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Discussione: Declino in vista?

  1. #1
    Paul Atreides
    Ospite

    Predefinito Declino in vista?

    Che l'attuale sia un'epoca ''costituente'' per quanto riguarda la teoria delle relazioni internazionali è evidente almeno dal 1989. Sia la prima ''guerra cosmopolitica'' [Zolo], ovvero il conflitto con l'Iraq del '91, sia l'aggressione alla Serbia nel '99 [definita ''guerra costituente'' da Mortellaro] lo dimostrano. E senza contare la situazione innescata dall'11 settembre.

    In questa fase di profonda ristrutturazione degli equilibri internazionali, è convinzione diffusa che a trionfare sia un mondo ''unipolare'' basato sull'egemonia statunitense.

    Il nuovo testo di Immanuel Wallerstein, il teorico della ''economia-mondo'', dice cose diverse e sin dal titolo che è ''Il declino dell'America'' [ma il titolo originale è molto più efficace ''The decline of american power''], Feltrinelli, 2004.

    Fedele al suo approccio ''braudeliano'', quindi incentrato sulle analisi di ''lungo periodo'' e sul concetto di ''lunga durata'', Wallerstein individua il lento declinare degli Usa come potenza mondiale sin dagli anni '70, a seguito del Vietnam [e nonostante il geniale - per la politica statunitense - colpo di coda di Nixon che nel 1971 distaccò unilateralmente il dollaro dalla base aurea].

    All'eventuale lettore del testo, il piacere di scoprire i perchè di tale declino.

  2. #2
    suum cuique
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    Predefinito

    si ma la preoccupazione rimane perché questi ragionano alla
    "muoia Sansone con tutti i filistei"

  3. #3
    Paul Atreides
    Ospite

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    Caro Otto, credo che la questione sia assai più complessa. Il fatto è che la storia statunitense resta ai più sconosciuta, mentre un anti-americanismo motivato e privo di troppe scorie ideologiche dovrebbe basarsi innanzitutto su di una conoscenza non approssimativa della storia yankee.

    Non a caso, il testo di Wallerstein parte da quel vero punto di svolta che fu la guerra civile, al fine di descrivere la parabola della potenza statunitense.

    Ciao

  4. #4
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    Predefinito

    Dal sito http://www.feltrinelli.it/

    Il declino dell'America
    Immanuel Wallerstein

    Traduzione: Mauro Di Meglio
    Collana: Campi del sapere
    Pagine: 268
    Prezzo: Euro 25


    Introduzione - Il sogno americano tra passato e futuro

    L’11 settembre 2001 ha rappresentato un momento drammatico e sconvolgente nella storia americana. Non si è trattato, tuttavia, dell’inizio di una nuova epoca, ma solo di un evento significativo in una traiettoria che ha avuto inizio molto tempo prima, e che continuerà per molti decenni ancora; un lungo periodo che possiamo definire come il declino dell’egemonia degli Stati Uniti in un mondo caotico. In questa prospettiva, l’11 settembre ha scosso le nostre coscienze, ma in troppi hanno contrapposto solo rifiuto e rabbia. Gli americani dovrebbero reagire con tutta la lucidità e l’equilibrio di cui dispongono. Dobbiamo tentare di preservare i nostri migliori valori e accrescere la nostra sicurezza, pur nel mezzo di trasformazioni fondamentali del sistema-mondo – trasformazioni su cui possiamo incidere ma che non possiamo controllare. Abbiamo bisogno di unirci ad altri, che stanno altrove, per costruire, o meglio ricostruire, il mondo nel quale desideriamo vivere.
    I politici americani amano richiamarsi al sogno americano. Il sogno americano esiste, e la maggior parte di noi lo ha interiorizzato. È un buon sogno. È anzi talmente buono che in tanti, nel mondo, lo augurano per sé. Ma qual è questo sogno? Il sogno americano è il sogno delle possibilità umane, di una società in cui tutti gli individui vengono incoraggiati a fare del proprio meglio e a raggiungere tutto ciò che possono, venendo ricompensati con una vita confortevole. È il sogno in cui nessun ostacolo verrà eretto sulla strada verso la realizzazione individuale. È il sogno in cui la somma dei successi individuali sarà di enorme vantaggio per tutti – una società in cui regnano libertà, eguaglianza e reciproca solidarietà. È il sogno in cui noi siamo il punto di riferimento di un mondo che soffre della propria incapacità di realizzarlo.
    Ma naturalmente si tratta di un sogno; che, come tutti i sogni, non è una rappresentazione fedele della realtà. Esso rappresenta però i nostri desideri inconsci e i nostri valori fondamentali. I sogni non sono analisi scientifiche, ma ci offrono intuizioni. E tuttavia, per comprendere il mondo in cui viviamo, è necessario andare al di là dei sogni, e rivolgerci con attenzione alla nostra storia – la storia degli Stati Uniti, la storia del sistema-mondo moderno, la storia degli Stati Uniti nel sistema-mondo. Non tutti sono disposti a farlo. Talvolta temiamo che la realtà possa risultare sgradevole, o comunque meno piacevole di quella dei nostri sogni. Alcuni tra noi preferiscono guardare al mondo con ottimismo.
    Si sarebbe potuto pensare che gli eventi dell’11 settembre avrebbero fatto a pezzi le illusioni. E per molti è stato senz’altro così. Ma l’amministrazione Bush ha fatto del proprio meglio per impedirci di guardare con equilibrio a quanto è avvenuto, in modo da realizzare un progetto che precede quegli eventi, e che di questi si serve come pretesto per imporlo. Il mio intento è dunque quello di descrivere brevemente due cose: ciò che ritengo sia, alla luce della storia, il significato dell’11 settembre; e ciò che ritengo sia il progetto dell’amministrazione Bush. Credo che l’11 settembre abbia imposto alla nostra attenzione cinque elementi che caratterizzano gli Stati Uniti: i limiti della loro potenza militare; l’intensità del sentimento anti-americano nel resto del mondo; le ricadute negative dell’euforia economica degli anni novanta; le pressioni contraddittorie del nazionalismo americano; e la fragilità della nostra tradizione in materia di libertà civili. Nessuno di questi aspetti è in sintonia con il sogno americano così come lo abbiamo immaginato. E le politiche dell’amministrazione Bush stanno inasprendo le contraddizioni.
    Consideriamo innanzitutto la situazione militare. Gli Stati Uniti – come tutti, a ragione, sostengono – sono oggi, e di gran lunga, la più forte potenza militare al mondo. E tuttavia, una banda eterogenea di credenti fanatici, con pochi soldi a disposizione e con una dotazione militare persino inferiore, è stata in grado di sferrare un pesante attacco sul territorio statunitense, uccidendo alcune migliaia di persone e distruggendo o danneggiando alcuni tra i più importanti edifici a New York e Washington. L’attacco è stato audace oltreché efficace. Certo, è possibile etichettare questi individui come "terroristi", lanciando poi una "guerra al terrorismo". Ma prima di ogni altra cosa bisognerebbe rendersi conto che, dal punto di vista militare, l’11 settembre non sarebbe mai dovuto accadere. A distanza di un anno, i responsabili non sono stati catturati. E la principale risposta militare è stata l’invasione dell’Iraq, un paese che nulla ha avuto a che fare con l’attacco dell’11 settembre.
    I sentimenti anti-americani non sono affatto nuovi. Sono anzi sentimenti diffusi, e lo sono da quando gli Stati Uniti divennero, dopo il 1945, la potenza egemone del sistema-mondo. Sono una reazione contro i detentori del massimo potere e contro l’arroganza che sembra quasi inevitabilmente accompagnarli. Talvolta, questi sentimenti anti-americani sono comprensibili; talvolta, irrazionali e ingiustificati. Quest’ultima possibilità fa parte del gioco. Ma, in fin dei conti, per gli Stati Uniti non hanno rappresentato a lungo un intralcio significativo. Da un lato, essi sono stati compensati dall’opinione di significativi gruppi di individui, in particolare nei paesi che gli Stati Uniti consideravano alleati, secondo cui gli Stati Uniti stavano svolgendo una necessaria funzione di leadership e di difesa dei loro valori nel sistema-mondo. Per costoro, il potere americano era legittimo perché era al servizio dei bisogni del sistema-mondo nel suo insieme. Persino nelle zone del mondo povere e oppresse, era spesso presente il sentimento per cui, malgrado gli aspetti negativi del potere americano, vi fosse in esso un aspetto positivo, che si esprimeva nella realizzazione di alcuni valori universalistici.
    L’11 settembre ha dimostrato che, malgrado questi sentimenti, l’intensità della rabbia era forse superiore a quanto gli Stati Uniti avessero mai riconosciuto. Certo, ovunque nel mondo, la reazione immediata dei più è stata di vicinanza e di solidarietà con gli Stati Uniti; ma appena un anno dopo quella vicinanza e quella solidarietà sembrano dissolversi, mentre le espressioni di rabbia restano inalterate.
    Nel corso degli anni novanta, gli Stati Uniti sembravano aver conseguito risultati economici eccezionali – un’elevata produttività, un mercato azionario in rapida espansione, una bassa disoccupazione, una bassa inflazione e l’estinzione di un enorme debito statale, con la creazione di un avanzo assai cospicuo. Nel complesso, gli americani hanno inteso tutto ciò come una conferma del loro sogno, delle politiche economiche dei loro leader, e come promessa di un futuro di eterno splendore. È ormai evidente che questo non era un sogno ma un’illusione, e per di più un’illusione pericolosa.
    L’11 settembre non ha costituito la principale causa delle successive difficoltà economiche degli Stati Uniti, sebbene le abbia senza dubbio aggravate. A generare il declino delle prospettive economiche americane è il fatto che la prosperità degli anni novanta (o meglio, soprattutto degli ultimi anni novanta) è stata sotto molto aspetti solo un’illusione sostenuta artificialmente, come le rivelazioni sull’avidità delle grandi imprese hanno palesato. Tuttavia, le ragioni del declino sono in realtà ancora più profonde. Dagli anni settanta, l’economia-mondo si trova in una lunga fase di stagnazione economica relativa. Una delle cose verificatesi in questo periodo, come in ogni epoca di stagnazione, è che ciascuna delle tre zone economicamente forti – Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone – ha cercato di trasferire sulle altre due le perdite. Negli anni settanta fu l’Europa a conseguire ottenere risultati relativamente buoni. Negli anni ottanta il Giappone. E negli anni novanta è stata la volta degli Stati Uniti. Ma in nessuno di questi periodi l’economia-mondo, considerata nel suo insieme, ha conseguito buoni risultati. E in tutto il mondo le tribolazioni economiche sono state enormi. Ci troviamo ora nella fase conclusiva di questa lunga spirale discendente, e il dilagare dei fallimenti permetterà all’economia-mondo di avviare una nuova fase di crescita. Non è affatto scontato, e nemmeno probabile, che gli Stati Uniti sapranno far meglio dell’Europa occidentale e dell’Asia orientale in questa espansione. A dar forma all’attuale politica americana è un insieme di paure recondite su un futuro economico non proprio eccellente.
    Il quarto problema è la natura storica del nazionalismo americano. Gli Stati Uniti non sono né più né meno nazionalisti della maggior parte degli altri paesi. Ma le instabilità del loro nazionalismo, in considerazione del loro passato ruolo di potenza egemonica, possono causare danni più gravi di quelli della maggior parte delle altre nazioni. Il nazionalismo americano ha assunto due forme diverse. La prima di esse è la chiusura, lo scivolare nella Fortezza America, in breve ciò che abitualmente chiamiamo isolazionismo.
    Ma gli Stati Uniti sono sempre stati anche una potenza espansionista – dapprima nello stesso continente americano, poi nei Caraibi e nel Pacifico. E l’espansione implica la conquista militare – che si tratti degli indiani d’America, dei messicani o dei filippini. Hanno conseguito la giusta dose di successi (la guerra messicana, la seconda guerra mondiale, la maggior parte delle campagne contro gli indiani) e la giusta dose di sconfitte o di risultati quanto meno controversi (la guerra del 1812, il Vietnam). Sotto questo aspetto, i nostri risultati non sono peggiori di quelli delle altre principali potenze militari. Come è ovvio, nessun paese ama parlare delle proprie sconfitte, a meno che ciò non sia inevitabile. Le sconfitte tendono a essere ridefinite attribuendole alla debolezza di leader smidollati. Questa tesi del "tradimento" è alla radice della versione militarista e machista del nazionalismo americano, che raccoglie peraltro un ampio consenso tra la popolazione.
    L’isolazionismo e il militarismo machista sono in apparenza assai diversi, ma condividono lo stesso atteggiamento di fondo nei confronti del resto del mondo, gli "altri" – paura e disprezzo, assieme alla convinzione nella purezza del "nostro modo di vivere", che non andrebbe contaminato intervenendo in meschine contese altrui, a meno di non essere in grado di imporglielo. Non è poi difficile per i nazionalisti alternare una posizione isolazionista a un militarismo machista, sebbene le implicazioni politiche di breve termine di ciascuna posizione possano essere, in particolari situazioni, assai diverse. L’11 settembre sembra aver fortificato entrambi i versanti di questo atteggiamento contraddittorio. E naturalmente, come accade ogni qualvolta il paese sembra trovarsi sotto attacco, nel complesso l’11 settembre ha reso le altre voci assai esitanti.
    Vi è, infine, la nostra tradizione di libertà civili. In astratto assai gloriosa, essa è in pratica assai fragile. L’aver saggiamente emanato il Bill of Rights, la dichiarazione dei diritti, sotto forma di emendamenti alla Costituzione fu ciò che li rese più resistenti alle maggioranze transitorie che li avrebbero ignorati o platealmente violati. E ciò nonostante, queste libertà sono state continuamente violate – in modo sfacciato, come nel caso della sospensione dell’habeas corpus da parte di Lincoln, dei Palmer raids1 o dell’internamento di nippo-americani da parte di Roosevelt; o in modo meno palese, ma non per questo meno grave, con le reiterate azioni illegali da parte degli organismi federali (il Dipartimento di Giustizia, l’FBI, la CIA), per non dire delle agenzie locali. La Corte Suprema, che dovrebbe essere il baluardo di questi diritti costituzionali, li ha difesi in modo estremamente discontinuo, e niente affatto credibile.
    L’11 settembre ha offerto all’amministrazione Bush una miniera di argomenti a sostegno delle cinque questioni già presenti in agenda. Non sto qui lanciando accuse paranoiche di cospirazione. Mi limito a osservare che l’amministrazione Bush si è precipitata a trarre vantaggio dalla situazione, per realizzare quel programma che già prima dell’11 settembre aveva in mente e nel cuore. Il declino militare è stato affrontato con uno straordinario aumento delle spese militari. Se ciò si rivelerà un enorme spreco – o, peggio, militarmente controproducente – è ancora da vedere. Quel che è certo è che questa espansione non è stata l’esito di un’analisi ponderata e di una attenta valutazione politica nazionale.
    Con l’invasione dell’Iraq, la moderna tecnologia militare a nostra disposizione viene per la prima volta messa alla prova. Credo che questa invasione, lungi dal legittimare e dall’accrescere la potenza militare degli Stati Uniti, sul breve, medio e lungo periodo, finirà con l’indebolirla gravemente. Ma, sotto questo aspetto, l’attuale amministrazione Bush non è affatto disposta al confronto, limitandosi a esprimere pubblicamente il proprio biasimo per la rinascita dei "McGovernites"2 e per "gli uomini del vecchio Bush" (ossia per il padre dell’attuale presidente e per tutti i suoi più stretti consiglieri – Brent Scowcroft, James Baker, Lawrence Eagleburger). "Avanti tutta" è il motto dell’attuale amministrazione, perché un rallentamento li farebbe apparire ridicoli, e un fallimento futuro è politicamente meno dannoso di un fallimento immediato.
    Va riconosciuto che l’amministrazione Bush sta affrontando i sentimenti anti-americani nel mondo in modo originale. Le politiche seguite li accrescono e ne facilitano la diffusione a tutti quei gruppi che hanno finora resistito a essi – i nostri amici e alleati, che potremmo ben presto ritrovarci a definire ex amici ed ex alleati. È raro che le grandi potenze si confrontino con gli altri, ma di solito almeno fingono di farlo. Per l’amministrazione Bush, il confronto sembra implicare l’annuncio: ecco ciò che stiamo per fare; siete con noi, o contro di noi? E a ogni risposta che solleva obiezioni sul buon senso o l’opportunità di una specifica proposta, l’amministrazione Bush sembra in fondo dire: possiamo infierire ancora un po’ su di voi?
    Sul fronte economico, Bush e i suoi consiglieri professano un inguaribile ottimismo, una non interferenza del governo e la tesi secondo cui ogni eccesso in materia sia da addebitare a Clinton. Sembrano ritenere che l’11 settembre avvalori questa posizione. E non sembrano affatto interessati a una lucida valutazione dell’attuale realtà economica, e ancor meno a una prospettiva storica di più lungo termine. Al versante economicamente conservatore della loro coalizione hanno concesso la riduzione delle tasse e la cancellazione di ogni misura a difesa dell’ambiente. Queste scelte sono ora dogmi indiscussi, dal momento che i conservatori economici sono in genere "gli uomini del vecchio Bush"; i quali, essendo per il resto assai scontenti dell’attuale amministrazione, non possono essere inimicati ulteriormente. Ma, naturalmente, la riduzione delle tasse rende impossibile quel genere di misure di New Deal necessarie a portare gli Stati Uniti fuori dalla profonda deflazione verso cui si stanno velocemente dirigendo.
    È evidente che l’amministrazione Bush spera che il proprio militarismo machista permetta di compensare elettoralmente la triste condizione dell’economia americana. Pertanto, a tutte le ragioni per le quali Bush e i suoi consiglieri ritengono che gli Stati Uniti dovrebbero sfidare l’intero "asse del male", va aggiunto l’aspetto rozzamente politico: il presidente di un paese in guerra raccoglie consensi, per sé e per il proprio partito. Questo non è sfuggito a Karl Rowe, principale consigliere politico di Bush. Ed è ragionevole supporre che queste considerazioni politiche conserveranno un ruolo rilevante nel processo decisionale.
    Quanto alle libertà civili, è dai tempi dello scellerato tentativo di A. Mitchell Palmer durante l’amministrazione Harding che non si assisteva a un assalto alle libertà civili talmente aperto e spudorato da parte di un ministro della Giustizia. E inoltre, questa amministrazione sembra determinata a non subire alcun tipo di limitazione da parte dei giudici. Se anche la Corte Suprema dovesse deliberare all’unanimità, nove a zero, a suo sfavore, il che è estremamente improbabile, troverebbe il modo per eludere e sfidare quelle limitazioni. Ci attende un pessimo periodo.

    Questo libro è strutturato in modo semplice, ed è composto di tre parti.
    Nella prima parte, scritta e originariamente pubblicata nel 2002, espongo la mia tesi: gli Stati Uniti sono una potenza egemone in declino, e l’11 settembre ne costituisce un’ulteriore dimostrazione. La seconda parte è costituita da una serie di saggi che indagano la differenza tra la retorica e la realtà che circonda le principali parole di moda nell’attuale discorso politico: il ventesimo secolo, globalizzazione, Islam, gli "altri", democrazia, intellettuali. Tutti questi saggi sono stati scritti prima dell’11 settembre, e gran parte sotto forma di conferenze o relazioni a convegni. E tuttavia non cambierei una sola parola. Un altro saggio, scritto invece dopo quegli avvenimenti, discute del modo in cui gli Stati Uniti vedono il mondo. È, in questo senso, un appello alla riflessione.
    Infine, la terza parte tratta di ciò che è possibile fare di fronte alla difficoltà del mondo in cui ci troviamo. I primi due saggi, entrambi scritti prima dell’11 settembre, discutono di quello che credo sia il programma che la sinistra dovrebbe oggi portare avanti, negli Stati Uniti e nel mondo. Gli ultimi due, scritti dopo l’11 settembre, affrontano quelle che, a mio avviso, sono oggi, da un punto di vista politico, le questioni cruciali. Che cosa significa oggi essere antisistemici? E quale futuro attende l’umanità?
    In questo libro seguo la mia idea secondo cui tutti noi siamo impegnati in un triplice compito: il compito intellettuale di analizzare criticamente e lucidamente la realtà; il compito morale di decidere quali sono oggi i valori a cui dobbiamo assegnare la priorità; e il compito politico di decidere in che modo possiamo contribuire direttamente a rendere più probabile che, dall’attuale caotica crisi strutturale del sistema-mondo capitalistico, il mondo vada in direzione di un sistema-mondo diverso che sia sensibilmente migliore, invece che peggiore, di quello attuale.

  5. #5
    Paul Atreides
    Ospite

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    Prendo spunto dal testo di Wallerstein, per postare qualche riferimento bibliografico ed altre riflessioni sparse. Ovviamente, con calma

    Innanzitutto, un testo fondamentale, a mio avviso, sulla nascita degli Usa, ovvero Francis Jennings, ''La creazione dell'America'', Einaudi, 2003, pp. 362, € 30.

    Inutile tentare di riassumere la ricchezza di questo libro. Va semplicemente letto. Unico presupposto metodologico: per essere apprezzato in pieno richiede una conoscenza non troppo superficiale della storia e delle istituzioni inglesi, almeno dal ''Bill of Rights'' [ps. nel testo precedentemente postato da Tomàs, Wallerstein usa l'espressione ''Bill of Rights'', ma in modo a mio parere errato, perché le dichiarazioni americane del '76 - della Virginia e d'indipendenza - si discostano radicalmente dalla tradizione inglese. Inoltre va aggiunto che originariamente la Costituzione americana del 1787 non prevedeva alcun ''catalogo'' dei diritti, che vennero inseriti successivamente in forma di emendamenti alla Costituzione]

  6. #6
    Paul Atreides
    Ospite

    Predefinito

    Una osservazione supplementare

    Il testo di Wallerstein NON è ovviamente immune da critiche.

    Tanto per citarne tre:

    1) minimizza all'inverosimile l'aggressione clintoniana alla Serbia, il che depone a sfavore della tenuta complessiva del libro [ovvero, prendersela soprattutto con i falchi neocons è esercizio troppo facile e semplificante]

    2) un capitolo sul razzismo fa davvero pena.

    3) il solito ricettario ''no-global'' con le sue formulette trite e ritrite

  7. #7
    Paul Atreides
    Ospite

    Predefinito

    Sull'avvenimento decisivo dell'Ottocento americano, un testo introduttivo ma chiaro e ricco di notizie è Reid Mitchell, ''La guerra civile americana'', il Mulino, 2003, pp. 173, € 10,50.

  8. #8
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    Predefinito 3d molto interessante

    x cui mi permetto di "ritirarlo su", segnalando che già un anno fa era uscito un saggio molto gustoso dal titolo "DOPO l'IMPERO - la dissoluzione del sistema americano", Marco Tropea Editore, autore il francese Emmanuel Todd.

    Mi sembra abbastanza evidente che gli americoni siano agli ultimi giri, ma temo che abbia ragione Otto : i nostri "amici" accetteranno di sgomberare il campo tra appalusi e fischi, come in fondo han fatto i gerontobabbioni del Cremilino una quindicina di anni fa, ovvero di fronte alla prospettiva di uscire di scena vorranno uscire sparando all'impazzata, in perfetto stile cow-boy ?

    Dubbio che, in un mondo di armi batteriologiche e nucleari, non resta esente da qualche preoccupazione ....

  9. #9
    Crocutale
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    Domandina: e se la decadenza degli USA fosse manovrata da qualcuno che abbia deciso che essi hanno esaurito la loro funzione e devono essere ridimensionati per non fare ombra al futuro governo mondiale?

  10. #10
    kshatrya
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    occhio, un mondo post-USA dominato dai cinesi non è necessariamente una buona prospettiva....

 

 
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