...nervosa


Roma. Litigare si è litigato anche nei giorni scorsi nel centrodestra.
Nuovi infortuni parlamentari, la Lega ha potuto rispedire al mittente, An e Udc, perfino l’accusa di essere allo sbando causa assenteismo.
A due giorni dall’affossamento alla Camera della legge Giovanardi sulle discoteche, si conta un altro sgambetto padano: sull’introduzione del delitto di tortura nel codice penale (grazie alla Lega sarà punibile solo se reiterato, tutti scontenti in Aula). Sul decreto legge contro la pirateria informatica partorito dal ministro Urbani, invece, una maggioranza in forze ridotte è stata sconfitta su un emendamento dell’Ulivo, attirandosi ruvidi commenti dalla Lega.

Il centrista Buttiglione parla di “punture di spillo” ma è
“preoccupato” di come vanno le cose nella Cdl. Negli ultimi giorni la miscela leghista di lotta e governo si esprime in piccoli agguati parlamentari agli alleati, recriminazioni e minacce veicolate in ordine sparso. Con qualche punta di vetero leghismo identitario. A guardare poi la Padania di ieri si direbbe che il partito di Bossi stia riabilitando il suo volto più contundente.
Sotto il titolo “Cosa vuole il Carroccio”, sul quotidiano leghista apparivano infatti sette richieste che dovrebbero rappresentare
altrettanti punti di frattura.
Ma leggendo si scopre che l’entità del malcontento è ancora sotto
controllo.
Si scopre che “la fiducia posta sulle cartolarizzazioni è stata votata per responsabilità, ma il decreto resta un tipico esempio di Roma ladrona”;
che bisogna votare “sì al referendum sulla riforma costituzionale,
perché sia il popolo a decidere”;
che “il concetto di legittima difesa va ampliato” e “i clandestini sorpresi sul territorio italiano espulsi”.
Che “le stragi del sabato sera vanno affrontate senza intaccare i pochi poteri trasferiti ai sindaci” e “i soldi del credito sportivo non vanno usati per ripianare i debiti col fisco delle società di calcio”. Che “l’emergenza rifiuti non va risolta scaricando tutto sulle regioni del Nord”.
Più che ultimatum, un cahier de doléance.
Lamentele ben assestate, nella consapevolezza d’avere le mani impegnate a votare lealmente le cose che contano. Come la legge Gasparri, su cui tempo fa in Senato la maggioranza ha respinto le pregiudiziali di costituzionalità sollevate dall’opposizione (da martedì si vota in Aula). “Nessun problema”, ha commentato il capogruppo a Montecitorio Alessandro Cè. Forse il mal di pancia leghista somiglia meno a una sedizione che alla quotidiana prassi, impastata di tattiche elettorali e arrabbiature mal rimuginate. Perché la condotta della Lega acefala non differisce troppo da quella praticata con successo dall’Umberto Bossi di governo. Con gli alleati si strappa senza strappare davvero.
Senza Bossi riesce più difficile, però riesce. Ci sarà pure, all’interno del partito, una sottile concorrenza tra luogotenenti bergamaschi e varesotti, e uno spaesamento generale dovuto alla prolungata assenza del leader.
Lo riconosce anche Cè: “Senza Umberto Bossi la Lega deve procedere con il massimo coordinamento”, un po’ per necessità un po’ per via delle presunte “divergenze che non esistono” e vengono invece amplificate all’esterno. Ma finché gli incidenti avvengono su questioni marginali, nemmeno Buttiglione dovrebbe allarmarsi. Per quanto la Lega insista a dipingere scenari foschi, soprattutto nel caso in cui la coalizione non la pianti di “cercare accordi trasversali con la sinistra, come nel caso di Sofri” (così Luciano Dussin a proposito della legge sulla tortura).
“Con l’Occidente, contro le multinazionali”
Riflessione a parte per la ventata di antiamericanismo immessa nel centrodestra da Calderoli mercoledì sera: “Dal 30 giugno basta con l’occupazione militare dell’Iraq, serve un governo iracheno legittimato dall’Onu e non dagli Stai Uniti”. Per la verità appena un soffio. Visto che, dopo un colloquio con Berlusconi, il coordinatore delle segreterie leghiste ha corretto: senza garanzie, la missione di pace “rischia” di trasformarsi in “occupazione”. A ridosso, il capo di Gabinetto di Bossi, Francesco Speroni, che identifica nel “peccato originale di Bush” la causa dei guai in Iraq, dove non è saltata fuori “nemmeno una bottiglia di candeggina”. Altro che armi di distruzione. Concetti in cui sembra rivivere la Lega più identitaria che ammicca alle piccole patrie e alla lotta contro la globalizzazione. E agli hamburger di McDonald’s preferisce l’odore del cinghiale rosolato alle feste celtiche. “Passi per la fedeltà all’Occidente in guerra con l’Islam radicale – dice al Foglio l’eurodeputato Mario Borghezio – ma non abbiamo mai sottoscritto completamente la politica estera americana. Siamo sempre quelli che sostengono la libertà dei popoli, contro il nuovo ordine mondiale e le multinazionali che soffocano le libertà. Comunque il 9 maggio sarò alla Fiera di Torino per presentare l’ultimo libro dello sceicco italiano ’Abd al Wâhid Pallavicini”. Tanto per essere chiari

saluti