Oltre la festa
«Questa è la nostra Festa», disse Giovanna Marini, accarezzando la sua chiatarra, dal palco del concerto di piazza San Giovanni. Era giusto un anno fa, il 1 maggio 2003, quando ancora a quel concerto era concessa la diretta tv. Sembra così ovvia, questa dizione, ma non lo è, nient'affatto. La Festa del Lavoro, che prima di entrare nei calendari ufficiali era costata lunghe lotte, sangue e morti, celebrava il ruolo centrale dei lavoratori dipendenti, degli operai, degli ultimi: un contenuto eversivo che irrompeva nell'agenda istituzionale - e la rompeva. Una giornata di segno classista che, una volta ogni trecentosessanticinque giornate, accettava la sfida, e il rischio, dell'integrazione. Vincendola anzitutto nella sua concretezza simbolica: perchè la Festa del lavoro era il non-lavoro. Era la sospensione generalizzata dell'atto del produrre, l'arresto di quella che oggi chiameremmo la "tecnomacchina". Era, soprattutto, l'idea della liberazione del e dal lavoro salariato - sfruttato, alienato. In quel giorno, in quei Primi Maggi, la società intera, la società borghese, era costretta a guardare suo malgrado ad un'altra possibilità: quella di un mondo dove il lavoro non sarebbe stato più sfruttato, ma poteva trasformarsi in una libera attività degli esseri umani associati.
E oggi? Oggi la Festa celebra se stessa riallacciandosi alla sua forma più antica: quella della lotta. La rivolta operaia di Melfi ci parla proprio di questo: della insopportabilità di una condizione operaia che sa di schiavitù, sia pure di schiavitù modernissima e ipertecnologizzata. E che si ricollega quasi direttamene agli operai che scendevano in piazza per chiedere le otto ore e la fine di ritmi disumani di lavoro: proprio come il capitalismo del XXI secolo assomiglia tremendamente a quello selvaggio, ottocentesco o protonovenentesco, che non tollerava nè rivendicazioni organizzate nè manifestazioni di autonomia dei subalterni. In realtà, la storia non si ripete mai. La lotta di classe che riesplode nel cuore della crisi della globalizzazione non è solo un ritorno, e forse non è affatto un ritorno - è soprattutto un nuovo inizio. Gli operai di Melfi, come i lavoratori dell'Alitalia, come qualche mese fa gli autoferrotranvieri - ma anche come il nuovo precariato giovanile che sfilerà oggi tra Milano e Barcellona - rispondono a un nuovo potere padronale che prevede per loro solo uno stato di totale assoggettamento. Che sopprime le garanzie e i diritti più elementari, a cominciare da quello di un contratto decente. Che pretende di controllare (appropriandosene) tutto il loro tempo. La precarizzazione del lavoro e della vita, ecco l'unico progetto di cui è capace il capitalismo nella sua fase tardoliberista e regressiva. L'angosciosa guerra guerreggiata che divampa in Iraq e nel Medio Oriente ha il suo organico pendant nella più silenziosa ma quasi altrettanto feroce guerra scatenata contro il lavoro. Altro che festa!
Il nuovo movimento operaio - quello che ricompone i giovani precari con la classe operaia ex-garantita, l'intellettualità di massa con i soggetti alla ricerca di "spazio pubblico", i movimenti nati dal rifiuto della globalizzazione con le antiche organizzazioni dei lavoratori - trova qui, in questo Primo Maggio, le sue ragioni e le sue radici. Oggi è anche il giorno in cui l'Europa si allarga a dieci nuovi membri. Ma, se vorrà davvero esistere, essa non potrà non essere l'Europa della pace e dei lavoratori.
Rina Gagliardi
(tratto da Liberazione, 1Maggio2004)




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