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  1. #31
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: Progetto talmudico

    Originally posted by Vassilij

    Gli Stati nazionali sono un prodotto giacobino e massonico. Esiste solo la naturalità delle appartenenze etniche, quella particolare dei popoli europei e quella generale dell'Europa indoeuropea....
    Esatto. Penso che Nevsky ( nick che mi sta un pò sui coglioni visto che nell'omonimo film Nevsky combatte contro i Cavalieri dell'Ordine Teutonico) sia un ragazzo dalle idee molto confuse.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #32
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    Predefinito

    Originally posted by Padanik
    Caro Nevsky, ti ricordo che siete sempre stati voi nazionalisti (quelli dei sacri confini, del Piave mormoro', ecc. ecc.) a portare avanti il progetto di disgregazione dell'Europa, mettendo noi europei gli uni contro gli altri, sia con guerre assurde (prima guerra mondiale, fortemente voluta dalla massoneria), sia con nazioni "contenitore di popoli", che tutto avevano fuorchè un popolo unito etnicamente e culturalmente.
    Siamo semmai noi etnonazionalisti a portare avanti un progetto di unità europea davvero alternativo a quello massonico dei baroni di Bruxelles, che ha come base una confederazione di popoli ed etnie liberi ma uniti dall'Islanda a Vladivostok sul modello del Sacro Romano Impero Germanico, che affonda le sue radici sull'Impero Carolingio, facendo anche leva sul tradizionalismo cattolico, vero collante di tutti i popoli europei da oltre diciassette secoli.
    E proprio voi dell'Area venite a farci lezioni di unità...voi che non siete riusciti a mettere insieme neppure tre partitini da zerovirgola per cento con al massimo trecento iscritti a testa e continuate a scannarvi per un piatto di lenticchie...prima di infangare noi etnonazionalisti con infondate a ridicole accuse di sionismo, pensare a depurare le vostre file dagli infiltrati sionisti che continuano a mettervi gli uni contro gli altri.

    Giusto. Cosa è l'itallia se non una creazione della massoneria?
    L'inno italliano? Massone.
    I vari Mazzini,Cavour,Garibaldi ...massoni.
    Il tricolore?Massone e giacogino.
    Sentirsi definire sionisti da un ragazzotto che proviene dalla cosidetta "Area", fa venire da ridere.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #33
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    Predefinito L’ombra di Giuda

    Vincenzo Vinciguerra



    Pochi articoli, inseriti nelle ultime pagine di cronaca nera, scarsi di parole e poveri di contenuti, hanno informato i lettori meno distratti che il Ministero degli Interni non si era costituito parte civile a carico degli imputati nel processo per la strage di via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973. Morirono anche due poliziotti in quella strage, ma lo Stato non si costituisce parte civile, non chiede la condanna dei colpevoli e nemmeno il risarcimento del danno subìto.

    Neanche una parola, un rigo, un commento è stato invece dedicato ad un altro processo che si è svolto a Venezia, o è ancora in corso di svolgimento (il silenzio stampa impedisce di saperlo) dedicato, in questo caso, alla strage del 22 novembre 1973 quando ignoti fecero esplodere, con una bomba, un aereo dei servizi segreti militari, l’"Argo 16", sul cielo di Mestre uccidendo i quattro uomini dell’equipaggio. Ma la strage poteva avere proporzioni spaventose vista la densità della popolazione.

    Fortunatamente si è riusciti a sapere che il ministero della Difesa, competente perchè i morti appartenevano all’Aeronautica Militare distaccati al SID, non si è costituito parte civile.

    Qualche timido belato di protesta si è levato nei confronti del Ministro degli Interni Rosa Russo Jervolino, per la mancata costituzione di parte civile nel processo di Milano. Un silenzio pressochè assoluto ha coperto il medesimo gesto ignominioso compiuto dal Ministro della Difesa, Carlo Scognamiglio, nel processo di Venezia. Lo Stato italiano sputa sui suoi morti, rifiuta di perseguire coloro che sono accusati di averli uccisi, sottolineando che la verità non gli interessa.

    In fondo, lo Stato terrorista è coerente. Dopo aver consentito agli stragisti di agire per anni (1969-1980), averli protetti in tutti i modi per mezzo dei suoi apparati di sicurezza e di polizia, affida oggi alle fidate procure della repubblica di Venezia e Milano il compito di chiudere i casi con una richiesta di assoluzione per tutti gli imputati. A Venezia l’hanno già presentata. A Milano la presenteranno.

    In questi due processi, a Venezia e a Milano, esiste un unico comun denominatore: imputati sono i servizi segreti israeliani. Per la strage dell’Argo 16, compiuta con totale disprezzo verso gli effetti terribili che poteva avere sulla popolazione civile, sono imputati il direttore del Mossad dell’epoca e il suo subalterno, responsabile del servizio in Italia.

    A Milano, compaiono sul banco degli imputati i «nazisti» del Mossad. I Carlo Maria Maggi, i Giancarlo Rognoni, i Carlo Digilio che, sotto la bandiera del III Reich esibita come propria occultavano l’emblema della stella di David. Non nemici prevenuti, non cattivi nazifascisti hanno accertato, certamente con costernazione, che lo stragismo italico derivava da un’azione di penetrazione compiuta dai servizi segreti israeliani negli anni Cinquanta e Sessanta negli ambienti del neofascismo, quello che rivendicava l’onore di rappresentare l’eredità della Repubblica Sociale Italiana e del Reich germanico. Quello che con Pino Rauti ricordava la battaglia di Berlino scrivendo «noi restiamo ancora in piedi».

    E, invece, era in ginocchio, insieme ai suoi fidi, dinnanzi all’onnipotente Mossad.

    A scoprire questa realtà sono stati magistrati antifascisti, educati al rispetto di Israele, memori dell’olocausto, e, quindi, dell’intoccabilità di un mondo ebraico che si ritiene esente da ogni critica proprio in forza di quanto ha subìto, poco importa se nelle dimensioni che propaganda quotidianamente o inferiori ad esse.

    L’olocausto c’è stato. Non lo neghiamo (Questa affermazione è pensiero dell’autore e non coinvolge la posizione politico-culturale della Comunità Politica di Avanguardia in merito al cosiddetto olocausto ebraico, durante il secondo conflitto mondiale). Ma è anche giunto il momento di parlare di tanti olocausti imputabili allo stato di Israele e che non possono essere giustificati dall’alibi dei massacri subìti oltre mezzo secolo fa.

    L’ombra di Giuda ha sempre aleggiato sul cosiddetto terrorismo italiano. Se ne parlava a destra come a sinistra. E negli stessi termini: cioè che l’interesse dello stato di Israele a destabilizzare l’Italia derivava dalla sua esigenza di porsi dinanzi agli Stati Uniti come l’unico paese veramente affidabile nel bacino del Mediterraneo. Non era vero. Ma lo sappiamo solo oggi.

    Oggi, che alcuni uomini di punta dell’area stragista sono sul banco degli imputati rispondere delle stragi di piazza Fontana e di via Fatebenefratelli, mentre sono ancora allo stato di indiziati per quella di Brescia.

    Vediamone uno, di questi imputati. Il principale per la sua posizione nell’area lombardo-veneta in Ordine Nuovo. Uomo fidatissimo di Pino Rauti e subalterno a Paolo Signorelli, di Paolo Andriani, di Giulio Maceratini: Carlo Maria Maggi.

    È stata una sorpresa scoprire che il nazista, ferocissimo, Carlo Maria Maggi è coniugato alla figlia di un influente esponente della comunità ebraica di Venezia. Non pare che abbia convertito il suocero all’ideologia nazionalsocialista o, più modestamente, a quella fascista, ma tutto prova che è stato convertito lui alla causa di Israele. E con lui tutti coloro che dello stragismo hanno fatto arma di lotta politica, come Giancarlo Rognoni.

    Due corpi e un’anima sola, Maggi e Rognoni. Oggi si ritrovano insieme a rispondere di due stragi, forse di una terza, ma certamente non hanno interrotto i loro collegamenti, se è vero che il primo ha trovato perfino il modo di andarlo a trovare in carcere dove stava espiando, si fa per dire, la condanna per una quarta strage fortunatamente fallita, quella del 7 aprile 1973 sul treno Torino-Roma.

    Stragisti impuniti e ferreamente protetti che, a quanto pare, non intendono dismettere le vesti dei nazisti sotto le quali hanno operato massacro dopo massacro.

    Erano stati individuati i fini dello stragismo italiano: la destabilizzazione dell’ordine pubblico, la stabilizzazione del regime antifascista e democristiano, il tentativo di creare le condizioni per la proclamazione dello stato d’emergenza da parte dei vertici politici e militari. Ne mancava uno, quello che restava come un punto interrogativo per quanti, pochi, si occupavano dello stragismo cercando di comprenderne le ragioni: la rivendicazione, a destra, meglio fascista, delle stragi; l’esibire lo stragismo come arma legittima favorendo così la propaganda di quanti nel fascismo e nel nazionalsocialismo -e nei loro eredi- vedevano soltanto massacratori spietati e senza scrupoli da sradicare dal consesso civile.

    Oggi, questa azione suicida sul piano etico, ideologico e politico trova la sua logica perchè, tra i fini dello stragismo italiano, c’era anche quello di seppellire definitivamente l’antisemitismo (il termine è poco corretto; la definizione politicamente e culturalmente idonea è antiebraismo,o antigiudaismo, riferendosi al progetto di sinarchia universale, di subordinazione ai dettami talmudici del pianeta, di sradicamento del mito di Roma, dottrina propria dell’ebraismo internazionale, N.d.R.) di origine fascista e cattolica. Da qui l’esigenza che le stragi fossero rivendicate come fasciste, che lo stragismo apparisse come l’arma del neofascismo e del neonazismo, i documenti che lo esaltavano, le ciarle sulla bomba come l’aereo dei poveri.

    È evidente l’interesse di Israele e delle comunità ebraiche a che tutto ciò che potesse provocare orrore e disgusto comparisse sotto il segno del fascio littorio e della svastica. E anche legittimo che gli israeliani si siano prefissi di sradicare l’antisemitismo, non sono leciti i metodi impiegati.

    Non deve essere stato, poi, difficile per il Mossad, spalleggiato dai servizi segreti statunitensi e NATO, penetrar nel mondo neofascista italiano e, nella più assoluta segretezza, fare di gruppi come Ordine Nuovo la massa operativa per le proprie azioni occulte.

    Prima ancora che Giano Accame, altro pseudo-nazista, rivelasse i contatti avuti con gli israeliani, ovviamente nella più assoluta segretezza, è sufficiente ricordare che Giorgio Almirante, dopo il 25 aprile 1945, si nascose sotto il nome ebraico di Giorgio Alloni, ospite a casa di un ebreo che egli si vantava di aver ospitato, insieme alla famiglia, nella foresteria del ministero della Cultura Popolare durante la RSI per sottrarli ad una eventuale deportazione in Germania.

    Il Fascismo non è mai stato antisemita. Le correnti interne erano di estrazione cattolica. Non a caso l’esponente maggiore dell’antisemitismo italiano fu Giovanni Preziosi che era un ex-sacerdote. Il suo nome è stato cancellato dalla storia del neofascismo italiano. E se lo ricordano, i pseudo fascisti, è per parlarne male.

    Non esistevano, quindi, soverchie difficoltà in un ambiente che già guardava ad Israele come un baluardo nel Mediterraneo anticomunista ma anche anti-arabo, in una contrapposizione di civiltà, per i servizi segreti israeliani spalleggiati da quelli americani che allo scopo hanno impiegato tutti ufficiali di origine ebraica, arruolare i nazisti di Ordine Nuovo perchè completassero, nel modo più ignobile possibile, quell’opera di discredito sul Fascismo ed il Nazionalsocialismo che il tempo avrebbe potuto rivalutare, sia sotto il profilo dottrinario che storico. Ad impedirlo erano i Rauti, i Maggi, i Rognoni, gli stracci dello stragismo italiano. Straccetti non potentissimi ma, bisogna convenire, protettissimi.

    Ha confessato il grande amico di Giancarlo Rognoni, ex-latitante in Spagna, Francesco Zaffoni che loro avevano libero accesso presso gli ufficiali dei carabinieri della divisione "Pastrengo" a Milano, perchè il loro non era un rapporto saltuario, bensì organico, gerarchico: i carabinieri comandavano e i nazisti alla Rognoni obbedivano; i primi difendevano lo Stato antifascista, i secondi fingevano di aggredirlo. A coordinare al più alto livello queste attività vi era il capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri, generale Arnaldo Ferrara, ebreo di razza e di religione. Nessuno ha mai voluto spiegare come abbia fatto quest’uomo a restare in carica per dieci anni, dal 1967 al 1977, come capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri, quando la normalità esige un avvicendamento ogni due anni.

    Lui, invece, c’è rimasto per dieci anni. Non desta quindi meraviglia che il Mossad abbia potuto arruolare i Maggi e i Rognoni, i Rauti e i suoi tirapiedi per operazioni inconfessabili che erano volte non contro lo Stato ma contro la popolazione e che avevano, come fine ultimo, non la riaffermazione delle idee fasciste ma il loro definitivo discredito.

    Sarà bene informare gli ignari amici spagnoli del Rognoni che credono a tutte le leggende che costui e Delle Chiaie gli propinano, che il primo è stato impiegato alla Banca Commerciale di Milano, come cassiere, nel dicembre del 1969 quando vi deposero una bomba, poi non esplosa per motivi tecnici, il 12 dicembre, contemporaneamente a quella, esplosa, nella Banca dell’Agricoltura.

    Risulta che la questura di Milano interrogò un impiegato della Banca commerciale di cui però, singolarmente, non volle rivelare il nome escludendo che il sospettato fosse di sinistra. Alla protezione della questura di Milano, che si affianca a quella offerta dai carabinieri, si aggiunge quella della Procura della Repubblica di Milano.

    Quest’ultima non indagò sul conto di Giancarlo Rognoni e sui suoi collegamenti con i già individuati stragisti padovani e, più in generale, veneti (Maggi) nemmeno quando Nico Azzi, altro grande nazista e camerata di Giancarlo Rognoni, si fece prendere mentre si apprestava a far saltare un treno passeggeri. Azzi chiamò in correità Rognoni, lo accusò di essere il mandante della mancata strage e giustificò la sua delazione con il fatto che il Rognoni aveva riservato solo per sè quelle protezioni poliziesche e giudiziarie di cui, invece, lui era stato indebitamente privato.

    Fango, come si vede. Nessuno ha mai, nell’ambiente neofascista, isolato Nico Azzi a conferma che tutti sapevano e trovavano, in fondo, logico che egli avesse voluto salvarsi chiamando in causa il suo capo, così infame da mandare lui allo sbaraglio e tenersi le protezioni per conto proprio.

    Oggi, in molti hanno parlato: fra i degni camerati di Rognoni, ricordiamo Francesco Zaffoni, Piero Battiston, Carlo Digilio e altri ancora, tutti hanno ricostruito un mosaico nel quale spiccano i rapporti con i servizi segreti italiani, israeliani e americani. Come fa lo Stato italiano a costituirsi parte civile contro gli stragisti propri e del Mossad? Non può farlo, e difatti non lo fa. Può solo confidare sulla Procura di Milano affinchè, alla conclusione del processo, tutti escano assolti e comunque, che siano seppelliti i collegamenti coi servizi segreti israeliani emersi nel corso dell’istruttoria. Non è difficile fare questo nel più assoluto silenzio stampa che circonda il processo per favorire l’azione di insabbiamento.

    I nazifascisti del Mossad, nel loro infinito squallore, rappresentano solo un dettaglio dell’azione sviluppata in Europa, in Italia in particolare, dai fautori della vendetta ebraica che si staglia, con fini politici precisi, perfino dietro la morte di Aldo Moro, ucciso non perchè "filocomunista" (accusa del tutto infondata) quanto perchè troppo legato a Giovanni Battista Montini, Paolo VI, colpevole agli occhi di Israele di aver diretto insieme a monsignor Domenico Tardini la politica estera vaticana, quindi direttamente coinvolto nel silenzio con il quale la Chiesa di Roma seguì le deportazioni degli ebrei europei e la eliminazione di gran parte di loro.

    E mentre la stella di David compare in trasparenza dietro le vicende più sanguinose della storia italiana, da Ustica a Moro, da piazza Fontana a Bologna, più pressante si fa l’esigenza di seppellire tutto, di chiudere definitivamente un capitolo di storia che è -e rimane- ancora in gran parte inedito. Ex-democristiani, ex-comunisti, ex-di tutto perchè tutto hanno rinnegato ritengono, oggi, di aver un solo dovere: proteggere Israele e negare le sue responsabilità. Hanno tutti i mezzi per farlo: stampa, televisione, polizia e carabinieri, servizi segreti militari e civili, servizi segreti NATO e americane, comunità ebraiche, le stesse che in Italia hanno sempre coperto Pino Rauti ed i suoi camerati, lasciando che si spacciassero come nazisti senza mai criticarli, senza chiederne la rimozione dagli incarichi pubblici, anzi lasciando che la stampa li presentasse come autentici rivoluzionari, romantici ribelli del fascismo di Salò. Servitori del ministero degli Interni erano, e di quanti altri li comandavano dall’alto delle loro pubbliche funzioni.

    Che dicono oggi i nazisti del Mossad? Delle Chiaie, accusato da un funzionario della divisione Affari Riservati di essere stato un confidente di polizia, tace, non smentisce, non querela, anche perchè il funzionario non è rimasto isolato, altri hanno parlato. Rognoni tace in Italia e parla in Spagna, vendendo merce avariata che altri in loco acquistano e fanno propria senza nulla conoscere nè verificare. Specula sui morti, come Pierluigi Pagliai, che nessun poliziotto ha mai cercato (tantomeno Delle Chiaie) e che è stato ucciso solo perchè si era convinto di poter indagare sul traffico di droga. Il capo della DEA statunitense a La Paz era corrotto e lo fece platealmente eliminare con la complicità del capitano di polizia che lo ospitava nella sua abitazione.

    Tutto qui. Il resto è fantasia, serve soltanto ad alimentare quella immagine di oppositori, di perseguitati, di nazifascisti che, invece, confessioni e documenti hanno smentito in maniera inequivocabile. L’ombra che da sempre accompagna le vicende italiane, in particolare quelle dell’italico neofascismo, dei suoi rapporti internazionali (ma in Spagna i collegamenti con chi erano, se non con i soliti esponenti dei servizi di sicurezza? Altro che oppositori politici, i Mariano Sanchez Covisa e Josè Luis Riesco!), delle sue operazioni stragiste è stata infine individuata in quella di Giuda che, nella tradizione ebraica, è retaggio rispettabile, ma in quella occidentale è sinonimo del tradimento più abietto.

    E all’ombra di Giuda lasciamo i Pino Rauti, i Stefano Delle Chiaie, i Carlo Maria Maggi e i Giancarlo Rognoni, noi restiamo come sempre, più che mai oggi che il tradimento subìto in quegli anni lontani appare in tutta la sua tragica evidenza, dalla parte dell’Europa appartata dalle chiese e della sinagoghe, dalle banche e dalle televisioni, alla luce degli ultimi raggi del sole al tramonto.

    Vincenzo Vinciguerra
    Opera, 11 ottobre 1999
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  4. #34
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    Arrow SECESSIONE

    OLTRETUTTO PER MOLTI FASCIOTERRONI SAREBBE STATA L'ECATOMBE SE AVESSERO MESSO IN PRATICA LE IDEE DEL FURER

    Hitler e il sud italia Post #5 di 22

    Le fonti della naturale antipatia dei nazisti verso i meridionali d'italia sono varie e numerose.
    Si puo' già avere un'idea della teoria hitleriana dell'inferiorità dei "latini" nel Mein Kampf, dove Hitler afferma che costoro, meticciati con i semiti e coi levantini, non sono altro che un popolo di banditi, fannulloni la cui unica forza è la fecondità.
    Nel libro di Arrigo Petacco "La seconda guerra mondiale", inoltre, si puo' leggere un resoconto tedesco (autentico) del 1943 in cui alcuni ufficiali nazisti proponevano l'annessione dell'alta italia (dalla Linea Gotica in su) al Reich come "provincia meridionale", mentre il centrosud della penisola sarebbe stato amministrato da un commissario del reich per le questioni razziali. Costui avrebbe dovuto pianificare la deportazione dei meridionali "dalle chiare influenze semitico-negroidi" nel nordafrica, mentre il sud sarebbe stato ripoplato probabilmente da schiavi polacchi e ucraini e sfruttato come una colonia.
    Tracce di questo progetto sono trattate ampliamente anche dalla collana "Il terzo reich" della time-life books (BBC), dove viene spiegato il "progetto per l'Italia". In qiesto libro è trattato anche il disgusto di hitler verso Napoli, città che visitò nel 1938.
    Nel libro "Mussolini" di Alberto Peruzzo questo aspetto viene studiato con attenzione, visto che i fascisti di allora censurarono ovviamente alla stampa i commenti del Fuhrer sulla città partenopea.
    Hitler infatti avrebbe definito Napoli "una città degna del mondo arabo", cin gli abitanti "chiassosi, e dall'aspetto fisico chiaramente semita". Sembra che il fuhrer avesse apostrofato il podestà di napoli "simile a una scimmia", ma su questa ultima affermazione mancano fonti ufficiali.
    Per quanto riguarda la spartizione dell'Italia tra nord germanizzato e sud schiavizzato teorizzata dai nazisti, puoi trovare fonti in moltissimi libri sulla seconda guerra mondiale (specialmente da testi anglosassoni, pochi tra quelli italiani).




  5. #35
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    Predefinito ETNONAZIONALISMO, RIPASSO

    i discorsi di Umberto Bossi



    gli altri discorsi

    Discorso di apertura dei Congresso della Lega Lombarda
    on. Umberto Bossi
    Pieve Emanuele 8.9.10 febbraio 1989



    INDICE

    Il Congresso come atto di nascita dei Movimento

    L'organizzazione sul territorio
    Il vecchio statuto
    Il significato di "Autonomia"
    L'impossibilità di ottenere l'autonomia della Lombardia sul presupposto di esserì una minoranza linguistica
    L'autonomismo per Bruno Salvadori
    L'etnofederalismo come mezzo di pressione per ottenere l'autonomia
    La lotta contro il centralismo di Stato
    Il federalismo integrale
    La confusione con lista civica
    Il superamento dei determinismo marxista e del pragmatismo capitalista
    L’alternanza di giustizia e libertà
    La crisi dei partiti
    Il federalismo integrale come dottrina economica, politica e sociale
    Il federalismo integrale come mezzo per realizzare la morale sociale
    I fenomeni di disgregazione sociale prodotti dalla società multirazziale
    La velocità delle integrazioni sociali
    L'impossibilità di integrare gli immigrati di colore
    La creazione dei caos sociale per ottenere lo Stato autoritario
    Le alleanze con gli altri movimenti autonomisti
    La lotta per l'integrità dei Movimento
    Il coinvolgimento dei Meridione nel progetto federalista
    I rapporti con i Movimenti delle regioni a statuto speciale
    I lavori dei Congresso

    1.Il Congresso come atto di nascita dei Movimento indice

    E' con emozione che apro il primo Congresso Ordinario della Lega Lombarda perché è il Congresso che segna il vero atto di nascita, l'aprirsi e il dispiegarsi alla vita politica pubblica dei nostro Movimento.
    A noi sono occorsi dieci anni per arrivare a questo momento. A questo atto di nascita. Dieci anni di travaglio totalizzante, di differenziazioni multiple che avvenivano contemporaneamente e che interessavano i diversi segmenti costituenti l'organizzazione interna dei movimento. Una specie di caos primordiale continuamente alimentato almeno fin tanto che non si intravedeva ciò che la fusione avesse originato. Un'amalgama, un nucleo capace di proporsi quale centro di gravità rispetto ad un territorio o rispetto alle funzioni cui il nucleo stesso si proponeva quale punto di riferimento.
    Diciamo subito che se siamo qui è perché attraverso una serie di tali fusioni si formò dapprima un nucleo che si costituì in Consiglio Federale. In un secondo tempo si formarono i nuclei provinciali, che si costituirono in consigli provinciali, saldati al consiglio federale. Così, progressivamente al generarsi dal nulla dell'organizzazione, abbiamo avuto il problema di stabilizzare, raffreddando, ciò che il caos e la fusione avevano creato, introducendo progressivamente criteri selettivi per favorire all'interno dell'organizzazione i militanti più preparati e capaci non solo sul piano ideologico, ma anche su quello tecnico e amministrativo.
    E' stato un passaggio, né semplice, né indolore perché non sempre i primi militanti sono anche quelli che possiedono la capacità di gestire ciò a cui hanno dato vita con la loro fede e il loro impegno. Nel complesso possiamo dire di essere stati fortunati perché durante questi processi di nazionalizzazione non è avvenuta nessuna esplosione dall'interno dei Movimento. Qualche militante se ne è dovuto andare, ma sono state poche eccezioni. E' questa la fase in cui le ambizioni personali variamente mascherate, con gli alibi più impensabili se non vengono temperate e asservite al superiore progetto politico rischiano di indurre gravi crisi nel Movimento.
    Questo Congresso arriva quindi dopo che abbiamo in gran parte domato il rischio di implosioni, di esplosione dall'interno dei Movimento, a causa di ambizioni personali non temperate che finiscono per produrre posizioni divergenti da quelle imposte dalle superiori necessità dei progetto autonomista.
    Per questo oggi possiamo dire che siamo qui ad archiviare la fase della genesi primordiale e dei successivo assestamento che è già avvenuto per lo meno al 70%. Ci sono ancora però ritardi organizzativi in qualche provincia. Ma oggi la forza dei l'organizzazione è tale da scoraggiare e comunque da inattivare ogni preoccupante tensione interna. Il Movimento non deve più mediare a tutti i costi ogni contraddizione perché oggi può amputare quello che non va senza subire conseguenze dannose. Il fatto stesso 'che possiamo affrontare questo primo congresso indica che i parametri di stabilità dei Movimento sono, se non ottimali, molto incoraggianti.



    2 L'organizzazione sul territorio indice

    L'anno scorso convenimmo in molti che il Movimento non era ancora maturo per affrontare il primo Congresso nazionale, perché era ancora troppo poco sincronizzata l'organizzazione sul territorio con la segreteria politica, che era a sua volta in una fase iniziale. Oggi arriviamo al Congresso con un'organizzazione forte di nove sedi provinciali: una per ogni provincia della Lombardia e di una ventina di sedi intraprovinciali, alcune delle quali in città importanti, come Monza, Gallarate, Voghera ecc.
    Una segreteria politica con un’apprezzabile capacità operativa costituita da un gruppo di tecnici nei vari settori. In quest'ultimo anno abbiamo inoltre effettuato la separazione dal Movimento dall'organizzazione dei giornale, che è diventata autonoma per quanto riguarda le operazioni di confezione e spedizione: l'abbiamo infatti dotata di propri mezzi di trasporto che fanno capo ad un capannone industriale localizzato a Vergiate, a poche centinaia di metri dal grande svincolo autostradale dove si incrociano le autostrade per la Lombardia e per il Piemonte.
    Le redazioni, per la natura politica dei giornale, restano invece presso le sedi principali dei Movimento. Inoltre ogni sede provinciale è collegata sia alla segreteria politica sia alla redazione dei giornale e chi ha vissuto l'isolamento che per anni ha accompagnato l'azione dei gruppi provinciali e la difficoltà ad impegnare sincronicamente il Movimento, può avvertire gli enormi passi in avanti impliciti nelle ultime conquiste dell'organizzazione.
    Con i collegamenti effettuati l'informazione è accessibile in tempi reali in ogni provincia della Lombardia e in futuro potrà essere riverberata dalla sede provinciale ad ogni sede minore. Per capire meglio il salto organizzativo fatto in questi anni va inoltre sottolineato che in ogni sede provinciale lavora un certo numero di personale impiegatizio per cui tali sedi non sono affatto locali vuoti, ma centri operativi che hanno sia compiti specifici inerenti l'attivismo provinciale, sia compiti di elaborazione e di economia secondo criteri fissati dal Consiglio Federale, sia compiti di collegamento con l'organizzazione centrale.Nel complesso l'organizzazione della Lega Lombarda assomiglia ad una quercia con 9 rami principali che stanno differenziando altri rami minori che cominciano a gemmare foglie e frutti, speriamo più frutti che foglie, secondo le regole e i programmi che andremo ad approvare in questo Congresso.



    3. Il vecchio statuto indice

    Va sottolineato inoltre che siamo arrivati fino a qui anche grazie al vecchio statuto che oggi è gioco forza superare. Uno statuto è in fondo il codice genetico in cui sono codificate le possibilità evolutive dei Movimento che dipendono, non soltanto dalle modalità statutarie previste per la crescita dei Movimento, ma anche dalla bontà degli strumenti difensivi concepiti per rintuzzare e inattivare gli attacchi esterni e, soprattutto, le infiltrazioni di malintenzionati miranti a disgregare il Movimento.
    Il vecchio statuto aveva il suo massimo strumento difensivo nel tesseramento. Lo statuto in merito prevedeva due tipi di associati:
    a) - i soci sostenitori che garantivano al movimento l'afflusso dei capitali necessari al suo sviluppo;
    b) - i soci ordinari, costituiti dai vecchi fondatori accanto ai quali nel tempo abbiamo aperto a tutti gli eletti nelle sedi istituzionali e ai più vecchi costituenti dei gruppi provinciali.
    c) - Soci fondatori. Ai soci fondatori è rimasto in più degli altri soci ordinari soltanto il potere di operare deroghe transitorie rispetto a quanto previsto dallo statuto stesso e ciò è molto utile per mantenere una certa elasticità in un'organizzazione in formazione che va incontro a difficoltà particolari e transitorie non codificabili nello statuto generale.
    Possiamo quindi concludere questo breve excursus sottolineando che a noi sono occorsi 10 anni per arrivare a nascere: 10 anni pieni di ricordi, di decine o centinaia di migliaia di scelte, di invenzioni e creazioni, di rapporti.



    4. Il significato di autonomia indice

    Questo congresso è qui anche per ripercorrere le principali tappe dei nostro passato e per archiviare i ricordi generici differenziandoli da quelle scelte che continueranno a proiettarsi attivamente nel futuro dei Movimento in quanto ne costituiscono le radici storiche. Parlo delle scelte che hanno guidato il Movimento attraverso il labirinto che si estende tra il momento della prima intuizione e quello della nascita, cioè il momento in cui si può iniziare a realizzare ciò per cui si è approntato il movimento politico.
    Fin dalle prime analisi dei significato di "autonomia" e circa la via da percorrere per ottenere l'autonomia della Lombardia si evidenziò l'impossibilità di percorre un a via finalizzata ad ottenere il riconoscimento di regione a statuto speciale perché esso presuppone a monte il riconoscimento di minoranza linguistica all'interno dello Stato italiano, cosi come era avvenuto per la Valle d'Aosta e il Sud Tirolo, dove la lingua o la Koinè linguistica comprendenti i patois locali, erano stati fondamentali per ottenere l'autonomia.
    Lo stesso Bruno Salvadori nel suo libro "Pourquoi je suis autonomiste" edito il 12 agosto 1967 nella collana "Tradition et progress", al capitolo 8 dedicato alla lingua scrive queste parole: "La langue Francaise est un des piliers fondamentaux de toute la question Valdotaine, la (conditio sine qua non) qui nous a permis d'obtenir le statut de region autonome en 1948" cioè l'ammissione senza mezzi termini che la lingua francese è stata uno dei mezzi strumentali fondamentali per ottenere lo statuto di autonomia della Vai d'Aosta nel 1948.
    Noi ci trovammo allora ad analizzare a fondo questa materia e a concludere che non era stato per una qualche azione o per il carattere unificante dei patois valdostano e sud tirolese che due popoli avevano ottenuto il riconoscimento di minoranza linguistica e quindi lo statuto di autonomia. Era stata invece la possibilità di dichiarare i patois locali comer variante della lingua francese e di quella tedesca, cioè della lingua ufficiale di uno Stato confinante che aveva messo in moto coperture e pressioni internazionali sul governo di Roma, costretto per così dire dal consesso internazionale a concedere lo statuto di autonomia speciale.



    5. L'impossibilità di ottenere l'autonomia della Lombardia
    sul presupposto di essere una minoranza linguistica indice

    Oggi sembra l'uovo di Colombo ma, allora, fu una scoperta importante perché da essa ne derivava evidentemente l'impossibilità per noi Lombardi, di battere questa strada.
    La lingua lombarda, o più propriamente il linguaggi di koinè lombarda, che nel loro insieme possono essere considerati una lingua perché sono riconducibili ad una medesima matrice, non può far riferimento alla lingua ufficiale di uno Stato straniero. Il problema era indipendente da motivazioni prettamente linguistiche o da considerazioni sulla frammentazione dei sistema di comunicazione lombardo che ne limita il potere unificante.

    6. L'autonomismo per Bruno Salvadori indice

    Nei primi mesi dei mio rapporto con Bruno Salvadori, seguendo la linea da lui stesso tracciata, che era poi quella classica di tutti i movimenti autonomisti almeno fino ad allora, io mi ero accostato ad un gruppo di poeti e scrittori dialettali di Varese, convinto che bisognasse passare attraverso la riconquista della propria identità linguistica, prima di ottenere l'autonomia.
    L'impatto fu dei peggiori perché ciò che prevaleva nei loro scritti era un sentimento di rimpianto dei passato. Fatto che mi spinse a scrivere alcune poesie, pensate e vissute in dialetto, a scopo per così dire didattico, dove trattavo temi di attualità proiettati sul presente e sul futuro più che verso il passato. Nel maggio dei 1980 scrissi almeno una quindicina di queste poesie che poi affidai al giro dialettale e parte delle quali mi ritornarono felicemente qualche anno fa. La mia posizione circa il problema linguistico risentì dell'impostazione autonomista data da Bruno Salvadori. E ancora fino al 1982 sottolineavo questa posizione, sia ad un convegno sulle lingue minoritarie tenutosi al circolo filologico milanese, sia ad un incontro con i poeti dialettali dei Canton Ticino, tenutosi nel teatrino dei Sacro Monte di Varese. In particolare sostenevo che l'uso dei dialetto era considerato dall'uomo colto, ingiustamente, un'operazione regressiva. Il regresso nascerebbe dalla finalità attribuita al dialetto che era visto come tentativo di recuperare il mondo dei passato in cui il dialetto era il principale veicolo di socialità. Difendevo i "dialettali" dall'accusa di avere nostalgia dell'era contadina, una nostalgia priva di analisi per cui usare il dialetto fosse come pretendere di andare avanti con la testa voltata indietro. Contestavo che il dialetto potesse avere soltanto una funzione retorico ornamentale, perché il dialetto non necessariamente viene utilizzato solo per cantare il mondo dei passato, bensì può essere lingua d'indagine della complessità dei presente. Sostenevo inoltre che il dialetto era la lingua materna per cui era anche la lingua base dei dialettali, in cui c'era diglossia dei dialetto appreso in casa e dell'italiano appreso a scuola. Ma soprattutto sostenevo che il vero motivo dell'ostilità dei sistema al dialetto dipendeva dal fatto che esso era lingua di un popolo e quindi sottolineava implicitamente la contraddizione esistente tra forma centralista dello Stato italiano e presenza di più popoli al suo interno. Le accuse mosse al dialetto erano quindi non soltanto destituite da ogni fondamento, ma strumentali e mistificatorie perché in realtà nascondevano soltanto la paura dei sistema che la gente si potesse chiedere per quale assurdo motivo non ci fosse il federalismo in un sistema politico come quello italiano che imbrigliava una realtà multinazionale.
    Ma l'idea che la lingua etnica potesse servire ad aggregare un movimento autonomista in Lombardia era entrata in crisi, dentro di me, soprattutto in seguito a due osservazioni.
    Innanzitutto per il fatto che il dialetto veniva utilizzato dal partito comunista che organizzava addirittura conferenze sul dialetto inteso come mito populista, anti borghese e anti fascista, conseguentemente al fatto che il fascismo, dovendo fare gli italiani aveva dichiarato guerra ai dialetti. All'inizio il fascismo era addirittura passato attraverso una parziale scolarizzazione dei dialetto per creare un più facile gradiente di passaggio dalla società dialettale a quella di lingua italiana, nel tentativo di chiudere la diglossia dialetto italiano. A Varese gli studenti delle elementari utilizzavano ad esempio una piccola antologia intitolata "Chioma Verde" che sul frontespizio aveva scritto "Libro di cultura regionale per la Lombardia" testo unico ed obbligatorio nelle classi terza, quarta e quinta elementare, che era edito dall'istituto Editoriale Cisalpino, Milano - Varese.
    In secondo luogo avevo sotto gli occhi il fatto che in quegli anni il dialetto veniva molto utilizzato in chiave folcloristica, ad esempio dall'ex assessore alla cultura dei Comune di Milano, il radicale monarchico socialista Aghina, fondatore tra l'altro della rivista "Etnie", attorno alla quale proprio una settimana fa, si è costituita una associazione tedescofila di evidenti sapori nostalgici. Anche in quest'ultimo caso l'uso dei dialetto non generava paura nel sistema. Tutto questo, unito all'evidenza che il fascio di isoglosse linguistiche lombarde non era agganciabile alla lingua ufficiale di uno Stato confinante, mi fecero concludere che non aveva alcun significato usare la lingua quale strumento cardinale nella lotta per l'autonomia della Lombardia.l'autonomia



    7. L'etnofederalismo come mezzo di pressione per ottenere l’autonomia indice

    Fu una scelta difficile soprattutto perché implicava la rinuncia a credere che l'etnonazionalismo lombardo bastasse da solo a raggiungere un risultato concreto nella direzione della meta autonomista. Di più. Se la via non era quella dell'etnonazionalismo difensivo, cambiava anche il traguardo finale della nostra lotta politica che non poteva più coincidere con la richiesta dei riconoscimento della Lombardia quale regione a statuto speciale. La nostra via all'autonomia non poteva evidentemente essere la stessa che un tempo avevano percorso la Vallèe ed il Sud Tirolo: la nostra via all’autonomia, al contrario, non poteva essere che quella dell'etnofederalismo, cioè dell'unione di più movimenti etnonazionalisti in un unico strumento politico capace di vincere.



    8. La lotta contro il centralismo di Stato indice

    Non l'isolamento, ma la lotta contro il centralismo dello Stato! La Lega Lombarda, che nel frattempo era nata coi nome di Lega Autonomista Lombarda, doveva quindi crescere curando le alleanze con gli altri movimenti autonomisti delle regioni a statuto ordinario contigue alla Lombardia.

    Le alleanze erano evidentemente di importanza strategica. Certamente l’etnofederalismo che volevamo noi concepiva l'unione dei popoli italiani non come un federalismo qualsiasi, ma come federalismo integrale, che è una dottrina federalista con un'ideologia completa, che non riguarda solo la forma dello Stato e delle sue istituzioni, ma che comprende anche il sociale e lo sviluppo economico.



    9. Il federalismo integrale indice

    Il federalismo integrale esprimeva quello che sentivamo dentro di noi essere l'unico progetto che valesse la pena di realizzare. In particolare il federalismo integrale lo pensammo come etnofederalismo il che implicava, non soltanto l'unione di più movimenti etnonazionalisti in uno strumento politico unitario, ma anche che i movimenti costituenti fossero rappresentativi di popoli interni ad aree geografiche omogenee dal punto di vista dei bisogni economici e delle affinità sociali ed etniche.
    Era evidente che ad un certo momento dei processo autonomista la Lega Lombarda, la Liga Veneta, il Movimento Autonomista Piemontese che allora si chiamava "Arnassita Piemontese" avrebbe dovuto fondersi federalisticamente in un unico movimento.

    Il progetto doveva passare evidentemente attraverso una prima fase in cui avvenisse una crescita separata dei movimenti autonomisti padano alpini. Una seconda fase in cui si costituisse e consolidasse la loro alleanza e, da ultimo, una fase in cui si concretizzasse la loro integrazione in un unico movimento politico capace di affrontare vittoriosamente la fase cruciale dei processo.
    Avremmo dovuto, in altre parole, dare vita ad un movimento federalisticamente unitario. Una "Lega delle Leghe" che oggi sappiamo essere la Lega Nord.

    Non è stato facile però arrivare alla Lega Nord. Per anni abbiamo avuto il problema di volare basso, cioè di non dichiarare esplicitamente il nostro progetto per sfuggire, all'intercettazione e alla comprensione dei sistema politico romano. A questo necessario mimetismo si era adeguata anche la strategia di crescita dei Movimento. La Lega Lombarda, pensata a Milano tra l'81 e l'82, aveva scelto di svilupparsi dapprima in provincia per dare nell'occhio il meno possibile e garantirsi un tempo adeguato per assestarsi su un ampio territorio prima di ritornare a Milano.



    10. La confusione con lista civica indice

    Va inoltre detto che ai tempi in cui nasceva la Lega Lombarda proliferavano le liste civiche e che tale proliferazione costituì un elemento che contribuì a confondere non poco il sistema politico. Questi non riuscì, almeno all'inizio, a mettere a fuoco la differenza tra liste civiche e movimenti autonomisti. Un'idea, quest'ultima dell'autonomia, che probabilmente il sistema scartava a priori non riuscendo ad immaginare come potesse radicarsi nella regione più industrializzata dei Paese un movimento autonomista, considerato tradizionalmente come espressione di una minoranza linguistica.
    In Lombardia, dove il modello di sviluppo aveva operato spaventose immigrazioni di massa, non era evidentemente pensabile che una richiesta di riconoscimento della condizione di minoranza linguistica trovasse un consistente consenso popolare. La gente aveva difficoltà a sentire la propria identità etnica distrutta dal modello di sviluppo basato sull'immigrazione su cui era avvenuto il boom economico.
    In realtà la differenza tra movimento autonomista e lista civica c'era ed era molto grande. Le liste civiche non sono che una forma ideologicamente destabilizzata della classica lista partitica, rispetto alla quale possono avere il vantaggio di agire senza condizionamenti centrali. Ma questo è un vantaggio che in un modello istituzionalmente centralista si traduce automaticamente nello svantaggio e nell'impossibilità di far valere le proprie ragioni nei gangli regionali e statali delle istituzioni in materie importanti come, ad esempio, il ricupero dei finanziamenti e dei trasferimenti necessari alla vita dei comune. Se anche i programmi possono precedere gli schieramenti, i contenuti, le formule; la lista civica non ha poi la possibilità di realizzare da sola quanto si propone e fatalmente finisce per dipendere dai partiti di governo tradizionali.
    Pur soddisfacendo anche una precisa esigenza autonomistica, il decentramento dei potere decisionale ha ed aveva per noi un valore diverso che per una lista civica, la quale, come abbiamo visto, è apartitica solo formalmente e il cui fine è la gestione empirica della cosa pubblica.

    Per un movimento autonomista il decentramento è invece il modo di interpretare un disegno politico a più ampio respiro, che riguarda, tanto per cominciare, non la storia di un campanile, ma quella di un'intera comunità: per l'etnonazionalismo di una nazione, cioè di una comunità di stessa koinè linguistica, come la Lombardia per l’etnofederalismo addirittura di una comunità multiregionale di stessa cultura, intendendo in questo caso cultura come concetto scientifico, cioè come civiltà. Inoltre nè l'etnonazionalismo né tanto meno l’etnofederalismo cadono nel rischio di analisi troppo frammentarie o di interventi più paralizzanti che risolutori perché isolati dal contesto socio-economico circostante.

    I partiti e le loro organizzazioni collaterali non capirono che l'autonomia professa il primato dell'etica sulla politica. Crede cioè in una moralità che impedisca che la gestione politica scada in semplice gestione empirica senza giustificazioni ideali.

    Noi crediamo che la libertà sia un valore fondamentale e che la giustizia sociale realizzabile in una società sia indissolubilmente legata e limitata dal livello di libertà della società stessa e, in particolare, dalla possibilità di realizzare il legame affettivo dall'identità etnica.



    11. Il superamento del determinismo marxista e del pragmatismo capitalista indice

    Pur non essendo così ingenui da credere che la libertà per realizzare la giustizia non debba far ricorso che a se stessa non potevamo e non possiamo neppure credere che la libertà derivi esclusivamente dalla giustizia come professato dall'ideologia e dalla prassi marxista.
    Il liberismo economico lasciato a se stesso può arrivare a sottovalutare, non soltanto la giustizia ma anche la libertà dell'uomo, esattamente come il marxismo. Non potevamo quindi ritenere risolutivo il semplice superamento della dicotomia tra marxismo e liberismo, perché queste due filosofie non sono evidentemente la tesi e l'antitesi, il bene ed il male, dei processo storico ma costituiscono soltanto due aspetti diversi di un'unica tesi che aveva invaso e paralizzato il processo storico. Si trattava quindi di andare oltre il determinismo marxista e oltre il pragmatismo capitalista affinché l'uomo e la realizzazione dei valori umani tornassero al centro del sociale. Capimmo allora che per uscire dalla crisi che coinvolgeva profondamente la società di 10 anni fa dovevamo lanciare una nuova filosofia che interpretasse la lotta autonomista come il ritorno dell'antitesi della storia. Lotta autonomista che mirasse al superamento dei centralismo dello Stato. Lotta quindi di principi generali che non poteva coincidere con quella dell'etnonazionalismo classico o dell'egoismo impossibile finalizzato a cintare il proprio orticello. Sentivamo che l'antitesi autonomista avrebbe spinto il processo storico ad unificare la dicotomia marxista liberista, aprendo la strada alla sintesi dei federalismo.

    L'etnonazionalismo che proponiamo noi non era e non voleva essere una filosofia difensiva, ma uno strumento di attacco al centralismo dello Stato. La crisi che coinvolgeva profondamente la società non affondava le radici soltanto nella crisi economica, né era la crisi di un modo di far opposizione politica a generare e ad alimentare il nichilismo che sembrava, e sembra tuttora, volerci spingere verso l'auto distruzione. "Ma così come il suicida che in realtà non vuoi morire anche questo nichilismo deve essere inteso come un disperato appello affinché venga una nuova filosofia a ridare significato all'operare umanon" scrivevamo nel febbraio dei 1982. Capivamo e sostenevamo cose che oggi sembrano perfino ovvie ma che io erano molto meno 8 o 9 anni fa quando denunciammo che lo Stato centralista era uno' strumento di egemonia sia nel marxismo sia nel liberismo economico e che lo Stato nazionale determinava un doppio tipo di egemonia: quello della maggioranza etnica e quello dei grossi interessi economici.


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  6. #36
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: Progetto talmudico

    Originally posted by Vassilij
    Ecco bravo. Non hai capito un cazzo delle posizioni nazionaliste etniche ma non fa nulla.
    Gli Stati nazionali sono un prodotto giacobino e massonico. Esiste solo la naturalità delle appartenenze etniche, quella particolare dei popoli europei e quella generale dell'Europa indoeuropea...comunque fa come vuoi, affidati all'ex pornostar.
    In realtà, credo anch'io che un'Europa fatta di staterelli etnici delle dimensioni medie del Belgio non avrebbe un futuro nella geopolitica mondiale. Stati del genere non avrebbero nessun potenziale economico nè militare in grado di contrastare USA ed islam, sarebbe la fine dell'Europa. Trovo che gli attuali stati nazionali (a sovranità nazionale piena però, questo è ovvio) siano il compromesso migliore tra l'eccessivo frazionamento a tenuta stagna e l'Unione Giudaica Europea che ci stanno imponendo.

    Vassilij, sarei curioso di conoscere i motivi di questo tuo "salto" dall'area di Destra radicale a quella etnonazionalista, senza nessuna polemica. Ricordo di te come quello che mandò a cagare Beli Mawyr perchè aveva scritto "Romani gente di merda", e adesso sembri diventato peggio di lui.
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
    ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
    Racconti senza fine di gente che ha pagato
    non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
    La rivoluzione è come il vento, la rivoluzione è come il vento.

  7. #37
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Progetto talmudico

    Originally posted by Fenris
    In realtà, credo anch'io che un'Europa fatta di staterelli etnici delle dimensioni medie del Belgio non avrebbe un futuro nella geopolitica mondiale. Stati del genere non avrebbero nessun potenziale economico nè militare in grado di contrastare USA ed islam, sarebbe la fine dell'Europa. Trovo che gli attuali stati nazionali (a sovranità nazionale piena però, questo è ovvio) siano il compromesso migliore tra l'eccessivo frazionamento a tenuta stagna e l'Unione Giudaica Europea che ci stanno imponendo.

    Vassilij, sarei curioso di conoscere i motivi di questo tuo "salto" dall'area di Destra radicale a quella etnonazionalista, senza nessuna polemica. Ricordo di te come quello che mandò a cagare Beli Mawyr perchè aveva scritto "Romani gente di merda", e adesso sembri diventato peggio di lui.
    perchè è un padano intelligente

  8. #38
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Progetto talmudico

    Originally posted by Jenainsubrica
    perchè è un padano intelligente
    Che fosse intelligente non l'ho mai messo in dubbio, ma gradirei che mi rispondesse lui in prima persona.

    P.S. Mi stai forse dando dello stupido?
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
    ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
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  9. #39
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Progetto talmudico

    Originally posted by Fenris


    Vassilij, sarei curioso di conoscere i motivi di questo tuo "salto" dall'area di Destra radicale a quella etnonazionalista, senza nessuna polemica. Ricordo di te come quello che mandò a cagare Beli Mawyr perchè aveva scritto "Romani gente di merda", e adesso sembri diventato peggio di lui.



    Diciamo che nell'etnonazionalismo ho trovato una corrente di pensiero che rispecchia abbastanza fedelmente le mie idee. Il fatto che esistano fondamentalmente due identità, due appartenenze (sentite,ciò che conta, e reali) quella particolare locale e quella generale europea e che su queste si debba giocare nella ridefinizione degli assetti europei per il bene stesso delle comunità umane. L'identità etnica, la libertà dai poteri forti, la religione come cattolicesimo, un progetto economico realistico come quello dell'economia sociale di mercato sono idee che ho sempre avuto e sempre sostenuto (vedi il mio passato nel forum dx radicale..) e nell'etnonazionalismo le vedo espresse con chiarezza e coerenza. Qui non si parla in continuo di ebrei e palestinesi (anche se totila indugia un pò troppo ) in ragione di un sano eurocentrismo.
    A queste considerazioni se ne aggiungono altre, che poi potranno essere sviscerate...ad esempio importante è secondo me la necessità di un passaggio da un nazionalismo italiano ad uno europeo e locale. Il primo basato su un'identità comune tra popoli d'europa in una prospettiva razziale e religiosa, il secondo (che è presupposto del primo) sulla base dell'appartenenza diretta alla comunità di nascita, le proprie usanze e consuetudini, il proprio paesaggio e la propria visione del mondo, la propria lingua o se preferisci "parlata". Quest'ultimo giustificato dal vivere assieme tra simili per vivere meglio", il primo invece dall'unione necessaria di popoli fratelli ai fini del mantenimento (o raggiungimento) della propria libertà politica ed economica...

    Su "Romani gente di merda" ti avevo già risposto se non sbaglio...e comunque rimanderei a cagare Beli ora come allora. Sono un differenzialista e come tale adoro, venero tutte le culture e le espressioni popolari di un carattere particolare. Solo che tali culture, per il bene di tutti devono restare distinte e separate, sia perchè possano restare sè stesse, sia per la naturale esigenza di ogni comunità di vivere secondo sè stessa..

    ciao

  10. #40
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Progetto talmudico

    Originally posted by Fenris
    Che fosse intelligente non l'ho mai messo in dubbio, ma gradirei che mi rispondesse lui in prima persona.

    P.S. Mi stai forse dando dello stupido?
    no, ma la penso esttamente come Vassilj

 

 
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