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  1. #21
    memoria storica di PoL
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    Predefinito ... tutto si decise in 45 giorni...

    cari amici
    come ben potete constatare la smaniosa volontà di acquisire il più prestigioso dei premi Nobel ha portato la 'discussione' a livello di puro delirio... ...

    Per quello che mi compete, senza perdere neppure un attimo a 'smentire' ciò che è totalmente demenziale e pertanto umanamente impossibile da confutare, proporrò al lettore non troppo a conoscenza dell'argomento una ricostruzione 'non troppo standard' ma tuttavia rigorosamente esatta del periodo che possiamo definire come 'dittatura badogliana'. A costo di essere pedante ripeterò che detto periodo è compreso tra il 25 luglio e l'8 settembre 1943, durante il quale Mussolini, tenuto prigioniero in varie località della panisola, non potè in alcun modo influire sulle tragiche scelte che portarono il nostro paese alla più completa rovina. Dal momento che la suddetta ricostruzione è, per forza di cose, troppo ampia per poter stare in un solo thread, essa sarà suddivisa in due distinti interventi. Qui di seguito è riportata la prima parte... buona lettura!...




    Il feldmaresciallo Albert Kesselring, che sarà in questa e in altre occasioni giudicato 'troppo filoitaliano', si oppose contro il parere di Hitler alla operazione Schwartz, la quale prevedeva la cattura o l'eliminazione di Vittorio Emanuele III e di Badoglio da parte di paracadutisti tedeschi nel luglio 1943. Se essa fosse stata attuata è prevedibile che l'andamento del conflitto sarebbe stato assai differente da come invece fu...

    Che cosa accadde durante la 'dittatura badogliana' [I-a parte]


    Per la costituzione del governo che sarebbe succeduto a Mussolini [che sarebbe poi durato fino al 17 aprile 1944] Vittorio Emanuele III perseguì due scopi: evitare qualsiasi colorazione politica e accentuarne il carattere militare. A tale fine egli impose un governo di funzionari e tecnici, con assoluta esclusione sia di elementi del defunto regime sia di antifascisti. Essendo stata quella del 25 luglio una congiura dell’esercito il re si trovò impedito, ove lo avesse voluto, a indirizzare la sua preferenza verso uomini come il grande ammiraglio Paolo Thaon di Revel, nato nel 1859 [!], primo segretario del Gran Magistero dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, nonché Cancelliere della Corona d’Italia [!]. Nell’opinione degli italiani Pietro Badoglio godeva di immeritata fama di stratega, guadagnata più con la propaganda fatta sul suo nome nella guerra di Etiopia che per meriti reali. Il 24 ottobre 1917, quale comandante del XXVII° corpo d’armata, per non essere intervenuto con l’artiglieria [subito catturata dal nemico…] aveva provocato il disastro di Caporetto. Nell’occasione i generali Villani e Rubin de Cervin, comandanti rispettivamente la 19-a e 13-a divisione, si erano suicidati per non cadere prigionieri o più probabilmente per non aver più a che fare con Badoglio. Il nostro però se l’era cavata grazie all’allora presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando, il quale aveva fatto insabbiare l’inchiesta a suo carico. Assai meno entusiasta del suo popolo nei confronti di Badoglio era stato da sempre lo stesso Vittorio Emanuele III. Nel 1924, allorché Mussolini gli comunicò la propria intenzione di richiamare il maresciallo dal Brasile per nominarlo capo di stato maggiore, il sovrano aveva detto: ‘Presidente, ci pensi ancora. Io conosco Badoglio meglio di Lei. E’ meglio lascialo in Brasile e spedirlo più tardi in pensione!… E’ un pesce strano e difficile!…’.
    Dopo quasi vent’anni il sovrano doveva aver cambiato opinione, evidentemente considerando che la sua nomina a capo del governo era la sola via che, nella sua ottica, poteva salvare l’avvenire della dinastia. A questo stesso scopo Badoglio, dal canto suo, avrebbe ritenuto opportuna l’immediata abdicazione di Vittorio Emanuele in favore del figlio in quanto l’opinione pubblica lo riteneva corresponsabile della tragica situazione nella quale si era venuta a trovare l’Italia. Il segretario della Real Casa Aquarone lo mise tuttavia in guardia, consigliandogli di non toccare questo punto. Il re era intenzionato infatti a restare al proprio posto in quanto considerava il principe Umberto troppo inesperto per affrontare una così complessa situazione. Il risultato sarà che pochi mesi più tardi [10 aprile 1944], sarà il governatore militare alleato in Italia Sir Mason MacFerlane, vestito per l’occasione in shorts militari, ad imporre a Vittorio Emanuele III l’immediata abdicazione e con annessa stesura del proclama che annunciava l’evento!…
    Per gli italiani la caduta del regime mussoliniano avrebbe dovuto coincidere con la fine immediata delle ostilità. Non fù così e lo stesso Badoglio ci ha spiegato perché…

    … ripeto ciò con assoluta convinzione. Una dichiarazione da parte dell’Italia di cessazione delle ostilità non avrebbe avuto risultato che questo: immediata occupazione di tutto il paese da parte delle truppe tedesche, immediata sostituzione del governo con un governo nazifascista…

    Le parole del maresciallo piano convincenti, tanto più che una dichiarazione unilaterale da parte dell’Italia non sarebbe stata accettata dagli anglo-americani, i quali imperterriti avrebbero continuato comunque la guerra. Certo non si poteva pensare di dichiarare guerra di punto in bianco alla Germania dal momento che, prescindendo anche da ‘ragioni morali’, non esisteva nessun piano fattibile per attaccare i tedeschi. A questo punto però viene spontanea una domanda: quarantacinque giorni dopo, allorché il maresciallo dichiarò la cessazione concordata delle ostilità, la situazione era forse cambiata in meglio?… o piuttosto era peggiorata, non solo per la gran massa di divisioni tedesche che nel frattempo erano affluite, ma anche per le ripetute ‘dichiarazioni di fedeltà’ italiane che aggraveranno la rabbia tedesca allorché gli italiani dovranno gettare la maschera?… In realtà nella grottesca e confusa situazione in cui gravava l’Italia il nuovo governo operò le scelte più illogiche che si potessero immaginare. Privo di giustificazione ideologica e di un qualsiasi programma politico, incapace sia di continuare la guerra sia di fare la pace, esso si rivelò unicamente per quello che era, una forza militaresca tenuta insieme dalla disciplina di caserma.
    Svaniti ben presto i bollori di entusiasmo gli italiani capirono tutto questo a proprie spese. Subito all’indomani del 25 luglio vennero emanati provvedimenti diretti a scoraggiare ogni rivincita dei fascisti e ogni risveglio degli antifascisti. Venne per prima cosa proclamato il coprifuoco dal tramonto all’alba, un provvedimento cui neppure la dittatura mussoliniana era mai ricorsa. Furono altresì vietate le riunioni in pubblico di più di tre persone, le dimostrazioni e il volantinaggio. La stampa fu censurata e le autorità civili furono sottoposte a quelle militari. Le automobili civili non poterono più circolare e nelle ore notturne i portoni delle case dovevano restare aperti. A Roma le sedi dei ministeri e le residenze dei nuovi governanti furono circondate di truppe e cavalli di Frisia. Il 27 luglio il generale Mario Roatta, capo di stato maggiore dell’esercito, emanò una circolare con la quale ordinava di passare per le armi chiunque ‘turbasse l’ordine pubblico’ e quelli che ‘avessero abbandonato il posto di lavoro’. Il 31 luglio la polizia venne infine militarizzata. Simili provvedimenti ebbero fatalmente il loro doloroso strascico. Il 28 luglio a Reggio Emilia i bersaglieri spararono sui dimostranti, che lasciarono 9 morti e decine di feriti. Lo stesso giorno a Bari fu aperto il fuoco su un corteo che marciava per la pace. I morti furono 23, i feriti 60. A Torino il generale Adami-Rossi ordinò il fuoco contro operai che protestavano [alcuni al grido ‘Viva Badoglio!’…] e fece finire con un colpo alla nuca i feriti, provocando con il suo gesto la reazione furiosa dell’intera città, che proclamò uno sciopero generale terminato fortunatamente senza spargimento di sangue. In totale dal giorno della caduta di Mussolini al giorno dell’armistizio si ebbero tra dimostranti, scioperanti e riottosi 93 morti e 536 feriti. Secondo il calcolo fatto dal giornalista Ruggero Zangrandi inoltre 3.500 persone furono condannate a pene detentive e non meno di 30.000 poste in stato di fermo. Dulcis in fundo furono mantenute le leggi razziali, si disse poi per ‘convincere Hitler della volontà italiana di continuare la guerra a fianco della Germania’ [sic!…]. In pratica il governo Badoglio riversò la propria incapacità sugli italiani stessi e in quaranticinque giorni fece quanto il governo Mussolini… non aveva fatto in oltre vent’anni…

    I ‘fedelissimi’ del Duce erano crollati in breve uno dopo l’altro. Con sorprendente tempestività il marchese Mario D’Havet, capo dei ‘Moschettieri del Duce’ , era passato armi e bagagli al servizio del nuovo governo. La ‘Presidenziale’ [la guardia personale del Duce] era rientrata nei ranghi della polizia normale e uno dei suoi comandanti, il commissario Vincenzo Agnesina, il quale aveva scortato il pomeriggio del 25 luglio Mussolini fino a Villa Savoia, diverrà nel dopoguerra questore di Milano. La temuta polizia segreta, l’OVRA, con in testa il suo capo Guido Leto si pose anch’essa al servizio dei nuovi padroni e non venne neppure sciolta. Quanto ai carabinieri essi misero in soffitta la loro ventennale fedeltà al Duce. Carmelo Manzano, colui che aveva arrestato Mussolini trasferendolo a bordo di una ambulanza, grazie ad un concorso truccato in agosto sarebbe diventato prefetto. Non diversamente dagli altri si comportò il ‘console’ Enzo Galbiati, capo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale [MVSN] dal 15 maggio 1941. Saputo dell’arresto di Mussolini aveva tentato di prendere contatto con i vari comandi della Milizia senza riuscirvi, essendo state interrotte le comunicazioni telefoniche. Quando alle ore 22 un reparto dell’esercito circondò il suo quartier generale Galbiati, sotto la minaccia dei cannoni, si affrettò a far sapere a Badoglio che la Milizia fascista, ‘fedele ai suoi principi’, restava al servizio della patria e che lui, ‘da soldato a soldato’, gli stringeva la mano. Poco prima aveva risposto ad suo ufficiale che gli aveva chiesto di reagire: ‘Se si sente un eroe può fare da solo!…’. Con tutto ciò il 28 luglio Badoglio lo silurò sostituendolo con il generale Quirino Armellini e qualche settimana dopo Galbiati fu cacciato in prigione insieme a quattro suoi collaboratori. Restava l’ultima delle creature di Mussolini: il Partito Nazionale Fascista [PNF]. Il segretario di questo Carlo Scorza la sera del 25 luglio aveva tentato invano di contattare Palazzo Venezia, Villa Torlonia, il ministero degli interni e il capo della polizia. Sospettando fosse successo qualcosa aveva ordinato di riunire quante più Camicie Nere si poteva, ma all’appello avevano risposto solo una cinquantina di esse. Pensò allora di recarsi dal comandante dei carabinieri Cerica, suo vecchio amico, per avere notizie. Mentre questo lo tranquillizzava dicendogli che il Duce era ospite di Villa Savoia intervenne il colonnello Frignani che lo dichiarò in arresto. In seguito alle rimostranze di Scorza, Cerica gli permise di recarsi a casa per cambiarsi e ciò fu la sua fortuna. Giuntovi, approfittando di un attimo di disattenzione dei suoi sorveglianti, uscì dalla porta di servizio e scomparve. In tal modo la lunga avventura del partito fascista. Iniziata a Milano in piazza San Sepolcro il 23 marzo 1919, terminava il 28 luglio 1943 per effetto di un decreto di scioglimento emanato dal governo che altro non faceva che sanzionare il fatto compiuto. Uno solo dei cinque milioni di italiani ufficialmente iscritti al PNF dimostrò la sua fedeltà a Mussolini. Il senatore Manlio Morgagni, direttore dell’agenzia Stefani, alla notizia dell’arresto del Duce si uccise perché ‘la sua vita senza Mussolini non aveva più senso’.
    In meno di quarantotto ore del fascismo non restava più la minima traccia. In compenso però restava intatto l’apparato dello stato con gli stessi sbirri che, come prima perseguitavano i nemici di Mussolini, ora ne perseguitavano gli amici. Ciò in omaggio alla ‘continuità dello stato’. Il re acconsentì unicamente si perseguissero i principali gerarchi, alcuni dei quali con il loro voto avevano causato la caduta del fascismo. Dal giorno della seduta del Gran Consiglio Galeazzo Ciano viveva segregato in casa sotto stretta sorveglianza. Temendo il peggio si era rivolto a un suo protetto, il capo di stato maggiore generale Ambrosio. Da questi aveva però ricavato una risposta ingrata: ‘Lei ha fatto qualcosa di grande, ma politicamente significa la sua fine!…’. Chiese e ottenne allora una visita di Acquarone, il quale gli comunicò la ‘sorpresa’ del sovrano e la garanzia alla sua personale sicurezza, insita per altro nella sua qualità di Collare della SS. Annunziata. Per nulla convinto [anche il suocero Mussolini era un ‘Collare’], quando venne a sapere che Badoglio aveva ordinato il suo arresto, dietro consiglio del barone Doemberg chiese aiuto ai tedeschi [!?]. Hitler allora, allo scopo di ‘consevare il sangue di Mussolini’ gli promise di farlo arrivare sano e salvo in Spagna e, appena giunto in aereo in Germania, lo fece imprigionare nel carcere di Oberallmannshausen, sul lago di Starnberg. Di tutto ciò approfittò Badoglio per liberarsi di personaggi che gli erano invisi. La vittima designata fu nella circostanza Ettore Muti, colonnello di aviazione il cui coraggio era comprovato da quindici decorazioni al valor militare: una medaglia d’oro, dieci d’argento e quattro di bronzo. Egli era stato anche segretario del partito ma in seguito si era allontanato dal fascismo, a suo parere divenuto ‘troppo borghese’. Il 23 agosto, alle 2 di notte, una squadra di carabinieri sal comando del tenete Taddei circondò la casa di Muti a Fregane, vicino a Roma. Avvertito che sarebbe stato tratto in arresto Muti indossò l’uniforme e seguì i carabinieri. Pochi metri lontano dalla villa Taddei emise un fischio e un individuo in abito color cachi aprì il fuco con un mitra uccidendo il prigioniero. Venne poi inscenata un’aggressione. Il governo finì col fornire tre versioni della morte di Muti. Da prima affermò che muti era stato ucciso durante un tentativo di fuga. Poi precisò che lo ’eroico Muti’ era stato colpito in uno scontro a fuoco tra i carabinieri e alcuni sconosciuti. Infine dichiarò che egli stava complottando con i tedeschi contro lo stato. Per rendere più plausibile quest’ultima versione agli occhi dell’opinione pubblica venne inoltrata una protesta per via diplomatica a Berlino. Il risultato fu che Joachim [von] Ribbentropp il 26 agosto invitò Roma a fornire i nomi dei tedeschi coinvolti. Al che il ministro degli esteri Raffaele Guariglia, nell’impossibilità di farlo, dovette porgere umilianti scuse.

    Controllare il fronte interno, disponendo pienamente dell’esercito e dei carabinieri, non era impresa difficile per Badoglio. La politica interna però, ridotta a semplice amministrazione dell’ordine pubblico, era il compito minore e più semplice che si prospettava ai nuovi governanti. Al di fuori e al di sopra li aspettava l’immane compito di affrontare gli amici e i nemici per risolvere il problema ‘guerra o pace’ che con precipitosa fretta e senza alcun programma in mente si erano addossati. Tedeschi e anglo-americani li aspettavano al varco.
    Svariati possono essere i giudizi sulla congiura di palazzo del 25 luglio 1943. Ai suoi autori và però riconosciuta l’abilità di aver saputo agire con segretezza tale da sorprendere non solo gli italiani, ma il mondo intero. I tedeschi furono presi in contropiede. Anche gli aglo-americani, nonostante tutti i rapporti che giungevano loro dalle ambasciate in Vaticano, a Berna, a Lisbona e a Madrid furono completamente sorpresi. La caduta di Mussolini aveva dato adito ad una serie di congetture. Si trattava di un estremo tentativo di rafforzare lo sforzo bellico italiano o piuttosto di un’astuta manovra politica [così pensava Antony Eden…], simile a quelle adottate dal principe Max di Baviera in Germania nel 1918 o dal maresciallo Philippe Petain in Francia nel 1940, allo scopo di ritirare i loro paesi dal conflitto?… Nell’incertezza essi conclusero che la miglior politica fosse quella dell’attesa. Facendo propria la frase contenuta nel proclama di Badoglio [‘la guerra continua!’…] intensificarono i loro preparativi per l’invasione dell’Italia. Questo pensiero dimostrava senza ombra di dubbio che gli alleati non combattevano il regime di Mussolini bensì l’Italia. Così Winston Churchill si espresse ai Comuni il 27 luglio…

    … finora non siamo stati avvicinati dal governo italiano e non dobbiamo prendere alcuna nuova decisione, salvo quella connessa allo spargimento della maggior quantità possibile di ferro e fuoco sull’Italia fino alla resa incondizionata!…

    Nell’attesa degli eventi gli alleati si affidarono alle bombe e all’effetto intimidatorio della ‘resa incondizionata’, formula che Roosevelt aveva formulato in maniera alquanto strana a Casablanca il 24 gennaio 1943. Così, ironia della sorte, finì col diventare la ‘cavia’ di questa resa incondizionata l’Italia, ossia proprio il paese che inizialmente ne era stato escluso. il 20 gennaio 1943 il premier britannico aveva precisato in un rapporto inviato a Londra sull’andamento della Conferenza di Casablanca…

    … ci proponiamo di compilare un resoconto dei lavori della conferenza da consegnare alla stampa al momento stabilito. Dovendo includervi una dichiarazione secondo la quale gli Stati Uniti e l’Impero Britannico sono fermamente decisi a continuare inflessibilmente la guerra sino alla resa incondizionata della Germania e del Giappone, gradirei sapere quel che ne pensa il gabinetto di guerra. L’Italia potrebbe essere risparmiata in modo fa favorire una scissione. Tale idea piace molto al presidente americano]. Egli è certo che questa incoraggerebbe i nostri amici in tutto il mondo…

    A Londra però non si condivise tale punto di vista…

    … il gabinetto all’unanimità reputa che tutto sommato sarebbe svantaggioso per noi escludere l’Italia dalla resa incondizionata] a causa dei disordini che questo provocherebbe in Turchia, nei Balcani e altrove. Non siamo sicuri che l’effetto sia positivo anche sugli stessi italiani. Il sapere in anticipo quello che li aspetta può anzi produrre sul loro morale l’effetto auspicato…

    Tale concezione ‘punitiva’ dei britannici, legata ancora alla loro visione dei tempi della regina Vittoria per cui l’Italia non doveva più costituire una minaccia alle vie di comunicazione del loro impero, finì con l’essere accettata anche dagli stessi americani. Già il 29 luglio 1943, quando Washington ricevette il testo britannico, composto da 17 articoli, a cui doveva sottostare l’Italia in caso di richiesta di armistizio, essa non lo approvò temendo un irrigidimento italiano e richiese vi fossero inserite unicamente clausole militari. Londra acconsentì e predispose in tal senso un testo ridotto a 13 articoli, avendo però cura di precisare nell’articolo 12 che ‘altre condizioni di carattere politico, economico e finanziario che l’Italia dovrà impegnarsi ad accettare saranno trasmesse in seguito’. Con questo sotterfugio gli alleati si lasciarono la via aperta le la loro ‘azione punitiva’ che si concretò in un altro testo di 44 articoli, redatto tra il 14 e il 24 agosto a Quebec da inglesi e americani. Il due documenti, che passeranno alla storia coi nomi di ‘armistizio corto’ e ‘armistizio lungo’ causeranno confusione nei delegati italiani e permetteranno ad Eisenhower di accelerare, come era sua desiderio, l’eliminazione dal campo di battaglia delle forze armate italiane. Egli in fondo della caduta di Mussolini aveva dato la spiegazione più logica e coerente. Il nuovo governo era sicuramente avverso ai nazisti e pertanto doveva essere incoraggiato da subito, con la promessa di regolare alleanza in cambio dell’uso degli aeroporti della penisola, a sganciarsi al più presto dalla Germania. La logica militare di ‘Ike’ [raggiungere gli obiettivi prefissati col minor costo possibile di vite umane…] urtò contro le decisioni dell’alta politica, con la conseguenza che lo sganciamento dell’Italia alla fine produrrà solamente un prolungamento della guerra e delle sue negative conseguenze, soprattutto per gli italiani.

    Se i governanti anglo-americani reagirono al cambiamento di governo a Roma con tattica temporeggiatrice, i tedeschi al contrario si mossero in modo piuttosto impulsivo. L’insopportabile afa che aleggiava su Roma domenica 25 luglio aveva spinto io personale dell’ambasciata tedesca a cercare refrigerio lungo il litorale tirrenico o sui colli che circondano la capitale italiana. Sonnolenza e noia che avevano invaso i pochi funzionari rimasti in sede per ragioni di servizio furono interrotte alle 20 da una telefonata di Albert Kesselring che sollecitava un colloquio urgente con Mussolini, che il suo quartier generale non riusciva a contattare. Subito dopo l’addetto militare in sottordine Friedrich von Plehwe si recava al comando supremo italiano per inoltrare richiesta al maggiore Luigi Marchesi. Questi rispondeva dicendo che non era possibile e che presto ne avrebbero conosciuta la ragione. Due ore dopo il giubilo nelle strade e i comunicati alla radio avvertivano i funzionari tedeschi dell’avvenuto cambiamento. Immediatamente essi tentarono di mettersi in contatto con l’OKW ma da Berlino ricevettero un fermo rifiuto dagli addetti alle comunicazioni poiché per ordini superiori l’Italia era stata ermeticamente isolata. Kesselring allora per ogni evenienza dispiegò i carri armati della 3-a Panzergrenadierdivision a difesa del quartier generale a Frascati e chiese di essere ricevuto dal re. La sua richiesta venne respinta. Contemporaneamente il duca di Aquarone invitò l’ambasciatore Hans von Mackensen a recarsi subito dal neo-capo del governo Badoglio. Il gioco della reciproca diffidenza cominciava già a delinearsi. Von Mackensen, temendo una trappola, fece sapere di essere assente e quando mezz’ora dopo un ufficiale italiano comparve all’ambasciata egli invio il funzionario Dortenbach. Badoglio ripetè a questi quanto poco prima aveva detto all’ambasciatore giapponese: il cambiamento di governo non costituiva cambiamento della condotta di guerra e della politica estera dell’Italia. Due giorni dopo si affrettò a telegrafare al Fuehrer…

    … con il giuramento nelle mani di Sua Maestà Re e Imperatore il consiglio dei ministri da me presieduto si è oggi insediato. Come già dichiarato nel proclama da me rivolto agli italiani e comunicato ufficialmente al vostro ambasciatore la guerra per noi continua nello spirito dell’alleanza!…

    Tutto ciò poco convinse Hitler, il quale già la sera stessa del 25 luglio a Rastemburg, nel corso dell’abituale rapporto, aveva affermato senza mezze parole…

    … questa gente è costretta ad agire così perché si tratta di un tradimento. Anche noi però seguiteremo a fare lo stesso gioco preparando ogni cosa per mettere mano con la rapidità di un fulmine su tutta quella cricca e imprigionare l’intera banda… vedrete allora che si sgonfieranno fino al midollo…

    I collaboratori di Hitler convennero sull’esattezza delle sue previsioni e si accinsero ad eseguire gli ordini. Meno convinti dell’infallibilità del Fuehrer furono però i funzionari tedeschi a Roma, cosa in fondo normale per senso di amicizia che si crea fra ospitanti e ospitati e per l’amore di quieto vivere tipico dei burocrati. Fu solo questa divergenza di vedute a salvare Vittorio Emanuele III e la sua cerchia. Un primo piano tedesco contemplava di farli prigionieri utilizzando le forze tedesche di polizia a Roma, al comando di Herbert Kappler, assieme alle SS di Eugen Dollmann. Il progetto però, soprattutto a causa dello scarso entusiasmo del primo, si rivelò inattuabile. Badoglio e i suoi collaboratori, assai diffidenti, vivevano giorno e notte nei loro uffici sotto la protezione di ingenti forze militari e di polizia. Sorvegliati come in una fortezza erano poi il re e i membri della famiglia reale. Seguendo il parere di Goering venne allora deciso di lanciare su Roma la 2-a divisione di paracadutisti [operazione Schwartz], che avrebbe dovuto catturare i dirigenti italiani. Allo scopo furono inviati a Frascati, presso il quartier generale di Kesselring, il generale Kurt Student e il maggiore Otto Skozerny [colui che ‘libererà’ Mussolini…]. Nella massima segretezza il 31 luglio alle ore 15, presenti Kesselring, i suoi collaboratori e von Plehwe in rappresentanza dell’addetto militare a Roma Enno von Rintelen, il generale Student espose il piano dell’operazione. Accolto con malcelata ostilità dai presenti, preoccupati dalle conseguenze ‘morali’ e non solo militari [sic!…], fu con la dovuta cautela ‘contestato’. Nella riunione Kesselring espose i seguenti argomenti: a) gli ambienti filotedeschi italiani, nel caso l’operazione Schwartz fosse stata effettuata, avrebbero senza dubbio cambiato la loro posizione nei confronti dell’alleato b) i rifornimenti, soprattutto quelli destinati alle truppe tedesche in Sicilia, sarebbero stati minacciati c) l’evacuazione dalle isole sarebbe stata problematica d) a causa delle vie di comunicazioni rese impraticabili sarebbe stata in pericolo la massa delle divisioni tedesche presenti in Italia. All’uscita dalla riunione poi commentò: ‘Ecco come si diventa capobanda… non avrei mai pensato che la mia vita militare un giorno dovesse finire così…’. All’opposizione di Kesselring e altri si contrapponeva l’intuito di Hitler, per il quale il rispetto per gli affari interni italiani significava permettere alla monarchia e al nuovo governo di preparare spiacevoli sorprese alla Germania. I fatti successivi stabiliranno senza ombra di dubbio chi aveva visto giusto…

    [continua]



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    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  2. #22
    SENATORE di POL
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    Predefinito

    Consiglierei, per evitare di fraintendere la storia patria, come fanno taluni, un bell'articolo di Elena Aga-Rossi su "nuova Storia Contemporanea" del luglio agosto 2003 dal titolo: "Dino Grandi, il 25 luglio, gli USA", così almeno si ritorna un tantino ......nel e sul tema suggerito dall'ironico titolo del 3d.

    Di un certo interesse è anche l'articolo che si trova a questo indirizzo... http://www.storiain.net/artic/artic2.asp
    Saluti liberali

  3. #23
    memoria storica di PoL
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    Talking ... fraintendi oggi... fraintendi domani...



    Settembre 1943. Il sindaco di Salerno porge il benvenuto ai 'liberatori' ...

    cari amici
    i 'consigli' del nostro esimio [nonchè insindacabile] ragionier PierFrancesco sono come sempre preziosi... solo per chi però ha la fortuna di possedere i numeri arretrati di Nuova storia contemporanea, che è come dire neanche l'un per mille degli ospiti di PoL... ...

    Per venire incontro un poco alla 'maggioranza ignorante' posso dire che la storica Elena Aga Rossi, citata dall'esimio, è autrice del 'recente' saggio intitolato L'inganno reciproco. L'armistizio tra l’Italia e gli angloamericani del settembre 1943 [Roma, ll Mulino, 1993], pubblicato nientemeno che con il 'patrocinio' del Ministero per i Beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i Beni archivistici. Oltre a ciò il volume reca l'autorevole prefazione di Renzo de Felice, nella quale l'illustre storico afferma che esso costituisce ‘quanto di meglio è oggi disponibile sotto il profilo documentario sulla vicenda armistiziale italiana’. I documenti, tutti certamente di grande interesse, occupano per la verità la maggior parte dell'opera [pp 83-475], essendo il contributo originale dell'autrice in pratica limitato ad una pur ampia 'panoramica generale' [pp. 1-82]. La prima parte della documentazione [pp. 85-236] costituisce poi ‘Il punto di vista inglese’, che come accennato dallo scrivente risultò, pur prevalendo alla fine, non poco differente da quello americano.
    Pur apprezzando tutti quanti naturalmente il notevole e puntiglioso lavoro doi ricerca portato a termine dalla Aga Rossi, occorre pur dire che da esso non risulta molto di nuovo rispetto a quanto già si sapeva. In particolare viene ribadito che nei piani originari degli angloamericani era prevista soltanto l'occupazione della Sicilia, per altro grandemente facilitata [cosa già messa in opportuno rilievo dallom scrivente mi pare...] dall'opera dall'opera dei mafiosi americani tratti dalle galere degli Stati Uniti ed infiltrati in Sicilia per riallacciare antiche connivenze ed assassinare alle spalle gli ufficiali italiani preposti ai punti chiave della difesa. [ed i mafiosi, messi ai posti di comando dal nemico dopo l'occupazione, vi si installarono solidamente]. Con l'espressione ‘inganno reciproco’ l’autrice allude poi ai negoziati fra rappresentanti italiani e angloamericani [i primi contatti avvennero ai primi di agosto del 1943...]. A Lisbona, il 19 agosto, l’inviato italiano, gen. Castellano ‘sostenne che il suo governo voleva un rovesciamento dell’alleanza e un'attiva collaborazione dell’esercito italiano alla lotta contro i tedeschi dopo lo sbarco alleato’, mentre, secondo la Aga Rossi, il governo Badoglio non avrebbe effettivamente avuto intenzione di partecipare alla guerra contro la Germania.
    Gli angloamericani dal canto loro ‘insistettero per una resa senza condizioni, presentandosi come una forza soverchiante, che non aveva alcuna necessità di aiuti esterni’, mentre in realtà le loro forze erano relativamente modeste, tanto che lo sbarco a Salerno rischiò di concludersi con un disastro, per la reazione delle truppe tedesche e, aggiungiamo, di reparti italiani che non avevano accettato l'armistizio e continuavano a combattere. Solo le artiglierie di grosso calibro delle navi britanniche impedirono che le truppe da sbarco fossero ributtate a mare, e questo particolare, rimasto per molti anni ignorato, non può non far riflettere su che cosa sarebbe successo se in quella circostanza fossero state presenti le corazzate italiane...
    Viene anche ribadito che la posizione inglese nei confronti di un armistizio con l'Italia [ipotesi che era stata da tempo presa in considerazione da parte britannica...] era sin dal 20 novembre 1942 [memorandum del Gabinetto di guerra inglese, preparato da Eden], quella secondo cui ‘tra le due possibilità di una pace separata o di un collasso interno, seguito da una occupazione dei tedeschi, si preferiva la seconda’, cioè l'occupazione dell’Italia da parte dei tedeschi piuttosto che la semplice uscita dell'Italia dal conflitto: ‘Il governo inglese intendeva imporre una pace punitiva, che impedisse a qualunque futuro governo italiano di avanzare richieste riguardanti la propria integrità territoriale o il mantenimento delle colonie e eventualmente ritornare a minacciare la potenza inglese nel Mediterraneo...’. Guerra totale contro l’Italia quindi e non soltanto contro il fascismo, come ripeteva invece con insistenza la propaganda angloamericana di allora e la proganda 'antifascista' di oggi. Viene ribadito [e così ci si collega alla figura di Dino Grandi...] anche che da parte inglese ‘non vi era [...] alcuna pregiudiziale ideologica nei confronti di personalità del regime fascista, tanto che l’unico nome su cui il governo inglese assunse una posizione possibilista fu quello di Grandi...’.
    Nel saggio è messo anche in evidenza che quello stipulato il 3 settembre 1943 a Cassibile non fu affatto un ‘armistizio’, cioè della sospensione delle operazioni militari contro il nemico, ma un vero e proprio capovolgimento di fronte, cioè di passaggio allo stesso nemico, improvviso ed inatteso, dopo che il Governo Badoglio aveva solennemente riaffermato che l'Italia, mantenendo fede alla parola data, avrebbe continuato la guerra sino alla fine. E questa posizione fu mantenuta sino all'ultimo, ancora dopo che l'armistizio era stato firmato e prima che esso fosse pubblicamente annunciato. D’altra parte, neppure il nemico stesso aveva chiesto il capovolgimento di fronte. Anzi proprio il comandante in capo nemico, gen. Eisenhower, aveva escluso che si potesse chiedere agli italiani di schierarsi dalla parte degli angloamericani e contro i tedeschi, in quanto ciò 'avrebbe costituito per essi un disonore'. Nel testo del cosiddetto 'armistizio corto', cioè quello firmato il 3 settembre 1943 e reso noto nel pomeriggio dell'8 settembre, ‘si prevedeva la resa italiana, ma non il passaggio dalla parte alleata, perché Eisenhower era convinto che non si poteva chiedere agli italiani una decisione che egli stesso considerava contraria al codice d'onore militare’. In un telegramma inviato al Combined Chiefs of Staff, USA-GB il 27 luglio 1943 [compreso nella documentazione raccolta dalla Aga Rossi], Eisenhower affermava che gli italiani ‘considererebbero disonorevole cercare di rivolgersi contro i loro antichi alleati e costringere alla resa le formazione tedesche ora sul continente italiano’.
    Nessun equivoco infine sul fatto che 'il primo obiettivo degli angloamericani era stato quello di eliminare l'Italia dal conflitto, ma l'offerta da parte italiana di una collaborazione militare aggiunse al primo obiettivo un secondo più ambizioso, quello di un ritiro dei tedeschi e della liberazione dell'Italia in tempi brevi’ [E. Aga Rossi, op. cit., pp. 73-74], dove ovviamente per ‘liberazione’ deve intendersi, secondo la attuale terminologia politically correct, l’occupazione nemica di tutto il territorio nazionale...

    Come l'intelligente e non sprovveduto lettore avrà certamente inteso quindi, l'importante contributo alla storia costituito dall'opera di Aga Rossi in realtà non fà che fornire ennesima conferma a verità già da tempo note. Che poi tali 'verità' possano non piacere tanto a coloro che spargono in giro la ridicola favola che gli americani sessant'anni fà abbiano 'liberato gli italiani dalla dittatura di Mussolini' esattamente come un anno fà hanno 'liberato gli irakeni dalla dittatura di Saddam Hussein' è un problema esclusivamente loro. Per quanto riguarda il popolo degli 'ignoranti storiografici' [cui mi onoro di appartenere... ...] possiamo solo rassicurare il nostro esimio ragioniere che da parte nostra, indipendentemente dalla lettura di quanto scritto da Elena Aga Rossi, non esiste assolutamente alcun pericolo di... fraintendimenti... ...


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    La Aga Rossi ha scritto tante cose, molto più di recente, e se si vuole evitare di appartenere alla schiera nutrita ..... di coloro che fraintendono la storia...... pur persistendo a tagliaincollare e commentare di storia.....forse sarebbe meglio, fra le altre, iniziare a mettere "in collezione", dopo lettura quanto meno degli articoli più importanti, i numeri della prestigiosa rivista che mi onoro di aver citato.

    Saluti liberali

    p.s. = si possono richiedere anche gli arretrati, non costa molto

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    Talking ... per carità egregio!... l'onore è tutto mio!...

    cari amici
    come il nostro esimio ragioniere 'si onora' di citare Nuova Storia Contemporanea, anch'io ho il piacere di onorarmi di un ben più alto risultato conseguito: quello di essere passato dalla categoria degli 'ignoranti storiografici' a quella dei 'fraintenditori storiografici' ...
    Per quanto riguarda la 'prestigiosa rivista' in questione devo a rigor di pura verità precisare che di essa ho acquistato il primo numero uscito [quello del novembre-dicembre 1997, che ancora conservo]. Esso era, diciamo così, un 'numero speciale' dedicato al 'revisionismo storiografico' e, inutile dirlo, la 'parte del leone' spettava allo storico di casa nostra Renzo De Felice, anche se pure Ernst Nolte vi era rappresentato. La prefazione, curata dal direttore Francesco Perfetti, lasciava ben sperare, almeno a giudicare dalle seguente premessa...

    ... Nuova Storia Contemporanea nasce con l'obiettivo di riempire un vuoto del mondo editoriale italiano e con lambizione di porsi come la prima rivista di studi contemporaneistici [termine testuale!...- n.d.r.] di elevato livello scientifico che possa trovare una circolazione ampia, ben oltre i confini circoscritti del mondo universitario...

    La successiva lettura contenuto del suddetto primo numero della suddetta 'pretigiosa rivista' doveva però per il sottoscritto rilevarsi, scientificità a parte, di totale prolissità, al punto di non essere utilizzabile neppure come 'sonnifero'. Se il lettore è interessato a verificare tale giudizio, egli non ha da fare altro che leggere il primo taglia-incolla postato dell'esimio ragionier PierFrancesco che gli capita sotto mano e verificare se è in grado di arrivare a leggere fino alla fine ...

    Polemicuzze a parte sono lieto di offrire al lettore la seconda parte della rievocazione dei quaranta giorni di quella che ho chiamato 'dittatura badogliana', periodo nel quale [chiedo scusa per la ripetizione di cose già dette...] Benito Mussolini si trovava in catene e pertnato non era in condizione di incidere il alcun modo sulle vicende che andiamo a narrare...

    Naturalmente... buona lettura!...




    La 'storica' firma di quello cv he fu chiamato 'armistizio corto', avvenuta a Cassibile il 3 settembre 1943. Il personaggio in abiti civili è il generale italiano Giuseppe Castellano, emissario del governo Badoglio inviato sotto le false generalità come 'commendator Raimondi'


    Che cosa accadde durante la 'dittatura badogliana' [II-a parte]


    Le capacità di ‘intuizioni’ di Hitler [ereditate probabilmente da parte di madre, la quale pare fosse una ‘medium’…], nel caso degli italiani almeno, non erano certo campate in aria, come venne confermato di lì a poco. Si ricorderà che il giorno 27 luglio Badoglio aveva inviato un telegramma al Fuehrer proponendogli un vertice da tenere in Italia. La risposta di Hitler giunse due giorni dopo: ‘Un ulteriore colloquio sarebbe inutile poiché ciò che c’era da dire lo si è gia detto a Feltre [l’ultimo incontro tra Hilter e Mussolini era avvenuto a Feltre 16 28 luglio…]’. La ‘scusa’ era in effetti dettata dal timore di essere rapito in Italia e consegnato direttamente agli anglo-americani. Questo timore venne rafforzato il giorno stesso [29 luglio] da un messaggio radio intercettato e decifrato dai tedeschi nel quale Churchill e Roosevelt parlavano di ‘imminente armistizio con l’Italia’. In questa data per la verità Badoglio ancora non aveva preso contatto con gli alleati in ‘via ufficiale’. E’ un fatto però che nelle sue memorie, riferendosi proprio al 29 luglio, abbia scritto: ‘Io avevo già preso le mie decisioni!…’. E’ pure un fatto che Raffaele Guariglia, il nuovo ministro degli esteri, proprio il 29 luglio, poco prima di partire da Ankara alla volta di Roma [sarà sostituito nel ruolo di ambasciatore in Turchia da Guido Rocco il 6 settembre…] aveva detto al ministro degli esteri turco che l’Italia doveva rompere con la politica estera seguita fino ad allora, pregando anzi il ministro di avvertire di questo i rappresentanti alleati accreditati in Turchia. Una volta rientrato in patria Cariglia non aveva perso tempo e, rintracciati gli incaricati d’affari britannico e americano presso la Santa Sede, li pregò di creare un contatto tra il suo ministero e quelli dei rispettivi paesi. Il 31 luglio i due diplomatici fecero sapere, tramite il cardinale Luigi Maglione, che non erano in grado di accontentarlo per ‘motivi tecnici’ [quello britannico rispose che aveva a propria disposizione solo cifrari vecchi e perciò noti a tutti, quello americano di non averne affatto…]. Il giorno successivo quindi, proprio mentre a Frascati era discussa l’operazione Schwartz, il re e i suoi uomini decisero di contattare gli anglo-americani con una vera e propria missione. Venne incaricato di questa il marchese Blasco Lanza d’Ajeta, membro del servizio diplomatico presso l’ambasciata italiana in Vaticano e i cui titoli erano quelli di avere la madre americana e la moglie del segretario del dipartimento di stato Summer Welles come madrina. Il marchese partì il 2 agosto, dopo che Hitler aveva proposto, accettando in parte la richiesta di Badoglio del 27 luglio, un incontro tra i rappresentanti dell’Asse [si terrà a Tarvisio…]. D’Ajeta, munito di un ‘biglietto di presentazione’ dell’ambasciatore britannico presso la Santa Sede Sir d’Arcy Osborne e senza particolari istruzioni [sic!…], il 4 agosto si incontrò con Sir Ronald Campbell, ambasciatore britannico a Lisbona, affermando di avere ‘importanti comunicazioni da parte del governo italiano’. Sotto lo sguardo esterefatto di Campbell d’Ajeta propose la stipula immediata di un’alleanza militare tra l’Italia e gli alleati [!…], poiché il suo sovrano fin dall’inizio era stato contrario alla guerra e ne voleva la fine [!…]. Secondo Joseph Schroeder d’Ajeta non esitò a dire che Roma per aiutare gli alleati era disposta a dichiarare guerra al Reich [!…], che solo nella capitale vi erano più di 10.000 tedeschi e sempre più continuavano a calarne ‘con grave minaccia per il re, la sua famiglia e il governo’, e infine che per stornare questa occorreva che gli alleati sbarcassero al più presto nella Francia meridionale per obbligarli ad evacuare l’Italia [!…]. Non contento di tutto ciò d’Ajeta, di fronte al suo sempre più incredulo interlocutore, finì alla grande in questo modo…

    … il fascismo è morto e l’Italia da un giorno all’altro è diventata comunista. Se i bombardamenti alleati continueranno a Roma vi sarà una rivolta popolare con la conseguenza che i tedeschi, che già hanno minacciato di usare i gas, si impadroniranno del potere e faranno una strage. Bisogna in tutti i modi aiutare il governo italiano a por fine alla propaganda antibadogliana…

    E’ evidente che con simili ‘argomentazioni’ la missione di d’Ajeta ebbe come unico risultato quella di fornire spunti al più feroce sarcasmo anglosassone. Pare sia stato allora che nell’Oxford Dictionary venne inserito il verbo to badogliate, avente il significato di ‘tradire in maniera idiota’. Come pure è evidente che il re e Badoglio fossero le persone meno adatte a dare ad intendere di essersi convinte della bontà della causa delle democrazie e di non agire per mero opportunismo. Da noi tuttora è di moda la teoria secondo la quale il popolo italiano aveva il ‘dovere morale’ di tradire l’alleanza con la Germania di Hitler. A parte il fatto che se gli italiani avevano il difetto di essere alleati di Hitler, gli anglo-americani avevano il difetto di esser alleati di Stalin, nessuno pare si sia mai posto il quesito se anche il popolo tedesco non aveva per caso il ‘dovere morale’ di rompere l’alleanza con l’Italia. Sia come sia, il re e Badoglio, se veramente il loro intento era quello di risparmiare ulteriori lutti e rovine all’Italia, avrebbero dovuto convincersi che la ‘neutralizzazione’ dell’Italia non poteva che passare da Berlino, dato che il ritiro delle truppe tedesche [che continuavano a calare nella penisola, ufficialmente per difenderla dagli invasori anglo-americani…] era condizio sine qua non per far cessare la guerra sul territorio nazionale. Per ottenere questo non vi era altra strada da seguire se non quella di convincere i tedeschi a chiudere il fronte italiano e gli alleati ad accontentarsi di una limitata occupazione della penisola, cosa che tra l’altro rientrava nei loro piani originali. Se tutto questo lo si potesse ottenere non è certo, quello che è certo è che occorreva ‘parlar chiaro’. Mussolini non aveva saputo farlo negli incontri con Hitler a Klessheim e Feltre. Il nuovo governo si dimostrò ancor più incapace al riguardo di quanto non fosse stato il Duce in occasione della conferenza di Tarvisio il 6 agosto 1943.
    Fino a questa data gli oppositori della operazione Schwartz erano riusciti a prolungarne i preparativi grazie soprattutto alle capacità di convincimento del generale Enno von Rintelen. Questi, inorridito del progetto ‘criminale e lesivo del buon nome tedesco’, si era offerto volontario per la rischiosa missione di ‘disinnescare’ l’operazione suddetta. Ebbe la fortuna di essere aiutato dal capo della divisione addetti miliari colonnello Schushardt, il quale aveva consigliato al generale Kurt Zeitzler di fornire elementi più chiari sulla confusa situazione italiana, e da Herbert Kappler [il futuro ‘boia delle Ardeatine’…] il quale già in un incontro con Himmler aveva fatto capire a questi l’inopportunità del piano. A Berlino Enno von Rintelen, con grande abilità diplomatica, illustrò al Fuehrer la situazione italiana assicurando che il nuovo governo restava fedele ai patti e insistendo per un incontro chiarificatore tra i capi politici e militari dei due paesi. Ingannato da questo ‘specchietto per allodole’ Hitler acconsentì a rinviare l’operazione Schwartz che in seguito all’evolversi della situazione non potè più essere effettuata. Il 5 agosto venne definitivamente annullata da Hitler perché ormai le truppe italiane si erano tutte raccolte intorno a Roma.
    La sfiducia del Fuehrer nel nuovo governo italiano però rimaneva e così si portò avanti il trasferimento in Italia di nuove divisioni tedesche. Questa massa di truppe doveva essere tenuta sotto controllo e per evitare incidenti al soldato tedesco vennero impartite severe istruzioni sul modo di comportarsi verso la popolazione italiana. Alcuni, resisi colpevoli di furti e violenze, vennero addirittura fucilati. In questo contesto si svolse l’incontro di Tarvisio, che a Lisbona il marchese d’Ajeta si era affrettato a definire ‘un semplice espediente per indebolire il sospetto tedesco nei confronti del governo italiano’. Keitel e [von] Ribbentropp giunsero nella località stabilita con un treno blindato scortato dalle SS che all’arrivo stesero subito un cordone di protezione. A riceverli c’erano Guariglia e Ambrosio. Il nuovo ministro degli esteri italiano, colui che avrebbe dovuto chiarire la disperata situazione militare italiana e spiegare che Mussolini era stato deposto proprio perché non aveva avuto il coraggio di farlo, si affrettò a dire a [von] Ribbentropp che l’atteggiamento politico italiano… escludeva qualsiasi idea di capitolazione!… Assai poco convinto da questa ‘assicurazione’ [von] Ribbentropp si affrettò a telegrafare a Berlino: pericolo su tutta la linea!… Non meglio andò il colloquio tra Wilhelm von Keitel e Vittorio Ambrosio. Costui, che a Feltre si era raccomandato affinché i tedeschi ‘non usassero l’Italia come bastione’, fece presente che in quel particolare momento all’Italia necessitavano le divisioni dislocate in Francia e Croazia, oltre all’apporto militare della Germania per poter proseguire la guerra contro gli alleati. Fece poi osservare che le truppe tedesche dislocate in quel momento in varie parti della penisola e non ancora avviate in Sicilia costituivano per il comando supremo grave motivo di preoccupazione, dal momento che aveva più l’aria di truppe di occupazione che di truppe di rinforzo per la causa comune. Disse quindi che per eliminare quel sospetto e dimostrare la solidarietà di alleato il comando supremo chiedeva alla Germania di portare le sue forze in Italia da cinque a sedici divisioni e di schierarle in prima linea [!…]. Che cosa stava a significare questa a dir poco incredibile richiesta?… un bluff per convincere la Germania delle fedeltà italiana o un regalo fatto agli alleati per permettere loro di catturare o annientare quelle divisioni tagliando loro al momento giusto la via di ritirata?… quale sarebbe oggi il nostro giudizio dei tedeschi se avessero trattato segretamente con l’Unione Sovietica su come dare loro in pasto le divisioni italiane dell’ARMIR?… Gli eventi successivi chiariranno che proprio l’offrire agli alleati su un vassoio le divisioni tedesche [i cui soldati erano convinti di essere venuti per difendere l’Italia…] era lo scopo perseguito dagli italiani
    Lo stesso giorno della conferenza di Tarvisio gli alleati videro arrivare, del tutto non atteso, un secondo emissario del governo italiano nella persona di un funzionario del ministero degli esteri, Alberto Berio, scelto come ebbe a raccontare il figlio di Badoglio ‘semplicemente sfogliando l’elenco dei diplomatici’. Partito da Roma il 5 agosto, Berio era giunto a Tangeri [dal 14 giugno 1940 passata sotto giurisdizione spagnola] e la sera stessa si era presentato al consolato britannico qualificandosi come inviato, con tanto di credenziali per aprire trattative, dal governo italiano. In assenza del console Gascoigne, egli espose al viceconsole Watkinson le ‘proposte’ del suo governo. Erano nella loro sostanza demenziale le stesse già avanzate da d’Ajeta, vale a dire una futura ‘collaborazione’ dell’Italia con gli alleati nella guerra contro la Germania, accompagnata dalla richiesta insistente di effettuare al più presto sbarchi nella Francia meridionale o nei Balcani allo scopo di allontanare i tedeschi dall’Italia. Berio chiese altresì di ridurre, se possibile annullare completamente, le incursioni aere sull’Italia per evitare il crollo del fronte interno italiano e infine [unica ‘novità’ da lui apportata…] di intensificare la campagna stampa alleata contro il governo Badoglio allo scopo di allontanare i sospetti dei tedeschi [!…]. Dopo vari giorni di attesa Berio venne finalmente convocato il 13 agosto dal console Gascoigne, rientrato in sede, il quale gli comunicò la risposta alleata, una risposta che non lasciava spazio ad ulteriori trattative: resa incondizionata. Gascoigne invitò alcuni giorni dopo Berio ad avvertire il suo governo perché facesse al più presto a far pervenire un atto di accettazione della resa senza riserve e debitamente firmato [!…].
    Il 19 giunse a Berio la risposta da Roma nella quale gli si faceva sapere che la resa poteva essere accettata a condizione che l’Italia fosse riconosciuta come alleata… non c’è più sordo di chi non vuol sentire, dice un antico proverbio… Berio non fece tuttavia in tempo a comunicare la risposta di Roma poiché Gascoigne il giorno dopo gli comunicò che il suo incarico era divenuto superfluo, essendo giunto a Lisbona un rappresentante militare italiano. Anche la ‘missione’ di Berio, come già quella di d’Ajeta, ebbe più di un risvolto [tragi]comico. Inviato dal governo italiano in missione che doveva essere ‘supersegreta’, aveva letto sui giornali di Tangeri l’annuncio dell’arrivo di un ‘emissario italiano’ [!…].
    Il rappresentante militare cui aveva fatto cenno Gascoigne era il quarto negoziatore inviato da Badoglio, giacchè ve ne era stato un terzo. Mentre d’Ajeta a Lisbona tentava di far accettare agli alleati il suo ‘punto di vista’ e Berio sprecava il suo tempo a Tangeri, un altro personaggio era partito alla volta della Svizzera, allo scopo di contattare il governo di Berna per accertare se fosse disposto a far da mediatore tra l’Italia e gli alleati. Nell’occasione Guariglia pensò bene di non servirsi di un diplomatico, bensì dell’industriale della gomma Alberto Pirelli. Gli svizzeri con tatto ma sbrigativamente però lo congedarono poichè tale richiesta [della quale gli alleati avevano avuto sentore] rappresentava un rischio per la loro neutralità. Se tre missioni contemporanee avevano messo a dura prova la pazienza degli alleati, avevano però loro dimostrato la totale insicurezza del governo italiano. Per diminuire questa e rischiarargli le idee provvidero a far bombardare Milano e Roma il 12 e 13 agosto. Il giorno dopo il governo italiano dichiarò Roma, unilateralmente, ‘città aperta’ e per dare credito a ciò il comando supremo venne trasferito a Monterotondo. Il 12 agosto, poche ore prima del bombardamento di Milano che fece circa 1000 morti e ispirò una tristissima poesia a Salvatore Quasimodo, era partito da Roma per trattare con gli alleati il generale Castellano. Inizialmente il re avrebbe voluto incaricare della delicata missione Vittorio Emanuele Orlando, che aveva nominato egli stesso primo ministro nel 1917 all’indomani del disastro di Caporetto. Quest’ultimo però aveva rifiutato l’incarico ‘per timore di compromettere la sua futura carriera politica’ [aveva soltanto 83 anni!… ]. Orlando comunque vedrà i suoi timori dissiparsi quando nel 1946 venne rieletto al Parlamento!… Ecco le ‘istruzioni’ che Castellano ricevette…

    … cercare di abboccarsi con gli ufficiali dello stato maggiore anglo-americano, esporre la nostra situazione militare, sondare le loro intenzioni e soprattutto dire che noi non possiamo sganciarci senza il loro aiuto. Consigliare uno sbarco a nord di Roma e un altro in Adriatico. Uno sbarco a nord di Rimini risolverebbe la situazione perché i tedeschi, minacciati sul fianco delle loro principali linee di comunicazione, sarebbero costretti a ripiegare dall’Italia centrale a difesa dei passi alpini…

    Ancora una volta il governo italiano faceva finta di non aver capito che l’unica ‘concessione’ che si poteva ottenere dagli alleati era la resa incondizionata. Il colmo di ridicolo poi è che ci si soffermava a ‘dar consigli’ in materia di strategia all’avversario vincitore, in pratica si pretendeva di spiegare loro ‘come vincere la guerra’. Con queste ostruzioni e un laconico biglietto ‘vi prego ricevere il latore’ scritto da Osborne per il collega di Madrid Sir Samuel Hoare, castellano si mise in viaggio camuffato da ‘commendator Raimondi’ e dopo quattro giorni arrivò a Madrid.
    Mentre Castellano era in viaggio a Bologna si svolgeva l’ultimo vertice tra i due alleati dell’Asse. A seguito di una richiesta scritta del comando supremo italiano inoltrata all’OKW tramite l’addetto militare a Berlino Efisio Marras e nella quale si richiedeva il ritiro di quattro divisioni dalla Francia e tre dai Balcani si era reso necessario un nuovo incontro tra i rappresentanti dei due paesi. Stavolta si trattò di un vertice puramente militare tra Alfred Jodl [braccio destro di Keitel] e Mario Roatta. L’atmosfera nella quale il convegno ebbe luogo [15 agosto] fu peggiore di quella di Tarvisio. L’Obergruppenfuehrer Paul Hasser, in conformità agli ordini di Hitler, fece circondare da un battaglione motorizzato delle sue SS Villa Federzoni, sede della riunione, e bloccare tutte le vie di accesso ad essa. La delegazione tedesca rifiutò inoltre cibo e bevande per timore di essere avvelenata. ‘Non conosce lei la storia del rinascimento italiano?…’, ebbe a rispondere Jodl ad uno stupito von Rintelen, che invano provò a far notare l’assurdità di quei provvedimenti che oltretutto gli italiani avrebbero interpretato come una minaccia. Con queste premesse il fallimento della conferenza poteva darsi per scontato. La situazione che si era creta al Brennero, dove le due divisioni Tridentina e Cuneense erano state dislocate ai due lati per impedire le esplorazioni della 44-ma divisione di fanteria tedesca [presente il loco dal 1° agosto…] e per occupare le fortificazioni confinarie, provocò un aspro scambio di parole. Solo quando gli animi si rasserenarono fu possibile intendersi per il ritiro di tre divisioni italiane dalla Francia e l’invio di aerei tedeschi in Italia. i tedeschi poi domandarono ingenuamente se per caso vi erano trattative in corso tra italiani e alleati, al che Roatta ovviamente ripose negativamente. Roatta, probabilmente in buona fede per la semplice ragione che Ambrosio non lo aveva informato, rispose anzi: ‘Non siamo sassoni, e non passiamo col nemico nel bel mezzo della battaglia!…’. Evidentemente egli si riferiva ai numerosi cambiamenti di alleanze fatti dal GranDucato di Sassonia durante le guerre del settecento. A mezzogiorno e mezzo le due delegazioni andarono a mangiare all’Hotel Baglioni. Un colonnello si sedette accanto ad Erwin Rommel, anch’egli presente, al posto che sarebbe spettato a generale Di Raimondi. Lì rimase con la fondina della pistola aperta in quanto il suo compito era ‘proteggere il feldmaresciallo’. Null’altro di significativo ebbe a registrare la conferenza. La diffidenza, fondatissima, che ormai i tedeschi nutrivano nei confronti degli italiani era talmente visibile che Badoglio era solito dire ogni mattina, incontrando il generale Carboni: ‘Ancora una notte senza che i tedeschi mi abbiano prelevato!…’.
    Lo stesso giorno del vertice di Bologna Castellano, senza neppure conoscere l’esito di esso, comunicò a Sir Hoare che il re e Badoglio lo avevano autorizzato a comunicare che l’Italia era fermamente decisa a liquidare l’alleanza con la Germania. Castellano aggiunse poi che l’Italia era pronta a mettere in campo tutte le sue forze per partecipare a fianco degli alleati alla guerra contro il Reich. Sospettando [non a torto] che tale ‘offerta’, che di fatto ammetteva l’estrema debolezza italiana, non fosse molto allettante per gli alleati, castellano sottolineò che il cambio di alleanza sarebbe stato attuabile solo dopo uno sbarco alleato sul ‘continente’ [usando così il termine siciliano che indicava l’Italia peninsulare]. A coronamento della pregevole esposizione Castellano aggiunse…

    …se le potenze alleate sono disposte ad accettare le proposte del mio governo, sarò in grado di consegnare ai loro rappresentanti tutte le carte e i documenti dello stato maggiore italiano riguardanti le truppe tedesche in Italia. Essi contengono informazioni esatte sulla dislocazione, i movimenti e l’armamento delle forze armate germaniche…

    Hoare informò Eden, il quale a sua volta informò Chuerchill, in viaggio sulla Queen Mary alla volta di Quebec. Hoare spedì poi Castellano a Lisbona, cosa che produsse, come abbiamo visto, il ‘siluramento’ di Berio. Il generale siciliano, seguito dall’interprete franco Montanari [che conosceva bene l’inglese essendo di madre americana ed avendo studiato ad Harvard…] alle ore 22 del 16 agosto raggiungeva Lisbona e l’indomani, con molte precauzioni, si presentò all’ambasciata britannica. Qui venne invitato a ritornare il giorno 19 alle ore 22 oper incontrarsi con i generali Walter Bedell-Schmith e Kennet W. Strong, oltre che con l’incaricato d’affari americano Gorge F. Kennan. Dal verbale della riunione stilato dagli anglo.americani si può leggere…

    … il generale Bedell-Schmith dichiara che è disposto a discutere solo delle condizioni alle quali le forze alleate sono disposte a cessare le ostilità contro le forze italiane. La questione della forma di partecipazione dell’Italia nella futura lotta contro la Germania è questione di alta politica e dovrà essere discussa tra i governi…

    Il generale Castellano, forse perchè preso dal pensiero di indurre gli interlocutori ad accettare il punto di vista italiano, forse perché male assistito dall’interprete, non si soffermò sui punti chiave del discorso di Bedell-Schmith ‘termini dell’armistizio militare’ e ‘futuri negoziati tra i governi’. Un diplomatico sperimentato avrebbe subito capito che ‘qualcos’altro bolliva in pentola’ e, con la dovuta cautela, avrebbe chiesto spiegazioni. Nel corso della riunione poi gli anglo-americani non mancarono di sorseggiare diversi bicchieri di whisky e Castellano, per non essere da meno e pur essendo, come racconta Davis, ‘astemio nato’, ritenne opportuno adeguarsi a questa loro abitudine. Si creò quindi, come lo stesso generale scrisse poi, una sorta di ‘atmosfera confidenziale’ nella quale l’euforico siciliano, senza sapere ancora se il suo governo avrebbe accettato o respinto le condizioni armistiziali, fornì agli attenti ascoltatori preziose informazioni militari, tutte debitamente verbalizzate…

    … il generale Castellano dichiara le seguenti divisioni tedesche in Italia in data 12 agosto: 305-ma, 76-ma, 94-ma, 65-ma, 3-a, 16-ma, 29-ma [in parte], 90-ma [in Sardegna], 44-ma, 24-ma [in arrivo], 2-a paracadutisti, una brigata SS [in Corsica], due divisioni SS. Egli dichiara che il quartier generale dell’esercito tedesco è a Frascati, a sud di Roma… In aggiunta alle forze suddette i tedeschi hanno delle ‘zone di difesa’, che servono da pretesto per tenere guarnigioni lungo il litorale di Livorno, Napoli, Orbetello, Salerno, Grosseto, Reggio Calabria. Ognuno di questi avamposti ha una guarnigione di 3.000-5.000 soldati… A Roma vi sono circa 7.000-8.000 SS o truppe equivalenti sotto travestimenti vari… Il generale Castellano fornisce informazioni sulla dislocazione delle truppe tedesche nei Balcani… l’esercito italiano difetta di carburante, di vari tipi di armi, soprattutto cannoni e munizioni controcarro, e anche di scarpe… La flotta ha nafta sufficiente per una sola azione… L’aviazione italiana manca di aerei moderni, ma il generale ritiene che i caccia siano di buona qualità…

    Creata così una ‘atmosfera confidenziale’ ed avendo messo bene in luce le debolezze delle forze armate italiane, castellano pensò bene di riprendere il discorso che più gli stava a cuore: la forma e la misura della partecipazione italiana alla guerra contro la Germania. Egli passò poi a dare nientemeno che ‘consigli strategici’ , insistendo sull’ipotesi di uno sbarco alleato nella zona tra Grosseto e La Spezia… dimostrando così di ignorare il fatto che nel mese di settembre il libeccio impedisce qualsiasi operazione di sbarco sul litorale della Toscana. Non contento alla fine aggiunse…

    … sarebbe assai utile per il suo governo conoscere dove e quando l’invasione alleata si sarebbe effettuata, dato che la reazione tedesca avrebbe obbligato il governo ad allontanarsi da Roma al momento dell’armistizio…

    L’illusione di Castellano di trovarsi di fronte ad degli allocchi sprovveduti finì bruscamente allorché giunse la ‘proposta’ definitiva da parte di Bedell-Schmith…

    … come soldato il generale Castellano può ben capire i motivi che impediscono al comando alleato di dare informazioni sui propri piani… Propone invece, se Badoglio accetterà le condizioni di armistizio, che il generale Eisenhower ne dia notizia cinque o sei ore prima dello sbarco e ad esso segua un immediato proclama del maresciallo Badoglio…

    All’osservazione di Castellano che cinque ore non sarebbero state suffcienti a permettere un fattiva collaborazione Bedell-Schmith tagliò corto, affermando che ne avrebbe parlato ad Eisenhower. I convenuti si accordarono quindi su come comunicare tra loro e con l’impegno di rivedersi il 31 agosto in Sicilia se il governo italiano avesse accettato l’armistizio. Castellano, con la copia delle condizioni, del verbale, di un ‘promemoria aggiunto’ e un apparecchi ricetrasmittente, riprese la strada di casa. Per il timore di essere arrestato durante eventuali soste in territorio francese o spagnolo egli non prese l’aereo e preferì attendere [la situazione evidentemente non richiedeva a suo modo di vedere particolare tempestività…] l’arrivo dei diplomatici italiani che rientravano dal Cile [il quale aveva dichiarato guerra a Italia e Germania…] e raggiungere Roma in loro compagnia.

    [continua]



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    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  6. #26
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    Talking ... parola d'ordine: credere, obbedire, fraintendere!...

    cari amici
    sono assai lieto di darvi un nuovo saggio della mia abilità di 'frainteditore storiografico' proponendovi la terza parte della rievocazione di quanto accadde nei quaranta giorni nei quali Benito Mussolini, il feroce dittatore primo ed unico responsabile di tutte le sciagure della nostra bella Italia, era 'in ferie' nelle isole del Tirreno prima e al Gran Sasso poi...

    ... leggete bene tutti, mi raccomando!...




    Il generale britannico Harold Alexander, artefice della 'vittoriosa' evacuazione di Dunkerque del giugno 1940, promosso successivamente comandante in capo delle forze alleate in Nord Africa prima e in Italia poi...


    Che cosa accadde durante la 'dittatura badogliana' [III-a parte]


    Castellano riuscì a partire da Lisbona la mattina del 24 agosto, sicuro della promessa che gli alleati non avrebbero bombardato il treno sul quale viaggiava, e dopo tre giorni scese alla stazione di Roma. Documenti e radio si trovavano ben custoditi nel bagaglio diplomatico dell’ex-ambasciatore italiano in Cile, il quale viaggiava insieme a lui. Mentre Castellano percorreva in treno le coste mediterranee di Spagna, Francia e Italia alla volta della capitale da qui erano partiti alla volta di Lisbona altri due ‘inviati speciali’ di Badoglio [erano rispettivamente il quinto e sesto!...]: il conte Dino Grandi e il generale Giacomo Zanussi.
    Il conte di Mordano era stato in pratica l’unico a conoscere fin dal primo momento la reale portata del voto espresso dal Gran Consiglio la notte del 25 luglio. Subito dopo la riunione egli aveva raggiunto il ministro della Real Casa duca di Acquarone, il quale da ore lo attendeva nella propria automobile dalle parti di via Velichi, e lo aveva ragguagliato sull’esito positivo della votazione sul proprio ‘ordine del giorno’. Non contento dell’opera svolta aveva poi espresso il suo giudizio su quanto andava immediatamente fatto. Prevedendo quale sarebbe stata la reazione di Hitler e allo scopo di ‘neutralizzare’ le decisioni di Casablanca che prevedevano per l’Italia la resa incondizionata, aveva proposto di dichiarare senza indugio guerra alla Germania e di prendere immediato contatto con gli anglo-americani, in modo che allo sbarco di questi nell’Italia continentale il popolo e le forze armate si sarebbero trovati già in guerra contro i tedeschi. Un tradimento ‘lineare’ dunque che, se non fosse un paradosso, si potrebbe perfino definire ‘leale’. Invano poi nel corso della mattinata Grandi aveva atteso nel suo ufficio un segno di riconoscenza da parte del sovrano. Il conte di Mordano aveva previsto tutto quanto tranne un piccolo particolare: la tradizione secolare dei Savoia a tradire coloro che li avevano aiutati. Mussolini dal canto suo aveva tentato, senza successo, di porsi in contatto con lui. Riuscì invece a rintracciarlo Carlo Biggini, il quale gli comunicò che il Duce desiderava vederlo per offrirgli il ministero degli esteri nel nuovo governo cui stava dando mano [sic!... proprio vero è l’antico detto qui deus vult perdere prius dementat...]. Grandi, temendo [a torto] si trattasse di un tranello per arrestarlo, chiese attraverso il suo capo di gabinetto consiglio ad Acquarone. Questi gli aveva raccomandato di non muoversi, aggiungendo che il sovrano aveva nominato capo di governo Pietro Badoglio. Sempre più preoccupato Grandi si era rivolto prima al re e poi al pontefice chiedendo udienza, ma entrambi si erano rifiutati di riceverlo. Tornato quindi semplice cittadino dopo il fallimento dei suoi ‘progetti’ aveva fatto, come Ciano, richiesta di un passaporto per rifugiarsi all’estero. Anziché ottenere il documento però aveva ricevuto la visita di Acquarone che, come al solito, portava i saluti del re e il messaggio che presto Sua Maestà avrebbe avuto nuovamente bisogno di lui. Era accaduto che la prolungata assenza di Castellano aveva indotto il re, il quale era a conoscenza delle ottime relazioni tra il conte Grandi e Sir Samuel Hoare, invece che ad ordinare il suo arresto ad affidargli la missione diplomatica di prendere contatto con gli alleati. Badoglio si era subito trovato d’accordo con il sovrano, vedendo in quell’incarico un’ottima occasione per liberarsi di un possibile pericoloso rivale. Munito di passaporto intestato allo ‘avvocato Domenico Galli’ Grandi partì così il 18 agosto, accompagnato dalla famiglia, dall’aeroporto di Guidonia con destinazione Siviglia. Qui giunto, ospite dell’infante Don Alfonso, si accinse a stendere il proprio ‘programma di incontri’. Nel frattempo però a Roma, dimenticatisi di Grandi e preoccupati per il silenzio di Castellano [attribuito non già al tortuoso percorso scelto da quest’ultimo ma al timore che il generale fosse stato catturato dai tedeschi o peggio avesse defezionato...] venne deciso su consiglio di Carboni di inviare in Portogallo il generale Giacomo Zanussi. Imbarcatosi il 24 agosto all’aeroporto di Guidonia, l’ufficiale di stato maggiore partì in compagnia del generale britannico Adrian Carton de Wiart [prigioniero dal 1941...] come ‘documento di presentazione’ e dal principe Galvano Lanza di Trabia [fratello dell’aiutante di campo del generale Carboni Raimondo Lanza di Travia, i cui feudi in Sicilia erano amministrati da Genco Russo, stretto collaboratore del mafioso Don Calogero Vizzini...] in veste di ‘interprete’. Alla fine della missione a de Wiart sarebbe stata cavallerescamente concessa la libertà. Siviglia era il terminale del servizio aereo di linea in partenza da Roma, per cui per raggiungere Lisbona era necessario fare tappa in quella località e trasbordare. Il caso volle che Grandi e Zanussi, entrambi come abbiamo visto in viaggio per Lisbona, si trovassero lo stesso giorno sullo stesso aereo. La contessa Grandi, con femminile spirito di osservazione, riconobbe in uno dei passeggeri [orbo di un occhio e privo di un braccio...] il generale britannico e avvertì di questo il marito. Fu così che, giunto a destinazione nella capitale portoghese, il conte Grandi ritenne inutile proseguire la sua missione, che aveva per destinazione ultima Quebec, dove l’avrebbe condotto un aereo messogli a disposizione dal Secret Service. Rientrato nel dopoguerra in Italia dopo un ‘periodo di ritiro’ trascorso prima a Viana de Castelo [a nord di Oporto...] e poi in Brasile, il conte di Mordano nei primi anni della Repubblica insegnò ai nuovi dirigenti politici italiani le ‘buone maniere diplomatiche’. Morirà cieco e dimenticato da tutti a Bologna il 21 maggio 1988 all’età di 92 anni.
    La presenza di Grandi sull’aereo ebbe comunque l’effetto di liberare Zanussi dagli agenti tedeschi, i quali si misero alle calcagna dell’ex-gerarca fascista, di modo che il generale potè recarsi indisturbato all’ambasciata britannica. L’ambasciatore Campbell, il quale evidentemente ne aveva abbastanza di emissari italiani che offrivano alleanze e consigliavano sbarchi, lo fece relegare insieme col suo interprete nell’alloggio di servizio di un suo funzionario in attesa di istruzioni. In quel medesimo giorno era pervenuto al quartier generale di Eisenhower ad Algeri e al Foreign Office a Londra il testo dell’armistizio lungo redatto a Quebec insieme con l’ordine di usarlo al posto di quello corto in tutte le successive trattative con gli italiani. La notizia che a Lisbona era giunto un altro inviato da Roma fu colta quindi al balzo da Eden, il quale ordinò a Campbell di consegnargliene subito una copia. Zanussi ricevette così il documento e disse che lo avrebbe esaminato con l’interprete. Non ne ebbe però il tempo dal momento che lo stesso giorno [27 agosto...] fu condotto all’aeroporto per far rientro a Roma. Al quartier generale di Algeri frattanto Eisenhower, appreso quello che era accaduto a Lisbona, si preoccupò gravemente e fece in modo di correre ai ripari. Da buon militare egli teneva soprattutto ad estromettere dalla guerra le forze italiane, le quali per quanto deboli erano pur sempre un fastidio, e si adoperò per evitare che l’armistizio lungo, pericoloso per il successo dei suoi piani, finisse nelle mani degli italiani. L’aereo sul quale viaggiava Zanussi venne così tout court dirottato e il giorno 28 atterrò con il suo carico ad Algeri. Qui il generale italiano fu accolto con estrema diffidenza, sospettato di essere un esaltato o, peggio ancora, una spia dei tedeschi. Bedell-Schmith propose addirittura di fucilarlo!... L’italiano, al quale nessuno aveva mai parlato della missione di Castellano, sottoposto a pressanti interrogatori, cominciò un poco a preoccuparsi e per mostrare la propria buona fede si diede un gran da fare fornendo agli alleati quante più informazioni miliari poteva, corredate dai soliti consigli di sbarcare in qualche punto a nord della penisola. Di tutto il suo sproloquio, già in gran parte noto agli alleati per via del loquace Castellano, una ‘novità’ fece però colpo sugli interlocutori: l’idea di uno sbarco aereo su Roma, reso possibile dalle numerose divisioni italiane lì dislocate e dalla scarsa consistenza delle forze tedesche presenti... questa ‘brillante trovata’ finirà per causare altri e più rovinosi ‘pasticci’...
    Non appena giunto a Roma Castellano si presentò alle ore 11.30 da Badoglio per consegnare i documenti ricevuti e a Lisbona e illustrare ‘il successo della sua missione’. Assistevano all’incontro il generale Francesco Rossi, in sostituzione di Ambrosio assente quel giorno dalla capitale, e il ministro Guariglia. Questi non fu entusiasta della relazione di Castellano e fece rilevare che quest’ultimo, dichiarando che l’Italia intendeva entrare in guerra contro i tedeschi, aveva trasceso i limiti del suo incarico. Castellano allora si difese adducendo che ‘non avendo avuto precise direttive gli era parso conveniente regolarsi a quel modo’. A dire il vero la reazione di Guariglia era un poco strana, in quanto se l’Italia voleva [con o senza resa incondizionata] un’alleanza con gli anglo-americani la dichiarazione di guerra alla Germania sarebbe stata la logica conseguenza. Badoglio comunque tacque, segno che condivideva il comportamento tenuto da Castellano. La discussione venne ripresa l’indomani 28 agosto, presente Ambrosio. Questi, appoggiato da Carboni, approvò l’azione di Castellano e contro il parere di Guariglia sostenne la tesi di accettare l’armistizio. Badoglio era però ancora indeciso. Le condizioni imposte dagli alleati gli parevano ‘molto dure e di quasi impossibile attuazione’ e si riservò un altro giorno per decidere. Nel pomeriggio del 29 gli pervenne un messaggio da parte dell’ambasciatore Osborne che faceva sapere...

    ... è di vitale importanza che il generale Castellano si rechi subito in Sicilia come concordato a Lisbona...

    A seguito di ciò Badoglio convocò la mattina del giorno 30 Guariglia, Ambrosio e Castellano. Il maresciallo dispose che ‘Castellano partisse per Cassibile per far presente che l’Italia si trovava nella impossibilità di poter attuare le condizioni di armistizio proposte perchè le sue forze, assai inferiori, sarebbero state in breve tempo sopraffatte da quelle tedesche’. Prima di partire Castellano ricevette un ‘appunto’ da consegnare agli alleati nel quale erano esposte le ragioni del rifiuto...

    ... se l’Italia avesse una certa libertà d’azione politica e militare chiederebbe senz’altro l’armistizio agli alleati, accettandone le condizioni. L’Italia però non può farlo subito poiché le sue forze militari, tanto in Italia che fuori d’Italia, si trovano in netta condizione di inferiorità. Esse non sono in grado di sopportare l’urto delle forze tedesche e sarebbero in breve sopraffatte. Tutto il paese [Roma per prima] sarebbe così esposto alla rappresaglia tedesca e l’Italia diverrebbe una seconda Polonia. Ugualmente resterebbero senza difesa le centinaia di migliaia di lavoratori italiani che si trovano in Germania. L’Italia pertanto potrà chiedere l’armistizio solo quando, in seguito agli sbarchi alleati con contingenti sufficienti e in adatte località, cambiassero le attuali condizioni oppure se gli alleati fossero in grado di mutare la situazione militare in Europa...

    Il calce allo scritto Badoglio aggiunse la seguente annotazione...

    ... per non essere sopraffatti prima che gli alleati possano far sentire la loro azione non possiamo dichiarare l’accettazione dell’armistizio se non dopo l’avvenuto sbarco di almeno quindici divisioni, la maggior parte delle quali tra Civitavecchia e La Spezia...

    Mentre maturavano queste decisioni di vitale importanza per l’Italia accadeva uno strano fatto al quale nessuno, nella gran confusione del momento, prestò la dovuta attenzione. Il 29 agosto mattina giunse a Roma un telegramma di Zanussi in cui questi sollecitava l’invio di una aereo a Palermo [occupata dagli anglo-americani...] per ritirare ‘documenti importantissimi’. La richiesta destò un certo stupore dal momento che non si capiva quali documenti vi fossero in Sicilia, essendo Zanussi, così si credeva, a Lisbona. Ciò non ostante si decise di dar corso alla richiesta. L’aereo inviato a Palermo rientrò lo steso giorno con a bordo Galvano Lanza di Trebbia. La valigetta che questi recava con sè venne aperta ma si trovò solo corrispondenza di scarsa importanza. L’idea di chiedere delucidazioni al comando anglo-americano di questa stranezza utilizzando la radio che Castellano aveva portato da Lisbona non sfiorò la mente di nessuno e ciò fu un grave errore. Una tempestiva richiesta di spiegazioni avrebbe quanto meno posto in imbarazzo la controparte e forse, se si fosse sfruttata la situazione, le condizioni di armistizio avrebbero potuto essere meno gravose per l’Italia. Svelando infatti il ‘mistero della valigetta’ [essa avrebbe dovuto contenere il testo dell’armistizio lungo...] il governo italiano si sarebbe reso conto del fatto che l’unico obiettivo perseguito dagli alleati era quello di sbarazzarsi del peso miliare italiano in vista dell’operazione Avalanche [lo sbarco a Salerno...]. Uno sbarco ostacolato dalle forze italiane e tedesche riunite era infatti la cosa che meno desiderava Eisenhower, preoccupato soprattutto dalla possibile comparsa delle tre moderne corazzate italiane [Italia [ex-Littorio], Vittorio Veneto e Roma] che si trovavano a La Spezia. Proprio per questo, nel fondato dubbio che la consegna del testo di resa incondizionata redatto a Quebec inducesse gli italiani a rompere le trattative, il quartier generale alleato di Algeri aveva provveduto a ‘far sparire’ il documento. Ricevuta da Washington l’autorizzazione a trattare solo in base all’armistizio corto [quello esclusivamente militare...] Badell-Schmith si affrettò a farsi restituire da Zanussi il testo di quello lungo con la scusa che sarebbe stato spedito a Roma per altra via. Partito l’aereo con la valigetta vuota, Bedell-Schmith restituì il documento al generale italiano dicendo che a causa di un malinteso non si era potuto inviare. Con questo espediente formalmente il documento era in mano italiana, come desiderava l’inglese desideroso di punire l’Italia, ma sostanzialmente Roma nulla ne sapeva, come voleva l’americano timoroso delle conseguenze politiche e militari.
    Il 31 agosto, in assoluta puntualità, Castellano giunse a Cassibile. Grande fu la sua sorpresa nel vedere Zanussi ma nessuno dei due si preoccupò di chiedere all’altro se per caso non vi fossero delle novità. Castellano illustrò illustrò la dichiarazione di Guariglia, insistendo sul fatto che, se gli alleati fossero sbarcati nell’Italia del sud, il nord del paese sarebbe stato certamente occupato dai tedeschi e suggerì nuovamente, con instancabile petulanza, che gli sbarchi, con l’impiego non meno di quindici divisioni, avvenissero simultaneamente a sud e a nord, consentendo quindi al governo italiano di firmare l’armistizio. L’esercito italiano avrebbe tenuto una finta opposizione. La risposta di Badell-Schmith fù categorica…

    … 1) non ci sarebbe stato bisogno di una dichiarazione di armistizio una volta che gli alleati avessero instaurato una testa di ponte della forza di quindici divisioni 2) solo con difficoltà Eisenhower era riuscito ad ottenere il permesso dai governi alleati di tenere discussioni con gli italiani restando sul piano esclusivamente militare 3) le condizioni consegnate al generale Castellano contenevano una ‘clausola di salvezza’ che consentiva ampi poteri di cambiamento a seconda degli sviluppi 4) se uno sbarco fosse stato realizzato prima della dichiarazione di armistizio in seguito si sarebbe dovuto indire una conferenza per l’armistizio, comprendendovi gli esponenti politici 5) se si fosse raggiunto subito un accordo si sarebbero potute progettare azioni congiunte 6) se si fosse perduta questa opportunità non ve ne sarebbero state altre per riprendere le discussioni sulle clausole militari 7) l’invasione dell’Italia avrebbe comunque avuto luogo dal momento che era stata prevista tenendo in conto della resistenza congiunta italiana e tedesca…

    Le successive richieste di Castellano furono 1) conoscere il luogo dove sarebbero sbarcati gli alleati 2) conoscere le garanzie per Roma e per il Vaticano. Per la 1) ricevette un ovvio e netto rifiuto, per la 2) gli fu risposto…

    … i governi alleati hanno informato che la dichiarazione [del 14 agosto] del governo italiano relativa a ‘Roma città aperta’ non limita in alcun modo le attività del comandante in capo alleato… eventuali bombarda,manti di roma saranno eseguiti senza tenere il alcun conto l’opinione pubblica cattolica [lo stesso Bedell-Schmith era cattolico…] . Se necessario la città verrà distrutta…

    Preso atto dell’inequivocabile atteggiamento degli alleati, Castellano e Zanussi ripartirono per riferire al loro governo. Durante il volo alla volta di Roma Zanussi accennò a Castellano del documento in suo possesso. Castellano però, convinto si riferisse al testo dell’armistizio militare, l’unico a lui noto, rispose di essere a conoscenza di tutto. Finì così che il disgraziato documento di perse nel disordine romano. Zanussi scriverà in seguito di averlo dato a Roatta perché lo facesse avere ad Ambrosio e che Roatta glielo restituì alcuni giorni più tardi senza però dirgli se Ambrosio ne avesse preso visione. Sta di fatto che Castellano lo vedrà per la prima volta a Cassibile il 3 settembre e le sue sdegnate proteste serviranno unicamente ad irritare gli alleati, i quali del famoso ‘onore italiano’, tante volte conclamato da Badoglio, ne avevano ormai abbastanza.
    Il 1° settembre castellano e Zanussi vennero ricevuti da Badoglio alla presenza di Guariglia, Ambrosio e Carboni. Guariglia, modificando il suo precedente atteggiamento, si dichiarò a favore dell’armistizio. Carboni, che in precedenza si era espresso a favore, sostenne invece la tesi del rifiuto adducendo l’impossibilità da parte delle forze armate italiane a resistere ai tedeschi. La riunione si chiuse così senza che venisse presa alcuna decisone, anche perché Badoglio si riservò di riferire e prendere istruzioni dal sovrano. Nel pomeriggio questi decise per l’accettazione. E’ evidente che egli vedeva in questa capitolazione anticipata e nelle promesse di Bedell-Schmith l’unica via per salvare la dinastia e per non essere impiccato come criminale di guerra. Nel corso della notte giunsero a Roma due telegrammi dei Bedell-Schmith. Nel primo si sollecitava il ritorno di Castellano in Sicilia e nel secondo si fornivano ‘assicurazioni’ che ‘le prospettate operazioni relative alla divisione di paracadutisti e ai pezzi controcarro erano allo studio’ e pertanto si sollecitavano le indicazioni degli aeroporti idonei allo sbarco aereo. Il secondo telegramma in un certo senso rispettava l’impegno sottocritto nel verbale di riunione di due giorni prima che prevedeva…

    … 1) conclusione di accordi segreti 2) sbarchi secondari [5 o 6 divisioni] con iniziale contrasto da parte italiana. Dopo breve periodo di tempo [una o due settimane] sbarco principale di paracadutisti a sud di Roma e contemporaneo annuncio di armistizio…

    Il mattino dopo [2 settembre] Castellano si recava per la seconda volta a Cassibile con il tacito accordo di firmare l’armistizio. Ad attenderlo sotto un’enorme tenda militare vi era il generale Harold Alexander circondato dallo stato maggiore alleato. Per prima cosa gli vennero chieste le credenziali per la firma dell’armistizio al che Castellano, manifestando sorpresa, fece rilevare che nessuno gli aveva parlato di firma e che si trovava lì unicamente per proseguire la trattativa militare. Le sue parole ebbero l’effetto di una bomba. Davis riporta che che i generali alleati, sospettando un nuovo trucco degli italiani, divennero furibondi, in particolare Alexander: ‘Il vostro governo ha un modo ben strano di trattare!… se l’armistizio non sarà firmato entro 24 ore raderemo al suolo Roma!…’. Rivolgendosi poi al suo aiutante: ‘Agli italiani non deve essere assolutamente permesso di ripartire prima della firma dell’armistizio!…’. Nel pomeriggio Bedell-Schmith si recò nella tenda in cui Castellano e il suo seguito erano stati ‘rinchiusi’ per informarsi se avessero chiesto via radio a Roma il mandato per firmare il documento di resa. Alla loro riposta negativa sottopose loro un testo che questo a approvarono e che subito venne radiotrasmesso al governo italiano. Verso sera giunse da Roma un radiogramma, che portava il numero 5, nel quale, in risposta alla richiesta alleata che era pervenuta in mattinata, di indicavano idonei per lo sbarco gli aeroporti di Centocelle, Urbe e Guidonia. Sulla questione che più stava a cuore agli alleati però silenzio assoluto. Preoccupato di ciò alle 4 del mattino del 3 settembre Castellano sollecitò una risposta al radiogramma inviato il giorno prima da Bedell-Schmith. Alle 14, vale d ire dopo dieci ore, giunse la seguente risposta…

    … presente telegramma è diretto da capo governo italiano a comandante superiore forze alleate. Numero 8 stop. Risposta affermativa data con nostro numero 5 contiene implicitamente accettazione condizioni armistizio. Badoglio…

    Gli alleati giudicarono giustamente il testo insoddisfacente, in quanto non conferiva a Castellano i pieni poteri, e lo comunicarono. In risposta giungeva alle 17, dopo quindi altre tre ore, a rompere il nervosismo che era andato sempre più crescendo, un nuovo telegramma…

    … nostro numero 8 annullato. Generale Castellano autorizzato da governo italiano a firmare accetazione condizioni di armistizio stop. Dichiarazione richiesta da vostro 19 [destinata a Osborne… - n.d.r.] sarà consegnata oggi. Badoglio…

    Senza perdere un minuto Castellano, in abito civile, era condotto nella tenda approntata allo scopo e, sotto i flash dei fotografi e lo sguardo di Eisenhower e degli altri rappresentanti delle forze rmate americane, firmò alle 17.15 tre copie dello ’armistizio corto’ [Short Military Armistice]. Walter Bedell-Schmith controfirmò in luogo di Eisenhower, il quale si era rifiutato di sottoscrivere quel ‘vergognoso commercio’.
    Le ‘trattative’, condotte da persone a dir poco pietose e più preoccupate di crearsi una tardiva ‘verginità politica’ che non di evitare drammi all’Italia, erano state impostate fin dall’inzio in modo sbagliato, dal momento che la tanto agognata ‘alleanza militare’ e la richiesta di sbarchi alleati sul territorio nazionale erano incompatibili col desiderio di por fine alla guerra. Erano anzi un chiaro invito a proseguirla anche se si sarebbe trattato di una guerra non più con la Germania, bensì contro la Germania. Perché il lettore abbia modo di trovare il giusto aggettivo per qualificare il comportamento del re e di Badoglio in tale circostanza si pensi solo ai soldati tedeschi morti in Africa e in Sicilia nella sincera convinzione di difendere anche l’Italia. Non basta. Dal 1940 al 1943 il Reich aveva fornito all’Italia, oltre a svariate decine di batterie contraeree per la difesa delle nostre città dai bombardamenti anglo-americani, 40 milioni di tonnellate di carbone, 2.5 milioni di tonnellate di materiali metallici, 22.000 tonnellate di Buna [gomma sintetica che prendeva il nome dalla fabbrica che la produceva, la Buna Werke…], 220.000 tonnellate di carburante per aerei, 421.000 tonnellate di petrolio greggio… etc… Tutto quello che si ottenne invece fu la generosa ’offerta’ da parte alleata della resa incondizionata, che non poteva né anticipare né ritardare lo sbarco alleato che sarebbe avvenuto nel giorno e nel luogo stabilito dagli anglo-americani. Da questi ultimi poi, come era più che prevedibile, non si ottenne neppure rispetto. Di ciò Castellano ebbe una prima prova concreta già la sera stessa della firma. Subito dopo cena, a titolo di ‘digestivo’, il generale Alexander, al momento di discutere i dettagli della ‘collaborazione militare’ italiana, premise subito che l’Italia non sarebbe potuta divenire alleata delle Nazioni Unite [già allora gli americani avevano avuto cura di ‘mascherare’ la loro guerra di aggressione contro Germania, Giappone ed Italia spacciandola come promossa dalle Nazioni Unite, organismo creato allora e tutt’oggi utilizzato, tutte le volte che è possibile almeno, a questo specifico scopo…] dopo una così lunga guerra e la sua collaborazione doveva ridursi al solo sabotaggio. A sua volta Bedell-Schmith, con aria innocente sorniona, mostrò a Castellano le ‘clausole aggiuntive’ dell’armistizio… cioè l’armistizio lungo. La sofferta e poco edificante partita a poker era finita con la scala reale, come ovvio, in mano agli alleati!…

    [continua]



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    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  7. #27
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    Predefinito Re: Ringraziamo gli americani!

    In origine postato da Aeroplanino
    Il nostro comandante Custer, nel solito messaggio alla nazione ha detto testualmente:

    Dobbiamo essere riconoscenti sempre agli americani che hanno salvato il nostro paese da (... pausa ...) dal comunismo e dal nazismo.


    A parte la paranoica inversione temporale del nano, che è sempre divertente, è ancora più ironica la dimenticanza, tra le dittature abbattute dall'intervento americano, di quella nostrana, di quella che l'Italia, vergognosamente, ha offerto al mondo.

    Gli americani, caro Nano, ci hanno liberato dai fascisti, prima che dagli altri. E se ci hanno liberato anche dai nazisti è solo un riflesso perchè questi, in Italia, ci stavano su "gentile invito" fascista, mentre i cosacchi, mi consenta, fisicamente non ci hanno mai invaso, e anche se Ferrara le ha detto il contrario, mi creda, non la sto prendendo per il naso.

    Vede che il Camera-Fabietti, se letto, serve a qualcosa?
    Cosa c'entra il Fascismo ?

    Il Fascismo (italiano) era nemico solo e soltanto in CONSEGUENZA della sua alleanza con la Germania nazista. Infatti la Spagna Fascista e' stata lasciata in pace (anzi, era un Paese amico)

    E questo dimostra che le parole del NOSTRO Premier sono, come quasi sempre, corrette. Se l'Italia non si alleava col nazismo, nessuno veniva a "liberarci" dal Fascismo

  8. #28
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    Predefinito

    Infatti, caro Condor, l'Italia, in guerra, ce l'hanno portata i marziani, no?

    E' vero che se i fasci non avessero attaccato (in modo patetico tra l'altro) francesi, greci, russi, inglesi e tutti quelli che passavano dalle loro parti, gli americani non se la sarebbero presa con Mussolini, ma è ancor più vero che il legame che c'era tra il nazismo tedesco ed il fascismo italiano era tale per cui le scelte dell'amico mangiacrauti non potevano che essere avvallate dall'alleato italiano, ideologicamente un modello, ma praticamente un cameriere del Reich.

    Quindi l'entrata in guerra, il crollo del fascismo, la Liberazione sono tutti fatti conseguenti alla scelte iniziali su cui si fondava la dittatura, non certo errori come qualcuno tenta maldestramente oggi di far credere agli sprovveduti.

    Un'altra cosa: compliementi per aver fatto rivivere questo thread che dopo gli interventi soporiferi del Duccio Piacentino era, come capita sempre, caduto in disgrazia.

  9. #29
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    Predefinito

    In origine postato da Aeroplanino
    Infatti, caro Condor, l'Italia, in guerra, ce l'hanno portata i marziani, no?

    E' vero che se i fasci non avessero attaccato (in modo patetico tra l'altro) francesi, greci, russi, inglesi e tutti quelli che passavano dalle loro parti, gli americani non se la sarebbero presa con Mussolini, ma è ancor più vero che il legame che c'era tra il nazismo tedesco ed il fascismo italiano era tale per cui le scelte dell'amico mangiacrauti non potevano che essere avvallate dall'alleato italiano, ideologicamente un modello, ma praticamente un cameriere del Reich.

    Quindi l'entrata in guerra, il crollo del fascismo, la Liberazione sono tutti fatti conseguenti alla scelte iniziali su cui si fondava la dittatura, non certo errori come qualcuno tenta maldestramente oggi di far credere agli sprovveduti.

    Un'altra cosa: compliementi per aver fatto rivivere questo thread che dopo gli interventi soporiferi del Duccio Piacentino era, come capita sempre, caduto in disgrazia.
    Mussolini compi' un grosso errore (forse l'unico errore importante della sua folgorante carriera) a seguire le scelte del Fuhrer. Questa e' Storia

    Poteva starsene neutrale, come il grande Francisco... e dire che senza l'aiuto tedesco Francisco difficilmente sarebbe andato al potere... quindi non fu una scelta facile per Lui tirarsi indietro

  10. #30
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    La spagna franchista comprava armi di seconda mano dall'esercito italiano... se gli italiani (come è noto) avevano le pezze al culo figurati come poteva essere conciato l'esercito spagnolo... altro che andare in guerra, a farsi inchiappettare dai savoiardi, dagli etiopi, dai greci, dai macedoni e compagnia bella bastava il buon Mussolini che di fatto, dopo una carriera fatta tutta sulla superiorità della razza e sul naturale diritto alla supremazia se fosse scappato dalla lotta, avrebbe fatto la figura del "figlio di..." (e qui faccio citazioni della migliore filosofia fascista). Quindi di fatto Mussolini non poteva scegliere la neutralità, se non sconfessando il fascismo, quindi se stesso.

    A me sembra papale papale...

 

 
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