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Discussione: Il processo invisibile

  1. #51
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    E la mafia fece le “primarie”
    Al processo Dell’Utri l’accusa racconta come Cosa Nostra scelse di votare nel ’94 Forza Italia

    Marco Travaglio
    PALERMO
    Come negli stati moderni che si rispettano, anche nell'antistato di Cosa Nostra si tengono, di tanto in tanto, le «primarie». Per scegliere candidati e progetti politici con un certo anticipo sulle elezioni politiche. Accadde, per esempio, nel 1992-1993, quando fu chiaro che i vecchi referenti politici (Dc, Psi e affini) erano ormai bolliti. Bisognava trovarne di nuovi. E alla svelta. È in questi momenti di bisogno che si riconoscono gli amici.
    E Marcello Dell'Utri si fece subito riconoscere, approntando un quattro e quattr'otto un nuovo partito: Forza Italia.
    Sul quale Cosa nostra fece convergere entusiasticamente i suoi voti.
    Ma soltanto dopo aver vagliato attentamente un'opzione alternativa: il partito indipendentista Sicilia Libera, messo in piedi per la bisogna da Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina.
    Opzione poi scartata dal resto dell'organizzazione, a vantaggio del più promettente progetto azzurro: così, alle politiche del '94, «i voti di Cosa nostra confluirono tutti verso Forza Italia. Non per dare consensi a Berlusconi, ma a Dell'Utri, l'ambasciatore dei boss nel suo gruppo».
    È la tesi esposta ieri dal pm Antonio Ingroia nel preambolo all'ultima parte della requisitoria del processo Dell'Utri:
    quella dedicata agli anni 90.

    Bombe alla Standa.
    Ingroia parte dai primi anni 90, quando i magazzini Standa di Catania sono bersaglio di alcuni attentati mafiosi organizzati dalle cosche locali:
    «Sulle prime l'obiettivo è estorsivo, ma ben presto Riina prende in mano la cosa, dandole altri obiettivi di più ampio respiro: farsi sentire con la Fininvest per ricontrattare gli accordi su basi nuove».
    Anche la Rinascente (gruppo Fiat), subisce attentati in quel periodo: ma quello è racket puro, tant'è che i vertici del gruppo pagano il pizzo e gli attentati cessano.
    «La differenza è questa: i vertici Rinascente hanno ammesso l'estorsione. Quelli della Standa (allora controllata da Berlusconi, ndr) invece hanno fornito versioni riduttive e incredibili. Perché quegli attentati avevano finalità segrete e inconfessabili».
    A «comporre la crisi» intervenne - secondo l'accusa - Dell'Utri in persona, che scese in Sicilia, incontrò Nitto Santapaola e siglò un «piano di larghe intese».

    Le due opzioni.
    Nel gennaio 1992 la Cassazione conferma le condanne del maxiprocesso.
    Cosa nostra, che si aspettava il solito annullamento plenario firmato Carnevale, si sbarazza dei vecchi referenti politici, a cominciare da Salvo Lima.
    Pochi mesi dopo, a Milano, Dell'Utri ingaggia un vecchio dc lombardo, Ezio Cartotto, e gli affida in gran segreto uno studio su nuovo soggetto politico: il «progetto Botticelli».
    Intanto, a Palermo, Riina «elabora una nuova politica delle alleanze, studiando la possibilità di altri terminali verso i quali canalizzare il voto mafioso per tutelare gli interessi dell'organizzazione».
    Fra le varie «leghe» meridionali nate in quei mesi, spicca «Sicilia libera», fondata dai boss Bagarella, Cannella, Brusca e i fratelli Graviano: l'ala stragista di Cosa nostra, in contatto con logge deviate. E' l'«opzione indipendentista».
    Intanto, a Milano, prende corpo quella più tradizionale di Dell'Utri.
    «Guarda caso - osserva Ingroia - mentre Cosa nostra cerca nuovi referenti, Dell'Utri, imbraccia una carriera per lui inedita: la politica. S'interessa per un po' a Sicilia Libera, poi si convince che non funzionerà e commissiona un nuovo partito a Cartotto."

    Le primarie di zù Totò.
    «In teoria - osserva Ingroia - Cosa nostra avrebbe dovuto scegliere Bagarella, Brusca, i Graviano a occhi chiusi. Invece li scarica e sceglie Dell'Utri, dopo una consultazione fra i boss: una sorta di “primarie” interne. Dopo due anni, curiosamente, la stagione stragista si conclude a fine del '93, col fallito attentato all'Olimpico di Roma. Come ci ha detto il pentito Giuffrè, proprio in quel periodo va avanti il progetto Dell'Utri-Forza Italia. E Provenzano dice a Giuffrè di avere già avuto delle garanzie per il futuro, vantando ottimi canali col gruppo Berlusconi».
    Alla fine la spaccatura si ricompone:
    «tutti i collaboranti ci dicono che nel '94 Cosa nostra appoggia Forza Italia. E la stessa cosa ci dicono varie intercettazioni telefoniche».

    Forza mafia.
    Il pm focalizza il ruolo cruciale di Dell'Utri, che ribalta i tradizionali rapporti di forza fra mafia e politica:
    «Non è un rappresentante della politica che scende a patti con la mafia, ma un esponente di Cosa nostra che si mette in politica perché glielo chiede Cosa nostra per colmare un vuoto e risolve un problema dell'organizzazione mafiosa».
    In questo senso la vicenda è interessante per il processo: non per criminalizzare un partito («la vicenda politica è l'appendice di una storia trentennale e non è oggetto del processo»), ma per dimostrare che, nella nuova veste, «Dell'Utri rafforzò Cosa nostra».
    Il senatore imputato replica:
    «Farneticanti sceneggiate da film, deliri ridicoli».

    Ma il più affranto è Sandro Bondi:
    «Il Tribunale di Palermo si è trasformato in tribunale politico, in cui i teoremi e le idee politiche di un pm pretendono di scrivere la storia. Quando Ingroia pronuncia il nome di Forza Italia si inchini a un grande fatto morale e politico».
    Poi detta la sentenza:
    «Per fortuna esistono giudici imparziali e indipendenti che ristabiliranno il primato della legge e della verità».

  2. #52
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    Berlusconi, Dell’Utri e il telefono maledetto
    Il pm Ingroia cita una telefonata dell’88 in cui l’attuale premier parla di minacce mafiose.
    Insulti da Bondi


    Marco Travaglio
    PALERMO
    Il 17 febbraio ‘88, alle 9.27, Berlusconi parla al telefono con l'amico immobiliarista Renato Della Valle:
    «Sono messo male fisicamente», piagnucola, «e poi c'ho tanti casini in giro, a destra, a sinistra. Ce n'ho uno abbastanza grosso, per cui devo mandar via i miei figli, che stan partendo adesso per l'estero, perché mi han fatto estorsioni... in maniera brutta».
    Della Valle:
    «Oh, Madonna».
    Berlusconi:
    «Una cosa che mi è capitata altre volte, dieci anni fa, e... sono ritornati fuori».
    Della Valle offre casa sua come rifugio:
    «Eh, va beh, no... hai St. Moritz, se no ti dicevo: se vuoi mandarli anche qui a casa mia, non ci son problemi, eh».
    Berlusconi:
    «Grazie, ma li mando molto più lontano... Sai, siccome mi hanno detto che se, entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me e espongono il corpo in piazza del Duomo... e allora son cose poco carine da sentirsi dire e allora ho deciso: li mando in America e buonanotte».
    Della Valle:
    «Senti, quando è quella scadenza... di quei delinquenti lì che t'han detto...?».
    Berlusconi:
    «Fra sei giorni».

    Un premier muto.
    La telefonata, intercettata in un'inchiesta a carico di Della Valle, è depositata nel processo per mafia a carico di Marcello Dell'Utri a Palermo.
    Ieri il pm Antonio Ingroia l'ha citata per sottolineare quanto sarebbe stato importante che il presidente del Consiglio avesse risposto al tribunale, il 26 novembre 2002, anzichè fare scena muta.
    «Cosa avrebbe dovuto fare Berlusconi entro pochi giorni per soddisfare le richieste della mafia? Non lo sappiamo, come non sappiamo se poi lo fece e che cosa esattamente fece. Solo il presidente Berlusconi avrebbe potuto fornire chiarimenti, se non si fosse avvalso della facoltà di non rispondere. Non ci stancheremo di esprimere il nostro rammarico per quell'appuntamento mancato con la verità».
    Quel giorno l'avvocato Niccolò Ghedini invitò pressantemente il premier a non rispondere «per l'inutilità del suo contributo».

    «Altro che inutilità!», polemizza Ingroia:
    «Questa telefonata di minacce si colloca dopo le elezioni dell’87, quando - secondo i collaboranti - si erano già deteriorati i rapporti fra Cosa Nostra e quegli ambienti del Psi con cui c'era stato un accordo elettorale».
    E questo - secondo il pm - conferma il racconto del pentito Angelo Siino:
    «Cosa Nostra in quel periodo era alla ricerca spasmodica di nuovi referenti politici».
    Ecco perchè, spiega Ingroia, «si rifece sotto con Berlusconi, tramite i propri ambasciatori-mediatori Gaetano Cinà e Marcello Dell'Utri, preceduti dalle solite minacce e dai soliti avvertimenti».

    Un ministro 'traditore'.
    Due anni prima, nel 1986, era esplosa la bomba contro il palazzotto Fininvest di via Rovani, e Berlusconi l'aveva presa sul ridere, pensando a un messaggio «gentile» di Vittorio Mangano.
    «Stavolta invece - osserva il pm - è preoccupato», al punto da mandare Piersilvio in America.
    «Nel 1987 Cosa Nostra vota e fa votare per Claudio Martelli, capolista in Sicilia e futuro ministro della Giustizia, da cui si aspetta una politica più 'garantista', a partire dall'alleggerimento del carcere duro (41-bis). Martelli però tradisce le attese, anzi porta con sè al ministero Giovanni Falcone. Allora i boss decidono di rivolgersi a Dell'Utri e Berlusconi per arrivare a Craxi e ottenere favori».
    Nei primi anni 90 Cosa Nostra si rifà viva con il Biscione con una campagna di attentati alla Standa di Catania, costringendo Dell'Utri - sempre secondo l'accusa - a scendere in Sicilia per «stipulare un accordo con Santapaola».
    Poi Craxi cade sotto i colpi di Mani Pulite: a quel punto - sostiene Ingroia - «toccherà a Dell'Utri entrare direttamente in politica con un nuovo partito che garantisca a Cosa Nostra quei favori che la Dc e il Psi non erano più in grado di offrire».

    Un genio sprecato.
    Nel 1998 Dell'Utri è sul punto di mantenere le promesse:
    «Aveva messo in atto un piano per destabilizzare i pentiti che lo accusavano, e con questo gettare nella polvere i principi su cui si sono basati decine di processi di mafia, a cominciare dal maxiprocesso di Falcone e Borsellino. Un disegno destabilizzante che, se fosse andato in porto, avrebbe rafforzato in modo decisivo il potere dell' organizzazione mafiosa, spazzando via il principio della 'convergenza del molteplice', cioè delle conferme incrociate fra pentiti, sui cui si fonda l'architettura probatoria dei principali processi di mafia».
    Dell'Utri - che per questi fatti è stato rinviato a giudizio in un processo parallelo per calunnia pluriaggravata - puntava a «creare una schiera di falsi pentiti che accusassero con calunnie i pentiti veri: quelli che accusano anche lui, ma non solo lui. Facendo saltare gran parte dei processi di mafia».

    Per Ingroia Dell'Utri s'è rivelato «quasi un mago, perchè era quasi riuscito a risolvere in un colpo solo il suo processo truccando le carte, e contestualmente a delegittimare i pentiti e a mettere in crisi la validità delle loro dichiarazioni, agevolando così l'intera Cosa Nostra. Proprio l'obiettivo che la mafia non era riuscita a ottenere in dieci anni di tentativi. Un genio purtroppo sprecato, perchè quel piano l'abbiamo sventato. Nel '99 il Gip dispose l'arresto di Dell'Utri, anche se poi la Camera lo bloccò».

    Invece di Dell'Utri, al pm risponde Sandro Bondi, coordinatore forzista che ha deciso a sorpresa di non ricandidare Dell'Utri alle Europee:
    «La requisitoria del pm Ingroia è il segno più clamoroso di una giustizia malata e completamente estranea alla civiltà giuridica dell'Italia e dell'Europa. Nel riconfermare la nostra piena solidarietà al sen. Dell'Utri, vittima di una giustizia politica e inumana, torniamo ad invitare il dottor Ingroia, quando parla di Forza Italia, ad avere rispetto di una espressione morale e spirituale di cui non immagina neppure la grandezza».

  3. #53
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    In Origine Postato da MrBojangles
    torniamo ad invitare il dottor Ingroia, quando parla di Forza Italia, ad avere rispetto di una espressione morale e spirituale di cui non immagina neppure la grandezza».
    Qualche forzaitalico del forum ... di buona volontà ... è in grado di spiegarmi la "gradezza" spirituale e morale di cui parla il leccaculo mister Bondi?
    Anticipatamente si ringrazia...

    Al cantar l'uccello...

    B.

  4. #54
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    In Origine Postato da MrBojangles
    Ehi, Ollie!

    La sai l'ultima sui bananas?
    Non farmi soffrire!!! Dimmela!!!

    Oliviero

  5. #55
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    In Origine Postato da Barbanera
    Qualche forzaitalico del forum ... di buona volontà ... è in grado di spiegarmi la "gradezza" spirituale e morale di cui parla il leccaculo mister Bondi?
    Anticipatamente si ringrazia...

    Al cantar l'uccello...

    B.
    É arrivato ad un punto tale che, la parola "leccaculo", per lui é come un Premio Oscar alla Politica!!!

    Oliviero

  6. #56
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    PROCESSO DELL'UTRI RASSEGNA STAMPA WEB 5 6 APRILE 2004
    Inviato da : redazione Mercoledì, 21 Aprile 2004 - 164


    Processo Dell'Utri

    Palermo.
    dal 5 al 6 aprile 2004







    REQUISTORIA

    "Dell'Utri canale di collegamento tra mafia e affari"

    Al processo di Palermo il pm Igroia esclude ogni intento politico: "Ci sono le prove"

    ALFREDO PECORARO

    PALERMO

    Per la Procura di Palermo non ci sono dubbi: Marcello Dell'Utri è "il canale di collegamento" tra la mafia, il mondo economico milanese e il sistema istituzionale. Anzi, il pm Antonino Ingroia ha definito il senatore di Forza Italia "l'ambasciatore di Cosa nostra nel più importante gruppo imprenditoriale del nostro paese". Accuse che "non sono sostenute né da teoremi né da tesi precostituite, ma da prove". I legami tra Dell'Utri e Cosa nostra sono stati al centro della prima udienza delle requisitoria al processo contro l'ex presidente di Pubblitalia, accusato di concorso in associazione mafiosa. Prima di tracciare l'excursus del senatore il pm Ingroia ha però messo subito le carte in tavola, con lo scopo, probabilmente, di stoppare sul nascere le grida al complotto e i sussulti del centrodestra contro la magistratura rossa che perseguita Berlusconi. "Non è questo un processo politico - esordisce Ingroia davanti al giudice della seconda sezione del Tribunale di Palermo, Leonardo Guarnotta - ma il processo al senatore Dell'Utri accusato di avere fornito nel tempo un rapporto consolidato con Cosa nostra alla quale ha fornito appoggi". "Non è dunque - rimarca - il processo a Silvio Berlusconi né a Forza Italia".

    "In questi anni abbiamo assistito a comportamenti sleali, con affermazioni gravi dette fuori da questa aula, dove il pm non può replicare", ricorda il pm. Che aggiunge: "Adesso lo possiamo dire, il presidente Berlusconi non è stato mai imputato, né virtualmente, né occultamente". Semplicemente: "E' stato in passato indagato dalla procura per un atto dovuto, per il quale sono state svolte indagini e alla fine è stata chiesta ed ottenuta l'archiviazione". Sennonché, "per aver fatto il loro dovere i magistrati di Palermo hanno subito i peggiori insulti", aggiunge Igroia. Proprio il premier, invece, avrebbe potuto aiutare i magistrati a fare luce su alcuni punti oscuri quando la Procura si spostò a palazzo Chigi per ascoltarlo, ma in quell'occasione si avvalse della facoltà di non rispondere perché citato come teste di reato connesso collegato archiviato. "Allora - dice Ingroia - ci saremmo attesi che Berlusconi desse alcuni chiarimenti su alcuni buchi neri, come quello dell'assunzione di Vittorio Mangano", l'ex stalliere di Arcore condannato per mafia, "il buco nero del suo allontanamento" e "i buchi neri sui bilanci delle holding Fininvest".

    Secondo la Procura i rapporti di Dell'Utri con Cosa nostra sarebbero iniziati negli anni `60 e proseguiti, "in forma non contingente ed occasionale", fino al `95. Insieme alle intercettazioni telefoniche, i presunti contatti con i boss, l'amicizia con il capomafia Vittorio Mangano e i flussi di denaro sporco descritti dall'imprenditore Filippo Alberto Rapisarda, Ingroia ha ricordato le dichiarazioni di 42 collaboratori di giustizia, da Tommaso Buscetta, fino all'ultimo pentito, Nino Giuffrè. I pm hanno citato i rapporti tra Dell'Utri e Cinà, che si erano conosciuti nella società di calcio "Bacigalupo" di Palermo, le minacce di sequestro ricevute da Berlusconi, le presunte rassicurazioni che sarebbero state fornite dal boss Stefano Bontate e la conseguente assunzione nella villa di Arcore di Vittorio Mangano. Quindi gli interventi speculativi nel centro di Palermo con la presunta intermediazione di Cinà tra Totò Riina e Dell'Utri e il presunto pagamento effettuato dalla Fininvest ai boss per l'istallazione delle antenne tv in Sicilia e per bloccare gli attentati alla Standa di Catania. Infine i rapporti con la Banca Rasini, ritenuta "crocevia" di interessi della criminalità organizzata milanese.

    IL MANIFESTO 6 APRILE 2004


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  7. #57
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    B.
    Chiarisco:
    Il processo non è invisibile PER CASO; a LORO.

    Cosa vuoi che ti rispondano?....

  8. #58
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    Non farmi soffrire!!! Dimmela!!!

    Oliviero
    Fanno il congresso...

  9. #59
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  10. #60
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    In Origine Postato da Oliviero
    Però Fini Casini e Follini non ci vanno; c'hanno poco da ridere...

 

 
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