....maggioranza responsabile

La scelta di ritirare le truppe spagnole dall’Iraq, che all’inizio sembrava aver riscosso un ampio consenso nella sinistra di quel paese, comincia a far riflettere.
Il quotidiano El País, una specie di Repubblica iberico, ha pubblicato ieri due articoli pieni di se e di ma.
Carlos Mendo, in un pezzo intitolato “Decisión popular, pero equivocada”, sostiene ironicamente che, “in attesa delle reazioni della Corea del Nord, l’unico entusiasmo delle cancellerie del mondo per l’annuncio del ritiro delle truppe dall’Iraq, proviene dall’Avana”.
Da questo si passa alla richiesta a José Luis Rodríguez Zapatero di “riflettere” sulle reazioni tiepide di Francia e Germania e sul “silenzio strepitoso dei paesi arabi e musulmani”.
Secondo Mendo, ne consegue che la Spagna non può attendersi alcuna solidarietà europea se si troverà nuovamante in conflitto con il Marocco, come accadde l’anno scorso per l’isolotto di Perejil, “in contrasto con il deciso appoggio di Washington” registrato allora. Mendo difende Zapatero dall’accusa di aver ceduto al ricatto di al Qaida, sostiene che “tutti sanno che l’impegno al ritiro era precedente all’attentato di Madrid”, ma conclude che se il suo impegno col popolo spagnolo era sincero, ciò non significa che debba essere irrevocabile.
Scrive questo citando Franklin Delano Roosevelt, che vinse la campagna elettorale del 1940 promettendo la neutralità americana nella guerra mondiale, e invitando Zapatero a non scegliere la via dell’impossibile appeasement di Neville Chamberlain ma quella combattiva di Winston Churchill, perché qui si vede la differenza “tra un politico e uno statista”. Un ragionamento più sottile si trova nell’editoriale di Josep Ramoneda, che pone la domanda “Retirar las tropas o cambiar la politica?”, alla quale risponde, dopo aver sciorinato tutti gli argomenti contro la politica dell’amministrazione americana, in modo ambiguo: “Lasciare l’Iraq si può fare solo in chiave di coesione europea… in fondo il ritiro ha più che altro un valore simbolico. L’importante è promuovere una diversa politica per la ricostruzione dell’Iraq e per combattere il terrorismo”. Se l’importante è la politica e non il ritiro delle truppe evidentemente uno spazio per discutere con l’America, senza la quale o contro la quale nessuno può pensare seriamente di combattere il terrorismo internazionale, resta aperto.

Di questa tendenza più riflessiva sui rapporti tra il vecchio continente e l’America si trova traccia persino nel lunghissimo articolo sul Monde che segna il ritorno dell’ex premier francese Lionel Jospin sulla scena politica. Beninteso, Jospin non rinuncia alla critica della politica americana, ma lo fa con un tono, quello dell’amicizia serena richiamata nel titolo del suo articolo, che non somiglia affatto ai furori antiamericani sbandierati nelle piazze. Scrive agli Americani che “se noi non abbiamo voluto il vostro intervento in Iraq, applaudiamo il vostro successo. Come amici, come alleati, come democratici, sappiamo bene che ora una vostra sconfitta sarebbe una sconfitta più larga”, dopo aver riconosciuto che “voi non potete lasciare l’Iraq in condizioni che smentiscano i vostri obiettivi dichiarati: la democrazia nel paese, una stabilità maggiore nella regione”. Conclude con una considerazione che sembra criticare nello stesso modo gli eccessi di polemica della Casa Bianca e dell’Eliseo, il “grigiore di potenza” degli uni, la “nostalgia” degli altri.

saluti