normativo basterà riformare il sistema dei controlli? “Questa è solo la questione più urgente, su cui il Parlamento può lavorare unificando le proposte presenti e le carte che verranno dal governo. Poi bisognerà intervenire sui conflitti potenziali fra organi di controllo societari e poteri amministrativi, per evitare intrecci pericolosi, e si dovrà guardare alle società di revisione, che usciranno con le ossa rotte, e a quelle di rating, che sono internazionali e richiederanno quindi un esame e interventi coordinati a quel livello”.
    Tutto ciò si può fare in modo “bipartisan”? “Le condizioni ci sono. Ma, come bisogna criticare le autorità che mettono il loro interesse al di sopra di tutto, bisognerà fare lo stesso con eventuali strumentalizzazioni politiche”.

    da il Foglio di martedì 20 gennaio 2004

    saluti

  5. #35
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    Predefinito ...Parmalat fa scuola anche...

    ...a Bruxelles

    Una buona risposta a chi accusa il governo di non aver le carte in regola in materia di controlli sul mercato e contrasto dei falsi in bilancio è venuta ieri da Bruxelles.
    Giulio Tremonti ha proiettato in chiave europea la lezione del caso Parmalat, ottenendo il consenso del commissario Fritz Bolkenstein su tutti i punti in cui la direttiva comunitaria contro gli abusi di mercato va aggiornata e riscritta.
    E annunciando che l’Italia porterà al prossimo G7 la proposta che si appresta a introdurre nella sua legislazione.
    Insolvenze come quella dei bond Cirio nascono dal fatto che società italiane possono far emettere obbligazioni da proprie controllate ubicate in “paradisi legali”: in tal modo i bond sottostanno a minori obblighi di certificazione e di prospetti informativi, e la Consob nulla può dire in quanto l’emissione risulta effettuata al di fuori del nostro ordinamento.
    L’Italia si appresta a estendere a tutte le controllate “estere” che procedano a emissioni gli stessi obblighi di trasparenza che stanno in capo alle società controllanti con sede italiana.
    Se una norma di questo genere fosse condivisa e fatta propria da tutti i paesi membri del G7, il rischio di bilanci falsi e fregature per i risparmiatori diminuirebbe drasticamente per tutti.
    Oltre al potenziamento della cooperazione internazionale tra le diverse autorità di regolazione del mercato, è ovvio che l’adozione di standard comuni rende la vita più difficile alle “bande del buco”.

    En passant, ieri il governo italiano si è anche tolto un sassolino dalla scarpa non da poco.
    Solo per evitare un incidente diplomatico con la Commissione, mentre all’Italia toccava il semestre di presidenza del Consiglio europeo, il governo ha fatto cadere il veto alla direttiva sul risparmio che continua a riconoscere alla Svizzera ampie tutele del proprio segreto bancario.
    Per due anni l’Italia si è opposta, non a caso varava lo “scudo” che dalla sola Svizzera ha fatto rientrare in Italia oltre 25 miliardi di euro di capitali prima sottratti agli obblighi fiscali.
    Se alla fine il veto è caduto e gli svizzeri continueranno a opporre ostacoli a indagini e rogatorie internazionali, non si deve al governo italiano. Ma a Romano Prodi.

    Ma vaaaa?

    saluti

  6. #36
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    Roma. Il presidente della Cir Carlo De Benedetti ieri ha tentato di apporre il proprio marchio d’origine controllata sulla candidatura di Luca Cordero di Montezemolo a futuro presidente di Confindustria. Ma ha indotto anche Marco Tronchetti Provera a una sua orgogliosa e distinta investitura del presidente della Ferrari. L’effetto sulla giunta di Confindustria è stato singolare. Riunita per scegliere dai 9 nomi indicati dagli ex presidenti i 3 saggi che nelle prossime settimane valuteranno il polso della “base”, la giunta ha infatti dato il maggior numero di preferenze al nome più vicino al presidente uscente Antonio D’Amato, il triestino Ernesto Illy con 79 voti.
    Secondo un altro damatiano, Luigi Attanasio, 64 voti.
    Infine uno solo dei nomi indicati dai critici, l’ex presidente della Lindt Antonio Bulgheroni, 54 voti. Il torinese Francesco Devalle, su cui puntavano Luigi Abete e Vittorio Merloni, non ce l’ha fatta.

    L’ultima vittoria di Pirro? A dominare la giornata è stata la richiesta di De Benedetti di intervenire per primo.
    Una filippica contro la gestione D’Amato, appiattita sul governo, rea di aver spaccato il paese e ricompattato il sindacato per la battaglia ideologica sull’art. 18, non rappresentativa della terzietà che gli imprenditori vogliono da chi li guida. Intanto le agenzie mettevano in rete il sondaggio, in uscita sull’Espresso, che incorona Montezemolo come il presidente voluto dagli italiani, mentre
    D’Amato risulta sconosciuto alla maggioranza, oltre a totalizzare quasi il 40 per cento di contrari. D’Amato gli ha replicato con veemenza, alle richieste di moralità ha rilanciato che gli imprenditori che hanno avuto guai con la giustizia o patteggiato (De Benedetti si è personalmente avvalso della tanto deprecata legge sul falso in bilancio) si mettano da parte, ha citato Repubblica come cattivo esempio di come i media politicizzino il dibattito di Confindustria.
    Ha riscosso applausi, ma i damatiani rischiano di scoprirsi ora incapaci di coagularsi su un nome adeguato.
    Anche perché Tronchetti Provera a quel punto ha giudicato un errore un’investitura tanto politicamente “squilibrata”. E come privato più rappresentativo in Borsa – pesa più del 15 per cento del listino – e a nome della generazione ormai successiva ai “grandi vecchi”, ha impartito la propria benedizione:
    “Proprio a causa delle difficoltà che stiamo attraversando sia sul mercato interno sia su quello internazionale, Montezemolo può rappresentare al meglio la volontà del sistema delle imprese di rilanciare in modo credibile l’immagine delle aziende italiane nel mondo. Ha tutte le carte in regola”. Esponenti “non schierati” come Giuseppe Morchio, amministratore delegato della Fiat, o il presidente di Italcementi Giampiero Pesenti, sottolineavano che innanzitutto occorre un presidente “condiviso”.
    Meglio evitare il sangue, mentre il paese è in crisi di fiducia dopo Parmalat. La domanda è se Nordest e base lombarda torneranno a ribellarsi come quattro anni fa, preferendo un outsider. Attualmente, con tutto il rispetto per Nicola Tognana, appoggiato da parte del Veneto, non c’è ancora. Il problema non è di non voler lasciare le aziende in un momento difficile, come hanno detto gli ex candidati Diana Bracco o Giancarlo Cerutti.
    Alla scelta del nuovo leader si arriva mentre Confindustria nella vita nazionale è più l’espressione di una crisi, che una riserva di autorevolezza.
    Il successore potrebbe non essere nelle condizioni di chiedere norme tanto rigorose contro le banche, come ieri D’Amato ha fatto nella sua audizione parlamentare su Parmalat.
    saluti

  7. #37
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    “La vicenda Parmalat può aprire sul piano economico una stagione più pericolosa di quella di Tangentopoli”. Se ce ne fosse stato bisogno, le parole di uno che se ne intende come l’ex procuratore capo di Milano, Francesco Saverio Borrelli, suonano come un inequivocabile segnale d’allarme su quanto potrebbe succedere – o forse sta già per succedere al capitalismo italiano.
    Affannati come siamo a discutere di controlli e controllori, stiamo perdendo di vista con la lodevole eccezione di Vittorio Feltri, piacevolmente sorprendente la vera cifra del caso Parmalat e delle sue possibili conseguenze.
    Riassumibili in due cose una più grave dell’altra: l’affermarsi di una Mani Pulite 2 e il calo dell’oblio sulle reali condizioni dell’economia italiana.
    Sulla prima questione, il caso Finmatica e le voci tambureggianti di nuovi e non meno importanti fronti d’indagine di magistratura e (soprattutto) guardia di finanza, dovrebbero far capire anche a chi si è intestardito a definire Tanzi una “mela marcia”, che a proposito di pomi bacati bisognerebbe parlare quantomeno al plurale.
    Ora le parole del “gran ciambellano” degli avvenimenti che sconvolsero l’Italia undici anni fa, tolgono ogni dubbio (e alibi): siamo di fronte alla concreta possibilità che qualcuno, facendo leva sui “risparmiatori incazzati”, proponga al paese la “via giudiziaria” al “capitalismo etico”. Gli estremi ci sono, come ho cercato di spiegare in questa rubrica in risposta alla lettera di D’Amato ai suoi colleghi di Confindustria.
    D’altra parte, basterebbe ricordare cosa rispose Enrico Cuccia ai magistrati di Ravenna che lo interrogavano sul crack Ferruzzi chiedendogli se il bilancio della Ferfin fosse falso: “Metta pure a verbale che nella mia lunga carriera professionale, non mi sono mai imbattuto in un bilancio vero”. Dunque, setacciare a tappeto banche e imprese italiane, grandi e piccole, significa con certezza avviare una spirale che ben conosciamo: inchieste-avvisi di garanzia-gogna mediatica-dimissioni.
    Al posto dei partiti ci sono le banche (indicate come poteri forti, così l’effetto giustizialista è maggiore), al posto dei cittadini stufi che tirano le monetine in piazza Navona o che agitano fiaccole davanti a palazzo di giustizia di Milano ci sono i “risparmiatori organizzati” che fanno i sit-in davanti a Bankitalia, ma lo schema è lo stesso del 1992. Con una differenza fondamentale, però: che allora nel mirino c’era la politica, e dunque gli effetti della sua delegittimazione erano (sono stati) lenti e meno percepibili, mentre questa volta l’effetto domino tra banche e imprese (inevitabile in un sistema bancocentrico come il nostro) avrebbe conseguenze – devastanti – di assai più immediata concretezza. Tralascio la considerazione che da quegli effetti, diretti e indiretti, non saranno certo esenti gli attuali manovratori del “ventilatore”, così come presero “schizzi” quelli di Mani Pulite (tra l’altro ben più preparati).
    Il rischio colonizzazione
    Il fatto grave, invece, è che mentre da Tangentopoli 1 bene o male una Seconda Repubblica è sorta (ognuno giudichi se ci abbiamo guadagnato o perso), Tangentopoli 2 rischia di non produrre una seconda stagione del capitalismo, a meno che per essa non s’intenda la completa colonizzazione del nostro sistema bancario e industriale. Un fenomeno, quello dell’avanzata straniera, già abbondantemente in atto per effetto della crisi strutturale del nostro modello di sviluppo. Crisi che certo non è stata fermata da coloro che in questi ultimi anni hanno negato l’evidenza, facendo dell’ottimismo malriposto la cifra della loro politica economica. Anzi, visto che questi ultimi sono gli stessi che in pubblico stanno agitando il vessillo dei risparmiatori e rinfocolando la polemica su “controlli e controllori”, viene da pensare che l’operazione Bilanci Puliti serva anche a distogliere l’attenzione dalla dimensione epocale della crisi della nostra economia e a procurare alibi per la mancanza di risultati, oltre che a (illudersi di) creare nuovi equilibri nel potere economico e tra esso e quello politico.
    Dobbiamo andare – velocemente, ma serenamente – verso una rifondazione del capitalismo italiano. Se la vicenda Parmalat –così come il cambio di presidenza in Confindustria, che non potrà non essere fortemente influenzato da essa – servirà a questo, ne potremmo trarre un grande vantaggio. Se invece servirà a regolare qualche conto e ammazzare qualche nemico, basta rivedersi il film girato undici anni fa per conoscere il finale della storia.
    Enrico Cisnetto su il Foglio

    saluti

  8. #38
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    Predefinito Il caso Parmalat sbatte....

    ....Alemanno in prima pagina

    Roma. E con le manette facili è tornata la gogna. Gianni Alemanno, ministro dell’Agricoltura, da due giorni cerca di fronteggiare (con la solidarietà del suo intero partito) indiscrezioni e sospetti che girano attorno al proprio nome.
    Il via alle danze l’ha dato l’altro giorno il Corriere della Sera con una notizia in prima pagina. Si diceva che Tanzi, parlando dei presunti rapporti finanziari tra Parmalat e ambienti politici, avrebbe fatto il nome dell’esponente di An. Gli altri giornali, tranne Repubblica, vanno al seguito. Oggi sull’Espresso altri verbali in cui l’ex direttore finanziario Fausto Tonna confessa l’esistenza di un fondo per l’acquisto di francobolli, da cui Tanzi prelevava 3 o 4 miliardi di lire l’anno destinati ai politici.
    Accuse concrete? Nessuna.
    L’impatto di questo risorgente giustizialismo è visibile nell’imbarazzo dei magistrati ai quali il ministro ha chiesto d’essere ascoltato. “Se sapessi qualcosa la riceverei volentieri”, ha risposto il procuratore generale di Parma, Vito Zincani.
    Dalla Procura di Milano invece solo un mea culpa sulla fuga di notizie. “E’ la vecchia pratica di sbattere il nome eccellente in mezzo a uno scandalo finanziario. Senza alcun addebito preciso”, accusano gli intimi del ministro: non esistono neppure elementi per ravvisare calunnie da cui difendersi. Esclusa con decisione l’ipotesi di qualsiasi “avance” da parte di Tanzi: “Chi conosce Gianni sa bene che è impossibile, com’è impossibile che qualche pecora nera si nasconda dentro il ministero”.
    Intanto lo stillicidio in corso crea stati d’animo da piccola gogna quotidiana.
    Dalle parti di Alemanno non si pensa volentieri alla possibilità che in clima di elezioni qualcuno voglia colpire uno tra i più apprezzati politici di Alleanza nazionale. Ma se le inchieste più rumorose puntano soprattutto sul settore agroalimentare, “va scongiurata sul nascere la tentazione di coinvolgere il ministro competente rovistando a casaccio tra i verbali giudiziari”.
    Alemanno parla di “trasparenza” nei suoi rapporti con l’azienda di Collecchio e rimane indimostrabile che la frequentazione possa aver valicato il suo ruolo istituzionale.
    C’è chi vorrebbe ricondurre le “calunnie” alla vicenda del latte microfiltrato Frescoblu-Parmalat, due anni fa oggetto dell’indagine d’una commissione di esperti riuniti dai dicasteri dell’Agricoltura e della Salute. Obiettivo: autorizzare o meno il processo di microfiltrazione e stabilire se quel latte poteva essere etichettato come “fresco”.
    Nel giugno del 2002 arrivarono il responso positivo e due decreti ministeriali contro i quali Codacons e Federconsumatori fecero ricorso (respinto il 21 febbraio 2003 dal Tar del Lazio).
    Il 25 luglio dell’anno scorso, infine, un nuovo decreto firmato da Marzano, Alemanno e Sirchia estendeva da 7 a 11 giorni il termine entro il quale una confezione di Frescoblu conservava la sua potabilità. La decisione fu il risultato di una ricerca scientifica concertata, e documentata pubblicamente. Nulla che autorizzi sospetti.

    saluti

 

 
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