Palestina - ripulita dai palestinesi
Forse l'aspetto più grave dell'Accordo di Oslo, firmato in settembre 1993, fu che sanzionava lo spezzettamento dei Territori Occupati - che costituiscono circa il 22% della Palestina storica - ulteriormente in zone cosiddette A, B e C (mappa su http://www.ICAHD.com). Il significato di ciò - peraltro sempre taciuto dai sostenitori di Oslo - fu l'abbandono della popolazione della zona "C" ad uno stato di non-diritto, di non-cittadinanza: non ricadevano nell'amministrazione civile della neonata Autorità Palestinese, invece rimanevano sotto l'amministrazione di Israele, che tuttavia loro non riconosceva la cittadinanza israeliana e le relative tutele connesse. Con la firma di Oslo, la popolazione della zona "C" divenne, in pratica, apolide nella propria patria.
La zona "C" fu stabilita da Israele in considerazione del fatto che il grosso dei suoi insediamenti illegali, disseminati nei Territori Occupati dal 1967 in poi, si trovava in queste aree che, nel loro insieme, rappresentano il 60% dei Territori Occupati e sono attigui ad Israele stessa da un lato, dall'altro con la valle del Giordano, che Israele considera di importanza strategica per la sua "sicurezza". Il Trattato di Oslo aveva lasciato mano libera ad Israele ad espandere ulteriormente i suoi insediamenti nei Territori Occupati, fino a raddoppiarli, collegandoli tra di loro tramite una rete autostradale che andrà incuneandosi man mano perfino nelle aree di zona "B" (soggette ad amministrazione civile palestinese, ma lasciando la "sicurezza" in mano ad Israele).
Le zone "B" intanto, furono per ubicazione geografica, le retroterre delle città-zone "A". In questo modo, le zone "A", oltre alle quali non s'estendeva la competenza completa dell'Aurorità Palestinese e che non costituiscono molto altro che un numero di città sconnesse tra di loro, prive di un entroterra, furono tagliate fuori da ogni contesto, ma ironicamente dichiarate "autonome". Così, il Trattato di Oslo aveva già prefigurato la dislocazione dei futuri bantustan palestinesi in una Israele che si sarebbe ingrandita con l'annessione, dapprima di tutta l'area "C", poi auspicabilmente anche di quella "B", se solo Israele riuscisse a lanciare, nel momento giusto, una guerra contro l'Autorità Palestinese, perchè la guerra avrebbe fornito le condizioni necessarie per strappare anche le zone "B".
Nel mio ultimo viaggio in Israele, nel marzo 2000, comprai una carta geografica per turisti in un supermercato di Tel Aviv. E lì dentro scoprì, sei mesi prima dello scoppio della seconda Intifada, che su quella carta uscita dalle tipografie di Israele, Israele si era già attribuita tutti i Territori Occupati ed il Golan della Siria. Su quella carta si trovavano sette macchie di colore distinto, macchie marroni, per indicare l'ubicazione delle "aree arabe". La carta geografica, comunemente in commercio, era un documento inequivocabile della visione di Israele, cioè il confinamento della residua popolazione indigena in un gruppo di bantustan, le zone "A" ossia, le città Tulkarem, Qalqilia, Jenin, Nablus, Ramallah, Jerico ed Hebron, città prive delle loro retroterre (le famose zone "B" di Oslo) e sconnesse tra di loro.
La stampa israeliana, in primavera 2000, non fece alcun mistero del fatto che il governo stava preparando sino dalla primavera 1996 i reparti speciali delle sue forze armate i quali, al momento propizio, avrebbero dato il colpo di grazia all'impalcatura del Trattato di Oslo ed avrebbero invaso i Territori Occupati, rioccupando anche le zone "A", cioè le città proprie, per distruggervi quel poco di infrastruttura amministrativa attorno alla quale si era organizzata l'espressione pubblica dell'identità nazionale palestinese. Certo, questo progetto non veniva mai presentato come "distruzione delle infrastrutture palestinesi", bensì come "smantellamento del terrorismo". La cosa inspiegabile però era, che mentre circolavano queste mappe geografiche in Israele e venivano pubblicati gli aggiornamenti sul grado di preparazione delle nuove forze speciali che si sarebbero riversate nei Territori Occupati, i membri stessi dell'Autorità Palestinese, ossia la piccola classe dirigente e privilegiata che il Trattato di Oslo aveva creata, non sembravano prenderne atto.
Questo atteggiamento di noncuranza rispecchiava la mancata attenzione per la sorte della popolazione della zona "C" . Infatti, con la definizione della competenza di Israele per la zona "C", il Trattato di Oslo fornì ad Israele l'occasione di procedere alla pulizia etnica della maggior parte del territorio dell'Autorità Palestinese, continuando così, il processo già tenacemente seguito sin dalla creazione dello Stato degli ebrei all'interno dei confini antecedenti la guerra del 1967, ora confinanti con la zona "C".
Dai registri dello stesso Ministero degli Esteri di Israele risulta, che nella regione del Negev, una zona abitata da centinaia se non da migliaia di anni da un gruppo di tribù di beduini, sino dalla creazione dello Stato di Israele, l'espulsione dei beduini veniva perpetrata con la forza militare o con disposizioni dell'Amministrazione (esproprio, divieto di passaggio, d'insediamento). Fino al 1967, i beduini venivano prevalentemente cacciati verso la Siria e verso la Giordania - poi, dopo il 1967, i beduini precedentemente espulsti nel Golan sono stati ricacciati dal Golan più in là verso l'interno della Siria. Nel 1979 fu messa in atto un'ulteriore ondata di espulsione dei beduini - un totale di 750 familie - dal Negev verso i Territori Occupati (l'odierna zona "C") per fare posto ad una base militare, quella di Naqab. Coloro che sono rimasti in Israele, hanno avuto la scelta tra una vita da forzati sedentari nei bidonville attorno a Ber Sheva o da "abusivi": nell'area del Negev infatti, una popolazione di 60 000 beduini resiste vivendo da agricoltura improvvisata nei cosiddetti villaggi non riconosciuti, che non si trovano sulla carte e dove non arrivano i servizi pubblici. All'inizio di quest'anno, fiduciosa che la campagna militare nei Territori Occupati avrebbe tenuto occupati i mass-media, Israele decise di dare il colpo di grazia ai residui beduini del Negev mandando gli elicotteri a spargere sostanze chimiche tossiche sulle loro coltivazioni per convincerli di abbandonare il sogno dell'autosufficienza economica e trasferirisi nei bidonvilles di Ber Scheva o Ofakim.
Contemporaneamente, al di là della Linea Verde (confine di Israele del 1967) fino alle pendici del massiccio di Hebron, su un area definita tutta come zona "C", Israele perseguiva e sta tuttora perpretando un'opera di pulizia etnica a danno dei cugini dei beduini del Negev, i cosidetti pastori delle grotte. Questa centenaria popolazione di pastori ed agricoltori abitano l'area al di quà del deserto ed avevano dato un impronta unica al paesaggio grazie alle acoglienti dimore che si erano costruite all'interno delle formazioni rocciose ed alla loro caratteristica attività di pastorizia ed allevamento di animali da piccolo taglio. Da anni i coloni israeliani che mirano ad espandersi sul territorio di questi pastori, avevano fatto pressione sul governo di Israele affinché "pulisca" la zona dai pastori palestinesi.
Purtroppo, quando l'esercito israeliano mandò dei camion militari, nel dicembre del 1999 per deportare i pastori, l'Autorità Palestinese non ne prese nota, non si sentiva competente, visto che il Trattato di Oslo le avrebbe dato la sovranità sulla zona "C" solo con la conclusione delle trattative finali. Gli unici a protestare contro la deportazione e l'esproprio dei pastori delle pendici di Hebron, furono diversi gruppi israeliani che riuscirono perfino a promuovere una causa davanti alla Corte Suprema. La causa fu vinta in primavera 2000 ed i pastori potevano tornare nelle loro grotte e ripulirle dai detriti con i quali l'esercito israeliano le aveva riempite per renderle inabitabili. Così, per il momento, sembrava aver vinto la legge.
Quando scoppiò la seconda Intifada, la nuova situazione bellica fornì ad Israele le condizioni desiderate per superare il vincolo della legge e Israele mandò di nuovo i bulldozer verso le grotte dei pastori della zona "C": questa volta furono riempito di cemento, anche i pozzi sicché i pastori non avevano più di chè abbeverare gli animali. I pastori si aggrappavano disperati alle loro terre, rifiutandosi di lasciarle. Ma l'esercito israeliano, dichiarando questa zona area militare, non lasciava più entrare alcuno dei gruppi di pacifisti che cercavano di portare acqua, cibo e vestiti ai pastori rimasti senza riparo. Invece, nonostante la zona fosse dichiarata area militare, vi è stata nel frattempo, gettata la base per un nuovo insediamento israeliano.
La piega che avevano prese le condizioni della zona "C" non veniva nemmeno registrata dall'Autorità Palestinese, come se la sorte della gente nella zona "C" non fosse un chiaro avvissaglio di ciò che sarebbe ben presto toccato ai contadini della zona "B",cui uliveti e campi furono distrutti a migliaia durante la presente Intifada e cui case furono rase al suolo per ridurre la presenza palestinese nel territorio nel suo complesso e spingere la gente verso le città della zona "A", i futuri ghetti senza retroterra. Con le distruzioni fatte nelle zone "C" già prima e "B" durante l'Intifada, Israele ha perseguito l'obiettivo di creare uno grande spazio contiguo, "liberato" da palestinesi, che si estende da Israele stessa dentro i Territori Occupati, comprendendo perfino le zone "B", ossia le immediate retroterre delle città-ghetto dei palestinesi. La muraglia di cemento, che l'attuale governo di Israele prospetta di creare attorno alle "aree arabe", completerà il confinamento del "pericolo terrorista".
Quando i carri armati finalmente erano arrivati alle porte di Ramallah nel mese di dicembre 2001, la zona "C" fu già mangiata e la zona "B" svuotata da ogni attività palestinese. I mass-media, grazie agli attentati che si susseguivano, avevano ridotto tutta questa faccenda ad un susseguirsi sanguinoso di azione-ritorsione, causa-effetto, focalizzando l'attenzione del pubblico sui singoli personaggi. Purtroppo, anche i vari gruppi, associazioni ed organizzazioni che si erano attivate a favore dei palestinesi in questo scontro, hanno fatto una gran fatica a togliere gli occhi dal grande capo confinato a Ramallah, rimanendo esse stesse confinate in una logica di causa-effetto, azione-reazione, il che gli aveva fino ad oggi oscurato la vista verso l'inerente finalità delle operazioni di Israele: l'espansione del proprio "spazio vitale", ossia il Lebensraum com'era stato definito dai tedeschi nazisti durante la seconda guerra mondiale, compiuta con la riduzione manu militare della popolazione civile sul territorio.
Susanne Scheidt
12.04,2002




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