L'inizio della telefonata fra Roma e Bassora è tumultuoso. Una collaboratrice di Barbara Contini, l'italiana appena nominata alla guida della Cpa (Amministrazione provvisoria della coalizione) nell'area di Nassiriya, rimprovera L'Unità per avere dato in anteprima la notizia. «C'era una consegna del silenzio da rispettare», ci viene fatto osservare. «Non ci era noto niente di simile e non avevamo preso alcun impegno del genere con chicchessia -spieghiamo-. Avevamo l'informazione e l'abbiamo pubblicata, tutto lì».

Ma Barbara è arrabbiatissima per quello che avete scritto, e non vuole parlare con voi, incalza la nostra interlocutrice. «L'avete fatta apparire come una sorta di "embedded" americana». Lettura dell'articolo alla ricerca del corpo del reato. Che non si trova. Alla fine la Contini accetta di rispondere, si dice «dispiaciuta che il suo nome sia venuto fuori con una connotazione di affiliata americana», ma precisa che «qui viviamo in mezzo al deserto, in un container, e le nostre informazioni su quello che avviene all'estero sono limitate».
Signora Contini, lei è in Iraq da vari mesi ed opera presso la Cpa di Bassora. Come intende svolgere il suo nuovo compito a Nassiriya?
«Preciso che sono un tecnico, e non un personaggio politico. Metterò la mia esperienza professionale ed il mio impegno al servizio della popolazione irachena. Ho contribuito all'elaborazione di progetti per il bene dei civili, progetti importanti, per la cui attuazione ci vuole tempo. Ci sono voluti vari mesi per metterli in cantiere. Ora spero che nei centoventi giorni di vita che restano alla Cpa prima del passaggio di consegne agli iracheni, si riesca a metterli in pratica».
Quali progetti?
«Progetti relativi al sistema idrico ed elettrico, fognature da sistemare, strade da rifare».
Progetti dunque. Ma sinora cosa avete realizzato in concreto?
«Abbiamo già realizzato una novantina di iniziative, ma sono gocce nell'oceano. Ora ne abbiamo in cantiere altre più grosse. A me interessa solo il benessere dei civili. Non appartengo ad alcun partito politico».
Dunque il suo è un ruolo di tipo umanitario. Ammetterà però che la presenza italiana in Iraq è fondata su un'ambiguità di fondo: siamo alle dipendenze degli anglo-americani in una missione che non ha alcun avallo delle Nazioni Unite. Per lei che in passato ha partecipato a molte operazioni con mandato Onu, questo non è imbarazzante?
«Guardi, io son venuta qui lo scorso luglio insieme al Cesvi, un'organizzazione non governativa di Bergamo, con la quale ho lavorato benissimo. Abbiamo costruito sette scuole e un ospedale. Successivamente sono passata alla Cpa solo perché ritenevo di potere fare ancora meglio e di più. La Cpa aveva infatti progetti più ambiziosi e finanziamenti più consistenti. Ho pensato che il mio lavoro in quell'ambito avrebbe potuto avere un impatto maggiore. In un primo tempo c'è stata collaborazione fra tecnici della Cpa e dell'Onu, poi a settembre loro hanno lasciato il paese per trasferirsi in Kuwait, per la decisione presa da Kofi Annan dopo una serie di gravi attentati. Ma tra noi e l'Onu si è lavorato in sintonia. Noi della Cpa li tenevamo al corrente dei nostri progetti».
Bene, ma non ha risposto alla mia domanda ...
«E allora rispondo. L'Italia ha deciso di partecipare alla missione, ed è nella coalizione. Ed io, italiana, avrò un ruolo dirigente nella zona in cui sono dislocati i soldati italiani. In definitiva, se siamo parte della coalizione, dobbiamo starci e agire».
Un suo collega, Marco Calamai, consigliere speciale presso la Cpa di Nassiriya, si dimise dopo l'attentato-kamikaze che in quella città il 12 novembre scorso fece 19 vittime fra gli italiani...
«Io non mi dimetterò mai. Quando ci si impegna in una cosa, bisogna andare fino in fondo. O si viene, o si sta a casa».
Le ragioni addotte per motivare quelle dimissioni furono precise: la Cpa non riusciva ad avviare né la ricostruzione democratica né quella economica. In Kosovo, per fare un esempio, l'Onu si impegnò subito nell'organizzare libere elezioni, che in Iraq invece vengono rinviate. Non si fa nemmeno un censimento della popolazione. Lei cosa ne pensa?
«Certo, tutto deve essere fatto. Ma ci sono tempi e modi. Prima bisogna rispondere alle esigenze poste dall'emergenza, poi a quelle dello sviluppo. Non siamo ancora alla fase dello sviluppo, siamo all'emergenza».
Secondo Calamai gli unici che hanno fatto qualcosa di concreto e positivo a Nassiriya sono stati i militari italiani. La Cpa ha fallito.
«È vero. E la spiegazione è che lui, Calamai, ha mancato al suo ruolo, che era quello di collegamento fra la Cpa e la brigata. Avrebbe dovuto essere così bravo da inserire gli italiani nella Cpa affinché si lavorasse assieme. Cosa che io farò, mentre lui non ci è riuscito».
Chi ha deciso la sua nomina?
«L'ambasciatore Patrick Nixon, coordinatore regionale del sud Iraq per il governo della coalizione, ha sottoposto, in accordo con il suo vice ambasciatore Mario Maiolini la mia nomina a Baghdad all'ambasciatore Bremer e al Foreign Office britannico. Nixon ha fatto questa scelta basandosi sulla mia esperienza professionale, sulla conoscenza che ho approfondito in questi 6 mesi delle esigenze del sud dell'Iraq e delle procedure della Cpa. D'altra parte la Farnesina ha appoggiato la mia candidatura fin dall'inizio con convinzione».
Che ruolo ha avuto nella sua nomina il governo italiano?
«La Farnesina ha aderito con profonda soddisfazione e convinzione attraverso il ministro Riccardo Sessa»

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