Berlusconi aveva detto: "Migliori amici degli americani"
I parenti tremano: "Quella frase
ci ha fatto arrabbiare"
Cresce l'angoscia dei familiari dopo la scadenza dell'ultimatum. Fiducia nel governo, ma affiorano dissensi
DAL NOSTRO INVIATO DAVIDE CARLUCCI
Il fratello e la cognata
di Umberto Cupertino
SAMMICHELE DI BARI - "Perché negarlo? Ci siamo arrabbiati". Laura Albanese, cognata di Umberto Cupertino, uno dei tre ostaggi rapiti in Iraq, lo ammette: la frase pronunciata dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi quando sembrava che le trattative per la liberazione fossero ormai concluse - "Ora siamo i migliori amici degli americani" - ha provocato irritazione in chi, come loro, da giorni è angosciato per la sorte dei rapiti. Non è una polemica: i Cupertino in questi giorni non fanno altro che sottolineare la loro "fiducia totale" nel governo e nella Farnesina, nelle cui mani è la salvezza di Umberto.
Anche a loro, però, è difficile nascondere l'amarezza per questa liberazione che non arriva mai, che proprio quando sembra a portata di mano svanisce come un miraggio.
Ogni notizia che arriva dalla guerra in Iraq per loro è una doppia pugnalata al cuore. "Quando abbiamo visto le immagini delle torture subite dai prigionieri iracheni da parte dei soldati americani, a parte la sensazione di schifo, ribrezzo e vomito che abbiamo provato, ci siamo molto preoccupati anche per i nostri familiari rapiti". Anche il bombardamento di Falluja, temono, potrebbe "aver rallentato le trattative".
Un po' di disillusione si legge nelle parole di Antonella Agliana, la sorella di Maurizio: "Siamo in fiduciosa attesa, speriamo che serva". Agliana è provata, stanca: "Non ci resta altro che aspettare". E' una dichiarazione d'impotenza da parte di chi sa di averle tentate tutte, manifestando anche a Roma con i Disobbedienti. E se non si può far nulla, meglio aspettare. "A volte il silenzio può essere d'oro" - dice da Prato Antonella Agliana - "io non faccio più caso alle notizie che non mi arrivano direttamente dalla Farnesina".
A Cesenatico, invece, è tornato in strada con la sua bandiera Angelo Stefio, il padre di Salvatore. Come gli altri familiari, ostenta fiducia. Ma per tutto il primo maggio è rimasto chiuso in casa. "Non ero deluso per la mancata liberazione. L'ho sempre detto, io: guai, se avessi una delusione".
I parenti degli ostaggi, insomma, sembrano quasi costretti a recitare una parte, a credere all'ottimismo di Stato sempre e comunque. Si accontentano di quel che poco che fa trapelare l'unità di crisi. "Sappiamo che stanno lavorando sull'ultimo messaggio dei rapitori, per verificarne l'attendibilità, e per capire come rispondere alle richieste dei terroristi". Poche certezze, e neanche piene: i tre ostaggi rimarranno in vita, l'ultimatum è scaduto senza che ci sia stata l'esecuzione. "Andare a Roma è servito", commenta Laura Albanese. "E' stato utile soprattutto il messaggio del Papa", precisa il marito, Francesco.
A Sammichele di Bari, però, ci si prepara ai tempi lunghi. Tanto che il vescovo Francesco Cacucci, per la festa patronale, in programma per il prossimo fine settimana, raccomanda "sobrietà" e invita a pregare "perché la vicenda si risolva positivamente".
(3 maggio 2004)




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