cari amici
come ben potete constatare la smaniosa volontà di acquisire il più prestigioso dei premi Nobel ha portato la 'discussione' a livello di puro delirio......
Per quello che mi compete, senza perdere neppure un attimo a 'smentire' ciò che è totalmente demenziale e pertanto umanamente impossibile da confutare, proporrò al lettore non troppo a conoscenza dell'argomento una ricostruzione 'non troppo standard' ma tuttavia rigorosamente esatta del periodo che possiamo definire come 'dittatura badogliana'. A costo di essere pedante ripeterò che detto periodo è compreso tra il 25 luglio e l'8 settembre 1943, durante il quale Mussolini, tenuto prigioniero in varie località della panisola, non potè in alcun modo influire sulle tragiche scelte che portarono il nostro paese alla più completa rovina. Dal momento che la suddetta ricostruzione è, per forza di cose, troppo ampia per poter stare in un solo thread, essa sarà suddivisa in due distinti interventi. Qui di seguito è riportata la prima parte... buona lettura!...
Il feldmaresciallo Albert Kesselring, che sarà in questa e in altre occasioni giudicato 'troppo filoitaliano', si oppose contro il parere di Hitler alla operazione Schwartz, la quale prevedeva la cattura o l'eliminazione di Vittorio Emanuele III e di Badoglio da parte di paracadutisti tedeschi nel luglio 1943. Se essa fosse stata attuata è prevedibile che l'andamento del conflitto sarebbe stato assai differente da come invece fu...
Che cosa accadde durante la 'dittatura badogliana' [I-a parte]
Per la costituzione del governo che sarebbe succeduto a Mussolini [che sarebbe poi durato fino al 17 aprile 1944] Vittorio Emanuele III perseguì due scopi: evitare qualsiasi colorazione politica e accentuarne il carattere militare. A tale fine egli impose un governo di funzionari e tecnici, con assoluta esclusione sia di elementi del defunto regime sia di antifascisti. Essendo stata quella del 25 luglio una congiura dell’esercito il re si trovò impedito, ove lo avesse voluto, a indirizzare la sua preferenza verso uomini come il grande ammiraglio Paolo Thaon di Revel, nato nel 1859 [!], primo segretario del Gran Magistero dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, nonché Cancelliere della Corona d’Italia [!]. Nell’opinione degli italiani Pietro Badoglio godeva di immeritata fama di stratega, guadagnata più con la propaganda fatta sul suo nome nella guerra di Etiopia che per meriti reali. Il 24 ottobre 1917, quale comandante del XXVII° corpo d’armata, per non essere intervenuto con l’artiglieria [subito catturata dal nemico…] aveva provocato il disastro di Caporetto. Nell’occasione i generali Villani e Rubin de Cervin, comandanti rispettivamente la 19-a e 13-a divisione, si erano suicidati per non cadere prigionieri o più probabilmente per non aver più a che fare con Badoglio. Il nostro però se l’era cavata grazie all’allora presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando, il quale aveva fatto insabbiare l’inchiesta a suo carico. Assai meno entusiasta del suo popolo nei confronti di Badoglio era stato da sempre lo stesso Vittorio Emanuele III. Nel 1924, allorché Mussolini gli comunicò la propria intenzione di richiamare il maresciallo dal Brasile per nominarlo capo di stato maggiore, il sovrano aveva detto: ‘Presidente, ci pensi ancora. Io conosco Badoglio meglio di Lei. E’ meglio lascialo in Brasile e spedirlo più tardi in pensione!… E’ un pesce strano e difficile!…’.
Dopo quasi vent’anni il sovrano doveva aver cambiato opinione, evidentemente considerando che la sua nomina a capo del governo era la sola via che, nella sua ottica, poteva salvare l’avvenire della dinastia. A questo stesso scopo Badoglio, dal canto suo, avrebbe ritenuto opportuna l’immediata abdicazione di Vittorio Emanuele in favore del figlio in quanto l’opinione pubblica lo riteneva corresponsabile della tragica situazione nella quale si era venuta a trovare l’Italia. Il segretario della Real Casa Aquarone lo mise tuttavia in guardia, consigliandogli di non toccare questo punto. Il re era intenzionato infatti a restare al proprio posto in quanto considerava il principe Umberto troppo inesperto per affrontare una così complessa situazione. Il risultato sarà che pochi mesi più tardi [10 aprile 1944], sarà il governatore militare alleato in Italia Sir Mason MacFerlane, vestito per l’occasione in shorts militari, ad imporre a Vittorio Emanuele III l’immediata abdicazione e con annessa stesura del proclama che annunciava l’evento!…
Per gli italiani la caduta del regime mussoliniano avrebbe dovuto coincidere con la fine immediata delle ostilità. Non fù così e lo stesso Badoglio ci ha spiegato perché…
… ripeto ciò con assoluta convinzione. Una dichiarazione da parte dell’Italia di cessazione delle ostilità non avrebbe avuto risultato che questo: immediata occupazione di tutto il paese da parte delle truppe tedesche, immediata sostituzione del governo con un governo nazifascista…
Le parole del maresciallo piano convincenti, tanto più che una dichiarazione unilaterale da parte dell’Italia non sarebbe stata accettata dagli anglo-americani, i quali imperterriti avrebbero continuato comunque la guerra. Certo non si poteva pensare di dichiarare guerra di punto in bianco alla Germania dal momento che, prescindendo anche da ‘ragioni morali’, non esisteva nessun piano fattibile per attaccare i tedeschi. A questo punto però viene spontanea una domanda: quarantacinque giorni dopo, allorché il maresciallo dichiarò la cessazione concordata delle ostilità, la situazione era forse cambiata in meglio?… o piuttosto era peggiorata, non solo per la gran massa di divisioni tedesche che nel frattempo erano affluite, ma anche per le ripetute ‘dichiarazioni di fedeltà’ italiane che aggraveranno la rabbia tedesca allorché gli italiani dovranno gettare la maschera?… In realtà nella grottesca e confusa situazione in cui gravava l’Italia il nuovo governo operò le scelte più illogiche che si potessero immaginare. Privo di giustificazione ideologica e di un qualsiasi programma politico, incapace sia di continuare la guerra sia di fare la pace, esso si rivelò unicamente per quello che era, una forza militaresca tenuta insieme dalla disciplina di caserma.
Svaniti ben presto i bollori di entusiasmo gli italiani capirono tutto questo a proprie spese. Subito all’indomani del 25 luglio vennero emanati provvedimenti diretti a scoraggiare ogni rivincita dei fascisti e ogni risveglio degli antifascisti. Venne per prima cosa proclamato il coprifuoco dal tramonto all’alba, un provvedimento cui neppure la dittatura mussoliniana era mai ricorsa. Furono altresì vietate le riunioni in pubblico di più di tre persone, le dimostrazioni e il volantinaggio. La stampa fu censurata e le autorità civili furono sottoposte a quelle militari. Le automobili civili non poterono più circolare e nelle ore notturne i portoni delle case dovevano restare aperti. A Roma le sedi dei ministeri e le residenze dei nuovi governanti furono circondate di truppe e cavalli di Frisia. Il 27 luglio il generale Mario Roatta, capo di stato maggiore dell’esercito, emanò una circolare con la quale ordinava di passare per le armi chiunque ‘turbasse l’ordine pubblico’ e quelli che ‘avessero abbandonato il posto di lavoro’. Il 31 luglio la polizia venne infine militarizzata. Simili provvedimenti ebbero fatalmente il loro doloroso strascico. Il 28 luglio a Reggio Emilia i bersaglieri spararono sui dimostranti, che lasciarono 9 morti e decine di feriti. Lo stesso giorno a Bari fu aperto il fuoco su un corteo che marciava per la pace. I morti furono 23, i feriti 60. A Torino il generale Adami-Rossi ordinò il fuoco contro operai che protestavano [alcuni al grido ‘Viva Badoglio!’…] e fece finire con un colpo alla nuca i feriti, provocando con il suo gesto la reazione furiosa dell’intera città, che proclamò uno sciopero generale terminato fortunatamente senza spargimento di sangue. In totale dal giorno della caduta di Mussolini al giorno dell’armistizio si ebbero tra dimostranti, scioperanti e riottosi 93 morti e 536 feriti. Secondo il calcolo fatto dal giornalista Ruggero Zangrandi inoltre 3.500 persone furono condannate a pene detentive e non meno di 30.000 poste in stato di fermo. Dulcis in fundo furono mantenute le leggi razziali, si disse poi per ‘convincere Hitler della volontà italiana di continuare la guerra a fianco della Germania’ [sic!…]. In pratica il governo Badoglio riversò la propria incapacità sugli italiani stessi e in quaranticinque giorni fece quanto il governo Mussolini… non aveva fatto in oltre vent’anni…
I ‘fedelissimi’ del Duce erano crollati in breve uno dopo l’altro. Con sorprendente tempestività il marchese Mario D’Havet, capo dei ‘Moschettieri del Duce’ , era passato armi e bagagli al servizio del nuovo governo. La ‘Presidenziale’ [la guardia personale del Duce] era rientrata nei ranghi della polizia normale e uno dei suoi comandanti, il commissario Vincenzo Agnesina, il quale aveva scortato il pomeriggio del 25 luglio Mussolini fino a Villa Savoia, diverrà nel dopoguerra questore di Milano. La temuta polizia segreta, l’OVRA, con in testa il suo capo Guido Leto si pose anch’essa al servizio dei nuovi padroni e non venne neppure sciolta. Quanto ai carabinieri essi misero in soffitta la loro ventennale fedeltà al Duce. Carmelo Manzano, colui che aveva arrestato Mussolini trasferendolo a bordo di una ambulanza, grazie ad un concorso truccato in agosto sarebbe diventato prefetto. Non diversamente dagli altri si comportò il ‘console’ Enzo Galbiati, capo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale [MVSN] dal 15 maggio 1941. Saputo dell’arresto di Mussolini aveva tentato di prendere contatto con i vari comandi della Milizia senza riuscirvi, essendo state interrotte le comunicazioni telefoniche. Quando alle ore 22 un reparto dell’esercito circondò il suo quartier generale Galbiati, sotto la minaccia dei cannoni, si affrettò a far sapere a Badoglio che la Milizia fascista, ‘fedele ai suoi principi’, restava al servizio della patria e che lui, ‘da soldato a soldato’, gli stringeva la mano. Poco prima aveva risposto ad suo ufficiale che gli aveva chiesto di reagire: ‘Se si sente un eroe può fare da solo!…’. Con tutto ciò il 28 luglio Badoglio lo silurò sostituendolo con il generale Quirino Armellini e qualche settimana dopo Galbiati fu cacciato in prigione insieme a quattro suoi collaboratori. Restava l’ultima delle creature di Mussolini: il Partito Nazionale Fascista [PNF]. Il segretario di questo Carlo Scorza la sera del 25 luglio aveva tentato invano di contattare Palazzo Venezia, Villa Torlonia, il ministero degli interni e il capo della polizia. Sospettando fosse successo qualcosa aveva ordinato di riunire quante più Camicie Nere si poteva, ma all’appello avevano risposto solo una cinquantina di esse. Pensò allora di recarsi dal comandante dei carabinieri Cerica, suo vecchio amico, per avere notizie. Mentre questo lo tranquillizzava dicendogli che il Duce era ospite di Villa Savoia intervenne il colonnello Frignani che lo dichiarò in arresto. In seguito alle rimostranze di Scorza, Cerica gli permise di recarsi a casa per cambiarsi e ciò fu la sua fortuna. Giuntovi, approfittando di un attimo di disattenzione dei suoi sorveglianti, uscì dalla porta di servizio e scomparve. In tal modo la lunga avventura del partito fascista. Iniziata a Milano in piazza San Sepolcro il 23 marzo 1919, terminava il 28 luglio 1943 per effetto di un decreto di scioglimento emanato dal governo che altro non faceva che sanzionare il fatto compiuto. Uno solo dei cinque milioni di italiani ufficialmente iscritti al PNF dimostrò la sua fedeltà a Mussolini. Il senatore Manlio Morgagni, direttore dell’agenzia Stefani, alla notizia dell’arresto del Duce si uccise perché ‘la sua vita senza Mussolini non aveva più senso’.
In meno di quarantotto ore del fascismo non restava più la minima traccia. In compenso però restava intatto l’apparato dello stato con gli stessi sbirri che, come prima perseguitavano i nemici di Mussolini, ora ne perseguitavano gli amici. Ciò in omaggio alla ‘continuità dello stato’. Il re acconsentì unicamente si perseguissero i principali gerarchi, alcuni dei quali con il loro voto avevano causato la caduta del fascismo. Dal giorno della seduta del Gran Consiglio Galeazzo Ciano viveva segregato in casa sotto stretta sorveglianza. Temendo il peggio si era rivolto a un suo protetto, il capo di stato maggiore generale Ambrosio. Da questi aveva però ricavato una risposta ingrata: ‘Lei ha fatto qualcosa di grande, ma politicamente significa la sua fine!…’. Chiese e ottenne allora una visita di Acquarone, il quale gli comunicò la ‘sorpresa’ del sovrano e la garanzia alla sua personale sicurezza, insita per altro nella sua qualità di Collare della SS. Annunziata. Per nulla convinto [anche il suocero Mussolini era un ‘Collare’], quando venne a sapere che Badoglio aveva ordinato il suo arresto, dietro consiglio del barone Doemberg chiese aiuto ai tedeschi [!?]. Hitler allora, allo scopo di ‘consevare il sangue di Mussolini’ gli promise di farlo arrivare sano e salvo in Spagna e, appena giunto in aereo in Germania, lo fece imprigionare nel carcere di Oberallmannshausen, sul lago di Starnberg. Di tutto ciò approfittò Badoglio per liberarsi di personaggi che gli erano invisi. La vittima designata fu nella circostanza Ettore Muti, colonnello di aviazione il cui coraggio era comprovato da quindici decorazioni al valor militare: una medaglia d’oro, dieci d’argento e quattro di bronzo. Egli era stato anche segretario del partito ma in seguito si era allontanato dal fascismo, a suo parere divenuto ‘troppo borghese’. Il 23 agosto, alle 2 di notte, una squadra di carabinieri sal comando del tenete Taddei circondò la casa di Muti a Fregane, vicino a Roma. Avvertito che sarebbe stato tratto in arresto Muti indossò l’uniforme e seguì i carabinieri. Pochi metri lontano dalla villa Taddei emise un fischio e un individuo in abito color cachi aprì il fuco con un mitra uccidendo il prigioniero. Venne poi inscenata un’aggressione. Il governo finì col fornire tre versioni della morte di Muti. Da prima affermò che muti era stato ucciso durante un tentativo di fuga. Poi precisò che lo ’eroico Muti’ era stato colpito in uno scontro a fuoco tra i carabinieri e alcuni sconosciuti. Infine dichiarò che egli stava complottando con i tedeschi contro lo stato. Per rendere più plausibile quest’ultima versione agli occhi dell’opinione pubblica venne inoltrata una protesta per via diplomatica a Berlino. Il risultato fu che Joachim [von] Ribbentropp il 26 agosto invitò Roma a fornire i nomi dei tedeschi coinvolti. Al che il ministro degli esteri Raffaele Guariglia, nell’impossibilità di farlo, dovette porgere umilianti scuse.
Controllare il fronte interno, disponendo pienamente dell’esercito e dei carabinieri, non era impresa difficile per Badoglio. La politica interna però, ridotta a semplice amministrazione dell’ordine pubblico, era il compito minore e più semplice che si prospettava ai nuovi governanti. Al di fuori e al di sopra li aspettava l’immane compito di affrontare gli amici e i nemici per risolvere il problema ‘guerra o pace’ che con precipitosa fretta e senza alcun programma in mente si erano addossati. Tedeschi e anglo-americani li aspettavano al varco.
Svariati possono essere i giudizi sulla congiura di palazzo del 25 luglio 1943. Ai suoi autori và però riconosciuta l’abilità di aver saputo agire con segretezza tale da sorprendere non solo gli italiani, ma il mondo intero. I tedeschi furono presi in contropiede. Anche gli aglo-americani, nonostante tutti i rapporti che giungevano loro dalle ambasciate in Vaticano, a Berna, a Lisbona e a Madrid furono completamente sorpresi. La caduta di Mussolini aveva dato adito ad una serie di congetture. Si trattava di un estremo tentativo di rafforzare lo sforzo bellico italiano o piuttosto di un’astuta manovra politica [così pensava Antony Eden…], simile a quelle adottate dal principe Max di Baviera in Germania nel 1918 o dal maresciallo Philippe Petain in Francia nel 1940, allo scopo di ritirare i loro paesi dal conflitto?… Nell’incertezza essi conclusero che la miglior politica fosse quella dell’attesa. Facendo propria la frase contenuta nel proclama di Badoglio [‘la guerra continua!’…] intensificarono i loro preparativi per l’invasione dell’Italia. Questo pensiero dimostrava senza ombra di dubbio che gli alleati non combattevano il regime di Mussolini bensì l’Italia. Così Winston Churchill si espresse ai Comuni il 27 luglio…
… finora non siamo stati avvicinati dal governo italiano e non dobbiamo prendere alcuna nuova decisione, salvo quella connessa allo spargimento della maggior quantità possibile di ferro e fuoco sull’Italia fino alla resa incondizionata!…
Nell’attesa degli eventi gli alleati si affidarono alle bombe e all’effetto intimidatorio della ‘resa incondizionata’, formula che Roosevelt aveva formulato in maniera alquanto strana a Casablanca il 24 gennaio 1943. Così, ironia della sorte, finì col diventare la ‘cavia’ di questa resa incondizionata l’Italia, ossia proprio il paese che inizialmente ne era stato escluso. il 20 gennaio 1943 il premier britannico aveva precisato in un rapporto inviato a Londra sull’andamento della Conferenza di Casablanca…
… ci proponiamo di compilare un resoconto dei lavori della conferenza da consegnare alla stampa al momento stabilito. Dovendo includervi una dichiarazione secondo la quale gli Stati Uniti e l’Impero Britannico sono fermamente decisi a continuare inflessibilmente la guerra sino alla resa incondizionata della Germania e del Giappone, gradirei sapere quel che ne pensa il gabinetto di guerra. L’Italia potrebbe essere risparmiata in modo fa favorire una scissione. Tale idea piace molto al presidente americano]. Egli è certo che questa incoraggerebbe i nostri amici in tutto il mondo…
A Londra però non si condivise tale punto di vista…
… il gabinetto all’unanimità reputa che tutto sommato sarebbe svantaggioso per noi escludere l’Italia dalla resa incondizionata] a causa dei disordini che questo provocherebbe in Turchia, nei Balcani e altrove. Non siamo sicuri che l’effetto sia positivo anche sugli stessi italiani. Il sapere in anticipo quello che li aspetta può anzi produrre sul loro morale l’effetto auspicato…
Tale concezione ‘punitiva’ dei britannici, legata ancora alla loro visione dei tempi della regina Vittoria per cui l’Italia non doveva più costituire una minaccia alle vie di comunicazione del loro impero, finì con l’essere accettata anche dagli stessi americani. Già il 29 luglio 1943, quando Washington ricevette il testo britannico, composto da 17 articoli, a cui doveva sottostare l’Italia in caso di richiesta di armistizio, essa non lo approvò temendo un irrigidimento italiano e richiese vi fossero inserite unicamente clausole militari. Londra acconsentì e predispose in tal senso un testo ridotto a 13 articoli, avendo però cura di precisare nell’articolo 12 che ‘altre condizioni di carattere politico, economico e finanziario che l’Italia dovrà impegnarsi ad accettare saranno trasmesse in seguito’. Con questo sotterfugio gli alleati si lasciarono la via aperta le la loro ‘azione punitiva’ che si concretò in un altro testo di 44 articoli, redatto tra il 14 e il 24 agosto a Quebec da inglesi e americani. Il due documenti, che passeranno alla storia coi nomi di ‘armistizio corto’ e ‘armistizio lungo’ causeranno confusione nei delegati italiani e permetteranno ad Eisenhower di accelerare, come era sua desiderio, l’eliminazione dal campo di battaglia delle forze armate italiane. Egli in fondo della caduta di Mussolini aveva dato la spiegazione più logica e coerente. Il nuovo governo era sicuramente avverso ai nazisti e pertanto doveva essere incoraggiato da subito, con la promessa di regolare alleanza in cambio dell’uso degli aeroporti della penisola, a sganciarsi al più presto dalla Germania. La logica militare di ‘Ike’ [raggiungere gli obiettivi prefissati col minor costo possibile di vite umane…] urtò contro le decisioni dell’alta politica, con la conseguenza che lo sganciamento dell’Italia alla fine produrrà solamente un prolungamento della guerra e delle sue negative conseguenze, soprattutto per gli italiani.
Se i governanti anglo-americani reagirono al cambiamento di governo a Roma con tattica temporeggiatrice, i tedeschi al contrario si mossero in modo piuttosto impulsivo. L’insopportabile afa che aleggiava su Roma domenica 25 luglio aveva spinto io personale dell’ambasciata tedesca a cercare refrigerio lungo il litorale tirrenico o sui colli che circondano la capitale italiana. Sonnolenza e noia che avevano invaso i pochi funzionari rimasti in sede per ragioni di servizio furono interrotte alle 20 da una telefonata di Albert Kesselring che sollecitava un colloquio urgente con Mussolini, che il suo quartier generale non riusciva a contattare. Subito dopo l’addetto militare in sottordine Friedrich von Plehwe si recava al comando supremo italiano per inoltrare richiesta al maggiore Luigi Marchesi. Questi rispondeva dicendo che non era possibile e che presto ne avrebbero conosciuta la ragione. Due ore dopo il giubilo nelle strade e i comunicati alla radio avvertivano i funzionari tedeschi dell’avvenuto cambiamento. Immediatamente essi tentarono di mettersi in contatto con l’OKW ma da Berlino ricevettero un fermo rifiuto dagli addetti alle comunicazioni poiché per ordini superiori l’Italia era stata ermeticamente isolata. Kesselring allora per ogni evenienza dispiegò i carri armati della 3-a Panzergrenadierdivision a difesa del quartier generale a Frascati e chiese di essere ricevuto dal re. La sua richiesta venne respinta. Contemporaneamente il duca di Aquarone invitò l’ambasciatore Hans von Mackensen a recarsi subito dal neo-capo del governo Badoglio. Il gioco della reciproca diffidenza cominciava già a delinearsi. Von Mackensen, temendo una trappola, fece sapere di essere assente e quando mezz’ora dopo un ufficiale italiano comparve all’ambasciata egli invio il funzionario Dortenbach. Badoglio ripetè a questi quanto poco prima aveva detto all’ambasciatore giapponese: il cambiamento di governo non costituiva cambiamento della condotta di guerra e della politica estera dell’Italia. Due giorni dopo si affrettò a telegrafare al Fuehrer…
… con il giuramento nelle mani di Sua Maestà Re e Imperatore il consiglio dei ministri da me presieduto si è oggi insediato. Come già dichiarato nel proclama da me rivolto agli italiani e comunicato ufficialmente al vostro ambasciatore la guerra per noi continua nello spirito dell’alleanza!…
Tutto ciò poco convinse Hitler, il quale già la sera stessa del 25 luglio a Rastemburg, nel corso dell’abituale rapporto, aveva affermato senza mezze parole…
… questa gente è costretta ad agire così perché si tratta di un tradimento. Anche noi però seguiteremo a fare lo stesso gioco preparando ogni cosa per mettere mano con la rapidità di un fulmine su tutta quella cricca e imprigionare l’intera banda… vedrete allora che si sgonfieranno fino al midollo…
I collaboratori di Hitler convennero sull’esattezza delle sue previsioni e si accinsero ad eseguire gli ordini. Meno convinti dell’infallibilità del Fuehrer furono però i funzionari tedeschi a Roma, cosa in fondo normale per senso di amicizia che si crea fra ospitanti e ospitati e per l’amore di quieto vivere tipico dei burocrati. Fu solo questa divergenza di vedute a salvare Vittorio Emanuele III e la sua cerchia. Un primo piano tedesco contemplava di farli prigionieri utilizzando le forze tedesche di polizia a Roma, al comando di Herbert Kappler, assieme alle SS di Eugen Dollmann. Il progetto però, soprattutto a causa dello scarso entusiasmo del primo, si rivelò inattuabile. Badoglio e i suoi collaboratori, assai diffidenti, vivevano giorno e notte nei loro uffici sotto la protezione di ingenti forze militari e di polizia. Sorvegliati come in una fortezza erano poi il re e i membri della famiglia reale. Seguendo il parere di Goering venne allora deciso di lanciare su Roma la 2-a divisione di paracadutisti [operazione Schwartz], che avrebbe dovuto catturare i dirigenti italiani. Allo scopo furono inviati a Frascati, presso il quartier generale di Kesselring, il generale Kurt Student e il maggiore Otto Skozerny [colui che ‘libererà’ Mussolini…]. Nella massima segretezza il 31 luglio alle ore 15, presenti Kesselring, i suoi collaboratori e von Plehwe in rappresentanza dell’addetto militare a Roma Enno von Rintelen, il generale Student espose il piano dell’operazione. Accolto con malcelata ostilità dai presenti, preoccupati dalle conseguenze ‘morali’ e non solo militari [sic!…], fu con la dovuta cautela ‘contestato’. Nella riunione Kesselring espose i seguenti argomenti: a) gli ambienti filotedeschi italiani, nel caso l’operazione Schwartz fosse stata effettuata, avrebbero senza dubbio cambiato la loro posizione nei confronti dell’alleato b) i rifornimenti, soprattutto quelli destinati alle truppe tedesche in Sicilia, sarebbero stati minacciati c) l’evacuazione dalle isole sarebbe stata problematica d) a causa delle vie di comunicazioni rese impraticabili sarebbe stata in pericolo la massa delle divisioni tedesche presenti in Italia. All’uscita dalla riunione poi commentò: ‘Ecco come si diventa capobanda… non avrei mai pensato che la mia vita militare un giorno dovesse finire così…’. All’opposizione di Kesselring e altri si contrapponeva l’intuito di Hitler, per il quale il rispetto per gli affari interni italiani significava permettere alla monarchia e al nuovo governo di preparare spiacevoli sorprese alla Germania. I fatti successivi stabiliranno senza ombra di dubbio chi aveva visto giusto…
[continua]
--------------
Nobis ardua
Comandante CC Carlo Fecia di Cossato




... 
Nobis ardua
Rispondi Citando
...] possiamo solo rassicurare il nostro esimio ragioniere che da parte nostra, indipendentemente dalla lettura di quanto scritto da Elena Aga Rossi, non esiste assolutamente alcun pericolo di... fraintendimenti...


