Almeno, il dibattito sulla legge francese «sul velo» ci
costringe a meditare su quale politica di integrazione
vogliamo offrire agli ottocentomila musulmani che vivono
in Italia.
I modelli non mancano.

Il primo è il modello francese dell'assimilazione, in cui
si chiede ai musulmani di accettare la religione civile
della laïcité, obbligatoria per tutti.
Nel dibattito sul velo, è però emersa tutta la lontananza
del modello della laïcité dalla storia e dall'ethos
italiano: l'Italia non ha una religione civile condivisa,
e se ce l'ha è l'uso «civile» del cattolicesimo.
La soluzione assimilazionista alla francese non è quindi
applicabile all'islam italiano, anche perché il modello
francese – che si fondava su valori non religiosi un tempo
condivisi da tutti (la famiglia, la patria, l'Esercito),
ma oggi non più – è in crisi nella stessa Francia.

All'estremo opposto si situa il modello
multiculturalista, inventato in Gran Bretagna e adattato
a certe situazioni scandinave, dove ciascuna identità
etnica o religiosa è riconosciuta come tale, e ammessa a
gestire in autonomia e a rappresentare sulla scena pubblica
le sue esigenze, eventualmente in aperta competizione con
altre identità.

Tuttavia, dopo l'11 settembre 2001, il modello pluralista
britannico è stato percepito come lassista nei confronti
delle attività di ultra-fondamentalisti più o meno vicini
a Bin Laden, lasciati interamente liberi di organizzare una
propaganda mondiale a partire da Londra o meglio – come si
è detto – dal «Londonistan».
Anche il multiculturalismo britannico comporta gioie e
dolori, e in Italia rischierebbe di provocare ulteriori
lacerazioni in una società già divisa.

Il modello italiano delle Intese con lo Stato – che ha
risolto benissimo i problemi di altre minoranze religiose
– è in pratica difficilmente applicabile ai musulmani.

Le Intese vanno infatti firmate con qualcuno, e l'islam
non è una Chiesa né una confessione, non ha leader da
tutti riconosciuti.

Le indagini sociologiche mostrano che l'ottanta per cento
dei musulmani italiani non si riconoscono in nessuna delle
associazioni che hanno chiesto l'Intesa; fra queste, la
più rappresentativa ha dirigenti di ispirazione
fondamentalista, che con un'Intesa lo Stato
paradossalmente certificherebbe come dirigenti di tutto
l'islam italiano.

In Italia l'unico possibile «patto con l'islam» è un
progetto che aggiri l'ostacolo rappresentato dalle
associazioni e, senza escludere la nascita di nuovi
soggetti associativi o la lenta evoluzione di quelli
esistenti, proponga sul terreno della mediazione
politica un'offerta di integrazione diretta
anzitutto ai singoli musulmani.

Una possibilità è quella del diritto di voto amministrativo
per gli immigrati.
Ce ne sono altre: per esempio, meno ostacoli e burocrazie
perché chi da anni vive e lavora onestamente in Italia
possa diventare cittadino italiano.

Ma in ogni caso, in una paese che non ha nel suo DNA modelli
culturali per il pluralismo, la via politica
all'integrazione sembra l'unica percorribile.

Massimo Introvigne
(il Giornale, 20 febbraio 2004, p. 10)


naturalmente non sono d'accordo con l'integrazione come la propone Massimo Introvigne .
L'integrazione in Italia puo avvenire a una sola condizione , che tutti sappiamo .