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    Predefinito C'erano una volta i....

    ...terroristi

    Battisti da Parigi

    Parigi. Non c’erano le folle di militanti all’Entrepot, il cineclub del XIV arrondissment, per assistere al film, con annesso dibattito, sui rifugiati italiani. Non c’erano le migliaia di persone che hanno firmato gli appelli contro l’estradizione di Cesare Battisti. E nemmeno i bei nomi dell’intelligencija francese, Philippe Sollers, Pierre Vidal Nacquet, Daniel Pennac, che hanno scritto al ministro della Cultura per difendere il diritto d’asilo di Battisti e la dottrina Mitterrand. E nemmeno i cineasti impegnati come Costa Gavras e Bertrand Tavernier. Dell’eroe, poi, nemmeno l’ombra. A due giorni dall’uscita dal carcere della Santé, per ordine della Corte d’appello di Parigi, che il 7 aprile si riunirà per deciderne l’estradizione, Cesare Battisti “era frastornato”, ha detto il suo amico e compagno di asilo Oreste Scalzone. E certo la sua assenza deve aver lasciato un po’ d’amaro in bocca alla trentina di aficionados convenuti all’Entrepot, a cominciare da Menotti Bucco, il documentarista napoletano, autore del filmato di cinquantasei minuti, che prima di battersi per i rifugiati italiani, s’è mobilitato anche contro la violazione dei diritti civili dei no global al G8 di Genova. Assenza in sala, presenza nel film: dopo le prime immagini di repertorio degli anni Settanta in bianco e nero si vede lui, Battisti, che esce di casa, avvolto in un giaccone blu, traversa la strada, entra in un negozio di alimentari per fare la spesa, stringe la mano all’“arabe” e se ne va carico di sacchetti di plastica. Poi si vede Scalzone che prende la posta dalla cassetta delle lettere, apre la bolletta del telefono e racconta di come gli abbiano tagliato i fili. O spunta fuori dalla vasca da bagno, per recitare, come lo scrivano Bartleby, “I would prefer not to”. Poi si vede Luigi Rosati, anche lui ex terrorista anche lui rifugiato, ma senza più pendenze: l’unico a poter andare e venire liberamente dall’Italia, incontra Battisti in una libreria, “aho che sta’ a fa?”, scambia con lui qualche convenevole sull’ultimo romanzo e le vacanze, “so’ stato ar Sud ’n Calabria”, e se ne torna a casa per mangiare seduto per terra con la moglie africana, prendendo un pugno di riso dal piatto comune per appallottolarselo nel palmo della mano. C’è anche Paolo Persichetti, prima dell’arresto, ripreso in un’aula dell’Università, o mentre sta su un taxi e confessa il suo desiderio di scrivere un libro per potersi dare un’identità.
    I meravigliosi anni Settanta
    Poi si vede di nuovo Battisti, che apre una porticina malandata, entra in uno sgabuzzino, siede al computer, l’accende e si rimbocca le maniche. Oggi scrive gialli. L’idea gliel’ha suggerita Ignacio Taibo, incontrato in Messico, quando era ancora un fuggiasco. A Parigi ha fatto fortuna, ora pubblica nella Série Noire di Gallimard. E di fronte alla telecamera racconta quanto gli sia servito mettersi a scrivere, di come sia riuscito a sublimare l’aggressività, deviandola nella letteratura. Del passato non ha rimpianti: “Sono orgoglioso di quello che ho fatto”, dice guardando fisso la telecamera (non si riferisce agli omicidi per i quali è stato condannato, che nega di aver compiuto). “Gli anni Settanta sono stati i miei vent’anni, un’esperienza di gioia, di libertà, di vietato vietare, non di destabilizzazione dello Stato e di tutte quelle stronzate lì”. Lo vedrete stasera su Rete 4, in un servizio di “Zonarossa”, la trasmissione di Marco Taradash. Però dal film si capisce che l’Italia gli manca. Dice di non esser potuto andare ai funerali dei genitori. E gli dispiace. Dice che gli mancano gli odori, i sapori, le facce. E questo certo pure deve dispiacergli un po’. I sapori però forse è riuscito a sostituirli, almeno a giudicare dal gusto con cui si mette a preparare un cous cous di agnello, nella sua cucinetta, facendosi riprendere mentre affetta carote, patate e peperoni, secondo la ricetta di un amico marocchino. E mentre porta a tavola la pentola, “l’animale è ancora vivo”, con gli ospiti che ridono e scherzano, la figlioletta che osserva la scena. Poi da buon padre, legge una favola alla figlia in italiano, la corregge mentre lei la ripete, e alla fine le chiede: la vorresti tu una madre così, una madre robot? No, risponde la biondina. Dei quattro morti, dei feriti, degli espropri proletari, delle rapine, il film non parla. Battisti, diranno dopo i suoi avvocati, è stato condannato in contumacia.
    Al giornalista tedesco che domanda:
    “Ha davvero commesso gli omicidi per i quali gli hanno dato l’ergastolo?” gli avvocati rispondono: “La sua è una domanda illegittima. Non siamo né in un confessionale né in un’aula di tribunale”. Siamo al cinema.
    (m.v.)

    da il Foglio di giovedì 11 marzo

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Achille Lollo da....

    ....Rio de Janeiro

    Roma. Chi ha paura di Achille Lollo?
    Da Rio de Janeiro, dove milita nel partito del presidente Lula, minaccia nuove rivelazioni l’ex militante di Potere operaio condannato a 18 anni di carcere per l’incendio doloso che nel 1973 causò la morte di Virgilio e Stefano Mattei, figli del netturbino di Primavalle, segretario della sezione del Movimento sociale. Lollo da anni vive in Brasile dove fu arrestato nel 1993 su mandato di cattura internazionale, ma il paese sudamericano negò l’estradizione in Italia, riconoscendo la prescrizione del reato.
    Cosa può rivelare Lollo? “Di tutto”, risponde oggi Ruggero Guarini, che l’ha conosciuto e l’ha persino difeso. “Dopo il processo di primo grado, che portò alla sua scarcerazione, andai con Alberto Moravia, Dario Bellezza ed Elio Pecora a festeggiare la sua liberazione in una villa, credo dei suoi genitori, a Fregene. Devo aggiungere che allora credevo alla sua innocenza”. Perché? “Perché quando esplose il caso dei fratellini Mattei, alcuni ragazzi di Potere operai, e cioè Stefania Rossini e Lanfranco Pace, per i quali avevo molta simpatia e con i quali giocavo a poker tutte le notti in casa di Guendalina Ponti, vennero a trovarmi al Messaggero, dov’ero a capo dei servizi culturali e mi dissero: ‘Credi davvero che ragazzi intelligenti, colti, preparati come noi, dei marxisti seri che leggono i Grundrisse di Karl Marx possano individuare in un povero netturbino, segretario della sezione del Msi di Primavalle, un nemico di classe?’ E io naturalmente risposi di no. Dissi che mi sembrava un’idea assolutamente folle. E insieme a Pasquale Prunas, che era uno dei redattori capo, Piergiorgio Maoloni, capo dell’ufficio grafico, e un bravo ragazzo, all’epoca inviato, che si chiamava Fabio Isman, li aiutai a spazzolare stilisticamente un testo che avevano messo in piedi per dimostrare la loro estraneità a quell’orrore. Scritto in un sinistrese indigesto, era il racconto della penetrazione e del magistero politico di Potere operaio nel contesto semiproletario di Primavalle”. Quel famoso pamphlet (“Incendio a porte chiuse”, prefazione di Riccardo Lombardi, editore Giulio Savelli) accusava gli stessi fascisti di essere autori della strage. “Questo non me lo ricordo. Comunque, io mi convinsi non che fossero stati i fascisti, ma che fosse impossibile che gente come Piperno, Pace e Rossini avessero partecipato anche di sguincio alla progettazione di quel colpo”.

    La confessione di Stefania Rossini
    Poi ha cambiato idea? “Molti anni dopo, Stefania Rossini ha confessato a una mia amica, non dico il nome, la quale mi ha riferito: sai che Stefania piangendo mi ha detto che quando vennero da te e da Prunas al Messaggero lei lo sapeva che i colpevoli erano Lollo i suoi? Me l’ha detto una decina di anni fa. Capito?”. Capito. “Intendiamoci. Dal fatto che la Rossini abbia ammesso che sapeva della colpevolezza di Lollo nel rogo di Primavalle non deduco affatto che quella strage sia stata pensata dai vertici di Potere operaio. Non so se Lollo, Clavo e Grillo abbiano agito per conto loro, per fare bella figura coi loro capetti. Oggi Lollo può rivelare che il vertice di PotOp sapeva tutto e che la tanica di benzina sotto la porta di casa Mattei la versò su mandato di un capo. Può rivelare sino a che punto arrivasse la protezione di Giacomo Mancini. Ma può anche rivelare il vero motivo per cui non esiste più una grande famiglia di editori puri”. Ci spieghi il nesso: “Tra il processo di primo grado del 1974, in cui il pm Domenico Sica aveva chiesto l’ergastolo, ma i tre vengono assolti per insufficienza di prove, e il processo di secondo grado, che nell’86 li condanna in contumacia a 18 anni di carcere, accade una cosa nuova. Uno degli imputati diventa testimone. E sa chi era?”. Diana Perrone? “Sì, la figlia del comproprietario del Messaggero, coinvolta nella vicenda da Marino Clavo, con cui divideva un appartamento. Tutti al giornale sapevano che era successo perché suo padre veniva ricattato”. Da chi? “Il Messaggero aveva fatto la campagna divorzista. La Dc sconfitta al referendum, aveva deciso di sbarcare i Perrone e trovò il punto debole nella figlia vicina ai violenti. Ferdinando vendette il suo 50 per cento a Rusconi, cacciato subito in quanto ‘clerico-fascista’. Poi subentrò la Montedison, il giornale entrò in area socialista, garantito da Italo Pietra, amico di Francesco De Martino. Morale? Un caso tragico di nevrosi borghese: la figlia di un miliardario coinvolta in un modo o nell’altro nell’incendio della casa di un netturbino, in cui muoiono due innocenti, si redime con la castrazione del babbo. La meglio gioventù”.

    Marina Valensise su il Foglio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Sofri dice...

    ....la sua

    Sabato e domenica, per due sere di seguito, la tivù francese – su due reti diverse ha dedicato due talk-show a Carlos, l’ex terrorista più ricercato del mondo oggi detenuto nel carcere di Chateauroux. Lo spunto era il libro scritto dalla sua compagna, l’avvocato Isabelle Coutant-Peyre, che ha sposato Carlos in carcere dopo esserne stata il difensore, ed era in studio assieme ad altri ospiti. Per un italiano, la cosa impressionante, era la distanza tra la gravità delle cose che si discutevano e la leggerezza dei toni e dei modi. Oltre a scontare una condanna all’ergastolo per l’uccisione di due poliziotti francesi, Carlos è ritenuto responsabile di molti attentati e stragi in Francia e nel resto del mondo, tra gli anni Settanta e Ottanta, rivendicati in nome delle ragioni del popolo palestinese o della rivoluzione comunista. Le immagini tremende delle stragi erano mostrate durante la ricostruzione televisiva. Lo stesso Carlos, in una eccezionale intervista telefonica concessa ad uno dei talk-show, si mostrava una persona disumana, anacronistica e odiosa anche all’orecchio più cinico. Le sue risposte: “mi considero un rivoluzionario professionista”, “di 1500 persone che sono state uccise nelle nostre azioni – circa 1500, ma meno di duemila sicuramente – neanche un decimo può essere considerato
    ‘innocente’, e quando si combatte muoiono sempre degli innocenti”; “quando si uccidono degli innocenti non si può certo essere contenti, ma perché condannarlo?”; “bin Laden è un uomo da ammirare, che ha costruito una squadra che l’ha messa nel culo al grande Satana”; “quando sono crollate le torri, ho gridato ‘Allah è grande’”; “la mia prigionia è solo una questione di rapporti di forza”; “Fidel Castro è il più grande rivoluzionario del mondo”.

    Di un uomo così, si parlava; di stragi e assassinii così. Eppure, erano lo sfondo per discutere la legittimità della detenzione di
    Carlos.
    Secondo Isabelle Coutant-Peyre, i modi con cui Carlos è stato catturato in Sudan e portato in Francia, i modi in cui è stato processato, il regime rigido di detenzione cui è sottoposto, sarebbero illegali. In termini di diritto, la discussione c’è: e in tivù c’è stata, con andamento sereno e lieve. Isabelle Coutant-Peyre è una signora elegante, spiritosa, che suscitava simpatia ai conduttori e agli altri ospiti. In uno dei due programmi discuteva con l’avvocato dei parenti delle vittime di Carlos, su posizioni ovviamente opposte: eppure c’erano un rispetto e persino una familiarità tra i due sorprendenti. La signora lasciava lo studio applaudita dal pubblico, come ogni altro ospite.
    C’è voluta questa doppia esperienza televisiva per farmi capire qualcosa di come mai io e molti altri abbiamo trovato intollerabili i modi di parte della stampa e degli intellettuali francesi sulla questione dell’estradizione di Cesare Battisti.
    Il rapporto con la forma e con la sostanza che abbiamo in Italia è completamente diverso. Qui non si può discutere di ciò che riguardi un assassino o che riguardi qualsiasi grave tema senza sentirsi obbligati a un atteggiamento adeguato, che non lasci dubbi di indulgenza, che bilanci ogni apertura sui principi, sul senso, sulla correttezza (capiterà anche a me, in questo articolo). Per molti quell’atteggiamento diventa prevalente sui principi, sul senso, sulla correttezza. In Francia è molto più consueto che ci si dedichi a questioni di diritto, di principio, di giustizia e umanità, senza la preoccupazione di ferire nessuno, e neanche se stessi. Nessuno in quegli studi televisivi ha temuto di mettersi dalla parte di un assassino, di avallare le cose di cui è responsabile: niente di questo era in discussione. Risultato: un dibattito chiaro, tutto sul merito; ma anche spiacevole, a momenti, insensibile. Per noialtri. Qualcosa del genere è successo con Battisti. La cui questione ha due aspetti sostanziali e uno formale: i francesi si sono dedicati a quelli sostanziali, e hanno trascurato ogni esibizione di sensibilità nei confronti delle cose orrende per cui Battisti è stato condannato.
    Il primo è la scelta politica francese di consentire a quelli come Battisti di vivere in Francia, che non dovrebbe essere rinnegata; l’altro è la scelleratezza –assai comune, ma adesso stiamo parlando di Battisti – di mettere in galera per un reato commesso venti anni fa, una persona che ha una vita normale, una famiglia, non vive in Italia, col risultato di infliggere solo un dolore e un’incosciente punizione a lui e ai suoi, e destinare alla vergogna e all’inutilità del carcere un uomo che non è più pericoloso per nessuno. Riabilitazione, deterrenza, sicurezza: nessuna delle ragioni legate a un uso della reclusione di qualche senso compare in questo caso. Poi c’è l’aspetto formale, irrilevante giudiziariamente e politicamente, ma che grava sulla discussione.
    Sull’orrore degli omicidi per cui è stato condannato e delle loro ancor più ributtanti motivazioni – di cui ha raccontato puntualmente Marco Imarisio sul Corriere, – Battisti ha scelto di dire cose ambigue. Anzi, rispetto alla sua condanna e alla sua condizione, ha deciso di comportarsi in modi che suonano assai sgradevoli non solo ai parenti delle vittime. I suoi difensori francesi adottano la stessa linea: ha una vita normale qui, sono passati vent’anni, quindi non deve andare in galera, qualsiasi cosa abbia fatto (non parlo dei deliri a proposito della giustizia berlusconiana e del periodo rivoluzionario, che hanno già avuto quel che meritavano da Mario Pirani, Barbara Spinelli e dal direttore del Foglio). Per la sensibilità dei commentatori italiani, è come se fossero entrati cinque elefanti francofoni in una vetreria di Murano. Con il risultato che un simile modo di porre la questione fa fare quattro passi indietro a ogni discussione equilibrata sui fuggiti in Francia, portando anche persone come Pirani e Spinelli su posizioni intransigenti (Pirani ha giudicato “desolante” la scarcerazione di Battisti in attesa del giudizio sull’estradizione, oltre a citare un responsabile delle inchieste di quegli anni come fonte imparziale sulla condanna di Battisti). I peggiori danni a una discussione sensata sull’inutile e prepotente detenzione degli ex terroristi li hanno fatti Battisti e i suoi difensori più accesi. Quelli per cui la forma non conta niente.
    Arriviamo a noi, quelli per cui non conta niente la sostanza. Da noi la legge e la giustizia le applichiamo in base a sentimenti personali, rancori, affinità, piuttosto che secondo logica, umanità ed efficacia. Nell’applicazione della legge non scegliamo quel che è buono per la comunità, ma gli umani sentimenti degli intervistati. Confondiamo la decisione di un tribunale con il perdono, come hanno fatto non solo Luciano Violante, ma persino Miriam Mafai e Walter Veltroni (che un giudice mandi Priebke a casa sua non ha niente a che fare con il fatto che qualcuno lo perdoni o no, ci mancherebbe; e lo stesso per Battisti). Pretendiamo di usare nelle scelte giudiziarie e politiche la stessa disumanità sbrigativa degli assassini con cui abbiamo a che fare, e di fronte al dubbio sul dolore e la violenza di togliere un uomo alla sua famiglia e metterlo inutilmente in galera, rispondiamo rinfacciando il dolore che ha causato lui, e ci mettiamo sul suo stesso piano: mettiamo l’esecuzione della legge sullo stesso piano dell’esecuzione di un omicidio. Nemmeno il rispetto per noi stessi ci trattiene. Non intendiamo la legge come un sistema di utilità comune, ma come un corpo di emozioni e umori. E chiediamo l’estradizione e la galera non già perché serva a qualcosa, ma perché una persona ci sta antipatica, perché non chiede scusa, per le ignoranti ragioni dei suoi difensori, perché è scappato, perché fa lo scrittore e persino perché vive a Parigi. Eccolo, l’uso personale della giustizia.

    Luca Sofri su il Foglio di giovedì 11 marzo

    saluti

 

 

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