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MENO FISCO SENZA PAURA, A COMINCIARE DAI RICCHI
Mentre la discussione sui tagli alle imposte ormai s’affloscia e s’accartoccia, lasciando agli scenaristi immaginare naufragi e resurrezioni elettorali, resta nell’aria il nome di Ronald Reagan. Visto e pensato come il volto scolpito nella storia, l’ispiratore ormai silenzioso di una politica di rilancio che passa per il privato e non per il pubblico. Eppure, la presidenza del più amato dei leader conservatori ebbe effetti dirompenti soprattutto su un piano: quello retorico.
E’ solo dopo Reagan che nel discorso politico americano rientrano tutta una serie di parole d’ordine e quella, sovrana, della distruzione del New Deal rooseveltiano ritrova spessore e legittimità sociale.
Nondimeno, l’impatto riformista della Casa Bianca fu tutto sommato ridotto, minore, alla prova dei fatti, del successivo “Contract with America” siglato dall’arruffato Newt Gingrich, che riuscì a conquistare ai repubblicani il controllo del Congresso nei primi anni di Clinton presidente.
Un ex consigliere deluso, David Stockman, parlò del “trionfo della politica”, mentre per Milton e Rose Friedman all’opera c’era la “tirannia dello status quo”.
Il taglio alle tasse firmato Reagan fu il terzo del secolo. Il primo risale agli anni del saggio Calvin Coolidge, quando l’aliquota massima dell’imposta sul reddito fu ridotta dal 73 per cento (1921) al 25 (1925).
Poi fu il turno di John Kennedy (quando l’aliquota massima si ridusse al 70 per cento, dal ’64) e quindi di Reagan che, sull’onda
del Kemp-Roth e dell’entusiasmo per la “supply side” lafferiana, propose e impose una diminuzione del 30 per cento su tutto
lo spettro fiscale.
In particolare, è la drastica riduzione dell’aliquota massima dell’imposta sul reddito, dal 70 al 28 per cento, che eccita gli animi e rimescola il sangue, nonostante il grosso delle proposte di Reagan andasse a riscrivere la politica di Carter, più che a costruire una rivoluzione. Del resto, questo genere di tagli viene spesso giustificato nel nome di una paradossale redistribuzione del carico fiscale.
La lezione di Reagan è che davvero i più ricchi sono accampati sulla porzione discendente della curva di Laffer. Diminuendo le aliquote, si asciugano anche gli incentivi a imboccare soluzioni alternative all’obbedienza fiscale. Ma attaccare l’imposta progressiva perché non produce esiti abbastanza redistributivi è un gettarsi nella temperie dei dati e delle rilevazioni, un aggrapparsi un po’ stucchevole alle buone opinioni di pessimo gusto, senza giocare la carta della teoria, senza proporre un modello di società. Meglio sarebbe ammettere che diminuire le tasse è non solo utile, ma giusto, perché i cittadini hanno dalla loro il diritto legittimo di spendere come preferiscono i propri guadagni.
L’imposta è nient’altro che furto legalizzato: e dunque torchiare lo Stato rapinatore per renderlo meno smargiasso e più parco è un bene di per sé.
La tassazione come schiavitù è al centro delle riflessioni liberali da Herbert Spencer a Murray Rothbard.
Per quelli che si fermano un passo prima, per quelli che non sanno rinunciare a pensare lo Stato, valga almeno quanto riconobbe James Buchanan in una lecture montpeleriniana (pubblicata dal Cidas di Torino): “è criticamente e vitalmente importante rendersi conto della differenza che passa tra il 10 per cento e il 50 per cento di schiavitù”.
La necessità di liberare anzitutto i redditi più cospicui, e poi tutti gli altri, passa invece proprio per il fatto della progressività, perché chi paga di più, chi è rapinato di più, è giusto sia alleggerito per primo.
La tassazione progressiva è dichiaratamente punitiva del successo economico, e dovrebbe accorgersene pure chi (i conservatori sono notoriamente tra questi) pensa al governo come mero erogatore di servizi.
Sul mercato, Bill Gates non paga (in “proporzione al suo reddito”) mille euro per uno yogurt che al quintile più povero della popolazione costerebbe solo una manciata di monetine. Da questo punto di vista, allora, l’esempio di Reagan si fa opaco, e non tanto per il deficit salito alle stelle causa spese militari contingenti e vittoriose, ma per l’incapacità di ridurre sistematicamente la portata invasiva dello statalismo.
Reagan visse anche di rendita, sul dinamismo intrinseco e sullo slancio dell’ancora sana società americana.
Chi proprio vivere di rendita non poteva, e per questo scavò più a fondo, fu Margaret Thatcher. In Inghilterra, erano stati i conservatori a consolidare lo Stato sociale: l’ultimo governo Tory prima dell’ascesa di Maggie, quello di Ted Heath, aveva fissato l’aliquota massima al 75 per cento. Negli stessi anni, la spesa pubblica raggiungeva il 44 per cento del pil, e si moltiplicavano i sussidi di stato (1282 milioni di sterline nel ’74).
La prima riduzione delle imposte conseguita dalla Lady di ferro non fu sconcertante, anche se repentina: nel giugno 1979, il cancelliere dello scacchiere Geoffrey Howe abbatté l’aliquota massima dell’imposta sul reddito dall’83 per cento al 60. Più spettacolare fu l’abolizione dei controlli valutari, mentre la scelta di far lievitare l’imposta sul valore aggiunto al 15 per cento si spiega in virtù della volontà di colpire, dovendo scegliere tra gli uni e gli altri, i consumi anziché i risparmi.
Alla fine del decennio thatcheriano, l’aliquota massima sarebbe stata del 40 per cento. La Thatcher avrebbe perso la sua battaglia più importante e innovativa: quella per la “poll tax”, “una testa-una tassa”, quindi un sistema depurato dall’impeto progressivo, che avrebbe dovuto sostituire (e ha sostituito, anche se solo per alcuni anni) la più tradizionale intelaiatura di imposte sulla proprietà.
Per questa ragione e per questo sforzo Heseltine sarebbe riuscito nella sua congiura di palazzo, segnando l’eclisse del più grande primo ministro inglese del Novecento e la tiepida ascesa di John Mayor.
Il lavoro della Thatcher e dei suoi governi resta d’esempio perché, a fronte della riduzione delle imposte, seguì anche una messa a regime della spesa pubblica e più in generale una de-nazionalizzazione e liberalizzazione dell’economia britannica.
Dagli scontri coi sindacati alla privatizzazione (la parola stessa è un conio del ministro thatcheriano David Howell) dell’acqua e alla liberalizzazione degli orari di lavoro, Iron Lady non fece l’impossibile (non volle mai sfiorare i due nodi cruciali di istruzione e sanità), ma seguì un progetto politico chiaro. Che poi è quel che serve, per dare un senso e una cornice ai tagli alle tasse, più o meno arditi. Anche da noi.
Alberto Mingardi su il Foglio
saluti




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