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Discussione: La guerra delle....

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    Predefinito La guerra delle....

    ...tasse.

    MENO FISCO SENZA PAURA, A COMINCIARE DAI RICCHI

    Mentre la discussione sui tagli alle imposte ormai s’affloscia e s’accartoccia, lasciando agli scenaristi immaginare naufragi e resurrezioni elettorali, resta nell’aria il nome di Ronald Reagan. Visto e pensato come il volto scolpito nella storia, l’ispiratore ormai silenzioso di una politica di rilancio che passa per il privato e non per il pubblico. Eppure, la presidenza del più amato dei leader conservatori ebbe effetti dirompenti soprattutto su un piano: quello retorico.
    E’ solo dopo Reagan che nel discorso politico americano rientrano tutta una serie di parole d’ordine e quella, sovrana, della distruzione del New Deal rooseveltiano ritrova spessore e legittimità sociale.
    Nondimeno, l’impatto riformista della Casa Bianca fu tutto sommato ridotto, minore, alla prova dei fatti, del successivo “Contract with America” siglato dall’arruffato Newt Gingrich, che riuscì a conquistare ai repubblicani il controllo del Congresso nei primi anni di Clinton presidente.
    Un ex consigliere deluso, David Stockman, parlò del “trionfo della politica”, mentre per Milton e Rose Friedman all’opera c’era la “tirannia dello status quo”.
    Il taglio alle tasse firmato Reagan fu il terzo del secolo. Il primo risale agli anni del saggio Calvin Coolidge, quando l’aliquota massima dell’imposta sul reddito fu ridotta dal 73 per cento (1921) al 25 (1925).
    Poi fu il turno di John Kennedy (quando l’aliquota massima si ridusse al 70 per cento, dal ’64) e quindi di Reagan che, sull’onda
    del Kemp-Roth e dell’entusiasmo per la “supply side” lafferiana, propose e impose una diminuzione del 30 per cento su tutto
    lo spettro fiscale.
    In particolare, è la drastica riduzione dell’aliquota massima dell’imposta sul reddito, dal 70 al 28 per cento, che eccita gli animi e rimescola il sangue, nonostante il grosso delle proposte di Reagan andasse a riscrivere la politica di Carter, più che a costruire una rivoluzione. Del resto, questo genere di tagli viene spesso giustificato nel nome di una paradossale redistribuzione del carico fiscale.
    La lezione di Reagan è che davvero i più ricchi sono accampati sulla porzione discendente della curva di Laffer. Diminuendo le aliquote, si asciugano anche gli incentivi a imboccare soluzioni alternative all’obbedienza fiscale. Ma attaccare l’imposta progressiva perché non produce esiti abbastanza redistributivi è un gettarsi nella temperie dei dati e delle rilevazioni, un aggrapparsi un po’ stucchevole alle buone opinioni di pessimo gusto, senza giocare la carta della teoria, senza proporre un modello di società. Meglio sarebbe ammettere che diminuire le tasse è non solo utile, ma giusto, perché i cittadini hanno dalla loro il diritto legittimo di spendere come preferiscono i propri guadagni.
    L’imposta è nient’altro che furto legalizzato: e dunque torchiare lo Stato rapinatore per renderlo meno smargiasso e più parco è un bene di per sé.
    La tassazione come schiavitù è al centro delle riflessioni liberali da Herbert Spencer a Murray Rothbard.
    Per quelli che si fermano un passo prima, per quelli che non sanno rinunciare a pensare lo Stato, valga almeno quanto riconobbe James Buchanan in una lecture montpeleriniana (pubblicata dal Cidas di Torino): “è criticamente e vitalmente importante rendersi conto della differenza che passa tra il 10 per cento e il 50 per cento di schiavitù”.
    La necessità di liberare anzitutto i redditi più cospicui, e poi tutti gli altri, passa invece proprio per il fatto della progressività, perché chi paga di più, chi è rapinato di più, è giusto sia alleggerito per primo.
    La tassazione progressiva è dichiaratamente punitiva del successo economico, e dovrebbe accorgersene pure chi (i conservatori sono notoriamente tra questi) pensa al governo come mero erogatore di servizi.
    Sul mercato, Bill Gates non paga (in “proporzione al suo reddito”) mille euro per uno yogurt che al quintile più povero della popolazione costerebbe solo una manciata di monetine. Da questo punto di vista, allora, l’esempio di Reagan si fa opaco, e non tanto per il deficit salito alle stelle causa spese militari contingenti e vittoriose, ma per l’incapacità di ridurre sistematicamente la portata invasiva dello statalismo.
    Reagan visse anche di rendita, sul dinamismo intrinseco e sullo slancio dell’ancora sana società americana.

    Chi proprio vivere di rendita non poteva, e per questo scavò più a fondo, fu Margaret Thatcher. In Inghilterra, erano stati i conservatori a consolidare lo Stato sociale: l’ultimo governo Tory prima dell’ascesa di Maggie, quello di Ted Heath, aveva fissato l’aliquota massima al 75 per cento. Negli stessi anni, la spesa pubblica raggiungeva il 44 per cento del pil, e si moltiplicavano i sussidi di stato (1282 milioni di sterline nel ’74).
    La prima riduzione delle imposte conseguita dalla Lady di ferro non fu sconcertante, anche se repentina: nel giugno 1979, il cancelliere dello scacchiere Geoffrey Howe abbatté l’aliquota massima dell’imposta sul reddito dall’83 per cento al 60. Più spettacolare fu l’abolizione dei controlli valutari, mentre la scelta di far lievitare l’imposta sul valore aggiunto al 15 per cento si spiega in virtù della volontà di colpire, dovendo scegliere tra gli uni e gli altri, i consumi anziché i risparmi.
    Alla fine del decennio thatcheriano, l’aliquota massima sarebbe stata del 40 per cento. La Thatcher avrebbe perso la sua battaglia più importante e innovativa: quella per la “poll tax”, “una testa-una tassa”, quindi un sistema depurato dall’impeto progressivo, che avrebbe dovuto sostituire (e ha sostituito, anche se solo per alcuni anni) la più tradizionale intelaiatura di imposte sulla proprietà.
    Per questa ragione e per questo sforzo Heseltine sarebbe riuscito nella sua congiura di palazzo, segnando l’eclisse del più grande primo ministro inglese del Novecento e la tiepida ascesa di John Mayor.
    Il lavoro della Thatcher e dei suoi governi resta d’esempio perché, a fronte della riduzione delle imposte, seguì anche una messa a regime della spesa pubblica e più in generale una de-nazionalizzazione e liberalizzazione dell’economia britannica.
    Dagli scontri coi sindacati alla privatizzazione (la parola stessa è un conio del ministro thatcheriano David Howell) dell’acqua e alla liberalizzazione degli orari di lavoro, Iron Lady non fece l’impossibile (non volle mai sfiorare i due nodi cruciali di istruzione e sanità), ma seguì un progetto politico chiaro. Che poi è quel che serve, per dare un senso e una cornice ai tagli alle tasse, più o meno arditi. Anche da noi.

    Alberto Mingardi su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    A giorni, i media saranno pieni delle fughe di notizie dalla prossima trimestrale di cassa, in cottura al ministero dell’Economia. Ripartirà l’accapigliamento su zerovirgola in più o in meno di crescita che il governo è accusato di sovrastimare, e zerovirgola sulle prospettive di fabbisogno pubblico rispetto al Patto “stupideuropeo”. Con rispetto, scemenze irrilevanti, visto che è stranoto che siamo in crescita asfittica e che dividersi tra 2,9 o 3,2 per cento di deficit 2004 non risolve alcunché.
    Si resta invece in attesa di un vero manifesto che spieghi con giusto spirito necessità e filosofia, prima che dettagli tecnici, di un deciso abbattimento fiscale, come da recenti annunci del premier e di Tremonti.
    L’aspra campagna secondo cui tutto va male (domenica il Messaggero ha battuto tutti, due pagine “sparate” con cifre terroristiche di tagli a scuola, sanità e trasporti, in corpo microscopico la fonte dei dati, “elaborazioni Cgil”), e i tagli alle tasse avvantaggiano i ricchi, può essere affrontata con
    evidenze inconfutabili.
    Che vanno in senso esattamente opposto. Abbattendo le aliquote
    diminuisce il gettito? Falso. Dopo la drastica riduzione dell’aliquota più elevata sul reddito operata negli anni 1921-’25 da Calvin Coolidge negli Usa, nel 1926-’28 il gettito dell’imposta aumentò di un terzo passando da 700 a 1.150 milioni di dollari. Lo stesso dopo i tagli di Kennedy, tra il 1964 e il ’66 il gettito fiscale passò da 113 a 152 miliardi di dollari. Idem sotto Reagan, il gettito passò da 600 miliardi di dollari nel 1983 a oltre
    1.000 nel 1990.
    Tagliando le aliquote più elevate i ricchi pagano meno?
    Falso. Nel 1921 il 42 per cento raccolto dall’imposta sui redditi veniva dai contribuenti di reddito superiore ai 50 mila dollari, nel 1928 era il 79 per cento. Nel biennio post tagli kennediani, sul totale delle imposte sul reddito raccolte i redditi tra i 50 mila e i 100 mila dollari pagarono il 42 per cento in più rispetto a prima, quelli tra i 100 e i 500 mila il 63 per cento in più, quelli tra il mezzo milione e il milione di dollari annuo l’83 per cento in più rispetto a prima. Idem dicasi per i tagli dell’era reaganiana. Nel 1981 dal 10 per cento di contribuenti più ricchi d’America si ricavava il 48 per cento del gettito dell’imposta sui redditi, nel 1990 era diventato il 54 per cento. L’un per cento degli americani più ricchi passò dal contribuire per il 18 per cento del totale delle imposte sul reddito nel 1981, al 26 per cento del 1990. Terza obiezione. I ricchi contribuiranno di più sul totale, ma guadagneranno di più sul proprio reddito disponibile. Vero, arcivero, e allora?Negli anni reaganiani 1981-’89, il quintile più ricco americano migliorò il proprio reddito del 24 per cento, il quarto del 13 per cento, quello mediano dell’11 per cento, il secondo dal basso del 9 per cento, e quello inferiore del 6 per cento.
    Anche i poveri guadagnano coi tagli, ma ovviamente meno, in proporzione al proprio reddito. E’ su questo, che bisogna andare “ideologicamente” all’attacco. Che cosa vogliamo, una società di eguali costruita sull’umiliazione di capacità, merito e rischio? Ci pensino statalisti e sinistra estrema, a predicarla e difenderla.
    Oltretutto non è solo l’Italia, che ha bisogno di un’energica cura anti rapina fiscale. Bèatrice Peyrani e Corinne Tissier hanno appena terminato una ricerca durata due anni, pubblicata ora come “L’Enfer des Riches”. Calcolano che, dalla patrimoniale mitterrandiana del 1989 a oggi, la Francia abbia perso sovranità fiscale su almeno 70 miliardi di euro di patrimoni, sottratti al fisco vorace radicandoli in paesi meno esosi.
    L’elenco dei “noti” è lungo. Isabelle Adjani, Alain Delon, la cantante Patricia Kaas, i tennisti Amélie Mauresmo e Yannick Noah, il nume dello champagne Jean Taittinger, il designer Daniel Hechter, l’imperatrice dei diamanti Caroline Arpels, hanno scelto la Svizzera.
    Il profumiere Eric Guerlain è alla testa del plotone di chi ha attraversato la Manica per le stesse ragioni.
    Ridurre il fisco rapace ai minimi termini è la risposta all’evasione, di massa e dei ricchi. Anche questo va spiegato con forza se Berlusconi e Tremonti vogliono davvero giocare sui tagli alle tasse la propria residua battaglia di credibilità, e spezzare l’assedio della delusione. Per farlo, bisogna uscire dai distinguo degli zerovirgola, dagli sgambetti del Patto eurostupido, dai cacadubbi del rigore deflazionistico. Bisogna avere fegato e sprezzo del pericolo. Ma ne vale la pena.

    OFG su il Foglio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito PRONTI:

    In origine postato da mustang

    Si resta invece in attesa di un vero manifesto che spieghi con giusto spirito necessità e filosofia, prima che dettagli tecnici, di un deciso abbattimento fiscale, come da recenti annunci del premier e di Tremonti.
    saluti

  4. #4
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    Articolo GAZZETTA DI PARMA 17.04.2004




    L'Ue ci chiede una manovra-bis
    Domani l'early warning di Bruxelles: servono misure aggiuntive per 6,8 mld

    BRUXELLES - L'Italia ha bisogno di una manovra-bis pari ad un mezzo punto di Pil (cioè 6,7/6,8 miliardi di euro) per evitare che il deficit 2004 superi per la prima volta il tetto del 3% fissato dal Patto di stabilità.
    Ad affermarlo è la raccomandazione che accompagnerà l'early warning, l'avvertimento preventivo per rischio deficit, che la Commissione Ue proporrà domani di lanciare contro l'Italia perché, secondo Bruxelles, senza misure aggiuntive di «carattere permanente», rischia di chiudere i conti di quest'anno con un disavanzo pari al 3,2% del Pil.

    Il governo presenterà i suoi conti solo giovedì, con la trimestrale. Secondo quanto anticipato dal ministro Giulio Tremonti, in un suo discorso pubblicato sul sito dell'Fmi, l'Italia chiuderà il 2004 con un rapporto deficit-Pil al 2,9% a fronte di una crescita dell'1,2%.

    Nella stessa riunione di domani, i commissari proporranno l'avvio di una procedura per deficit eccessivo contro Olanda e Gran Bretagna (entrambe con un disavanzo al 3,2% nel 2003) e la chiusura di quella aperta nel 2002 contro il Portogallo che, lo scorso anno, ha riportato i conti in ordine. Contro l'Olanda, che nel frattempo ha annunciato misure correttive, all'Ecofin Bruxelles chiederà di agire, mentre il caso della Gran Bretagna è considerato già chiuso.

    Il testo della raccomandazione all'Italia _ approvata ieri nella riunione dei capi di gabinetto dell'esecutivo, l'ultimo passaggio prima di arrivare sul tavolo del collegio _ contiene anche un invito alle autorità italiane affinché acceleri la riduzione del debito pubblico, fermo al 106% del Pil, pur senza indicare un valore percentuale. Infine, chiede di ridurre il deficit strutturale (quello depurato dall'andamento del ciclo economico) di almeno lo 0,5% l'anno, a partire dal 2005. Nel 2003, il deficit strutturale è stato pari all'1,9% del Pil e, anziché rallentare, nel 2004 (secondo le ultime stime della Commissione) dovrebbe salire al 2,6%.

    I rilievi di Bruxelles non sono una novità. Il 7 aprile scorso, presentando le previsioni di primavera, il commissario Pedro Solbes (da ieri sostituito con lo spagnolo Joaquin Almunia), aveva parlato di «conti pubblici italiani in netto deterioramento» ed aveva indicato tre elementi di preoccupazione. Il primo: la presenza di troppe una tantum che nel 2003 «hanno raggiunto un record salendo ad oltre due punti del Pil». Il secondo: «il peggioramento del disavanzo primario (quello depurato dalla spesa per interessi) sceso al livello più basso dagli anni Novanta». Il terzo: «l'arresto del processo di riduzione del debito pubblico, il più alto d'Europa, che rende la situazione ancora più pericolosa».

    Con il «cartellino giallo», l'esecutivo si propone di «indurre una svolta immediata nella politica» di bilancio italiana e di «prevenire la possibilità di un deficit eccessivo». Il testo della raccomandazione sul deficit che accompagna l'early warning ricalca quella proposta dalla Commissione verso la Francia che fu approvata dall'Ecofin, il 21 gennaio dello scorso anno, con la sola astensione del ministro francese. La proposta per l'Italia passerà al vaglio dei ministri l'11 maggio prossimo.

    L'Ecofin deciderà anche sul Portogallo, mentre i casi dell'Olanda e della Gran Bretagna saranno discussi nella riunione di inizio giugno


    "La guerra è la vicenda in cui innumerevoli persone, che non si conoscono affatto, si massacrano per la gloria e per il profitto di alcune persone che si conoscono e non si massacrano affatto." (Paul Valèry, poeta francese).

  5. #5
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    Predefinito Il WSJ inciampa sul caso Italia

    Il giornale dice che il Cav. non può tagliare le tasse. Una bestialità

    Il Wall Street Journal ha dedicato un articolo critico ai deficit di bilancio dei paesi europei, in cui si preoccupa del fatto che una parte di essi non appare in regola con il patto di Amsterdam, e non intende cospargersi il capo di cenere.
    Secondo il WSJ “l’investimento internazionale” potrebbe non fidarsi dell’Europa, a queste condizioni.
    Un argomento singolare perché, come lo stesso WSJ dice, il deficit degli Usa viaggia sul 4,5 per cento e quello del Giappone supera il 7. E il disavanzo americano sta trainando l’economia con una crescita del prodotto lordo superiore al 4 per cento. Che non genera sfiducia, ma fiducia, nonostante il cronico rosso della bilancia commerciale statunitense.
    Il Giappone, col suo grosso deficit pubblico e un debito statale che, in percentuale sul pil, è molto superiore a quello italiano, è riuscito a uscire dalla stagnazione.
    Tanta è la fiducia nella sua economia che lo yen sta salendo di continuo sul dollaro, nonostante gli sforzi della Boj, la banca centrale, di impedirlo. E così ci si avvia al rapporto d’un dollaro per cento yen, sino a poco fa, impensabile.
    La solvibilità dei paesi si giudica su parametri reali: il Giappone ha un grosso debito pubblico, ma le sue imprese sono efficienti e c’è, nelle famiglie, un’elevata propensione al risparmio.
    Il WSJ critica Berlusconi per la sua alzata di spalle nei riguardi dell’avviso della Commissione europea, per cui l’Italia nel 2004 supererebbe dello 0,2 il deficit del 3 per cento.
    E lascia intendere che, in queste condizioni, ridurre le imposte sarebbe sbagliato.
    Ma lo 0,2 per cui Bruxelles se la prende con l’Italia vale 2,5 miliardi di euro, il deficit americano del 2003 è di 500 miliardi di euro. E come si sa quello 0,2 è dovuto al fatto che la Commissione include nel deficit pubblico italiano il disavanzo dell’Anas che, essendo un’impresa autonoma, è in grado di ripagare i debiti coi proventi degli investimenti futuri.
    Berlusconi si ostina a volere ridurre l’Irpef convinto che meno soldi ci sono a disposizione, meno spese si faranno. E che meno tasse si pagano, più soldi vanno a far girare la ruota del mercato.
    Due principi che il WSJ dovrebbe considerare aurei, non solo quando li applicano Reagan o Bush.

    capito, osso'ex'duro? Ti trovi a tuo agio fra brunik e Visco?

    saluti

  6. #6
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    Predefinito Re: Il WSJ inciampa sul caso Italia

    In origine postato da mustang
    Il giornale dice che il Cav. non può tagliare le tasse. Una bestialità

    Il Wall Street Journal ha dedicato un articolo critico ai deficit di bilancio dei paesi europei, in cui si preoccupa del fatto che una parte di essi non appare in regola con il patto di Amsterdam, e non intende cospargersi il capo di cenere.
    Secondo il WSJ “l’investimento internazionale” potrebbe non fidarsi dell’Europa, a queste condizioni.
    Un argomento singolare perché, come lo stesso WSJ dice, il deficit degli Usa viaggia sul 4,5 per cento e quello del Giappone supera il 7. E il disavanzo americano sta trainando l’economia con una crescita del prodotto lordo superiore al 4 per cento. Che non genera sfiducia, ma fiducia, nonostante il cronico rosso della bilancia commerciale statunitense.
    Il Giappone, col suo grosso deficit pubblico e un debito statale che, in percentuale sul pil, è molto superiore a quello italiano, è riuscito a uscire dalla stagnazione.
    Tanta è la fiducia nella sua economia che lo yen sta salendo di continuo sul dollaro, nonostante gli sforzi della Boj, la banca centrale, di impedirlo. E così ci si avvia al rapporto d’un dollaro per cento yen, sino a poco fa, impensabile.
    La solvibilità dei paesi si giudica su parametri reali: il Giappone ha un grosso debito pubblico, ma le sue imprese sono efficienti e c’è, nelle famiglie, un’elevata propensione al risparmio.
    Il WSJ critica Berlusconi per la sua alzata di spalle nei riguardi dell’avviso della Commissione europea, per cui l’Italia nel 2004 supererebbe dello 0,2 il deficit del 3 per cento.
    E lascia intendere che, in queste condizioni, ridurre le imposte sarebbe sbagliato.
    Ma lo 0,2 per cui Bruxelles se la prende con l’Italia vale 2,5 miliardi di euro, il deficit americano del 2003 è di 500 miliardi di euro. E come si sa quello 0,2 è dovuto al fatto che la Commissione include nel deficit pubblico italiano il disavanzo dell’Anas che, essendo un’impresa autonoma, è in grado di ripagare i debiti coi proventi degli investimenti futuri.
    Berlusconi si ostina a volere ridurre l’Irpef convinto che meno soldi ci sono a disposizione, meno spese si faranno. E che meno tasse si pagano, più soldi vanno a far girare la ruota del mercato.
    Due principi che il WSJ dovrebbe considerare aurei, non solo quando li applicano Reagan o Bush.

    capito, osso'ex'duro? Ti trovi a tuo agio fra brunik e Visco?

    saluti

    digli a tremonti di trovare da subito 6,8 mld di euro per la manovra correttiva ............ prima di quelli per ridurre le tasse.


    poi i suoi provvedimenti, sempre parole al momento, augurati che non facciano la fine del pacchetto dei 100 gg. Mi sai dire, per caso, i risultati?

    nooooooooooooo, allora guardati la crescita del PIL 0,3% sia nel 2002 e 2003. .................. certo per chi diceva il 4% annuo in media nel quinquennio è un ottimo risultato, ma, forse, per l' incompetente ...............il 4%, ben che vada, lo faremo in 5 anni.

    Come andava a finire io l' ho capito da un pezzo ma, evidentemente, quello che dicevo nel 2001 lo hai dimenticato...................... in compenso eri attratto dalle balle che, puntualmente, si sono realizzate.... e che te le sei bevute TUTTE.

    bye
    "La guerra è la vicenda in cui innumerevoli persone, che non si conoscono affatto, si massacrano per la gloria e per il profitto di alcune persone che si conoscono e non si massacrano affatto." (Paul Valèry, poeta francese).

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    Predefinito Volete meno tasse o....

    ….Carlo de Benedetti?

    Roma. Dicono che non esiste più l’egemonia culturale in cui era maestra la sinistra. Per molti versi, è vero.
    Nel senso almeno che non sono più i partiti a esercitarla.
    Sono i giornali-partito, a praticarla.
    Con la costanza ferrea delle loro campagne.
    Con la disinvolta e schietta intelligenza dei loro editori e direttori. Prendete la pagina ieri sulla Stampa di Ferruccio de Bortoli. Dedicata all’ultimo libro-confessione di Claude Bébéar, grande patron della finanza francese.
    Presentato naturalmente come uno spietato atto d’accusa contro i sabotatori del capitalismo che sarebbero naturalmente i capitalisti stessi, rosi dall’ansia di rapina finanziaria e, inevitabilmente, dannati “dall’epidemico conflitto d’interessi”,
    che stante la vulgata di Guido Rossi è tabe inevitabile del declino congenito non solo ma c’è anche questo tema, c’è sempre, nel martellamento del conflitto d’interessi –dell’Italia di Berlusconi, ma ancor più in grande dell’odiata America di Bush.
    Un’operazione in tutto analoga ma ancora più in grande stile, è quella prossima di Carlo De Benedetti. Anche in questo caso, incentrata su un libro. Anche in questo caso, intitolato “salvare il capitalismo dai capitalisti”.
    La prima intervista a uno dei due autori, affidata a Federico Rampini, ci aveva fatto sobbalzare. Perché lo conosciamo abbastanza bene, l’italiano di Chicago Luigi Zingales, e lo sappiamo mercatista convinto e sincero altroché.
    Idem dicasi per il coautore Raghuram Rajan, che sta al Fondo monetario dopo aver per anni studiato e scritto di mercati applicati allo sviluppo.
    Infatti, il volume è splendido.
    Una delle più lucide, nitide e coerenti spiegazioni del come e perché la sinistra dovrebbe battersi per mercato e concorrenza sia nei paesi sviluppati, sia in quelli in via di sviluppo. Perché è solo dall’estendersi dei mercati aperti che coloro che oggi ne sono esclusi dai benefici potranno vivere e realizzare il proprio
    “empowerment”.
    Come capita in questi anni a centinaia di milioni di cinesi e indiani, per esempio.
    A opporsi a questa estensione è una fitta rete di interessi coalizzati, dai sindacati e dalla “finanza di relazione” (quella dei salotti banco-industriali) nel mondo avanzato, ai regimi corrotti e sanguinari in quello meno.
    Che cosa fa, di tutto questo, l’egemonista?
    La tesi di fondo “più mercato” la si fa sparire, ce ne si dimentica, la si oblia. E alla sinistra il titolo di Repubblica dice solo che sono i capitalisti, i nemici del capitalismo da sconfiggere.
    Non per avere più mercato, che significherebbe buttare a mare la difesa dei tassisti a concessione fatta dalla giunta Veltroni ieri, e il no dei sindacati alla riforma delle pensioni, e via continuando.
    Ma per liberarsi degli orrendi apostoli del conflitto d’interesse ineliminabile, dei Berlusconi e dei Bush.
    Ci scommetto, che Carlo De Benedetti e Pierluigi Bersani diranno questo mercoledì 21 prossimo, quando presenteranno il libro di Zingales.
    E il bello è che va loro onestamente riconosciuto di svolgere con luciferina intelligenza il proprio mestiere, nel fare così, nell’esercitare egemonia. Colpa dei mercatisti veri, non sapersi battere a voce alta e con coerenza. Bocciato il centrodestra, se a sua volta di mercati e concorrenza ne pratica poco, e si fa pure scippare i pochi brillanti economisti italiani che la studiano e praticano, non a caso all’estero.

    Illusioni non ne abbiamo.
    Diciamo solo che ieri tutti i principali media americani ricordavano che il 15 aprile è l’Usa Tax Day, il giorno dopo il quale gli americani lavorano per sé, dopo aver soddisfatto il fisco.
    Da noi, bisogna lavorare sino a giugno. In più, molti giornali ne approfittavano per ricordare al contribuente che uso verrà fatto dei 21.671 dollari che in media lo Stato federale “spende” per ogni contribuente, a fronte dei 16.981 che gli spilla in imposte, e dei 4.690 rimanenti finanziati in deficit:
    7.165 dollari vanno alla sanità, 4.240 sono destinati alla guerra al terrorismo, 3.479 vanno a sostegno dei redditi più bassi, 1.460 sono interessi da pagare sul debito pubblico, 835 finanziano le pensioni dei dipendenti pubblici, 619 alla ricerca, 585 alla formazione, 565 ai veterani di guerra, 451 ai disoccupati, 400 ai trasporti, 389 alla giustizia, 320 alla diplomazia… fino all’ultimo cent di spesa pubblica.
    E a noi che di Stato ne abbiamo uno ben più rapace, tocca invece che a difendere il mercato dai capitalisti, e naturalmente a dire no a meno tasse in nome proprio del mercato, siano editori, direttori e adulatori della sinistra. Ben ci sta, caro lei. Cari loro al governo, tagliate il fisco secondo contratto. Oppure sciò, a casa.

    OFG su il Foglio

    saluti

 

 

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