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  1. #31
    God, Gold & Guns
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    La democrazia è due lupi e un agnello che votano su cosa mangiare a colazione. La libertà è un agnello ben armato che contesta il voto. (Benjamin Franlink)
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    Predefinito

    In origine postato da Aeroplanino
    La spagna franchista comprava armi di seconda mano dall'esercito italiano... se gli italiani (come è noto) avevano le pezze al culo figurati come poteva essere conciato l'esercito spagnolo... altro che andare in guerra, a farsi inchiappettare dai savoiardi, dagli etiopi, dai greci, dai macedoni e compagnia bella bastava il buon Mussolini che di fatto, dopo una carriera fatta tutta sulla superiorità della razza e sul naturale diritto alla supremazia se fosse scappato dalla lotta, avrebbe fatto la figura del "figlio di..." (e qui faccio citazioni della migliore filosofia fascista). Quindi di fatto Mussolini non poteva scegliere la neutralità, se non sconfessando il fascismo, quindi se stesso.

    A me sembra papale papale...
    Mussolini ha partecipato alla guerra, andando contro i consigli dei suoi stessi Gerarchi e contro la volonta' della Nazione, pensando che fosse facile e breve... poche centinaia di morti per sedersi al tavole dei Vincitori

    Se voleva sottrarsi alla guerra poteva farlo benissimo. Gli slogan per far sembrare la Sua neutralita' un atto di coraggio e non di vilta' li avrebbe trovati senza problemi

  2. #32
    memoria storica di PoL
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    Predefinito ... ops!... scusate l'intromissione!...

    cari amici
    conosciamo tutti bene il modo di pensare dell'amico Condor, il quale semplicemente divide l'umanità in 'amici' e 'nemici' del modello americano, auspicando in cuor suo una Hiroshima per coloro che dovessero per loro sventura appartenere alla seconda categoria...

    La conclusione dell'analisi sui 'perchè' dell'entrata in guerra dell'Italia di Mussolini a fianco della Germania di Hitler potrà certo essere 'papale papale' [...] per uno studiacacche candidato al prestigioso Nobel per l'imbecillità mongoloide. Per chi ha soltanto un minimo di conoscenze della materia viceversa è questione assai complicata e non può certo esser esaurita in questo spazio...

    Per rispondere però in qualche modo al Condor, il quale ha voluto fare una sorta di 'parallelo' tra l'Italia di Mussolini e la Spagna di Franco, occore segnalare alcune sostanziali diversità nelle 'prospettive' dei due regimi...

    a) la Spagna, a differenza dell'Italia dopo l'annessione dell'Austria da parte del Reich, non direttamente minacciata dalla Germania nei suoi confini

    b) la Spagna, a differenza dell'Italia, non aveva al suo interno 'minoranze' di lingua tedesca, le quali vedevano logicamente in Hitler l'attuatore di una loro possibile 'riunificazione' alla 'madrepatria'

    c) la Spagna, a differenza dell'Italia, grazie alla lungimirante e saggia politica praticata dalla regina Isabella di Castiglia quattro secoli e mezzo prima, non aveva tra i suoi abitanti neppure un ebreo

    Se ha cura di ragionare un attimo chiunque dotato di cervello non faticherà a realizzare che tali 'differenze' non devono essere state certo di effetto trascurabile nel momento della decisione di Mussolini se antrare o no in guerra e da quale parte...

    saluti a tutti!...


    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  3. #33
    God, Gold & Guns
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    Predefinito Re: ... ops!... scusate l'intromissione!...

    In origine postato da Fecia di Cossato
    Per rispondere però in qualche modo al Condor, il quale ha voluto fare una sorta di 'parallelo' tra l'Italia di Mussolini e la Spagna di Franco, occore segnalare alcune sostanziali diversità nelle 'prospettive' dei due regimi...

    a) la Spagna, a differenza dell'Italia dopo l'annessione dell'Austria da parte del Reich, non direttamente minacciata dalla Germania
    nei suoi confini

    b) la Spagna, a differenza dell'Italia, non aveva al suo interno 'minoranze' di lingua tedesca, le quali vedevano logicamente in Hitler l'attuatore di una loro possibile 'riunificazione' alla 'madrepatria'

    c) la Spagna, a differenza dell'Italia, grazie alla lungimirante e saggia politica praticata dalla regina Isabella di Castiglia quattro secoli e mezzo prima, non aveva tra i suoi abitanti neppure un ebreo

    Se ha cura di ragionare un attimo chiunque dotato di cervello non faticherà a realizzare che tali 'differenze' non devono essere state certo di effetto trascurabile nel momento della decisione di Mussolini se antrare o no in guerra e da quale parte...
    Vuoi dire che la Germania di Hitler avrebbe attaccato militarmente l'Italia dell'amico Mussolini ?

    La paura della Germania era quella di essere impegnata su due fronti (Russia e Inghilterra). Dopo la sconfitta della Francia Hitler fece di tutto per arrivare ad un armistizio con la GB ed evitare questo pericolo... figurati se andava ad aprire un altro fronte a sud con l'Italia...

    Questa e' fantastoria !

    Chiaramente io non dico che l'Italia doveva andare in guerra CONTRO la Germania. Bastava che restasse neutrale (come doveva fare anche nella I GM) e nessuno la avrebbe disturbata

    Quanto agli Ebrei non vedo il nesso. Gli Ebrei, prima delle scelte dissennate del Duce di mettersi contro quel grande Popolo, erano fra i migliori sostenitori del Fascismo...

  4. #34
    memoria storica di PoL
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    Predefinito

    Non importa caro Condor... come non detto ...


    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  5. #35
    memoria storica di PoL
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    cari amici
    dopo breve parentesi sono lieto di pèrocedere nella mia instancabile opera di 'fraintendimento storiografico' ...

    Ecco a voi una ricostruzione abbastanza 'non standard' dei fatti [alquanto grotteschi] avvenuti tra il 3 e l'8 settembre del '43... periodo nel quale, ben inteso, Mussolini continuava a starsene relegato nella splendida solitudine del Gran Sasso...



    Il maresciallo d'Italia Pietro Badoglio e il generale Dwight D. Eisenhower

    Che cosa accadde durante la 'dittatura badogliana' [IV-a parte]

    L’articolo 1° dell’armistizio corto, quello firmato da Castellano, stabiliva a partire dal momento della sua entrata in vigore la cessazione immediata di ogni attività ostile da parte delle forze armate italiane. Il promemoria allegato a Quebec inoltre stabiliva che: ‘La cessazione delle ostilità tra le Nazioni Unite e l’Italia entrerà in vigore a partire dalla data e dall’ora che verrà comunicata dal generale Eisenhower’.
    Con l’armistizio l’Italia si impegnava ad uscire militarmente di scena, lasciando però che i tedeschi e gli alleati continuassero a combattersi sul suolo italiano, dal momento che la resa italiana non poneva termine, come sarebbe stato logico aspettarsi, alle operazioni militari. Se poi nel corso di queste gli anglo-americani avessero bombardato le città italiane dal cielo, da mare e, una volta sbarcate, da terra uccidendone gli abitanti l’Italia avrebbe dovuto assistervi passivamente. Era di fatto un arrendersi da tempi antichi, quando il vinto si consegnava al vincitore e, ridotto da questi in schiavitù, gli riconosceva diritto di vita e di morte sulla propria persona. Gli alleati dal canto loro avevano raggiunto l’obiettivo che più stava loro a cuore, ossia levare di mezzo l’ostacolo militare italiano, poco potente ma pur sempre fastidioso, senza che gli italiani fossero liberati dall’incubo della reazione germanica. Quest’ultima del resto non sarebbe stata che la logica conseguenza del fatto che gli angloamericani non avevano affatto intenzione di cessare di combattere i tedeschi sul suolo italiano.
    Delle numerose ‘proposte di collaborazione’ inoltrate da Roma agli alleati una sola aveva suscitato interesse, quella di effettuare un lancio di paracadutisti nell’area intorno alla capitale. E’ pressoché superfluo ricordare a questo proposito che un lancio di paracadutisti [o addirittura uno sbarco] nei pressi di Roma, quand’anche avesse avuto successo, non avrebbe salvato dalla vendetta tedesca i soldati e civili che si trovavano nel Nord Italia, territorio il cui destino evidentemente poco interessava i dirigenti installati a Roma, per non parlare delle truppe italiane in Provenza e nei Balcani, nonché dei lavoratori italiani in Germania. Di tutti costoro il governo italiano e il comando supremo se n’erano candidamente lavate le mani. In vista del lancio nella notte tra il 3 e 4 settembre venne presa in esame da parte alleata l’operazione Giant 2, la quale prevedeva l’impiego della 82-ma divisione statunitense Airborne nella zona di Roma, dopo che l’operazione Giant 1, la quale prevedeva un lancio nella valle del Volturno, era stata scartata. Così racconta Ettore Musco…

    … si cominciò con l’esame degli aeroporti indicati da Roma, cioè quelli di Centocelle, dell’Urbe e di Guidonia. Castellano, ritenendo che i primi due fossero nel bel mezzo delle difese contraeree tedesche ed escludendo la possibilità di una loro eliminazione, propose in sostituzione gli aeroporti di Furbara e Cerveteri, in quanto presentavano il vantaggio di trovarsi in prossimità della costa tirrenica e a lui risultavano sgombri di tedeschi…

    Modificando di sua mano le indicazioni fornite da Badoglio nel suo primo telegramma Castellano commise un duplice errore. In primo luogo nei due aeroporti da lui scartati la difesa contraerea fissa e mobile era esclusivamente affidata a reparti italiani, con assenza assoluta di militari tedeschi. In secondo luogo, estendo verso nord la zona degli aviosbarchi, venne a complicare un problema che già era difficile per coloro che vedevano problemi già nell’operare nella sola zona di Roma. Unico ‘successo’, se così si può definire, conseguito da Castellano fu quello di ottenere che la 82-ma divisione Airborne sarebbe stata sottoposta al comandante del corpo d’armata motocorazzato posto a difesa di Roma, il generale Giacomo Carboni. Nel corso di forsennate riunioni Castellano tornò ad insistere perché gli venisse comunicato, anche in maniera approssimativa, dove e quando sarebbe avvenuto lo sbarco alleato. Dopo avergli ripetuto ancora una volta che si trattava di un ‘segreto militare’, Bedell-Smith alla fine si decise a rivelare qualcosa a Castellano ‘in via confidenziale’: ‘Lo sbarco avverrà entro due settimane’. Questa ‘confidenza’ [la data dello sbarco, 9 settembre, era stata fissata già il 16 agosto e confermata dall’alto comando alleato il 23 agosto…] era destinata a provocare un altro disastroso equivoco da parte italiana. Il 5 settembre il maggiore Luigi Marchesi aveva lasciato Cassibile per Roma, portando con sé due copie degli armistizi, l’ordine di operazione Giant 2 [già redatto in italiano a scanso di errori…] le modalità per la partenza delle navi da guerra e mercantili e degli aerei italiani, le istruzioni del generale Alexander per le azioni di sabotaggio a danno dei tedeschi, un promemoria riguardante il servizio di informazioni e infine una lettera do Castellano diretta al superiore Ambrosio del seguente tenore…

    … per quanto abbia fatto l’impossibile per riuscirvi non ho potuto avere alcuna notizia sulla località prescelta per lo sbarco. Circa la data non posso dire nulla di preciso ma, da informazioni confidenziali, presumo che lo sbarco potrà avvenire tra il 13 e il 15 settembre, o forse già il 12…

    Castellano era giunto a questa supposizione basandosi sulla ‘confidenza’ di Bedell-Smith [‘lo sbarco avverrà entro due settimane’]. Non avendo quest’ultimo detto ‘entro una settimana’ il generale italiano fece un calcolo aritmetico… alla sua maniera!… questo dovette essere, più o meno, il ragionamento: a) 4 settembre + 7 giorni [una settimana] = 11 settembre - b) da questo giorno iniziava la seconda settimana- c) era probabile che lo sbarco avvenisse il primo giorno di questa, vale a dire il 12 settembre. Il governo italiano, senza che vi fosse alcuna valida ragione , prese questa data come fatto acquisito e su di essa regolò ogni successiva azione. Ricevuti i documenti e trasmessili a Badoglio perché li esaminasse, Ambrosio provvide nello stesso pomeriggio del 5 settembre a comunicare ai capi di stato maggiore di esercito, marina e aeronautica le istruzioni degli alleati che riguardavano le forze alle loro dipendenze. L’indomani, era il 6 settembre, li convocò nuovamente per far conoscere loro l’ordine di operazione Giant 2. Quindi, dopo aver ricevuto il generale Carboni, al cui comando sarebbe stata posta la divisione Airborne, partì alla volta di Torino per ragioni che non è mai stato possibile appurare.
    Il piano dell’operazione Giant 2, voluta e progettata dal comando supremo alleato, non venne accolto con favore. In generale Carboni in particolare, al quale era affidato un ruolo di primo piano, dimostrò subito la ‘tempra combattiva’ della congrega dei generali italiani definendo il piano ‘assurdo’ con le seguenti motivazioni…

    … l’intervento della divisione paracadutisti non dava grosso apporto alla difesa della capitale, ci avrebbe costretti sda subito ad una collaborazione armata e ci portava ad un immediato conflitto con i tedeschi, in condizioni tali da rendere sicuro un insuccesso… la difesa non sarebbe stata in grado di resistere per più giorni da sola alle truppe tedesche…

    Carboni aveva dunque, nello spazio di soli quindici giorni, completamente ribaltato la tesi che aveva illustrato a Zanussi, in partenza per Lisbona, in questi termini…

    … arrivando gli alleati troveranno un esercito italiano numeroso, pieno di fiducia in loro e di odio verso i tedeschi… chiarisca agli alleati a quali guai andranno incontro se si lasceranno trasportare da un trattativa inconsulta… se non ci aiutano dovranno condurre ancora due o tre anni di guerra…

    Il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Roatta, giungeva alle medesime conclusioni. A suo modo di vedere l’operazione Giant 2, così come era stata concepita, era piuttosto un concorso ad altre operazioni anziché un aiuto immediato alla difesa della capitale. La sua attuazione prevedeva l’arrivo contemporaneo in quattro aeroporti, la riunione della divisione così sparpagliata nello spazio di due o tre giorni [effettuando i movimenti di notte], l’arrivo attraverso il Tevere di 100 pezzi di artiglieria controcarro, la concentrazione di 400 autocarri per il loro trasporto e lo schieramento di unità italiane a protezione di una striscia di 30 km [a cavallo del Tevere] tra Roma e il mare. L’opinione dei due maggiori responsabili della condotta delle operazioni venne riassunta da Roatta nel promemoria consegnato la sera stessa del giorno 6 al comando supremo…

    … è indispensabile che l’iniziativa delle ostilità tra italiani e tedeschi venga presa da questi ultimi. L’annuncio dell’armistizio dovrà pertanto esser dato solo quando lo sbarco navale sarà già in atto. Per evitare la cattura del governo italiano lo sbarco anglo-americano dovrà avvenire nei pressi di Roma, in modo da impedire che le truppe tedesche possano sopraffare quelle italiane prima dell’intervento delle truppe anglo-americane. Il piano operativo che prevede l’azione dei paracadutisti dovrà essere ritoccato per metterlo in armonia con quanto detto sopra…

    I tempi in cui gli italiani erano ansiosi di allearsi con le Nazioni Unite per combattere insieme i tedeschi sembravano ora un lontano ricordo. L’idea di lasciare l’iniziativa dell’apertura delle ostilità ai tedeschi era, in un certo senso, ‘moralmente valida’. Nel caso specifico però viene il sospetto che essa fosse dettata da considerazioni pratiche basate sulla consapevolezza delle scarse capacità militari italiane. Si trattava poi di una tattica militarmente assai azzardata, dal momento che privava gli italiani dell’unica carta a loro vantaggio, la sorpresa. Roatta affermerà che le sue conclusioni trovarono d’accordo il comando supremo. Per disgrazia di Roatta, e non solo sua, non spettava al comando supremo la decisione riguardo dove e quando lo sbarco alleato dovesse avere luogo. Non restava pertanto a questo punto che rivolgersi nuovamente agli alleati. Badoglio ricevette il promemoria di Roatta la mattina del 7 settembre dal generale carboni e questi nell’occasione lo informò che il copro d’armata motocorazzato posto al suo comando non era in condizioni di operare dal momento che le scorte di munizioni bastavano per soli 20 minuti di fuoco e quelle di carburante avrebbero permesso alla divisione Ariete [ricostituita dopo la battaglia di El Alamein…] un’autonomia di soli 150-200 km [certo sufficiente in previsione di una ‘battaglia difensiva’… certo insufficiente in previsione di una fuga!…] . Evidentemente Carboni ignorava che a Mezzocamino, sulla via Portuense, l’esercito disponeva di ben 16.000 tonnellate di ottima benzina!… Il promemoria di Roatta e ancor di più le dichiarazioni di Carboni impressionarono moltissimo il maresciallo Badoglio, il quale convenne che bisognava prospettare agli alleati che…

    … era necessario non anticipare il giorno X rispetto al previsto [che lui riteneva fosse il 12 settembre…] ed anzi era utile, se possibile, procrastinarlo al 15 settembre. Si consigliava poi di attuare il più presto possibile lo sbarco marittimo nei pressi di Roma, nonché rivedere il piano dell’intervento americano attorno alla capitale…

    Fece così telegrafare a Castellano, rimasto a Cassibile, verso mezzogiorno comunicandogli che erano in arrivo una ‘comunicazione di estrema importanza’. Nelle ore successive a questo messaggio nulla però pervenne a Castellano in quanto il generale Rossi, in assenza del generale Ambrosio che si trovava ancora a Torino, non ritenne opportuno prendere una decisione così impegnativa in assenza del superiore. Accadde così che la ‘comunicazione di estrema importanza’ venne compilata da Roatta la mattina dell’8 settembre sulla falsariga del suo promemoria del giorno 6 e, affidata al generale Rossi, partì da Roma quello stesso giorno. La sera Rossi riuscì a raggiungere Eisenhower a Tunisi consegnargli la comunicazione. Era però troppo tardi perché quest’ultimo aveva già diramato al mondo intero la fine delle ostilità dell’Italia con le Nazioni Unite.
    Convinto sostenitore dell’aviosbarco nella zona di Roma era il generale Sir Harold Alexander, il cui coraggio era attestato dal fatto che fu l’ultimo ultimo militare britannico a lasciare la spiaggia di Dunkerque. Per nulla entusiasta era invece il generale Matthew Bunker Ridgway, comandante della divisione Airnborne. Le ragioni della sua opposizione sono narrate dallo stesso generale nelle sue memorie…

    … il mio punto di vista su questo piano era assolutamente pessimistico. Esso mi appariva del tutto irrazionale. In primio luogo Roma era del tutto fuori del raggio di azione dell’aviazione tattica proveniente dall’Africa e dalla Sicilia e ciò significava saremmo stati alla mercè dell’aviazione avversaria, potendo contare unicamente sulla nostra artiglieria leggera paracadutata e sul supporto dei bombardieri a grande raggio d’azione. Non avremmo però avuto l’appoggio dei bombardieri in picchiata in grado di colpire gli obiettivi, sopperendo così alla mancanza di artiglieria pesante. Io sapevo, come chiunque del resto, che o tedeschi disponevano di sei ottime divisioni nella zona di Roma ed ero sicuro che le nostre forze terrestri non sarebbero potute arrivare in tempo ad evitare il nostro annientamento. Non avevo inoltre affatto fiducia nel fatto che gli italiani ci fornissero gli autocarri, il carburante e le munizioni necessari ad alimentare i combattimenti in attesa dell’arrivo delle nostre forze terrestri…

    Il generale manifestò le proprie perplessità, tutt’altro che immotivate, a Bedell-Smith, il quale gli combinò un appuntamento con Alexander affinché esponesse direttamente a lui le proprie ragioni. Alexander rimase irremovibile. Ridgway si rivolse allora al comandante dell’artiglieria, generale Max Taylor, e gli prospettò che…

    … [gli] sembrava essenziale fosse inviato segretamente a Roma qualche ufficiale responsabile per vedere il maresciallo Badoglio e sentire dalle sue labbra se gli italiani veramente volevano l’operazione e se veramente potevano darci l’aiuto promesso…

    Di nuovo interpellato, Alexander rifiutò anche questa proposta, ritenendola troppo rischiosa. Ridgway però non disarmò e, con l’appoggio di Max Taylor [il quale si era offerto di fare con lui ‘ pericoloso viaggio in Italia’], insistette di nuovo presso Bedell-Smith. Questo a sua volta riuscì finalmente ad estorcere il consenso di Alexander.
    Accompagnato dal colonnello d’aviazione William Tudor Gardiner, il generale Max Taylor raggiunse a bordo della torpediniera britannica Duffit l’isola di Ustica, a nord di Palermo. Qui si imbarcò sulla corvetta italiana Ibis, proveniente da Gaeta. Mentre una decina di ufficiali italiani addetti al collegamento trasbordavano sulla unità britannica, i due americani vennero ricevuti a bordo della Ibis dall’ammiraglio Franco Maugeri [capo del Servizio informazioni della marina il quale, guarda caso, riceverà al termine della guerra una prestigiosa onorificenza all’ex-nemico ‘per aver contribuito a staccare la marina italiana dal fascismo e per i servigi resi alla causa alleata nel corso del conflitto’…]. Sbarcati a Gaeta, Taylor e Gardiner furono accolti dal maggiore Augusto Adam, del comando supremo, il quale li attendeva con una autoambulanza parcheggiata all’imbocco della statale per Formia. Lungo il tragitto verso Roma essi incrociarono solo alcune rare pattuglie tedesche e, alle 22 dei 7 settembre, i due ufficiali giunsero a Palazzo Caprara, sede del quartier generale dell’esercito. Furono il colonnello Giorgio Salvi, il maggiore Luigi Marchesi e il tenente Raimondo Lanza di Trabia [quest’ultimo in funzione di interprete] a rendere gli onori di casa, in quanto tutti i generali erano andati a riposare. Gli americani vennero cos’ condotti in un appartamento del palazzo a loro riservato dove, in un periodo in cui gli italiani si mantenavano grazie alla borsa nera, era stato preparato un sontuoso pranzo per gli ospiti. Taylor però rifiutò cibi e bevande e chiese di poter parlare immediatamente con il generale Ambrosio, che ancora però si trovava a Torino. Appreso dell’assenza del capo del comando supremo italiano si rivolse quindi a Marchesi per sapere se era stato attuato quanto concordato a Cassibile per la protezione e l’appoggio alla divisione paracadutisti destinata al lancio su Roma. La risposta dell’italiano di non essere al corrente della cosa, anche se corredata della frase di circostanza ‘ritengo, in base agli ordini emanati, che almeno in parte ciò sia stato fatto’ non lasciò certo Taylor soddisfatto. Questi chiese perciò di poter ispezionare nel corso della notte gli aeroporti dove si sarebbe dovuta atterrare la divisione Airborne. Alla obiezione di Marchesi che sarebbe stato meglio effettuare questo l’indomani in quanto una escursione notturna avrebbe potuto allarmare i tedeschi Taylor escalmò: ‘Domani è il giorno del lancio!… domani sera i nostro uomini atterreranno!…’. All’ulteriore osservazione di Marchesi che, in base agli accordi, l’operazione Giant 2 doveva avvenire contemporaneamente all’annuncio dell’avvenuto armistizio e allo sbarco alleato sulla costa tirrenica, Taylor soggiunse: ‘Esatto!… domani, 8 settembre, è il D-day!…’. Marchesi [il primo italiano cui veniva rivelata la data esatta dell’operazione Avalanche] si affrettò allora a precisare che il comando supremo si attendeva lo sbarco in forze quattro o cinque giorni dopo quella data e che un anticipo dell’operazione avrebbe reso difficile una collaborazione efficace tra le forze italiane a alleate, in particolare riguardo la difesa di Roma a la protezione dei paracadutisti americani. All’obiezione di Taylor che a Cassibile non era stata indicata alcuna data e che bisognava dare attuazione agli accordi intercorsi, il maggiore italiano pensò bene di far chiamare d’urgenza il generale Carboni. L’incontro tra questi e gli ufficiali alleati avvenne intorno alle 23. Carboni, dopo aver allontanato dalla stanza Marchesi e gli altrui ufficiali, si intrattenne per tre ore con Taylor parlando in francese. Taylor, sempre più preoccupato del destino della sua divisione, ricominciò così da capo il discorso. Rinnovò quindi il desiderio di visitare senza perdere altro tempo gli aeroporti scelti per il lancio e le postazioni contraeree, Carboni però, come già prima Marchesi, lo dissuase dicendo che la cosa non era facile dal momento che in molte postazioni vi erano i tedeschi e l’indomani si sarebbe escogitato qualche stratagemma. Fu allora che Taylor per far capire all’italiano che ‘domani’ sarebbe stato tardi rivelò che la divisione paracadutisti sarebbe atterrata in quattro consecutive notti a partire dal giorno dopo e contemporaneamente sarebbe avvenuto lo sbarco dal mare, precisando inoltre che lo stesso giorno sarebbe stato annunciato l’armistizio.
    Nell’intento di convincere il suo interlocutore Carboni rivelerò quindi a Taylor che egli sapeva che lo sbarco sarebbe avvenuto a Salerno e che aveva ricevuto quella informazione ad agosto dal suo agente Ercole Ugo Pugliesi che si trovava a Palermo [il lettore saprà certamente trovare a questo punto una idonea definizione del comportamento del generale Carboni…] , insistendo che il mantenere la data dell’8 settembre avrebbe colto gli italiani in piena crisi. A sostegno del suo ridire fece poi un quadro assai pessimistico ed esagerato della situazione, accrescendo a dismisura le forze germaniche e riducendo di altrettanto l’efficienza del suo copro d’armata motocorazzato. Convinto che da un ulteriore colloquio con carboni non avrebbe cavato un ragno dal buco, Taylor chiese allora di poter parlare con Badoglio. Erano le 2 di notte dell’8 settembre quando Carboni, Taylor e Gardiner raggiunsero la villa di Badoglio. Non era la prima volta che Taylor e Badoglio si incontravano. La loro conoscenza datava infatti dal 1921, allorché Taylor era cadetto a West Point. Certo i tempi erano un poco cambiati!… Lasciati in anticamera i due ufficiali americani, Carboni fece a Badoglio un breve riassunto del colloquio avuto con loro. Il maresciallo avvicinò poi i suoi ospiti e ripetè loro, quasi parola per parola, gli argomenti addotti da Carboni, sottolineando che, essendo la situazione cambiata in peggio, occorreva assolutamente rimandare l’operazione Giant 2 e l’annuncio dell’armistizio.
    A questo punto non è difficile supporre che cosa deve essere passato per la mente di Taylor. Non solo svaniva la possibilità di occupare con un colpo di mano Roma, avvicinando di molto la fine della guerra, ma, cosa di gran lunga più grave, gli italiani erano ora a conoscenza, con 24 buone ore di anticipo, della data e della località nella quale sarebbe avvenuto lo sbarco!… In effetti egli aveva commesso un errore dalle conseguenze catastrofiche se… se non si fosse trovato ad avere a che fare con degli italiani!… Fu così che, perso per perso, da buon giocatore di poker tentò un bluff e disse: ‘Se non annunciate l’armistizio non ci resta altro da fare che bombardare Roma e distruggerla!…’.
    Non è necessaria grande immaginazione per capire che tale ‘babau’ fu più che sufficiente a convincere delle ‘teste di legno’ e fu così che Badoglio, obbedendo senza discutere agli ordini di Taylor, inviò al quartier generale alleato di Tunisi il seguente telegramma…

    … dati cambiamenti, peggiorata la situazione generale e esistenza forze tedesche nella zona di Roma non è possibile accettare armistizio immediato dato che capitale sarebbe occupata e governo sopraffatto da tedeschi. Operazione Giant 2 non più possibile date forze non sufficienti per garantire aeroporti. Generale Taylor pronto tornare Sicilia et rendere noto punto di vista governo. Comunicate mezzi e località per ritorno. Telegramma finisce. Firmato Badoglio…

    A sua volta Taylor trasmetteva un radiogramma nel quale avvertiva anche lui che l’operazione Giant 2 non era più possibile, dopo di che se ne andò a dormire esausto…



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    cari amici
    perchè ognuno di voi possa avere dei validi motivi per 'ringraziare' di cuore il presidente Bush quando si recherà a Roma vi propongo un altro capitolo della rievocazione del periodo in cui si crearono le premesse del dramma dell'Italia... periodo durante il quale, meglio non stancarsi di ripeterlo, Mussolini era tenuto a pane e acqua nella sua prigione...




    Che cosa accadde durante la 'dittatura badogliana' [V-a parte]

    I decisivi eventi che si verificarono nel corso di mercoledì 8 settembre 1943 furono tanti e tali che ancora oggi non è semplice farne un quadro storicamente esatto. Alle 10 del mattino, accolto dal suo sottocapo si stato maggiore, giungeva alla stazione Termini di Roma il generale Ambrosio, reduce dal suo soggiorno privato a Torino del quale ancora oggi nessuno conosce le motivazioni. Il guaio [relativo per altro in una situazione del genere…] è che per parecchi giorni non solo era stato assente, ma ignorava del tutto quello che in sua assenza era accaduto a Roma. Apprese cos’ dal generale Rossi che un convoglio alleato era in rotta verso le spiagge campane e che l’annuncio dell’armistizio era stato deciso da Eisenhower per quella stessa sera. Disse poi che, nel tentativo di indurlo a desistere dalla sua decisione, Badoglio Badoglio aveva richiesto al quartier generale alleato di Algeri l’ennesimo invio di un emissario italiano. Rossi non mancò di segnalare poi ad Ambrosio che il corpo d’armata motocorazzato di Carboni, per ammissione del suo stresso comandante, non era in grado di operare per mancanza di carburante e munizioni. Nell’apprendere quest’ultima ‘novità’ Ambrosio, il quale solitamente piangeva miseria tutte le volte che parlava dell’esercito, pare abbia reagito in modo assai adirato…

    … da quaranta giorni Carboni comanda il copro motocorazzato e solo ora si accorge di queste deficienze!… non aveva che da chiedere!… i depositi sono pieni fino all’orlo!… munizioni quante ne vuole!… vi è soltanto una certa penuria di proiettili per carri, ma non così brave da non assicurare la normale dotazione delle bocche da fuoco!…

    Al di là della sfuriata però, anche lui non prese alcun provvedimento. Recatosi al suo quartier generale ricevette prima Roatta, poi Carboni. Da quest’ultimo si lasciò convincere che ogni grattacapo relativo all’armistizio era stato risolto dopo i colloqui notturni intercorsi con gli americani e così non ritenne necessario contattare Taylor e Gardiner per sentire la loro versione dei fatti. Nello stesso vagone letto sul quale viaggiava Ambrosio era giunto a Roma anche il maresciallo Caviglia per conferire col re. Il sovrano gli riservò udienza per il giorno dopo alle ore 9 ma il destino volle che i due non si rivedessero più. Il maresciallo in compenso svolgerà un ruolo di primo piano nelle vicende della capitale dei giorni successivi. Sempre verso le 10 del mattino dell’ì8 settembre Aobert Kesselring appurava che il convoglio alleato, giunto in vista della penisola di Sorrento, dirigeva verso la costa. Meta dello sbarco era dunque Salerno e non Napoli. Immediatamente chiese un colloquio con Roatta allo scopo di concordare la difesa e questi si dichiarò pronto a ricevere il generale Westphal per le ore 17.30… vale a dire dopo sette ore!…
    Al Algeri intanto alle ore 8 erano pervenuti i telegrammi di Badoglio e di Taylor, spediti nel corso della notte. Presane visione Bedell-Smith [in assenza di Eisenhower partito poco prima per Tunisi] si mise in contatto con Harold MacMillan, rappresentante di Churchill in africa, per avvertirlo di quanto stava accadendo in campo italiano e pregarlo si sentire presso gli stati maggiori generali se rinviare e no l’annuncio dell’armistizio. Spedì quindi un messaggio urgente ad Eisenhower. Si erano così fatte le 11. Mezz’ora dopo, vale a dire alle 11.30, Badoglio inviò ad Algeri il radiogramma con la richiesta di autorizzare che il generale Taylor fosse accompagnato da un alto ufficiale italiano allo scopo di chiarire meglio il contenuto del suo precedente messaggio. Anche Taylor, nel dubbio che il suo primo telegramma non fosse pervenuto o fosse poco chiaro, ne inviò un secondo contenente la frase convenuta il caso di annullamento dell’operazione Giant 2: situation innocuous.
    Frattanto al Quirinale Vittorio Emanuele III riceveva il nuovo ambasciatore tedesco Rudolf Rahn, il quale il 1° settembre aveva sostituito Mackensen. Al momento del congedo il re po stregò di comunicare al Fuehrer: ‘L’Italia non capitolerà mai. Essa è lagata alla Germania per la vita e per la morte…’. Suonava mezzogiorno allorché 135 bombardieri B-17 rovesciavano su Frascati 389 tonnellate di bombe, uccidendo 6.000 degli 11.000 abitanti. Costoro pagavano con la vita l’inesatta informazione fornita a suo tempo da Castellano agli alleati sulla dislocazione del quartier generale tedesco. Esso infatti non si trovava proprio a Frascati, ma in alcune ville nelle vicinanze tra Moncalvo e Grottaferrata, tra le quali la celebre Villa Aldobrandini. I tedeschi ebbero così in tutto alcune decine di morti e il loro quartier generale continuò a funzionare regolarmente.
    Eisenhower, giunto a Biserta, leggeva alle ore 13 il telegramma di Badoglio che chiedeva il rinvio delll’annuncio dell’armistizio. Subito dopo era informato del messaggio inviato da Bedell-Smith e da MacMillan agli stati maggiori generali. Non volendo interferenze diede ordine di annullare questo messaggio o, se ciò non fosse stato possibile, di comunicare agli stati maggiori generali che egli aveva già risolto la questione. Si affrettò poi, d’accordo con i suoi ufficiali, a bloccare l’operazione Giant 2… giusto in tempo poiché 150 aerei con a bordo 2.000 paracadutisti erano in fase di decollo. Infine ricevette il generale Castellano. Informato dal brigadiere Strong della richiesta di Badoglio, Castellano aveva immediatamente inviato a Roma un telegramma raccomandando venissero rispettati gli accordi armistiziali onde evitare le catastrofiche conseguenze derivanti da un eventuale rifiuto. Condotto quindi a Biserta in aereo, venne accolto da Eisenhower come un disertore di fronte a un tribunale di guerra. Il tentativo del generale italiano di indurre il comando alleato a rinviare ogni decisione al momento dell’arrivo da Roma della risposta al suo messaggio venne respinto. Eisenhower al punto in cui si era non poteva rinviare lo sbarco e l’armistizio era per lui la miglior garanzia possibile che le corazzate italiane dislocate a La Spezia non l’avrebbero intralciato [questa era in sostanza la sua vera preoccupazione…]. Inoltre aveva tutte le buone ragioni per non fidarsi di quello che Montgomery [il ‘vincitore’ di El Alamein…] aveva definito ‘il più vergognoso tradimento della storia’. Infine la tesi di Roma che un rinvio dell’annuncio dell’armistizio di quattro o cinque giorni avrebbe permesso di trasformare le truppe italiane poste a difesa della capitale da ‘inefficienti’ a ‘efficienti’ era veramente ridicola. Eisenhower perciò si limito gelidamente a leggere a Castellano l’ultimatum che e5ra appena stato spedito in Italia…

    Al maresciallo Badoglio…

    Parte prima – Intendo trasmettere alla radio l’accettazione dell’armistizio all’ora già fissata. Se voi o qualsiasi parte delle vostre forze armate mancherete di cooperare come precedentemente concordato farò pubblicare in tutto il mondo i dettagli di questo affare. Oggi è il giorno X e io mi aspetto che voi facciate la vostra parte.

    Parte seconda – Non accetto il vostro messaggio di questa mattina che propone di posticipare l’armistizio. Il vostro rappresentante accreditato ha firmato un accordo con me e la sola speranza dell’Italia è legata alla vostra adesione a questo accordo. Su vostra richiesta le prossime azioni aeree sono state temporaneamente sospese. Voi avete sufficienti truppe vicino a Roma per garantire la temporanea sicurezza in città e io richiedo esaudienti garanzie in base alle quali le operazioni militari possano svilupparsi al più presto. Mandate subito il generale Taylor a Biserta. Infomate in anticipo della rotta e dell’ora di arrivo del suo aereo.

    Parte terza – I piani erano stati elaborati nella convinzione che voi agivate in buona fede e noi siamo pronti a portare avanti le operazioni militari su queste basi. Ogni deficienza da parte vostra nel condurre a termine tutti gli obblighi dell’accordo firmato potrà avere conseguenze gravissime per il vostro paese. Nessuna futura azione vostra potrà in questo caso ripristinare alcuna confidenza nella vostra buona fede e conseguentemente seguirà la dissoluzione del vostro governo e del vostro paese.

    Eisenhower


    Ignari di tutto ciò i dirigenti italiani nel corso del pomeriggio erano divenuti sempre più speranzosi che la richiesta di rinvio sarebbe stata accolta dagli alleati. La BBC di Londra infatti non aveva trasmesso sino a quel momento il convenuto segnale di ‘preavviso’, consistente in una ‘conversazione sulle attività nazionalsocialiste in Argentina’ seguita da un ‘concerto verdiano’. Nessuno poteva sapere che questo era da imputare ai radiotecnici della BBC di Algeri i quali dell’ordine impartito dal generale Lowell Rooks il 6 settembre si erano semplicemente dimenticati. Oltre che dal ‘silenzio radio’ i dirigenti italiani furono rafforzati nel loro ottimismo dal consenso, pervenuto da Algeri, a ricevere un generale italiano. La scelta era caduta sul generale Rossi il quale, munito della già citata comunicazione di Roatta da consegnare ad Eisenhower, raggiunse con il generale Taylor, il colonnello Gardiner l’interprete Tagliavia l’aeroporto di Centocelle a bordo della solita autoambulanza e da qui partì alle 17.05 alla volta dell’Africa. Al momento della partenza tuttavia il testo che avrebbe stroncato ogni illusione era però quasi del tutto già noto a Roma. L’ultima parte, la peggiore, non era stata ancora decifrata e l’ottimismo si era così trasformato in ‘cauto pessimismo’. La situazione tuttavia si deteriorò più rapidamente del previsto poichè tra le 17 e le 18 l’Agenzia Stefani captò la notizia della capitolazione italiana diffusa da Radio Cairo, Radio Ankara e altre stazioni. La notizia fu confermata più tardi a New York dall’Agenzia Reuters. I responsabili italiani che si erano precipitati a firmare l’armistizio con gli alleato molto, troppo tempo prima che questi potessero raggiungere Roma e difenderli dai tedeschi ora avrebbero dato chissà cosa per rimandare anche di un giorno il momento della verità!…
    In questo clima idilliaco si svolse alle 18 di quell’8 settembre al Quirinale il cosiddetto ‘Consiglio della Corona’. Per ordine del re Acquarone convocò Badoglio, Ambrosio, Guariglia, Carboni [in veste di capo del SIM] em i ministri Sorice [guerra], De Courten [marina] e Sandulli [aeronautica]. Alla riunione furono autorizzati a partecipare il generale Puntoni [primo aiutante del re], e il maggiore Marchesi [aiutante di Ambrosio]. Il generale De Stefanis infine partecipò anch’egli alla riunione in sostituzione di Roatta… impegnato con Westphal ad organizzare la difesa del Golfo di Salerno dall’invasione anglo-americana!… La seduta straordinaria del Consiglio della Corona venne aperta dal sovrano: ‘Come lo signori sanno gli anglo-americani hanno deciso di anticipare di quattro giorni l’armistizio…’. A quel punto si interruppe vedendo De Courten bisbigliare qualcosa ad Acquarone e chiese all’ammiraglio se avesse obiezioni da fare. ‘In verità – rispose quest’ultimo – io non so nulla!…’. Secondo Davis a quel punto il re, rosso in viso, si rivolse a Badoglio in questi termini: ‘prego, metta i signori al corrente!…’. Badoglio rimase silenzioso e si limitò ad un cenno rivolto ad Ambrosio. Il comandante in capo prese allora la parola ed espose in breve la situazione, richiamando l’attenzione sulle conseguenze che la decisione alleata provocava sui piani di organizzazione contro la minaccia tedesca e sulle gravi e incalcolabili conseguenze che potevano derivarne. Intervenne a questo punto il generale Carboni il quale si scagliò in una violenta e serrata critica alle trattative armistiziali e al modo con cui il generale Castellano le aveva condotte. Secondo lui non solo Castellano non aveva ottenuto alcunchè di concreto, ma aveva posto le premesse perché gli alleati si prendessero gioco degli italiani. La sola conseguenza da trarre da questi fatti era quella di licenziare Badoglio [possibilità presa in considerazione dallo stesso maresciallo…] e sconfessare Castellano. Il re avrebbe poi dichiarato di non aver autorizzato gli impegni da essi sottoscritti in suo nome e questo avrebbe consentito di guadagnare [secondo lui…] una decina di giorni. Rinnovate assicurazioni di amicizia avrebbero tenuto buoni i tedeschi e agli alleati si poteva sempre dire che l’Italia aveva ‘solo in apparenza’ ricusato gli accordi con lo scopo in realtà di poter più facilmente ingannare i tedeschi [!… -n.d.r.]. Non è azzardato dire che, in quanto a modo di fare, questo generale Carboni può ben essere citato come il ‘capostipite’ di tutti i ‘pagliacci’ della ‘prima Repubblica’!... Alle parole di Carboni fece seguito un generale silenzio, rotto dopo alcuni minuti dal maggiore Luigi Marchesi, il più basso nella gerarchia militare dei ‘lasagnati’ presenti, il quale prese la parola. Lo stesso Marchesi ha lasciato una dettagliata relazione sul suo intervento…

    … mentre il generale Carboni continuava a parlare vidi attraverso la porta socchiusa un usciere che mi faceva cenno di seguirlo. Raggiunsi l’anticamera e al telefono ricevetti sotto dettatura un telegramma [si trattava dell’ultima parte del telegramma di Eisenhower che finalmente era stata decifrata…]. Ebbi notizia inoltre che Radio Algeri aveva appena diffuso [alle 18.30…] la notizia dell’avvenuto armistizio… rientrai nel salone e diedi lettura del telegramma, interrompendo il generale Carboni, il quale non aveva smesso un momento di parlare. Finito che ebbi di leggere guardai i presenti, convinto che la notizia sarebbe stata l’incentivo per qualche adeguato intervento. Invece incredibilmente riprese subito a parlare il generale Carboni, dicendo che l’ultima parte del telegramma non cambiava minimamente la situazione… l’idea di un mio intervento mi parve assurda fino al momento in cui il generale Carboni non cominciò a dipingere a tinte drammatiche la situazione e a paventare l’intervento degli Stukas tedeschi, con il risultato di creare sempre più viva apprensione nei presenti… mi apparve a quel punto evidente la necessità di intervenire e allorché Carboni ebbe finito di parlare ed era subentrato un profondo silenzio chiesi di poter prendere a mia volta la parola… iniziai la mia esposizione con una precisa indicazione di quanto ci eravamo impegnati a fare nell’accordo sottoscritto con gli alleati… l’anticipazione dell’armistizio era per noi una dolorosa sorpresa ma a rigore gli alleati erano nei termini degli accordi in quanto l’ipotetica data fornita dal generale Castellano, sulla quale tutti avevano fatto assegnamento, era in realtà solo una deduzione dello stesso Castellano… la data della proclamazione dell’armistizio era legata alla principale operazione di sbarco e male avevamo fatto ad illuderci della possibilità di ottenere una proroga in quanto l’operazione alleata aveva preso il via e nulla poteva più fermarla… parlare di mancato rispetto degli accordi da parte degli anglo-americani, come sostenuto dal generale Carboni, era dunque assurdo e l’unica possibilità per noi era dar corso seguito senza indugio agli opportuni ordini… il non mantenere fede agli accordi presi e firmati dal maresciallo Badoglio avrebbe storicamente costituito una macchia indelebile di disonore per l’Italia [sic!… -n.d.r.]…

    Seguì un lungo e profondo silenzio al termine del quale Guariglia disse che ogni discussione era ormai inutile e latro no n restava da fare che andare fino in fondo e mantenere la parola data [dimenticando forse, nella solennità del momento, che già ne aveva data una il mese prima Tarvisio…]. Il re, la cui nascita fu certamente causa di tragiche conseguenze per il popolo italiano, a quel punto si alzò. Racconta Paolo Monelli…

    … tutti uscirono e, ad eccezione del maresciallo Badoglio, restarono in attesa… finalmente il maresciallo uscì anch’egli e, rivoltosi al generale Ambrosio, disse che il re aveva deciso di rendere noto l’armistizio. Il generale Ambrosio si rivolse allora al generale Carboni e gli domandò dove era stato predisposto il microfono per la trasmissione. Carboni disse che non ne sapeva niente. Ambrosio allora disse che non rimaneva altro che andare direttamente all’EIAR [Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche, divenuto poi Rai, Radio Audizioni Italiane… -n.d.r.] e il maresciallo gli chiese di accompagnarlo…

    Alle ore 19.42 Badoglio, con evidente sforzo, lesse il seguente proclama…

    Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto l’armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Di conseguenza ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane dovrà cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza

    La notizia della resa dell’Italia provocò manifestazioni di gioia a Londra e New York. Anche in Italia ve ne furono, innumerevoli, e ad esse parteciparono pure soldati tedeschi ai quali era stato detto che Hitler era morto [!…]. Gli italiani che vi parteciparono erano intelligenti a sufficienza per capire che la guerra è una disgrazia, ma evidentemente non lo erano abbastanza che gli anglo-americani avrebbero fatto pagare lo stesso a tutti noi l’alleanza passata con la Germania e quest’ultima si sarebbe vendicata ferocemente per il nostro voltafaccia. Coloro che riuscirono ad afferrare la situazione, e non furono pochi, serbarono un dignitoso silenzio. Circa 180.000 militari [e tra loro, come era prevedibile, 130.000 militi della MVSN] rifiutarono l’armistizio e decisero di proseguire la guerra contro coloro che non giudicavano del ‘liberatori’.
    Nel corso del pomeriggio più volte l’ambasciatore Rudolf Rahn era stato chiamato da Berlino perché fornisse ragguagli sulle notizie di armistizio che venivano captate dalle emittenti radio straniere ed ogni volta egli aveva tranquillizzato i suoi. Rahn aveva in realtà buoni motivi per comportarsi così. Fin dal 1° settembre, giorno del suo insediamento, egli aveva avuto contatti giornalieri con i membri del governo e i comandi italiani. L’ultimo di questi incontri era avvenuto quella stessa mattina con il re. L’iniziale diffidenza del nuovo ambasciatore si era gradatamente dissolta in seguito alle reiterate attestazioni di fedeltà all’alleanza espresse dalle autorità italiane. In particolare Badoglio il 3 settembre [lo stesso giorno della firma dell’armistizio…] lo aveva fortemente impressionato con queste parole…

    … io sono il maresciallo Badoglio. Appartengo, con von Mackensen e Petain, al gruppo dei tre più anziani marescialli d’Europa. La sfiducia da parte delle massime personalità del Reich nella mia persona è per me incomprensibile. Ho dato la mia parola e intendo mantenere fede ad essa!…

    Il 6 settembre il generale tedesco Rudolf Toussaint, da poco nominato successore di Enno von Rintelen, aveva espresso l’opinione che Badoglio avesse contattato gli alleati subiti dopo il 25 luglio ma che le condizioni di armistizio che gli erano state proposte fossero troppo dure ed erano state respinte. Così la pensava anche Rahn quando, poco dopo le 19 dell’8 settembre, sollecitato ripetutamente da [von] Ribbentropp, aveva deciso di recarsi a Palazzo Chigi, sede del ministero degli esteri. Qui trovò Guariglia, appena tornato dalla seduta del Consiglio della Corona, il quale, pallido e imbarazzato, lo accolse dicendogli [si legga con attenzione!… ]…

    … la sua visita giunge a proposito, giacchè ho una importante comunicazione per voi… ho l’onore di rendervi partecipe del fatto che il governo italiano ha concluso l’armistizio con gli alleati!…

    La risposta di Rahn fu allo stesso tempo concisa e carica di significato…

    … sia ben chiaro che non accuso il popolo italiano, bensì chi lo ha ridotto in questa situazione senza dignità… temo che questa decisione peserà ancora e per molto tempo sulle future sorti dell’Italia!…

    Nel corso delle ore successive Rudolf Rahn e tutto il personale dell’ambasciata tedesca, oltre che i servizi militari e civili, lasciarono in fretta Roma alla volta di Frascati. L’ambasciatore italiano in Germania, Dino Alfieri, dopo il 25 luglio non era più tornato a Berlino e il nuovo ambasciatore designato non aveva neppure fatto in tempo a partire. Hitler pertanto potè prendersela solo con l’addetto militare italiano Efisio Marras e i suoi collaboratori. Marras e i suoi vennero arrestati e dovettero trascorrere un lungo periodo di umiliante prigionia. La dichiarazione del siglato armistizio precedette di poche ore la prevista consegna da parte tedesca di un ultimatum preparato il, giorno prima, vale a dire il 7 settembre. Con il senno del poi si potrebbe affermare che l’armistizio di fatto non cambiò la situazione dell’Italia, dal momento che tale ultimatum, fosse o non fosse stato accettato, avrebbe di fatto trasformato l’Italia comunque in un paese vassallo del III Reich. Secondo von Rientelen l’operazione Schwartz sarebbe dovuta scattare il 12 settembre in caso di non accettazione dell’ultimatum da parte italiana. Quello che è certo è che l’accettazione dell’armistizio nei termini imposto dagli anglo-americani trasformò ugualmente l’Italia in un paese succube [in questo caso degli alleati…] con la differenza che l’ultimatum, se accettato, avrebbe lasciato a Vittorio Emanuele III, per lo meno dal punto di vista formale, il comando delle operazioni in Italia. Di ciò danno conferma, opinabile finchè si vuole certo, le parole rivolte da Hitler al maresciallo Rodolfo Graziani il 13 ottobre, giorno della dichiarazione di guerra del Regno d’Italia alla Germania…

    … se il re e Badoglio si fossero rivolti a me direttamente e mi avessero comunicato, esponendo i loro motivi, l’impossibilità per l’Italia di continuare a combattere a fianco della Germania, io l’avrei capito ed apprezzato. Naturalmente in questo caso la condizione sarebbe stata quella di non unirsi ad alcun’altra nazione belligerante, garantendo la neutralità e la difesa del territorio…

    Purtroppo, anche se la guerra era ormai irrimediabilmente perduta, il numero di divisioni tedesche in Italia [delle quali 5 corazzate e 4 motorizzate…] e la consistenza ancora notevole della nostra flotta d’alto mare non contribuirono certo ad appoggiare la tesi badogliana che l’Italia non fosse più assolutamente in grado di opporsi agli anglo-americani. L’idea che l’armistizio [il quale oltretutto non poneva affatto termine alla guerra…] fosse in realtà un espediente politico per cambiare fronte rimase perciò impressa sia nei tedeschi sia [cosa ovviante più grave] negli alleati, i quali per arrivare da Reggio Calabria a Salerno dovranno impiegare ben nove mesi!… Dal punto di vista squisitamente politico l’armistizio fu anche un duro colpo per chi dal 1922 al 1943 aveva espresso il proprio dissenso a Mussolini. Proprio quel Mussolini infatti che nel 1940 aveva gettato il paese a cuor leggero nella fornace della guerra poteva ora ripresentarsi davanti al mondo come colui che salvava l’onore dell’Italia!… Le simpatie che tutt’ora il ricordo di Mussolini riscontra in Italia [cosa impensabile per Hitler in Germania…] non sarebbero spiegabili se non vi fosse stata la folle irresponsabilità di chi ha abbandonato le forze armate e l’intero popolo alla vendetta di Hitler ed ha acettato la spaccatura dell’Italia in due fazioni l’una in guerra contro l’altra. E’n assai significativo che non solo fascisti divenuti neofascisti, ma anche una delle più autorevoli voci antifasciste durante il ventennio, Gaetano Salvemini, abbia così giudicato l’operato del maresciallo Badoglio…

    … ciò che Badoglio ha da dire sull’armistizio è uno scandaloso miscuglio di ambiguità, di omissioni e di affermazioni del tutto sballate…



    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  7. #37
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    Predefinito Molto interessanti i suoi reports, egregio Comandante !

    Certo che con quei generaloni la guerra era persa in partenza...
    Che razza di incompetenti e confusionari, mah ...
    Io ricordo che mia madre, la sera dell'8. settembre, buttò dalla finestra l'unica radio che c'era nel nostro paesetto.
    Mi auguro che nessun tedesco legga il suo 3d altrimenti mi dovrò
    andare a nascondere o emigrare di nuovo.
    Perchè ?
    Sono circa 30 anni che continuo a dir loro che abbiamo perso la
    guerra a causa delle strampalate decisioni del Führer ...

  8. #38
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    Predefinito

    Rigrazio di cuore l'amico Jackal per il lusinghiero giudizio su quanto da me scritto a proposito dei cruciali avvenimenti del periodo di 'prigionia' di Benito Mussolini [25 luglio-12 settembre 1943...]. Certamente molto ci sarebbe da discutere sulla 'inettitudine' delle massime cariche politiche e militari italiane, come pure sugli 'errori' che hanno fatto sì che la guerra avesse alla fine la conclusione che ha avuto. Una simile discussione per essere solamente impostata porterebbe via moltro più spazio di quello concessoci su questo forum e in ogni caso non è lo scopo che mi sono prefisso scirivendo queste poche righe. L'obiettivo, assai più modesto e semplice, è mostrare in maniera evidente per chiunque la futilità della 'storiella' che ci viene ancor oggi propinata, secondo la quale gli anglo-americani ci avrebbero fatto guerra con lo scopo di 'liberarci della dittatura nazifasciata' e per questo, magari, abbiamo il dovere di serbare loro eterna gratitudine. Dalla lettura anche affrettata di quanto ho scritto, supportato ovviamente da inconfutrabile documentazione, appare evidente anche ad uno sprovveduto di cervello che le principali 'motivazioni strategiche' della guerra condotta dagli alleati era l'eliminazione dalla scena mondiale delle potenze che di fatto si opponevano ai loro disegni di egemonia economica mondiale, e precisamante [nell'ordine] Germania, Giappone e Italia. E' appena il caso di far notare che tale 'obiettivo primario' prescindeva totalmente dalla forma di governo esistente in tali paesi e a dimostrazione di ciò vi è il fatto che la totale rimozione del regime fascista dal potere non modificò affatto i progetti di guerra alleati nei confronti dell'Italia. Qualcosa di simile sarebbe certamente avvenuto anche in caso di [ipotetica] rimozione dal potere di Saddam Hussein prima dell'invasione americana dell'Iraq, e questo per un motivo assai semplice che nessuno [o quasi] cita mai... e cioè che la guerra contro l'Iraq è servita in realtà ad eliminare il principale potenza mediorientale rimasta a 'minacciare' in qualche modo Israele, la quale ora è libera di dedicarsi senza altri pensieri alla 'soluzione finale' del problema palestinese...

    cordiali saluti!...


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    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  9. #39
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    Unhappy ... chi chiamò il tedesco in Italia?...

    cari amici
    riprendiamo il discorso facendo però a questo punto un piccolo passo indietro, vale a dire ripartiamo dalla prima vera del 1943, all'indomani della perdita dell'Africa settentrionale. Esamineremo in dettaglio quella che la storiografia 'uffciale' definisce 'invasione tedesca dell'Italia' [da non copnfondersi con la 'liberazione' che invece venne attuata dagli anglo-americani ...] e ci renderemo conto facilmente non solo di come fu possibile, ma anche a chi spetta la reponsabilità di essa, fino ad oggi attribuita senza discussione a Mussolini...



    Un soldato tedesco traguarda un bersaglio dietro al cannone anticarro da 50 mm. Panzerabwehrkanone 38, abbreviato in PaK 38 L/60. La quasi totale assenza di artiglierie moderne [quelle in dotazione datavano in gran parte alla prima guerra mondiale…] fu particolarmente grave per l’esercito italiano per tutta la durata del conflitto


    Che cosa accadde durante la 'dittatura badogliana' [VI-a parte]


    Riferendosi alla ‘grande guerra’ Hitler più volte aveva detto: ‘L’opinione che l’Italia come alleato sia infedele è stupida e cretina!…’. A Berchtesgaden però, il 22 agosto 1939, allorchè il Duce gli aveva comunicato che in caso di aggressione alla Polonia da parte della Germania l’Italia non si sarebbe schierata a suo fianco, si era espresso in termini più prudenti: ‘Mussolini è un uomo senza nervi… se gli succederà qualcosa la fedeltà dell’Italia non sarà più cosa certa’. Con la caduta della Tunisia l’ipotesi del crollo di Mussolini [e come conseguenza del crollo italiano…] si era fatta di giorno in giorno più concreta. L’OKW aveva perciò cominciato a preparare piani in vista di una simile eventualità. Va detto tuttavia che, soprattutto nei primi momenti, questi piani erano destinati ad organizzare la difesa dell’Italia [considerata il ‘ventre molle’ d’Europa…] in vista di un’offensiva anglo-americana. In questo senso già il 9 maggio 1943 l’OKW informò, tramite il generale Enno von Rintelen, il comando supremo italiano della costituzione di tre organismi militari tedeschi utilizzando i resti del gruppo di armate Africa che erano rimasti in Italia. Si trattava di addetti alla sussistenza, all’amministrazione, alla sanità, alla posta e fra loro vi erano perciò genieri, radiotelegrafisti, autieri e qualche artigliere. I tre ‘organismi’ costituiti con questi soldati presero il pomposo nome di ‘Comando Sardegna’, ‘Comando Sicilia’ e ‘Riserva di Pronto Intervento’. Mettere in piedi quest’ultima si rivelò assai arduo, dal momento che i reparti che non avevano fatto in tempo a raggiungere l’Africa erano assai esigui. Hitler, senza dar retta a Mussolini che non gradiva troppe truppe tedesche in Italia ma, stando a quanto riferito da von Rintelen, con l’assenso del comando supremo, fece trasferire in Italia dalla Francia due divisioni. Si trattava della Hermann Goering, che giunse dal 17 al 29 maggio, e della 16-ma divisione corazzata, che effettuò il trasferimento dal 28 maggio al 7 giugno. Contemporaneamente dalla Francia del Nord venne trasferito in Italia il comando del XIV corpo corazzato, che fu messo a disposizione di Albert Kesselring. Venuto a sapere di ciò Mussolini il 5 giugno fece presente ad Hitler che quanto era stato inviato era più che sufficiente a respingere la possibile offensiva alleata.
    Il parere di Mussolini non era però condiviso dal generale Mario Roatta, che sollecitamente fece sapere a von Rintelen che per difendere l’Italia sarebbero occorse almeno 10 divisioni corazzate o motorizzate tedesche [!…]. Nei colloqui italo-tedeschi dell’11 e 12 giugno, avvenuti mentre Pantelleria capitolava senza alcuna effettiva resistenza, risultò che le divisioni tedesche in Italia erano insufficienti, al che la Germania offrì due nuove divisioni. Il 17 giugno così Mussolini, praticamente obbligato dal comando supremo, fece sapere al Fuehrer che sarebbe stato utile l’invio di altre due divisioni corazzate tedesche. La risposta non si fece attendere e Kesselring ne offrì addirittura quattro. Ambrosio tuttavia declinò l’offerta facendo presente che Mussolini era contrario a far difendere il suolo italiano da un eccessivo numero di soldati tedeschi e riteneva più utile far rientrare le truppe italiane dislocate in Provenza e nei Balcani. Senonchè la caduta di Pantelleria e la sfiducia nelle capacità di resistenza italiana espressa da Rommel e dallo stesso Roatta influenzarono a tal punto Hitler che, se non proprio quattro divisioni corazzate, superarono le Alpi tre divisioni e una brigata tedesche. La 29-a Panzergrenadierendivision giunse dal 16 a 25 giugno, la 3-a Panzergrenadierendivision dal 28 giugno al 9 luglio, la 26-a Panzerdivision dal 9 al 26 luglio. Inoltre dal 20 al 24 giugno a fine giugno giunse la brigata d’assalto Reichfuehrer SS, la quale venne dislocata in Corsica. A coronare il tutto sopraggiunse dall’8 all’11 luglio il comando del LXXVI corpo d’armata. Lo scopo di tutto ciò era quello di influenzare maggiormente le operazioni militari. Si era ormai allo sbarco in Sicilia.
    Tutte queste divisioni avevano evidentemente la funzione di sostenere l’Italia per impedirne il crollo, ma anche di ovviare alle conseguenze di questo nel caso fosse avvenuto. A questo proposito il 20 maggio, una settimana dopo la fine della campagna di Tunisia, nel quotidiano rapporto sulla situazione dei vari fronti, Hitler espresse il timore che la crisi al vertice in Italia, il cui primo sintomo era stato notato a Klessheim, si sarebbe acuita e dubitò che le forse italiane sarebbero state in grado di opporsi ad uno sbarco alleato. Decisivo era stato nell’occasione il rapporto dell’SS-Sonderfuehrer Alexander von Neurath, il quale parlò di ‘desiderio dei siciliani di veder presto arrivare gli alleati’ e dei sentimenti filo-britannici di certa ‘Roma-bene’ e di gran parte degli alti ufficiali. Fu così che il giorno appresso il fido Wilhelm von Keitel aveva preparò le bozze di alcuni piani segretissimi. Si trattava dei piani Alarich, che trattava dei provvedimenti da prendere in Italia, Siegfried, che trattava di quelli da prendere nella Francia occupata dagli italiani, e Kostantin, che si occupava delle zone balcaniche sotto controllo italiano. Erano però unicamente piani a carattere preventivo che sarebbero scattati solo nel caso si fosse verificata una defezione. A questi piani il 22 giugno si aggiunse il progetto di impadronirsi del Brennero. Del resto simili ‘misure precauzionali’ erano state elaborate da Gran Bretagna e Francia nell’autunno del 1917, all’indomani del disastro di Caporetto. Anche allora l’eventualità [diciamo pure non certo remota…] del crollo militare e dell’eventuale rovesciamento di alleanze da parte dell’Italia era stato seriamente preso in considerazione dagli alleati, i quali avevano messo a punto piani per l’occupazione della Libia e del Dodecanneso, nonché della cattura o messa fuori uso della flotta italiana nel caso in cui le suddette ipotesi si fossero concretate. Il motivo di tanta durezza era dovuto al fatto che si riteneva ormai certo il crollo del regime mussoliniano e, come Rommel continuava a ripetere, si temeva che gli italiani bloccassero i passi alpini, trasformando così la penisola italica in una gigantesca trappola per le truppe tedesche ivi dislocate, particolarmente quelle stanziate nelle isole. Rommel era talmente terrorizzato da questa idea che insistette per il ritiro della divisione Hermann Goering dalla Sicilia e tentò [invano] di impedire l’invio nell’isola della 1-a divisione paracadutisti di stanza in Francia. La ‘psicosi Italia’ che tanto affliggeva il feldmaresciallo finì a poco a poco per contagiare i vertici nazisti, i quali ritennero però che l’invio di truppe a sud delle Alpi fosse il miglior modo per scongiurare il crollo italiano. Il 18 luglio, in seguito a pressioni di Goering e von Mackensen, Rommel non venne così nominato comandante supremo delle truppe tedesche in Italia e, per consiglio di Jodl, venne inviato a Salonicco [21 luglio]. Nel frattempo però lo sbarco alleato in Sicilia era divenuto una realtà e Hitler si era incontrato con Mussolini vicino a Feltre. Il giorno dopo la conferenza [21 luglio] il Fuehrer si decise a rinforzare ulteriormente le truppe tedesche in Italia, sia per sostenere il suo amico Mussolini, sia per contenere gli anglo-americani, visto che la 6-a armata italiana si era pressoché liquefatta e Patton era alle porte di Palermo.
    Per quanto possa sembrare strano, dopo l’occupazione alleata della Sicilia Hitler non credeva più ad una imminente caduta di Mussolini e il piano Alarich, come riferito da Walter Warlimont nel suo libro Im Hauptquartier, era stato archiviato. Fu così che il 25 luglio 1943, poco prima della seduta del Gran Consiglio che decretò il crollo del regime fascista, Hitler accolse con favore la proposta di Jodl di inviare il Italia altre sei divisioni, una delle quali corazzata, alle quali si sarebbero aggiunte poi tre divisioni delle SS. Nelle intenzioni del Fuehrer si sarebbe trattato di un generoso aiuto fornito ad un alleato debole, ma non proprio vacillante. E’ chiaro che da un lato questa mossa avrebbe tacitato coloro che in Italia accusavano la Germania di non difenderci a sufficienza, ma d’altra parte avrebbe dato credito a coloro che accusavano la Germania di voler difendere se stessa combattendo sul suolo italiano. Insomma il solito principio del ‘comunque fai, fai male’. Era chiaro che così facendo la Germania difendeva anche se stessa ma alla stessa stregua allora la stessa accusa dovrebbe essere rivolta alla Francia, la quale dopo Caporetto inviò proprie truppe a combattere in Italia, o in generale a qualsasi stato invii contingenti militari ad un alleato invaso dal nemico.
    La notizia della caduta di Mussolini fu per Hitler una specie di doccia fredda, completamente inaspettata. I vecchi piani a quel punto vennero rispolverati. Alle 23 del 25 luglio Hitler ordinò di proseguire i preparativi del piano Konstantin e Sigfried. A sua volta Kesselring avrebbe dovuto ritirare tutte le truppe dalla Sicilia, dalla Sardegna e dalla Corsica e tenersi pronto ad occupare tutti i più importanti nodi ferroviari nel caso di capitolazione italiana. Hitler non si fidava infatti [né possiamo dargli torto…] né del re né di Badoglio. Il piano Alarich, tirato fuori dal cassetto, il 28 luglio venne fuso con il piano Konstantin nell’operazione Achse. A questi si aggiunse il piano per l’operazione Schwartz, che come sappiamo non sarà poi attuata. L’operazione Achse venne però portata avanti e a questo fine l’OKW senza perdere tempo decise di inviare nuove divisioni in Italia per comandare le quali venne richiamato Rommel, appena giunto a Salonicco. Alle ore 23.15 del 25 luglio il feldmaresciallo era contattato telefonicamente dal comando supremo e tre giorni dopo la ex ‘volpe del deserto’ assumeva a Monaco di Baviera il comando del cosiddetto ‘OKW-Stato maggiore di rinforrzo’, una definizione ‘diplomatica’ che il 13 agosto sarebbe stata sostituita da quella più ‘realistica’ di ‘Gruppo di armate B’, che riuniva tutte le forze tedesche dislocate a nord della linea Pisa-Arezzo-Ancona.
    La caduta di Mussolini sembrò dare ragione alle pessimistiche vedute di Rommel e perciò la sera stessa del 25 luglio di ordinò alla divisione corazzata di granatieri Feldhermhalle e alla 715-a divisione di fanteria i tenersi pronte ad occupare i passi alpini tra Francia e Italia. La sera del 26 luglio venne dato ordine alla 305-a divisione di fanteria di spostarsi, a partire dal giorno dopo, verso la Liguria. Dato che era previsto che questa unità raggiungesse l’Italia meridionale si pensava non dovessero esserci obiezioni da parte del comando supremo. Questo invece nei giorni successivi si oppose al trasferimento della divisione adducendo il pretesto che le linee ferroviarie nazionali erano congestionate. Accettando per buona la cosa, il 29 la divisione venne fatta scendere dal treno in prossimità del confine italo-francese e fu ad essa ordinato di proseguire a piedi in direzione di Genova. Il comando supremo protestò allora energicamente ripetendo da prima il motivo, ormai insostenibile, dell’intasamento delle linee ferroviarie e in un successivo momento che non erano stati presi accordi e ordinando alla 4-a armata italiana di non permettere l’ingresso in Italia della 305-a divisione. Tutto ciò non fece che confermare i dubbi dei tedeschi circa le reali intenzioni dell’alleato e Hitler in persona ordinò il 31 luglio alla 305-a divisione di aprirsi, se necessario, il varco con la forza e alla Feldhermahalle di fornirle supporto di artiglieria. La mattina del 1° agosto Kesselring comunicò al comando supremo che la 305-a divisione avrebbe proseguito la sua marcia in ogni caso, unendo però una dichiarazione ‘ufficiale’ dell’OKW che nelle intenzioni tedesche doveva rasserenare l’ambiente…

    … L’Italia, come essa stessa ha solennemente proclamato, è intenzionata a proseguire la lotta. Questa lotta è allon stato attuale condotta in Sicilia quasi esclusivamente da truppe tedesche. Per assicurare a queste copertura e rifornimenti vi sono nell’Italia meridionale e nei dintorni di Roma altre truppe tedesche. Il comando supremo a dichiarato che tale partecipazione tedesca non è sufficiente ed ha chiesto ulteriori divisioni. Di queste si è iniziato il trasferimento ma si è detto che, a causa della congestione delle linee ferroviarie, il loro trasporto non può essere continuato. Nel frattempo ad ogni ora che passa aumenta il pericolo di sbarchi nemici in forze in qualsiasi punto della penisola italiana. L’OKW si è impegnato a fare tutto ciò che è umanamente possibile per assicurare, dalla Calabria al confine settentrionale, le retrovie alle truppe in Sicilia, che combattono in nome di esemplare fedeltà all’alleanza… Come può il capo di stato maggiore della 4-a armata, chiaramente dietro ordine del comando supremo, affermare che questo poderoso aiuto che la Germania concede in un’ora difficile al suo alleato possa far scaturire una grave sfiducia nella fedeltà dell’alleanza alla Germania?… Questo è incomprensibile. Una simile opinione è una grave offesa nei confronti delle forze armate tedesche che non sono venute in Italia [e vi combattono…] per consegnare l’Italia agli anglosassoni, ma per sostenere le forse armate italiane che Sua Maestà il Re d’Italia ha ordinato di proseguire…

    Messo con le spalle al muro il comando supremo capì che non si poteva tirare troppo la corda e la 305-a divisione potè proseguire senza problemi verso Genova… non solo, i comandi italiani misero anche a disposizione tutti i treni che servivano per un più comodo spostamento dell’unità!… I tedeschi però il 6 agosto preferirono non inviare a sud la divisione, la quale venne invece destinata alla zona di La Spezia. Il giorno successivo la dichiarazione di Kesselring il comando supremo acconsentì anche il trasferimenti in Italia della 76-a divisione di fanteria, la quale, al comando del generale Erich Abraham, precedette la 305-a portandosi nella zona tra Genova e Savona. Senza problemi avvenne anche il trasferimento della 94-a divisione di fanteria. Comandata dal generale Georg Pfeiffer, superò a piedi il Moncenisio, giunse a Susa e da qui in un secondo tempo fu trasportata dagli stessi italiani a sud di Alessandria. Solo ventiquattrore dopo aver consentito l’arrivo della 94-a divisione, il 5 agosto il comando supremo diede via libera al trasferimento del comando del LXXXVII corpo d’armata [generale Gustav Adolf von Zangen] , il quale riunì le tre divisioni [305-a, 76-a e 94-a] e stabilì il proprio comando ad Acqui Terme.
    Una crisi si profilò anche al Brennero. Il 26 luglio Hitler aveva ordinato al generale Valentin Feuerstein di impossessarsi del valico, anche con la forza se necessario, per ‘salvare le divisioni in Sicilia’. Il 29 Rommel venne a sapere dall’OKW che gli italiani stavano minando i più importanti impianti dell’Alta Italia e il 30 il suo comando notò che i presidi italiani posti lungo il percorso meridionale della ferrovia del Brennero erano stati rinforzati. Questo fatto indusse a ritenere di vitale importanza l’invio di nuove truppe in Italia per affiancare gli italiani nella protezione dei raccordi ferroviari. Dietro ordine dell’OKW Rommel fece passare il confine ai reparti della 26-a divisione corazzata non ancora trasferiti in Italia, poi al gruppo di combattimento del generale Feuerstein, e infine alla 44-a divisione di fanteria del generale Franz Beyer. Ufficialmente Feuerstein sarebbe figurato come l’ideatore della manovra per poterlo sconfessare nel caso si fosse presentata la necessità. Per salvare le forme Feuerstein dal canto suo comunicò nel pomeriggio del 30 al comandante italiano di Colle Isarco l’imminente movimento delle sue truppe facendo credere si trattasse di una operazione concordata dall’OKW e dal comando supremo. Il 31 luglio, per spinare il terreno, Feuerstein si incontrò a Bolzano con il generale Alessandro Gloria, comandante del XXXV copro d’armata italiano, esprimendogli il desiderio tedesco di contribuire alla sicurezza della ferrovia del Brennero, a cui la sua divisione avrebbe partecipato. Gloria promise di parlarne al comando supremo. A questo punto la bomba esplose. Il comando supremo, poche ore dopo la comunicazione di Gloria, intimò a Kesselring di non far entrare alcuna divisione in territorio italiano ed anzi di ritirare le truppe tedesche preposte alla sicurezza degli impianti italiani. La notizia che la 44-a divisione volesse entrare aveva reso Ambrosio furente e deciso di ad ordinare che i tedeschi fossero accolti a fucilate. L’indomani 1° agosto Kesselring presentò la già citata dichiarazione ‘ufficiale’ dell’OKW al comando supremo e tutto, come per miracolo, si appianò. Lo stesso giorno la 44-a raggiunse Bolzano senza incontrare la benché minima resistenza da parte degli italiani, i quali si limitarono a raccomandare agli altoatesini di ‘non fraternizzare troppo con i tedeschi’ [!…].
    Sotto lo shock provocatogli dalla caduta del suo amico Mussolini, Hitler nella notte del 26 luglio ordinò di ritirare due divisioni di SS dal fronte orientale per dirottarle in Italia, la Das Reich e la Leibstandarte Adolf Hitler. Per la gravità della situazione sul fronte orientale però il 4 agosto il Fuehrer dovette rinunciare a muovere la prima. La seconda varcò il Brennero il 3 agosto e, al comando del generale Theodor Wisch, si concentrò entro la metà del mese nella zona compresa tra Parma e Reggio Emilia. Essa divenne così una delle tre divisioni del II corpo d’armate corazzato delle SS [agli ordini dell’Obergruppenfuehrer SS Paul Hausser], che inglobò anche la 65-a divisione di fanteria del generale Gustav Heistrmann von Ziehlberg e la 24-a divisione corazzata del generale Maximilian von Edelstein. La prima venne trasportata dal 6 all’11 agosto, con il consenso italiano, da Villach nella zona Ravenna-Rimini, la seconda raggiunse dal Tirolo la zona di Modena tra il 14 e il 30 agosto. In risposta a tutte queste manovre il comando supremo si limitò ad ordinare alla divisione aplina Julia, riorganizzata dopo la disastrosa ritirata dal fronte del Don avvenuta a gennaio, di portarsi nella zona di Verona per ‘minacciare’ da settentrione il corpo d’armata corazzato delle SS [!…].
    La lunga serie di divisioni tedesche calate in Italia dopo il 25 luglio si concluse con la 71-a divisione di fanteria del generale Wilhelm Raapke. Proveniente dalla Danimarca e destinata in un primo tempo al fronte orientale, l’unità raggiunse il 7 agosto la zona a nord di Lubiana [al tempo italiana] e si preparò ad attraversare il confine. Per salvare le forme l’OKW informò il comando supremo che a partire dal giorno dopo la divisione sarebbe entrata in territorio italiano. Il 26 il comando supremo non solo protestò vibratamente, ma annunciò che avrebbe ordinato ai comandi locali di opporsi con forza all’entrata delle truppe tedesche. Evidentemente gli effetti della dichiarazione tedesca del 1° agosto si erano esauriti. L’OKW giudicò il comportamento degli italiani in questa occasione nel seguente modo…

    … il comportamento degli italiani non è spiegabile con ragioni di prestigio. Al contrario, come è dimostrato da una lunga serie di eventi, vige chiaramente l’intenzione di tagliare al momento opportuno le nostre linee di rifornimento. Per questo motivo non può esserci un punto di vista sentimentale o troppo da gentiluomini nei confronti di un alleato che non è disposto ad agire secondo i principi dell’onore. In questi casi vi è da rimanere fortemente legati agli ordini impartiti…

    Fu così che il 26 la 71-a divisione di fanteria superò il confine italo-tedesco pronta a reagire ad eventuali attacchi italiani. Tutto però si svolse pacificamente e la divisione raggiunse Gemona, Salcano e infine Villa Opicina, nei pressi di Trieste. Durante il tragitto però i tedeschi scoprirono che in un viadotto presso Gracoiva Serravalle e in una galleria a sud-ovest di Oblacca erano state collocate cariche esplosive. Il 27 agosto Enno von Rientelen si recò presso il comando supremo e comunicò che se fosse stato revocato l’ordine di opporsi con le armi agli alleati si sarebbe potuto intavolare trattative sulla suddivisione dei compiti di sicurezza nell’Italia nord-orientale. Il comando supremo accettò immediatamente la proposta e la crisi ebbe termine. Nei giorni 29 e 30 agosto il generale Raapke, in accordo con i comandi italiani di Lubiana e Trieste, affiancò le sue truppe alle truppe italiane poste a presidio della Venezia Giulia.

    Nella storiografia ‘ufficiale’ si parla spesso e volentieri di ‘tedesco invasore’. Dal punto di vista formale il termine è o decisamente errato, in quanto si trattava di reparti giunti prima del 21 maggio per organizzare la comune difesa contro gli anglo-americani, o improprio, in quanto i ‘reparti invasori’ mandati dopo il 25 luglio erano arrivati in veste di ‘alleati’ e in molti casi dietro richiesta italiana. In ogni caso la loro presenza in Italia era stata o richiesta o per lo meno ‘legalizzata’. Col senno di poi queste divisioni rappresenteranno certamente una grave minaccia per l’Italia, ma vi è da rilevare che fino all’8 settembre non spararono neppure un colpo di fucile contro soldati e civili italiani. Da un altro punto di vista quelle divisioni erano quello di i comandi italiani avevano fatto intendere di avere estremo bisogno per fermare gli anglo-americani. Il fatto poi che non stessero al fronte non è un valido argomento in quanto lo stesso comando supremo riteneva possibili sbarchi alleati in Toscana o addirittura in Romagna [al punto da raccomandarli ad Eisenhower!…]. Non vi è dubbio che la serie di sciagurate scelte italiane dell’estate del 1943, in primo luogo quella di fare in modo che gli alleati alla fine si trovassero ad affrontare sulla penisola non già le deboli e mal organizzate forze italiane ma un cospicuo numero di assai più efficienti e combattive forze tedesche, abbia allungato di parecchi mesi la guerra e le sofferenze per il popolo italiano ad essa connesse. L’armistizio di fatto rese possibile quella che per dieci anni era stata per noi la massima sventura possibile e che il Duce aveva cercato con ogni mezzo di evitare: l’occupazione tedesca dell’Italia…



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    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

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    Unhappy ... scappa oggi, scappa domani...

    cari amici
    è per me un vero piacere per un 'fraintenditore storico' qual son io riprendere la trqttazione degli eventi occorsi durante i 45 giorni di 'dittatura badogliana', quando per intenderci il [deposto] Duce ancora si travava in guardina e quindi non in condizione di poter influire sugli avvenimenti stessi...

    Oggi vedremo una autentica 'prodezza' compiuta dal re e da Badoglio il 9 settembre del '43, quella di mollare tutto lasciando gli italiani a vedersela con i crucchi, filarsela come se nulla fosse sotto il naso di questi ultimi e raggiungere infine a Brindisi i loro 'liberatori'... come abbiano potuto riuscire in questa impresa è ancora oggi un bel mistero...




    Sulla Corvetta Baionetta [qui in una immagine del dopoguerra…] si imbarcarono il re Vittorio Emanuele III, la famiglia reale ed i membri del governo Badoglio in fuga da Roma dopo la proclamazione dell'armistizio dell'8 settembre 1943, per recarsi a Brindisi sotto la protezione degli alleati…


    Che cosa accadde durante la 'dittatura badogliana' [VII-a parte]


    Se l’armistizio di Cassibile fosse stato capace di porre fine alle ostilità in Italia, l’accusa di tradimento sarebbe necessariamente passata in secondo piano. A quel punto della guerra infatti con Hitler non si sarebbe potuti che essere dei ‘traditori’ se si era intenzionati ad evitare ulteriori distruzioni e lutti all’Europa. In un certo senso gli ‘uomini del 20 luglio’ e gli ‘ufficiali della Germania libera’ agirono secondo questi principi. L’armistizio firmato dall’Italia però non era un accordo reciproco per la cessazione delle ostilità dal momento che da parte anglo-americana la guerra continuava e da parte italiana si trattava di una resa senza condizioni in base alla quale si era automaticamente catapultati in campo avverso assoggettandosi per di più a tutte le condizioni imposte dai vincitori. Diversi articoli dell’armistizio contenevano in sé una già programmata entrata in guerra contro la Germania. Si prevedeva infatti la consegna immediata agli alleati di tutti i prigionieri di guerra, la messa a disposizione dell’intera flotta mercantile, dei porti, degli aeroporti [anche quelli più vicini al territorio tedesco…], e infine, punto fondamentale, si dava garanzia che tutte le forze armate disponibili in caso di necessità sarebbero state impiegate per ottenere l’esatta esecuzione delle condizioni armistiziali. A tutto ciò si aggiungeva la volontà del governo italiano, proclamata fin dal primo momento di fronte agli alleati, di schierarsi a fianco di questi ultimi. Badoglio lo riferisce senza ambiguità nelle sue memorie…

    … con un armistizio così prematuro l’Italia non sarebbe stata più trattata come nazione nemica [sic!…], ma come una nazione che aveva solennemente dichiarato e sottoscritto di fare da subito causa comune con gli alleati…

    Con simili presupposti non ci si poteva ragionevolmente attendere che sgomberassero di loro volontà il nostro paese anche se all’inizio lo avessero voluto. La dichiarazione pubblica dell’armistizio, chiarendo in fine la posizione dell’Italia, impose di fatto ai tedeschi [i quali anche se non conoscevano nei dettagli le clausole di resa grosso modo le immaginavano…] la strada da seguire. Apparve chiaro da subito che la partita decisiva si sarebbe giocata a Roma. In questa prospettiva il comando italiano aveva schierato attorni alla capitale le sue forze più efficienti. Si trattava del corpo d’armata motocorazzato al comando del generale Giacomo Carboni. Esso comprendeva le divisioni Ariete, Centauro, Piave, Granatieri di Sardegna e Piacenza [proveniente dalla Liguria e facente parte del XVII° corpo d’armata…], un battaglione della divisione Re [in fase di trasferimento dalla Croazia…], due battaglioni della divisione Lupi di Toscana [in fase di trasferimento dalla Francia…] e infine la divisione Sassari [trasferita al completo dalla Croazia…]. In totale erano 55.000 uomini con 200 carri armati e mezzi cingolati. A queste truppe si aggiungevano oltre 10.000 carabinieri, oltre ai reparti della Polizia dell’Africa Italiana [Pai]. I tedeschi nella zona di Roma disponevano invece della 3-a Panzergranadierdivision [generale Graeser] a nord della città e della 2-a divisione paracadutisti [generale Barenthen] a sud di essa. In tutto 26.855 uomini con 650 carri armati e mezzi cingolati. A questi uomini se ne aggiungevano altri 6.000 del servizio informazioni. Nel resto della penisola e in Sardegna l’esercito disponeva di 9 divisioni efficienti e altre 9 in ricostituzione. In tutto gli italiani disponevano sul territorio nazionale [Zara esclusa…] di 26 divisioni di linea, alle quali si aggiungevano piccole unità costiere. Contando le 10 divisioni che i tedeschi avevano fatto affluire in Italia con il pieno consenso del comando supremo i tedeschi dal canto loro allineavano in Italia ben 17 divisioni, in totale 155.000 uomini.
    Allorquando, al ritorno da una ispezione in Ucraina, il Fuehrer apprese dell’avvenuto armistizio, egli diede ordine di dare corso immediato al piano programmato e già alle 20.30 nella zona di Roma i tedeschi misero a segno un colpo decisivo con l’occupazione del deposito di carburante di Mezzocamino. Alla stessa ora la 2-a divisione di paracadutisti da sud si mise in marcia alla volta della capitale scontrandosi con reparti della divisione Piacenza [generale Carlo Rossi], i quali opposero scarsa resistenza a Lanuvio e Albano, più convinta a Risaro e Ardea. Alla Cecchignola una colonna della divisione paracadustisti proveniente da via Laurentina incontrò resistenza da parte del presidio locale [un centinaio di ufficiali, una cinquantina di sottoufficiali e due dozzine di soldati…], mentre altri reparti d’assalto tedeschi giungevano fino al quartiere dell’Eur, superando la difesa del 1° reggimento Granatieri di Sardegna. A Latina [così era stata ribattezzata Littoria all’indomani del 25 luglio…] la 221-ma divisione costiera venne sopraffatta alorchè il suo comandante, generale Adoardo Minaja, aderì alla richiesta tedesca di passaggio per ‘ritirarsi a nord’. Ad ostia il colonnello D’Auria e il tenente colonnello Bianchedi accolsero i tedeschi amichevolmente e consegnarono loro la zona a loro affidata e tutto il materiale che vi si trovava. Liberatisi di ogni ostacolo [a sud la Piacenza aveva ceduto a Marangone…] i reparti tedeschi raggiunsero alle 22, percorrendo la via Ostiense, il Ponte della Magliana.
    A nord si mise in moto verso Roma la 3-a Panzergranadierdivision, percorrendo le vie Aurelia, Cassia e Flaminia. All’altezza del Lago di Bracciano essa si trovò di fronte la divisione corazzata Ariete [generale Raffaele Cadorna] e chiese in passaggio per dirigersi a sud come era stato concordato alle ore 17.30 nel corso di un colloquio tra Roatta e Westphal. Il comandante dell’Ariete si oppose, nonostante che Carboni avesse dato il benestare al passaggio ‘purchè avvenisse in piccole unità’. Al che il comandante tedesco non insistette.
    L’azione decisiva per la caduta di Roma rimase pertanto in mano alla 2-a divisione paracadutisti. Su ordine di Kesselring alle ore 24 la sua azione era ripresa, debolmente ostacolata alla Magliana da reparti della divisione Granatieri di Sardegna [generale Gioacchino Solinas] rinforzati da alcune unità della Ariete, tra le quali il reggimento Lanceri di Montebello. Poco dopo le ore 2 del 9 settembre i paracadutisti tedeschi occupavano l’aeroporto di Ciampino. Alle ore 3 l’alto comando italiano fu irformato che i tedeschi si erano impadroniti della località Tor Sapienza, distante circa 8 km dal centro di Roma. Interpellato da Roatta, Carboni senza compiere alcun accertamento, dichiarò che ogni resistenza sarebbe cessata nel giro di ventiquattr’ore. La notizia gettò nel panico il comando supremo, il governo e la casa reale.
    A palazzo Baracchini in via XX Settembre, sede del ministero della guerra, si erano rifugiati il sovrano, il principe ereditario, Badoglio e gli alti esponenti militari. La situazione, per quanto grave, non impedì a Badoglio di andare a dormire alle 21.30 dell’8 settembre [!…]. Ambrosio dal canto suo, prima di lasciare la sede del comando supremo, aveva letto le clausole dell’armistizio ai capi di stato maggiore della Marina e dell’Aeronautica. Poi aveva diramato l’ordine affinché…

    … il previsto piano di interruzione delle comunicazioni tedesche non fosse attuato fino a che non risultasse che i tedeschi avevano interrotto i nostri collegamenti, occupato centrali telefoniche e amplificatrici o attuato comunque atti di ostilità…

    Nel corso della notte, mentre giungevano notizie dei primi scontri e si accavallavano le richieste di istruzioni da parte dei comandi periferici, Ambrosio, in netto contrasto con la baldanza con cui Castellano aveva offerto l’alleanza agli anglo-americani, insistette sulla direttiva di non attaccare per primi e inviò a Kesselring un patetico telegramma nel quale lo invitava ad ‘impedire atti ostili da parte tedesca per evitare il conflitto tra i due eserciti’. La richiesta non venne accolta per evidenti motivi e gli eventi presero la del tutto prevedibile piega tragica che ognuno può immaginare. La situazione apparve così senza scampo agli ospiti del ministero della guerra, i quali accettarono senza indugio la proposta di Roatta di abbandonare Roma finchè erano in tempo attraverso la via Tiburtina, la sola che non risultava ancora sotto controllo tedesco. Sul primo momento Vittorio Emanuele fu riluttante a lasciare la capitale, ma presto si lasciò convincere e si giustificherà in seguito con la celebre frase ‘da da antologia’: ‘Devo essere ossequiente alle decisioni del mio governo!…’. Il ‘governo’ era Badoglio e perciò venne tirato giù a forza dal letto. Nei giorni precedenti per l’eventuale allontanamento del re e del governo dalla capitale erano stati approntati nel porto di Civitavecchia due cacciatorpediniere, il Da Noli e il Vivaldi, ma l’occupazione di questa città da parte della 3-a Panzergrenadierdivision aveva precluso questa via di fuga. Esclusa anche una partenza per via aerea in quanto la regina Elena soffriva di mal d’aria, non rimaneva che la via verso l’Adriatico indicata da Roatta. Alle ore 5.09 del 9 settembre la colonna reale, a bordo di sette automobili, lasciò il cortile del ministero della guerra. Al momento di salire sulla sua FIAT 2800 grigioverde il sovrano volle assicurarsi che Badoglio avesse dato tutti gli ordini e ricevette risposta affermativa. Pochi minuti prima, alla domanda di Ambrosio se aveva ordini da lasciare, l’amletico maresciallo aveva risposto di no. Il viaggio attraverso Tivoli, Avezzano e Popoli procedette senza incidenti e, dopo una sosta al castello di Crecchio, residenza dei duchi di Bovino, la colonna raggiunse Pescara. Non essendovi modo però di proseguire la colonna ritornò a Crecchio in attesa che la Regia Marina venisse a prelevare i fuggitivi. Per coprire la fuga reale era stato ordinato alla divisione Legnano [generale Olmi], appena arrivata dalla Francia e in trasferimento alla volta della Puglia, di schierarsi in zona. Alle ore 24 i fuggitivi raggiunsero infine Ortona a Mare, dove per ordine di Supermarina era giunta da Pola la corvetta Baionetta.
    A Roma frattanto la notizia della partenza del re aveva provocato un precipitoso inseguimento della colonna reale da parte di numerosi alti ufficiali, così che la sera la città di Pescara pullulava di generali. Era chiaro che tutta quella marea di gente non avrebbe potuto salire sulla piccola corvetta e pertanto Ambrosio, sollecitato da De Courten, comunicò solo ad alcuni di essi di proseguire di nascosto verso Ortona a Mare. La voce però si sparse e a mezzanotte oltre 50 automobili scaricarono nel piazzale del porticciolo più di 200 generali, alcuni dei quali, come riferisce Davis, con attendente e autista. Mancava però Badoglio e il re rifiutò di imbarcarsi prima che il capo del governo [il quale aveva abbandonato a Roma tutti i ministri civili, in primo luogo Guariglia…] fosse recuperato. Dato però che il tempo stringeva si decise di salire a bordo con il suo stretto seguito e i bagagli e solo allora l’irreperibile Badoglio comparve sul barcarizzo e con fare autoritario scelse tra la turba di ufficiali presenti quelli che avevano il permesso di imbarcarsi. Per non essere da meno allora anche Ambrosio e Roatta, sordi alle proteste dell’ammiraglio De Courten, provvidero a far imbarcare i loro protetti, tra i quali il maggiore Marchesi e il generale Zanussi. Finalmente la Baionetta con 57 persone a bordo oltre al proprio equipaggio, potè prendere il largo. Durante il viaggio un’onda più alta delle altre fece perdere l’equilibrio a Sua Maestà e fu solo la prontezza di un marinaio, che riuscì ad afferrarlo, che lo salvò da un bagno nell’Adriatico. Non si ebbero altri incidenti e alle 14.30 del 10 settembre la corvetta, alla quale si era aggiunto durante la navigazione l’incrociatore leggero Scipione Africano, gettò l’ancora nel porto di Brindisi, dove da poche ore erano giunti gli alleati. I generali che erano stati lasciati ad Ortona a Mare si erano sparpagliati nella zona in cerca di rifugio… con troppa fretta, in quanto alle 7 del mattino del 10 settembre, proveniente da Brindisi, la corvetta Scimitarra comparve davanti al porto di Pescara e attese per quattro ore i fuggitivi prima di ripartire. Lo stesso giorno l’innocente popolazione di Ortona pagò per la vergognosa vicenda con la distruzione, ad opera dei tedeschi, delle case e delle barche da pesca…

    La giornata del 9 settembre trovò le forze italiane impegnate intorno a Roma in scontri confusi prive di qualsiasi comando e coordinamento. Il colonnello Giorgio Calvi, capo di stato maggiore del corpo d’armata motocorazzato, piangendo esclamò: ‘Siamo stati abbandonati da tutti!…’. Il suo comandante, generale Carboni, era fuggito infatti in abito borghese portando con sé il tesoro del SIM, oltre mille sterline e in più lire per un valore complessivo di 130.000 dollari dell’epoca!… Carboni era stato posto al vertice del SIM [Servizio Informazioni Militari] il 18 agosto nonostante che il contemporaneo incarico di comandante di corpo d’armata e capo del servizio segreto fossero incompatibili. Su una macchina con la targa del copro diplomatico colui che avrebbe dovuto essere il ‘cervello’ della difesa di Roma aveva lasciato Roma alle ore 5.30 e si era diretto alla volta di Tivoli per ordine, come vorrà in seguito lasciar intendere, di Roatta. Carboni cercò invano la colonna reale e non gli riuscì neppure di rintracciare la colonna degli altri generali in fuga, la quale per ordine di Ambrosio aveva raggiunto la Tiburtina attraverso la deviazione dei Colli Sabini. Giunto ad Arsoli Carboni apprese dell’avvenuto passaggio di numerose automobili e pensò bene di mandare in ricognizione il tenente Lanza di Trabia che viaggiava con lui. A questi riuscì di raggiungere Roatta, la cui auto era ferma ad un passaggio a livello. Alla richiesta del tenente se avesse degli ordini per il suo superiore Roatta rispose testualmente : ‘Che si arrangi!…’, prima che, alzatesi le sbarre del passaggio a livello, la colonna ripartisse a tutta velocità verso il mare e la salvezza. Tornato indietro e riferito questo al suo generale, Lanza di Trabia, vedendolo indeciso, gli consigliò di raggiungere un castello lì vicino dove il regista Carlo Ponti stava girando un film [La freccia nel fianco…], interpretato dall’attrice Mariella Lotti, amica del tenente. Il sopraggiungere di Carboni, il quale giustificherà il suo soggiorno al castello con il pretesto delle sue ‘caratteristiche militarmente interessanti in vista degli eventi che supponevo di prossima gestione’ [!!… …], non fu però gradito ai cineasti, i quali ebbero la netta impressione che il generale fosse alla ricerca di un nascondiglio. La stessa Mariella Lotti invitò il nobile tenente suo amico ad andarsene al più presto portandosi dietro il generale. Fu così che l’indomani mattina Carboni si rassegnò a tornare a Roma, dove alle ore 8 giunse al ministero della guerra. Animato da improvviso spirito combattivo ma prudentemente arroccatosi a piazzale delle Muse ai Parioli, ordinò una serie di contrattacchi che il giornalista Paolo Morelli definirà poi ‘isterici e ritardati’. Ecco ciò che era accaduto in sua assenza…
    Alle 5.19 del 9 settembre Roatta, decisa la fuga, aveva dato rodine a tutte le truppe preposte alla difesa della capitale di convergere su Tivoli, con l’evidente intento di fare in modo che, esclusa qualsiasi possibilità di ulteriore difesa di Roma, esse almeno potessero assumere la difesa dei ‘fuggitivi’. L’ordine trasferì di fatto il peso degli scontri con i tedeschi sulla divisione Ariete a nord e sulla Granatieri di Sardegna a sud. Nella mattinata reparti del reggimento Lancieri di Montebello appoggiati da un battaglione di carabinieri avevano di propria iniziativa riconquistato la zona dell’EUR, mentre i tedeschi [paracadutisti dotati di sole armi leggere e senza alcun supporto di artiglieria o aviazione…] rinnovavano i loro attacchi alla Magliana e alla Cecchignola. Verso le ore 17 i difensori della Magliana ricevettero l’ordine, emesso da chi non è mai stato possibile accertare, di arretrare per consentire alle forze tedesche provenienti da sud di ‘ripiegare verso nord’. Più tardi un contrordine li obbligherà a riprendere la località abbandonata, cosa che faranno al prezzo di gravi perdite. Dopo alcuni deboli attacchi sferrati sule vie Ardeatina, Casilina e Prenestina, a sera in tedeschi rinnovarono l’attacco contro il 1° reggimento della Granatieri di Sardegna, riuscendo a portarsi in località Tre Fontane, a due chilometri da Porta San Paolo. A nord la 3-a Panzergrenadierdivision attaccò alle 7.20 il caposaldo di Manziana e alle 9.30 quello di Monterosi, tenuti entrambi dalla Ariete. Per evitare l’aggiramento la difesa di Manziana ricevette l’ordine di ripiegare su Bracciano, ma per successivo ordine erroneo proseguì verso sud per La Storta. Con un contrattacco Bracciano fu ripresa ma poi definitivamente abbandonata alle 17. Monterosi era caduta alle 14. In questa località all’alba si era verificato l’episodio più significativo di tutte le operazioni di quei giorni intorno a Roma. Il tenente Ettore Rosso, del 134° battaglione genieri, con quattro volontari minò un ponte della località e al passaggio di una colonna corazzata tedesca lo fece saltare, sacrificandosi con i suoi e uccidendo il colonnello tedesco che comandava la colonna insieme a tredici miliari germanici. Alle ore 20 l’Ariete abbandonò il settore per ripiegare, obbedendo agli ordini ricevuti, su Tivoli. Nella manovra venne preceduta dalla Piave [generale Ugo Tabellini] che si trovava alle sue spalle. In sostituzione delle due divisioni vennero inviati a difesa della vie Cassia e Salaria tre battaglioni della divisione Re, due dei quali erano giunti nel corso della notte. Dotati di dodici pezzi di artiglieria si schierarono in trinceramenti improvvisati tra la Giustiniana e Castel Giubileo. In loro sostegno il generale Zani, comandante della divisione Sassari, schierò alle 21 un gruppo di artiglieria e un battaglione controcarro tra Ospedaletto Marziale e Ponte Milvio. Scontri sanguinosi con la partecipazione anche di civili si erano frattanto accesi a Monterotondo dove, alle 9 del mattino, 800 paracadutisti tedeschi [sei compagnie al comando del maggiore Gerike…] si erano lanciati da aerei JU-52 per catturare lo stato maggiore italiano, il quale però da oltre dieci ore non era più in quella località. Negli scontri gli italiani lamentarono 156 morti, 33 dei quali civili, mentre i tedeschi ne ebbero circa 300 e una loro unità fu annientata a Mentana. Solo a sera i paracadutisti tedeschi, facendosi anche scudo di donne e ragazzi del posto, ebbero ragione dell’accanita resistenza incontrata ed occuparono il castello che era stata la sede dello stato maggiore. Nel frattempo a sud gli uomini della Granatieri di Sardegna, sotto la pressione della 2-a divisione paracadutisti, erano dovuti ripiegare fin sotto le mura di Porta San Paolo, a poco più di due chilometri da piazza Venezia. Lì si ebbero gli ultimi scambi di colpi, ai quali parteciparono, accanto a lanceri e granatieri, anche civili, tra cui numerosi partigiani comunisti [che facevano così la loro ‘comparsa’ sulla scena dopo che per vent’anni erano rimasti nell’ombra…], i quali nei giorni precedenti avevano avuto contatti con il generale Carboni [il quale, non lo si dimentichi, era anche capo del SIM…] e da questi avevano ricevuto armi. I paracadutisti tedeschi, quasi tutti veterani, ebbero facilmente io sopravvento sia sulle inesperte reclute italiane sia, a maggior ragione, sui civili. Alle ore 17, superate le ultime resistenze, i paracadutisti germanici entrarono definitivamente in Roma e la occuparono quando ancora la 3-a Panzergrenadierdivision era ancora lontana, ragione per la quale a loro, pur se dotati di sole armi leggere, spetta il merito esclusivo di aver vinto la ‘battaglia per Roma’. In quelle ore drammatiche all’interno di Roma si verificarono tumulti e razzie che durarono fino alle 20.30.
    Il complesso di azioni che dalla sera dell’8 settembre si erano verificate nell’arco delle ventiquattro ore dimostravano che, se da parte italiana vi era stata una enorme confusione, da parte tedesca si era agito con scarsa volontà aggressiva, al punto che è financo esagerato parlare di ‘battaglia per Roma’. In tutto si era trattato di una serie di confuse scaramuccie, accompagnate dal rapido dissolvimento delle forze italiane preposte alla difesa della capitale. A titolo di esempio la divisione Ariete, una delle migliori unità dell’esercito italiano ed erede ideale della divisione distrutta ad El-Alamein, giunse a Tivoli con solo la metà degli effettivi. Migliaia di suoi soldati avevano abbandonato i ranghi e se ne erano tornati a casa, un evento comune del resto in simili circostanze [basti considerare il rapido sfaldamento delle forze tedesche nei Paesi Baltici, in Bielorussia e in Ucraina nel novembre del 1948, dopo che era giunta la notizia che era stato firmato l’armistizio…]. Un altro fattore da tenere in conto fu la difficoltà, cosa che accomunò italiani e tedeschi, a considerare ‘nemico’ colui che fino o poche ore prima era ‘alleato’. Accanto a queste plausibili considerazioni tuttavia non si può fare a meno di considerare il fatto che nelle stesse ore in cui a Roma si ‘combatteva’ in po’ per modo di dire e più che altro per salvare le apparenze, il re, il capo del governo e il loro seguito riuscivano nella ‘miracolosa impresa’ di percorrere in auto quasi duecento chilometri di strade alla volta di Pescara senza incontrare lungo il tragitto un solo militare tedesco. Questa e altre ovvie considerazioni hanno indotto qualcuno nel dopoguerra ad ipotizzare che in quelle ore vi sia stato una sorta di patto scellerato tra Kesselring e Badoglio, al quale sarebbe stata assicurata la fuga in cambio della resa ‘indolore’ delle forze armate italiane. Fino ad oggi non sono emersi elementi sufficienti a validare del tutto questa tesi, la quale rimane pertanto una ‘ipotesi possibile’… domani chissà… quello che è certo è che l’epilogo della ‘battaglia per Roma’ ebbe aspetti addirittura tragicomici…
    Per ordine del generale Kurt Student, comandante dell’XI corpo paracadutisti, il capitano Hans Schacht contattò il tenente colonnello Leandro Giaccone per invitare la divisione corazzata Centauro, perfettamente intatta ed efficiente in quanto non provata da alcun combattimento, a deporre le armi in nome della ‘fraternità d’arme’ , promettendo l’onore delle armi e il ritorno a casa dei militari. La divisione, costituita come divisione ‘M’ [ove ‘M’ stà per ‘Mussolini’…] il 10 aprile ’43 per essere la guardia del corpo del Duce, dotata tra l’altro di 24 carri armati Tiger e 12 semoventi donati dai tedeschi, non era stata impiegata negli scontri perché giudicata dal comando supremo come ‘infida’. Il suo comandante, generale Carlo Calvi di Bagnolo, riferì al generale Carboni, che in quel momento si era rifugiato in una pensioncina. Questi ritenne la proposta accettabile purchè fosse stata estesa a tutte le truppe del corpo d’armata da lui comandato e mandò giaccone a Frascati per trattare direttamente con Kesselring. Alle ore 1.30 del 10 settembre fu messa per iscritto una bozza di accordo. Roma venne riconosciuta come ‘città libera’, le forze germaniche si impegnavano a non superare i limiti di confine indicati da Carboni, nella capitale sarebbe rimasto un comando militare italiano [affiancato da un ufficiale tedesco per ‘tenere i collegamenti’…] con alle sue dipendenze, come presidio, la divisione Piave [senza però l’artiglieria…] e le forze di polizia necessarie per mantenere l’ordine pubblico. Tutte le altre truppe dovevano essere inviate in ‘licenza illimitata’. Carboni ricevette lo schema di accordo alle ore 5 e lo ritenne ‘accettabilissimo’. Giaccone, tornato da Kesselring a Frascati, alle ore 7 si vide però imporre una nuova clausola, la quale prevedeva l’istituzione a Roma di un comando tedesco. Di fronte alla protesta italiana i tedeschi, evidentemente avendo ricevuto istruzioni da Berlino, risposero con un ultimatum assai simile a quello che gli alleati avevano presentato a suo tempo a Castellano: se entro le ore 16 l’accordo con la clausola aggiuntiva non fosse stati firmato essi avrebbero bombardato Roma. La minaccia tedesca [in gran parte un bluff poiché Kesselring non disponeva affatto dei 700 bombardieri che aveva voluto far credere…] suscitò vive discussioni tra Carboni, Sorice, ministro della guerra, e Caviglia il quale, essendo il militare di grado più elevato rimasto a Roma, aveva assunto la rappresentanza del governo. Tutto si risolse per le ore 16 allorchè, trovandosi la città da due ore sotto il tiro dell’artiglieria germanica, il tenente colonnello Giaccone e il generale Westphal firmarono l’accordo. Esso fu un atto di realismo che risparmiò ulteriori vittime, visto che lo scopo primario [la protezione del re e del governo…] non esisteva più e le forze italiane non avrebbero potuto in ogni caso portare alcun aiuto agli aglo-americani, i quali a si trovavano in grossa difficoltà a Salerno, avendo lì incontrato una inaspettata resistenza che li aveva inchiodati sulla spiaggia. Dopo la firma il generale Calvi di Bergolo assunse il [provvisorio] comando della città. I caduti italiani erano stati 412, 241 dei quali civili. Quanto al generale Carboni, egli scomparve definitivamente di scena trovando tempestivamente rifugio presso Virginia Bourbon del Monte, vedova di Edoardo Agnelli. La ‘intesa italo-tedesca’ durò in tutto tredici giorni, durante i quali per la popolazione tornò in vigore il coprifuoco, la proibizione di lasciare la città e, tanto per cambiare, grande penuria di alimenti. Il solo Vaticano, cessata la bufera, il 13 settembre riaprì le sue frontiere e rimase un ‘angolo di pace’…



    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

 

 
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