La vita non è Neverland
Il fallimento di un’icona-idolo dell’età del riflusso.
A proposito della morte di Michael Jackson
Il mito dell’età del riflusso.
La morte del noto cantante-ballerino statunitense Michael Jackson, inaspettatamente sopraggiunta a Los Angeles nella notte tra il 25 e il 26 giugno scorsi, segna il fallimento di una «icona diventata mito» o meglio idolo: un tipico idolo di quell’epoca del «riflusso», ossia dello scetticismo e del permissivismo, dell’apparenza e della deresponsabilizzazione.
Comunque sia avvenuta – per eccesso di farmaci somministrati da medici compiacenti, o per eutanasia o in altro modo – questa squallida fine conferma il noto ammonimento, secondo cui generalmente si muore come si è vissuti. Anzi, un medico del cantante ha detto che, con la vita che ha fatto, è sorprendente che egli sia arrivato fino alla soglia dei 50 anni e non sia morto prima, come Elvis Presley, anche lui ucciso da dissolutezze, depressione e abuso di farmaci.
La vita, la carriera e il messaggio del noto show-man afroamericano, così amato dal senatore Barack Obama, hanno costituito un’esaltazione dell’insoddisfazione, dell’ambiguità, della sregolatezza e della follia. Jackson è un tipico caso di patologica fuga dalla realtà e di rifiuto dell’identità umana. Se la cristiana saggezza ammonisce «divieni ciò che sei», compiendo quindi il ruolo ricevuto da Dio, la rivoluzionaria insensatezza, invece, risponde «sii ciò che divieni», ossia creàti la tua identità, anzi assumi un’identità «pluralistica», cioè tante identità continuamente cangianti, funzionali all’orgoglio, al piacere e al successo.
In Jackson, questa scelta è arrivata fino al rifiuto del proprio corpo e soprattutto del proprio volto, sottoposto a una incredibile serie di modifiche chirurgiche non tanto per cancellare i segni del tempo, quanto per adeguare l’apparenza esteriore a quella che alcuni pubblicitari, con umoristica ma significativa contraddizione, chiamano «apparenza interiore». Ma questa interiorità era malata e tale malattia psicologica ne ha infine prodotta una fisica, conducendo l’uomo a morte prematura.
Nel 2001 Jackson si era proclamato «invincibile e indistruttibile», perché capace di rinnovarsi con la musica, rigenerarsi col successo e ringiovanire con le continue operazioni chirurgiche. Tutto in lui era apparente, ambiguo, eccessivo, innaturale, artificiale: non sembrava un uomo bensì un essere di plastica che si muoveva come una marionetta.
Forse per tranquillizzare l’opinione pubblica sulla propria inquietante ambiguità sessuale, contrasse due matrimoni di facciata, seppure rapidamente falliti, che gli permisero di metter su una parvenza di famiglia e di avere tre figli putativi, che non si sa bene da chi siano nati in quanto non gli assomigliano affatto, costringendo le madri a rinunziare a qualsiasi diritto su di loro: dopo essersi comprato di tutto, era quindi riuscito anche a comprarsi figli da trattare come speciali giocattoli che arricchivano il suo mondo artificiale.
Una caricatura dell’innocenza.
Il rifiuto della realtà si è tradotto in Jackson soprattutto nel rifiuto di crescere, maturare, diventare responsabile come ogni normale essere umano: La sua vita è stata ossessionata dal mito dell’infanzia, nell’ostinato e disperato tentativo di realizzare un modello astratto, intemporale e asessuato di eterno bambino.
Pretendeva d’incarnare la leggenda di Peter Pan, il fanciullo che non voleva crescere; difatti aveva chiamato Neverland la propria lussuosa fattoria, nella quale aveva posto una enorme statua, appunto, del personaggio letterario inventato da Barrie. Nel 1992 creò la fondazione Heal the World per aiutare i bambini sfortunati; ma quelli più sfortunati sono forse stati proprio coloro che hanno cercato d’imitare lui, bambino mal cresciuto e dominato dalla propria incoscienza.
In Jackson questo infantilismo non era tanto una malattia subìta quanto un ruolo coscientemente accettato ed eseguito, allo scopo di diventare un modello esemplare per le nuove generazioni, illudendole su una falsa e impossibile felicità terrena. Il suo personaggio costituisce l’icona vivente di un mito tipicamente rivoluzionario oggi molto propagandato dai mass-media: quello dell’eterno fanciullo, immaturo, irresponsabile, privo d’inibizioni, sessualmente ambiguo e quindi «aperto a tutte le esperienze», anche sessuali, insomma un «perverso polimorfo», come Freud immaginava fosse il bambino.
Essendo espressione di disinibita spontaneità, tutto quello che il bimbo fa sarebbe irresponsabile e quindi innocente; non conoscendo regole e non potendo capire cosa sia il peccato, egli resterebbe puro, immacolato. Molti psicanalisti, sessuologi e sociologi rivoluzionari, da Reich a Brown a Marcuse, hanno rivendicato il diritto del bambino di vivere in assoluta spontaneità, preservato da ogni educazione, limite e costrizione imposti dalla famiglia, dalla scuola, dalla Chiesa, insomma dalla società e in fin dei conti dalla stessa realtà costituita, ossia dalla natura che lo spinge a crescere, a svolgere un ruolo, ad assumersi responsabilità, a lottare e a sacrificarsi.
La Rivoluzione di oggi promette una società in cui ci si possa (e debba) liberare da tutto questo, e pone la felicità in questa liberazione, e ad essa pretende sacrificare tutto: identità, ruolo, dignità, beni, futuro, soprattutto l’eternità beata.
Quest’assurda mitologia del bambino innocente perché irresponsabile ed anzi folle, è particolarmente insidiosa perché costituisce una perversa caricatura sostitutiva dell’ideale cristiano della santità. Nostro Signore insegna che, se si vuole entrare nel Regno dei Cieli, bisogna «diventare come bambini», ossia semplici, puri, ricettivi, sinceri, imitandone quella radicalità che è loro tipica e che li apre ed orienta al vero, al buono e al bello, insomma alla santità.
Questa prospettiva è stata descritta soprattutto nella celebre «infanzia spirituale», espressa nella vita e nella dottrina di Santa Teresina di Lisieux. Ma questa infanzia non è un mero prodotto spontaneo della natura, tantomeno un artificio della società, bensì è un frutto della Grazia: è l’innocenza data dal Battesimo e poi conservata nella prudenza oppure recuperata nella penitenza.
Gli scandali, la crisi e la fine rivelatrice.
La falsità del modello infantile incarnato da Jackson doveva primo o poi emergere scandalosamente, anche nel suo aspetto sessuale, e questo Peter Pan doveva rivelarsi piuttosto come un orco. Nel 1993 egli venne accusato di molestie sessuali da uno dei bimbi ospitati nella sua fattoria, e si salvò solo perché chiuse il caso sul nascere, pagando 23 milioni di dollari come risarcimento al danneggiato.
Da un successivo analogo processo egli venne assolto con grande scandalo, grazie alle potenti amicizie e all’appoggio dei fans, che lo difesero ad ogni costo. Ma quei processi avviarono il calo della popolarità presso l’opinione pubblica, la crisi degli incassi e il declino psicologico dello stesso Jackson. Negli ultimi anni egli sembrava uno spettro, anzi uno zombie, molto più impressionante di quello che aveva rappresentato in un suo famoso video-clip. Infine, la micidiale spirale della droga, dei tranquillanti, degli eccitanti e degli antidolorifici ha dato il colpo mortale, spegnendo una vita che era diventata solo un’apparenza, uno spettacolo da portare avanti in qualche modo artificiale.
Possiamo star certi che ora la propaganda mass-mediatica cercherà di trasformare questa vittima dei propri vizi in una sorta di santo, facendo leva sulla sua stessa irresponsabilità; ma non potrà nasconderne la squallida fine, che conferma in pieno una nota massima cristiana: «se l’uomo non crocifigge le proprie passioni disordinate, finirà crocifisso da esse», in una sorta d’inferno anticipato.
Bisogna invitare i nostri fanciulli e ragazzi, cresciuti sotto l’influenza di questo personaggio insieme repellente e seducente, a riflettere sulla vita e soprattutto sulla morte di Micael Jackson. È forse questo l’immacolato fanciullo mitizzato dalla gnosi anticristiana oppure il «buon selvaggio» sognato dalla Rivoluzione? È questo l’«uomo naturale» che vive una vita spontanea e istintiva come se Dio non esistesse (Etsi Deus non daretur); il peccato originale non fosse mai accaduto e l’uomo non avesse bisogno di redenzione?
È davvero una vita felice, quella vissuta nel fittizio paradiso terrestre di Neverland, mossa dall’ossessione di provare ogni soddisfazione fornita dal piacere, dal potere e dal successo? Certamente no! Alla squallida figura del noto show-man possiamo contrapporre la luminosa testimonianza di grandi personalità di epoche diverse – come Francesco d’Assisi, Luigi Gonzaga e Teresa di Lisieux – che hanno incarnato un’autentica «infanzia spirituale» e sono morti come sono vissuti, ossia da santi.




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iango: